venerdì 31 luglio 2020

Antonio CONTE


Antonio Conte il capitano, adesso mister – scrive Nicola Calzaretta, su “Hurrà Juventus” dell’agosto 2011 – suo padre, Cosimino, lo ha sempre detto: «Diventerà un grande allenatore».
Più che una profezia, una certezza. Il modo indicativo è lì a certificarlo. Non sogni di babbo, pur consentiti, ci mancherebbe. Ma previsioni fondate di chi è del mestiere. Di chi al pallone ha dedicato una vita intera, presidente-allenatore-segretario della Juventina di Lecce per oltre 30 anni.
Lì (e poteva essere diversamente?) ha mosso i primi passi Antonio. A 3 anni già seduto in panchina accanto al babbo, a 9 ufficialmente tesserato nel settore giovanile della Juventina.
Maglia bianconera, pantaloncini e calzettoni bianchi: la perfetta copia della Juventus vera, la squadra del cuore del biondissimo Antonio. Un amore senza se e senza ma. La riprova quando un giornale lancia un concorso, chiedendo ai partecipanti di inviare il disegno del proprio calciatore preferito: il piccolo Conte manda quello di Roberto Bettega, il suo idolo. Anno Domini 1979.
Non è dato conoscere se e quanti poster bianconeri abbia nella sua camera. Di certo si sa che cresce bene e che gioca ancora meglio. Inevitabile e meritato, arriva il passaggio al Lecce. La testa rimane saldata al collo e i piedi alla terra. Unica concessione, a 14 anni, una Vespa usata. Ma a correre in campo è lui. Due anni dopo arriva addirittura il debutto in A.
È il 6 aprile 1986, Antonio non ha ancora 17 anni. Scommette su di lui mister Fascetti, uno che vede lontano. Gioca gli ultimi 10 minuti al posto di Vanoli. La gioia per il debutto, però, non dura molto. La sfortuna, che con lui sarà particolarmente accanita, si presenta subito sotto forma di una tibia rotta dopo uno scontro con un compagno. Stop forzato ai box. Tempra e carattere che si rafforzano ulteriormente. Torna più forte e sicuro di prima. Impressiona la sua grinta e la voglia di arrivare. Nel mezzo ecco pure il diploma di ragioniere, dopo cinque anni di superiori senza mai andare a settembre. Accidenti che tipo!
Gli anni ‘80 stanno per chiudersi. Per Conte si aprono sempre di più le porte della prima squadra. È Carlo Mazzone che gli mette le ali. Lui prende al volo l’occasione e non molla più la maglia da titolare. È una bella squadra quel Lecce: Pasculli, Virdis, Barbas, Giacomo Ferri. C’è anche Checco Moriero, anche lui classe 1969, quello che da piccoli lo batteva nelle gare di atletica, ma poi Antonio si rifaceva con le ragazze, confidando sul gentile aspetto e sull’azzurro dei suoi occhi.
La consacrazione arriva con il campionato 1989-90: 28 presenze e un goal, il primo in A, contro il Napoli, davanti a Maradona. Compimenti e successi. I primi soldi veri. Una parte destinati all’acquisto della Golf usata che gli vende Giuliano Terraneo, il portiere-poeta che chiude la sua lunga carriera proprio a Lecce nel 1990.
Il nome di Conte inizia a circolare. Debutta anche con l’Under 21, si fa un altro buon campionato con i giallorossi fino all’improvvisa chiamata della Juventus. Novembre 1991. A dire il vero il suo arrivo a Torino passa un po’ sottotraccia. È il mercato d’autunno, quello di riparazione; ultimo appello. In quei primi anni ‘90 è ancora così. Le sessioni di mercato sono due e molto contenute. Estate e autunno, per gli ultimi e definitivi ritocchi.
E Giovanni Trapattoni, alla sua seconda tornata sulla panchina bianconera, che chiede l’acquisto di Conte. Al Trap, si sa, i mediani tutto cuore e grinta piacciono da matti, forse perché ci si specchia un po’ dentro. Boniperti lo accontenta. E chiama casa Conte. Dall’altro capo del telefono mamma Ada: «Immagino quanto le costerà rinunciare a un figlio che si trasferisce a 1.000 chilometri (sono le parole del presidente). Ma voglio tranquillizzarla, alla Juve troverà un’altra famiglia che saprà crescerlo e aiutarlo nei momenti difficili».
Sarà così. Intanto l’acquisto è concluso facilmente. Antonio arriva a Torino. La nebbia gli mette un po’ di ansia. Le labbra sono cucite dall’emozione. Il cuore è in tumulto. Boniperti gli mostra le scarpette con cui ha giocato a Wembley e i trofei della Juve. «Ricordo bene il giorno che arrivai a Torino; per l’emozione non spiaccicai una parola. C’erano campioni come Roberto Baggio, mi venne istintivo dare del “lei” a tutti. Anzi, del “voi”, perché sono leccese e dalle mie parti si usa così. Pensai: “Qui non duro a lungo, sono di passaggio, non posso permettermi un salto così lungo, dalla B in Puglia alla squadra più forte d’Italia”».
Ma per fortuna il vento che scaccia la nebbia, si porta via anche i timori del giovanotto pugliese. Le foto, la figurina Panini stampata in extremis per inserirla nell’album e Antonio Conte si trova in mezzo a Schillaci e Baggio, Tacconi e Marocchi, Julio Cesar e Kohler. Inutile dire che lui è felicissimo, bianconero nel sangue com’è.
