domenica 2 agosto 2020

Dino DA COSTA


A ogni estate, col tradizionale calcio-mercato – Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del dicembre 1973 – si verificano acquisti-boom e acquisti che passano in secondo piano, offuscati dai primi. Quello che fece la Juve nel giugno ‘63, prelevando il già trentenne Da Costa dall’Atalanta, doveva appartenere a quest’ultimo gruppo. Anche perché nel primo già c’erano nomi del calibro di Menichelli, Gori, Dell’Omodarme e Nenè. Già, Nenè.
Alla Juve il problema del centravanti non è stato risolto certo con Miranda detto Mirandone, che l’anno prima ha fatto sfracelli con memorabili legnate ma pure ha corricchiato e basta. E così è arrivato Nenè, che centravanti non è, ma che quanto a tecnica garantisce assai più del predecessore. Da Costa, prelevato in extremis dall’Atalanta, rappresenta una alternativa alle punte e basta. Nessuno pensa a lui come a un possibile titolare, tantomeno Amaral trainer, che del resto al timone della squadra resta ben poco, presto rilevato dal serafico Monzeglio. Tutt’al più, Da Costa può venire buono come jolly: così, il suo esordio in maglia bianconera avviene nell’inedito ruolo di mediano di spinta, a Modena, nella gara persa di misura contro i «canarini» (0-1). Per la Juve è un momento balordo, ci sono polemiche, e Sivori fresco capitano spesso si rabbuia. A un certo punto, quinta giornata, Omar esce di squadra, squalificato, e Monzeglio lo rimpiazza con Da Costa.
Dino, che è subito diventato uno dei beniamini dei tifosi bianconeri, per il suo impegno in partita come in allenamento, diventa vice-Sivori proprio in occasione della partita contro la Roma, la formazione cioè in cui egli aveva conosciuto i primi e più consistenti successi nel campionato italiano. E una gara puntigliosa quella che i bianconeri disputano quel 20 ottobre, e molta parte del netto successo sui capitolini va proprio a Da Costa, che tra l’altro realizza il primo dei tre gol (a uno) della Juve.
Riscoperta la sua vena di cannoniere, non gli riesce difficile essere confermato, ora al posto di Sivori ora a quello di Nenè o di Del Sol.
La prima stagione juventina di Da Costa si chiude comunque in lieve calando, causa una serie di incidenti che pregiudicano la sua utilizzazione in parecchie partite. Si deve accontentare di dodici presenze, con tre reti all’attivo, una delle quali, ottenuta a spese della Sampdoria, davvero esemplare nell’esecuzione, con tanti contrasti vinti e una conclusione perentoria a fil di montante.
Per la sua conferma in maglia bianconera, comunque, non ci sono problemi. Nella squadra che eredita Heriberto non c’è più l’altalenante Nene, e al suo posto è giunto Nestor Combin detto «folgore». Ma di Da Costa c’è più che mai bisogno. Vedi partita di Catania persa malamente, in cui solo il nostro si salva con prestazione maiuscola e gol della bandiera; e vedi la successiva gara interna con il Mantova, in cui Da Costa gioca al centro dell’attacco rimpiazzando l’infortunato Combin, subito a disagio con i ruvidi takles del nostro campionato. Si vince la partita ma si perde Sivori, costola rotta e addio campionato per un bel po’: ora Dino diventa indispensabile, e dalla squadra non esce più.
Ma come diavolo gioca Da Costa nella Juve heribertiana ‘64-65? Molto semplice, svolge mansioni di regista offensivo, e intanto fa vedere che la classe è ancora integra, anche se non è più smaltata dalla grinta dei tempi di Roma. C’era il tempo degli assi segnareti, che nessuno sapeva frenare e che da soli risolvevano partite e campionati. La realtà juventina ‘64-65 è naturalmente diversa, come diverso è Sivori dai tempi in cui a imbeccarlo era il saggio Boniperti. Da Costa applica alla lettera gli insegnamenti di Heriberto, che gli chiede prodezze nei sedici metri ma anche oscuro sfacchinare al servizio degli altri, solo così essendo possibile scardinare difese sempre più catenazziare. E il tifoso che vede e capisce un tantino più in profondità delle mere apparenze apprezza Da Costa come pochi altri. Succede che anche gol importanti arrivano con la sua firma, e allora si esulta: derby di andata, è novembre inoltrato e nessuno delle «torinesi» ha già raggiunto un’apprezzabile condizione di forma, ma la Juve azzecca la giornata buona e rifila un sonante tre a zero al Toro che pure tiene a portiere Vieri-saracinesca.
Il secondo dei tre gol è di Da Costa, ma anche sul terzo lo zampino del nostro c’è e si fa sentire. Altro gol di un certo rilievo è quello segnato a Vicenza nella vittoriosa trasferta di inizio ‘65 (3-1), con gran botta dal limite.
Non è per la Juve un campionato esaltante, ma i tempi consentono poche illazioni, e bisogna accontentarsi. Giornata atipica è quella del 7-0 inflitto al Genoa che pure tiene all’attacco un tipo strambo che è già stato e presto sarà di nuovo juventino, Zigoni si chiama costui. Da Costa cosa c’entra in tutto questo? Capperi se c’entra, è suo uno dei sette gol inflitti al grifone stanco di serie A. L’ultima giornata del torneo, nel vittorioso epilogo casalingo con il Vicenza, Da Costa conclude degnamente la sua stagione magica in bianconero realizzando la sesta rete personale in 31 partite. Non c’è male, è stato l’attaccante più regolare, ha fatto anche meglio di Combin. A trentatré anni è ancora utilissimo, e scontatamente viene confermato.
«Faccio vita tranquilla, senza pretendere nulla di eccezionale – confessa Da Costa – so che devo avere cura del mio fisico, come facevo quando ancora ragazzino aspettavo che mi chiamassero in prima squadra, nel Botafogo. Poi un giorno l’allenatore mi disse di prepararmi. Era il secondo tempo dell’incontro con il Vasco de Gama. Mancavano venti minuti alla conclusione. Mi disse di entrare e presi il posto di mezzala. Avevo il cuore che mi batteva forte, forte; le gambe mi tremavano per l’emozione. Però quando sono rientrato negli spogliatoi l’allenatore disse che avevo fatto il mio dovere. Ecco che cosa mi è rimasto in mente da quel giorno, la parola dovere. Mi prendevano in giro, dicevano che alla mia età sarebbe stata presunzione sperare nel posto in prima squadra. Non mi facevo illusioni. Ero anche rassegnato al destino di guardare le partite dalla tribuna. Qualche volta soffrivo, perché c’era chi scherzava sui miei sogni. Avevo fiducia, convinto che un uomo che abbia volontà non è mai finito. Non sbagliavo. Con l’arrivo di Heriberto Herrera è cambiata la mia vita. Ho indossato la maglia bianconera ritrovando forza e volontà di combattere ogni domenica per la squadra e il pubblico. Non mi sento un campione. Non credo neppure che sia eccezionale quello che faccio. Mi sento bene, mi diverte giocare. Non c’è miracolo nella mia vita di atleta. Cerco di non agitarmi, mangio a ore fisse, passeggio quando posso e la sera, dopo aver guardato un po’ di televisione, vado a dormire. Mi circondo di cose semplici, non desidero cose impossibili, sono felice con mia moglie. Ho tutto, capisce? Non mi manca proprio niente».
Chiaro che ripetersi su quei livelli di regolarità non è facile, a quell’età: e difatti accade che Heriberto, che intanto ha trovato in Cinesinho detto Cina il podista-regista per il suo movimento, spesso accantona Da Costa anteponendogli lo speranzoso Bercellino detto Bercedue, o Traspedini. Ma al momento buono Dino riesce ancora a rendersi utilissimo, realizzando una rete a Ferrara nella gara pareggiata due a due con la Spal, e soprattutto segnando la rete della vittoria a Roma contro la Lazio, con magistrale colpo di tacco.
La parentesi di Da Costa in bianconero si chiude qui: tre campionati, parecchi momenti da ricordare. Un posto nella galleria di bianconeri degli anni sessanta gli spetta di diritto: e non è necessariamente un posto di secondo piano.

