sabato 30 luglio 2016

Eugenio CORINI

Sono passati tanti anni da quando Eugenio Corini arrivò, giovanissimo, alla Juventus. Un centrocampista di ragionamento, si diceva ai tempi, dalle grandi possibilità. Il ragazzo, in effetti, aveva talento e, nelle due stagioni sotto la Mole, riuscì a ritagliarsi uno spazio importante, mettendo insieme tra campionato e coppe sessantaquattro presenze in bianconero condite da quattro goal. «Fu un’esperienza non solo unica, straordinaria direi. Arrivai alla Juventus giovanissimo, a vent’anni. Ricordo bene il giorno della presentazione in sede, che allora era in Piazza Crimea. C’era un grande fermento: era la stagione 1990–91, si veniva dai Mondiali, dove Baggio e Schillaci avevano lasciato il segno e inoltre la Juventus si stava rinnovando. Era arrivato Montezemolo e la squadra era stata affidata a Maifredi, per cercare di darle un gioco spumeggiante, spettacolare, sull’esempio del Milan di Sacchi. Il gioco che voleva non era semplice, richiedeva tempo e purtroppo noi commettemmo l’errore di… partire troppo bene. Poi perdemmo con la Samp (grazie anche a un rigore dubbio su Vialli), ci sentimmo fuori dalla lotta–scudetto e probabilmente ci rilassammo, provocando il crollo. Tra l’altro tre giorni dopo quella partita uscimmo dalla Coppa Italia con la Roma, Maifredi disse alla dirigenza che se era desiderio della società lui era pronto ad andarsene, e tutto l’ambiente non fu più quello di prima. Peccato».
A livello personale però le soddisfazioni non mancarono: «In effetti, non posso che essere contento dei miei due anni alla Juventus. Venivo dal Brescia, ero molto giovane e per di più il mio ruolo, quello del regista, è particolarmente delicato; eppure giocai un buon numero di partite, molte da titolare. Ancora oggi qualcuno quando ricorda la mia esperienza alla Juventus, ne parla in termini poco positivi, mentre in realtà sono molto soddisfatto di come andò. Può darsi che non abbia avuto troppa fortuna, perché capitai in un periodo nel quale non si vinceva; prendiamo come esempio Tacchinardi, giusto per parare di un altro regista: lui ha avuto il tempo di ambientarsi e ha giocato in una squadra che ha collezionato scudetti e coppe, io no. Questo però non significa che non ricordi quegli anni con grande piacere».
Dopo la Juventus ha viaggiato parecchio: Sampdoria, Napoli, Brescia, Piacenza, Chievo, Palermo, Torino, un giramondo insomma: «Beh, ho vissuto un periodo particolare. Ero ritenuto un’eterna promessa ed è stato duro scrollarsi di dosso quell’etichetta, soprattutto perché sono incappato in diversi infortuni. Dai ventitré ai ventotto anni, in effetti, ho attraversato degli anni difficili. Poi fortunatamente mi sono ripreso e sono riuscito a togliermi grandi soddisfazioni».
Non è stato facile, però: «Certo, ma il lavoro, alla lunga, è quel che paga; il resto, per me, conta poco. Mi hanno insegnato così i miei genitori e sarò sempre grato a loro per questo. Sono contento di essere come sono, non vorrei essere nient’altro. Sono cresciuto in una famiglia di paese, gente abituata a lavorare sodo, sempre. Mi hanno insegnato che cosa è il sacrificio, che cosa significhi guadagnarsi il pane».
È arrivato alla Juventus a vent’anni, se n’è andato dopo appena due stagioni; Trapattoni lo utilizzava come vice Baggio e le occasioni per scendere in campo, furono veramente pochine. Fu ceduto alla Sampdoria, in cambio di Gianluca Vialli; peccato, perché Eugenio era uno da Juventus.

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