L’inizio è in salita. Nella prima amichevole che gioca, con un maldestro passaggio indietro al portiere, favorisce il goal avversario. Lui ci rimane malissimo, ma sono peccati veniali. Trapattoni lo tiene sulla corda e gli offre supplementi di lezioni tecniche e tattiche. Lui risponde presente e alla fine gioca 14 partite e cosa più importante, si conquista un posto da titolare per l’anno successivo. È già maturato tantissimo, dopo soltanto pochi mesi di cura Trap. Di lui si parla come il mediano del futuro, erede di Furino e Bonini. Antonio ci sta, non si spaventa. Brillano sul suo viso gli occhi azzurri chiarissimi.
La stagione 1992-93 è trionfale per la Juve e per lui. Arriva la Coppa Uefa. Conte si tiene ben stretto il posto in squadra, né il Trap è intenzionato a dare la sua maglia ad altri. È cresciuto ancora. Non solo mediano. Centrocampista globale, perno della manovra, cacciatore di palloni ed anche goleador. E che goleador. Reti spesso spettacolari, goal frutto dell’istinto e di una tecnica di base che Conte migliora giorno dopo giorno.
Il popolo juventino, che già l’ha in simpatia, lo eleva agli onori della canonizzazione bianconera il 10 aprile 1993. È domenica di derby, la partita che mette i brividi. Il Torino e il suo furore, con quel tremendismo granata che alla Juventus temono. Ci pensa Antonio Conte a dare la giusta misura alle cose e, dunque, alla superiorità ancestrale dei bianconeri.
A 9 minuti dall’inizio porta in vantaggio la Juventus. A 9 minuti dalla fine realizza il goal del definitivo 2-1, dopo il pareggio granata di Aguilera. La sua corsa, folle e gioiosa, dopo la marcatura decisiva, è la corsa, folle e gioiosa, di ogni tifoso vero della Juve.
In soli due anni, Conte è una delle colonne della Juventus e uno dei nomi nuovi su cui punta Arrigo Sacchi per la sua Nazionale che nel 1994 arriva seconda dietro il Brasile. Antonio c’è, uno dei pochi bianconeri stimati e voluti dal Commissario Tecnico Sacchi. E non è cosa da poco. Anzi.
Umile e generoso, educato e colto, quando arriva Marcello Lippi ha l’intelligenza di mettersi a disposizione, senza reclamare nulla. Conte è juventino. Aspetta il suo turno, con pazienza e dedizione. Che arriva, impreziosito da goal stupendi, come il colpo di testa in tuffo contro il Borussia Dortmund nella prima di Champions League.
La fascia di capitano ben presto gli circonda il braccio sinistro. Gliela consegna Vialli, l’avallo Io appone mister Lippi. «È un grande onore, oltre che una responsabilità di cui vado fiero. Questa fascia è anche simbolica, in squadra ci sono, infatti, più capitani!».
I tifosi, poi, gliene regaleranno una personalizzata: “Senza di te non andremo lontano. Antonio Conte è il nostro capitano”. «Penso che i tifosi apprezzino il mio modo di essere dentro e fuori dal campo. Con me sono sempre stati davvero fantastici. Nei momenti più difficili mi sono stati vicini, dimostrandomi calore e simpatia».
Conte capitano e la Juve va lontanissimo. Champions, Intercontinentale e un’altra dozzina di trofei tra scudetti, coppe e supercoppe assortite, alla fine saranno 15 in totale. Lui c’è, anche quando la malasorte si diverte a rendergli più dura la giornata. Tre le stazioni della sua personale via crucis.
La prima durante la finale dell’Olimpico il 22 maggio 1996, dopo uno scontro con Davids. La coscia gli si gonfia come un cocomero. Addio Europei. «Quella sera, provai la soddisfazione più grande e l’amarezza più intensa. Pochi giorni dopo, i miei compagni partivano per gli Europei ed io ero in un letto di ospedale con una coscia gonfia e dolorante».
La seconda il 9 ottobre dello stesso anno, con la maglia della Nazionale. Salta il legamento crociato del ginocchio sinistro. Lungo stop e addio Tokyo.
Terza stazione, il 24 giugno 2000, durante gli Europei che lui ha bagnato con una rovesciata-goal (sua specialità) di rara bellezza. Contro la Romania, un’entrata da codice penale di Hagi gli frantuma una caviglia e il torneo per lui finisce lì. Dolorose cadute e resurrezioni miracolose. Anzi no: resurrezioni figlie legittime della volontà di ferro e della tenacia di un ragazzino che con la maglia della Juve è diventato uomo.
Dice di lui il Trap: «Era duttile e intelligente. Una forza della natura nella fase difensiva e in quella offensiva: non è un caso che sia diventato allenatore. Giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti».
Sedere in panchina è il suo sogno: «Nel dicembre 1998, qui a Torino ho conseguito il patentino di terza categoria. Sono arrivato primo su 42 partecipanti iscritti al corso regionale. L’altro di seconda categoria ho intenzione di prenderlo non appena avrò smesso l’attività di calciatore; vorrei vedermi sempre in un campo di calcio, con un fischietto in mano ad allenare una grande squadra. Penso di avere le caratteristiche giuste per allenare, anche se è un mestiere più difficile rispetto al calciatore. Quando giochi, devi pensare soltanto a te stesso, dopo hai la responsabilità e le prospettive cambiano totalmente».
Ritorna alla Juventus in veste di allenatore nell’estate del 2011. Vince 3 campionati consecutivi e due Supercoppe italiane. Si dimette il 15 luglio 2014, al secondo giorno di ritiro. «Non si mangia in un ristorante da 100 euro con soli 10 euro in tasca», le sue parole di commiato.