VLADIMIRO CAMINITI
Una squadra abbastanza quadrata, col mulinello del movimiento heríbertiano, col Sivori declinante – una conferenza-stampa al giorno e Baretti accorreva – sfiniva l’epoca dei rodomonte viziosi, professionalità virtuosa in campo, questo furono Da Costa e Del Sol.
1964-65: Anzolin; Gori, Benito Sarti; Bercellino, Castano, Leoncini; Stacchini, Da Costa, Combin, Del Sol, Menichelli.
Correre più del pallone, amministrarlo con furore agonistico, battersi fino allo stremo e in realtà Da Costa aumentò la sua credibilità tecnica, risultò pratico fiondante sprintato eclettico possessivo, il primo heribertiano in terra, da brasiliano infine superstizioso e amabile si prodigò con meraviglioso slancio.

3 commenti:

antoninopio ha detto...

suromgradirei sapere dove vive attualmente Dino da Costa,e come vive.Tempo fa qualcuno mi disse che Dino viveva in un monastero nei pressi di Verona,ma non so se sia vero.Grazie Antonio sciò

antoninopio ha detto...

vorrei sapere dove vive attualmente Dino Da Costa.Sono curioso di saperlo perchè sono interessato alla vicenda umana di questo grande calciatore.Tempo addietro mi era stato detto che Dino si era ritirato in un monastero nei pressi di Verona,ma non sono certo che sia vero.Comunque dal clamore degli stadi alla pace di un monastero,il passo è enorme.Grazie Antonio sciò

Unknown ha detto...

La storia della crisi mistica di Da Costa risale ai tempi in cui giocava. Poi si sposò. Ora 84enne credo viva a Verona