STEFANO DISCRETI, DA “I NOSTRI CAMPIONI”
In una testimonianza scritta rivelata al sottoscritto, mi raccontò questo episodio: «Era un periodo in cui mister Lippi mi faceva giocare mediano sulla destra, ruolo che non gradivo troppo. Fui intervistato proprio in quei giorni ed evidentemente il giornalista fu bravo a estrapolare questo mio leggero malumore. Sai come fanno poi i giornali. Il giorno dopo il titolo fu: “Conte: vinco ma non mi diverto”. Successivamente, al mio ingresso negli spogliatoi trovai, attaccato al mio armadietto, questo messaggio: “Se vuoi divertirti, vai all’Una Park”. All apostrofo una! Ti rendi conto che cosa provocò in me quella frase scritta da quell’ignorantone di Angelo? (scrivi pure ignorantone, tanto è in senso affettuoso). Ancor oggi, quando rincontro Di Livio, lo prendo in giro».

IL FRATELLO, DA “TUTTOSPORT” DEL 25 NOVEMBRE 2011
Antonio è un vincente, ha chiamato la figlia Vittoria perché non sa parlare di altro, sua moglie è una santa: prima o poi parlerà di tattica anche lei, Siamo una famiglia bianconera, papà fondò una squadra a Lecce e la chiamò Juventina. Antonio al tempo era già determinato, per lui non esistono ostacoli impossibili ma solo sfide da vincere e ora pensa a far vincere la Juve ventiquattro ore al giorno. Cosa temiamo in famiglia? La prima sconfitta. Quando è capitato in passato da giocatore e da allenatore si nota il cambiamento di umore, diventa intrattabile, non esce di casa. Pensa e ripensa agli errori. Io reagii male quando nel 1991 Antonio andò alla Juve, A dieci anni mi veniva a mancare in casa il fratello maggiore. Mia madre? All’inizio era preoccupata ma poi ci pensò Boniperti che parlo anche con lei per velocizzare la trattativa visto che c’era anche la Roma su Antonio. Mio padre invece fu orgoglioso del passaggio in bianconero ma non se ne vantò mai, è sempre stato schivo.

1 commento:

graziasonaso1978 ha detto...

...una sola parola pet descriverlo..FENOMENO...