domenica 17 aprile 2016

Jorge MARTÍNEZ

El Malaka (soprannome affibbiatogli dallo zio Jorge Barrios) arriva a Torino nell’estate del 2010, dopo due ottime stagioni al Catania. Nella squadra siciliana, Martinez giostra sia da prima sia da seconda punta potendo contare sulla grande tecnica e sulla proprietà di palleggio. L’esordio con la maglia bianconera avviene a Bari, il 30 agosto nella prima partita di campionato. È un match sfortunato: sia per la Juventus, che è sconfitta per 1-0, sia per Jorge che si procura un trauma contusivo distorsivo a carico del ginocchio sinistro, con distrazione di primo grado del legamento collaterale mediale, che lo costringe a restare fuori dal campo per un mese.
Il 30 ottobre, nella partita vinta 2-1 con il Milan, subisce una frattura al secondo metatarso del piede destro ed è costretto a stare fuori per altri tre mesi. Rientra dal grave infortunio, il 16 gennaio 2011, nella gara interna vinta 2-1 contro il Bari giocando solo una mezzora.
L’allenatore juventino Delneri, legato al 4-4-2, schiera Martínez come esterno di sinistra, snaturando del tutto le sue caratteristiche. Proprio per questo, Jorge non riesce a esprimersi come potrebbe e, spesso, è costretto a guardare le partite dalla panchina o dalla tribuna. Al termine della stagione, colleziona solamente una ventina di partite senza segnare nemmeno una rete. Nonostante l’arrivo di Conte, per El Malaka non c’è più spazio e il 29 agosto 2011 è ufficializzato il suo passaggio in prestito al Cesena.


GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 2010
Lo sguardo di Jorge Martínez, nei suoi primi giorni di Juve, è quello di un bambino che ha appena varcato la soglia di Disneyland. Si guarda intorno con un sorriso stupito e ammirato, consapevole che tutto quanto accadrà non potrà che riservagli piacevoli sorprese e, anche solo facendo le visite mediche, non ha quasi potuto trattenere un «Ohhh» di meraviglia. «Quando sono arrivato per me era tutto nuovo, come essere catapultato in un altro mondo. Ho visto cinque, sei dottori insieme, ho fatto molti esami ed ho visto tantissima gente lavorare per la Juve, rimanendone sorpreso. Non credevo che tante persone lavorassero per una squadra, pur se di alto livello. Le visite sono state più o meno le stesse di Catania, anche se qui ho fatto qualche esame in più, ma è proprio il primo impatto a farti capire di essere arrivato in una grande società. Qui non manca nulla, è tutto di lusso. È davvero il top».
Qual è il momento del tuo primo giorno alla Juve che non dimenticherai mai? «Senza dubbio quando ho conosciuto il presidente. Ero in sede con mio zio e vedevo questa persona giovane, che passava nel corridoio e non sapevo chi fosse. È venuto da me e mi ha parlato in spagnolo, chiedendomi come stavo. A quel punto me lo hanno presentato, mi ha fatto un’impressione splendida: è molto simpatico, semplice, nonostante tutto ciò che rappresenta, per la Juve e per l’Italia».
Hai accennato a tuo zio: Jorge Barrios, nazionale uruguaiano di qualche anno fa. Ti ha aiutato nella tua carriera essere un nipote d’arte? «Sicuramente. Mio zio è stato un grande calciatore. Era un centrocampista, con caratteristiche più difensive, rispetto a me. Ha giocato il Mondiale del 1986, con Francescoli e Ruben Sosa. Mi ha aiutato molto, dandomi sempre ottimi consigli, fin da quando ero piccolo. Conoscendo il mondo del calcio mi ha dato una grande mano e tuttora mi è sempre vicino».
Dove inizia la tua carriera? «Nel Wanderers dove ho giocato sei anni, facendo la trafila nel settore giovanile e arrivando alla prima squadra. In quel periodo sono entrato anche nella Nazionale Under 20. Quindi sono passato al Nacional, che con il Peñarol è la squadra più importante del mio paese».
Un po’ la Juve uruguaiana. «Sì, anche se la differenza è enorme. Qui siamo in Europa e già questo cambia parecchio. E poi, con tutto il rispetto per il Nacional, che è una grandissima squadra, alla quale sono molto legato, la Juve è il top dell’Europa».
Hai sempre giocato sulla fascia o hai ricoperto altri ruoli in passato? «Nelle giovanili giocavo trequartista o attaccante, ma non avevo una posizione definita. Svariavo per tutto il fronte d’attacco. Nel Nacional invece ho cominciato a giocare esterno destro. Abbiamo vinto uno scudetto e in Coppa Libertadores siamo arrivati nei quarti di finale. In quel ruolo riuscii a mettermi in mostra e venni ceduto al Catania».
È quella la posizione che preferisci? «Destra o sinistra non importa. Mi adatto in fretta ai ruoli, ho fatto anche il centravanti. A Catania negli ultimi tre anni ho giocato sulla destra, ma non ero solo un esterno alto. Tornavo fino alla mia area e a volte mi sono trovato a fare anche il terzino».
Proprio quello che chiede Delneri: «A lui piacciono i giocatori che corrono per tutta la fascia e quando il gioco si sviluppa dalla parte opposta vuole che vada a chiudere sul secondo palo, per finire l’azione. È più o meno quello che ho sempre fatto. Al mister piace puntare sugli esterni e giocare un bel calcio. Credo che imparerò molto con lui».
Com’è stato il primo impatto con il calcio italiano, tre anni fa? «Il cambiamento è stato notevole. In Uruguay non si lavora molto dal punto di vista tattico, mentre già a Catania a quest’aspetto dedicavamo un’ora al giorno, perfezionando i movimenti, sia in attacco che in fase di difesa. A quel punto ho capito perché gli italiani erano Campioni del Mondo: magari non avevano il “jogo bonito”, quello dei grandi palleggiatori del Brasile, ma erano tatticamente intelligenti. E poi, un’altra grande differenza è a livello fisico: in Italia si lavora molto dal punto di vista atletico e se non stai bene fisicamente non puoi giocare».
Il passaggio ti ha fatto bene però; in tre anni a Catania, hai segnato molto di più rispetto ai sette in Uruguay: «Sì è vero, la posizione era la stessa, ma segnavo meno. Qui ho fatto ventidue goal, senza per altro giocare tutte le partite, perché a volte mi sono dovuto fermare per qualche piccolo infortunio».
E tra questi goal ce n’è anche qualcuno storico: basti pensare a quello contro la Roma all’ultima giornata, nel tuo primo anno a Catania. Una rete che è valsa la salvezza: «Quella giornata è stata indimenticabile: lo stadio era pieno, mancavano tre minuti alla fine della partita e la palla non voleva saperne di entrare. Poi Morimoto ha fatto una giocata ed io ero lì, nel posto giusto. Ho calciato ed è esplosa la festa. È stato sicuramente il goal più importante della mia carriera».
In cosa pensi di essere migliorato in questi anni? «Appena sono arrivato, portavo troppo la palla. Me lo dicevano tutti: “Devi giocare a uno, due tocchi! Non puntare sempre l’uomo, se no ti rovini da solo”. Anche quando ero nelle giovanili mi urlavano sempre “Passa la palla!” Piano piano ho imparato».
In Italia, giocatori così si chiamano “veneziane”: «In Uruguay si dice “comilon”. Viene da comer, che significa mangiare. È come dire che ti mangi la palla, tutto da solo. Volevo migliorare, perché era un mio difetto, ma non volevo eliminare del tutto quella caratteristica, perché fa parte di me, è nel mio sangue e credo che la capacità di saltare l’uomo sia anche un mio pregio. Il problema è capire quando devo farlo: prima, su dieci azioni, ci provavo nove volte. Magari devo farlo quattro volte, ma nel modo migliore. Però sono consapevole di dover crescere ancora per diventare un grande giocatore».
Lo scorso anno fa Juve ha incontrato notevoli difficoltà e qualcuna gliel’hai creata tu stesso, segnando nella vittoria del Catania a Torino. Da avversario, come ti spiegavi i problemi dei bianconeri? «Non me li spiegavo: vedevo una squadra forte e credevo che si sarebbe ripresa. Invece non riusciva a uscire da quel tunnel e non so dire perché. Il fatto è che una stagione storta può capitare. Quando la affrontavo, comunque, vedevo grandi giocatori e per questa squadra ho sempre avuto il massimo rispetto. Anche da piccolo, mi piaceva molto la maglia della Juventus, perché quella del Wanderers è uguale, a strisce bianconere. E poi, quando sono approdato nella Nazionale maggiore, c’era Paolo Montero, che arrivava sempre dall’Italia con un bagaglio grande, pieno di scarpe della Nike e maglie della Juventus, che regalava a tutti».
E immenso Montero! A Torino è ancora un mito, lo sai? «Lo è anche per me. Con lui ho giocato una Coppa America e non la dimenticherò mai! Arrivava, chiamava noi ragazzi più giovani, che giocavamo ancora nel campionato uruguaiano, e ci riempiva di regali. Un vero fenomeno, una persona eccezionale. Di qualunque cosa tu avessi bisogno, lui era a disposizione. Per noi era un grande personaggio e non volevamo disturbarlo, sommergendolo di domande. Era lui invece a parlarci e a chiederci come andavano le cose in Uruguay. Giocatori come lui sono fondamentali in una squadra, sia fuori che dentro al campo. Del resto lo conoscete: ha una personalità straordinaria».
La tua è stata un’estate particolare: prima la delusione per la mancata convocazione ai Mondiali, poi la gioia per la chiamata in bianconero: «È vero: quando non sono stato convocato, ci sono rimasto male. Non ero sicuro di andare al Mondiale, ma nutrivo più di una speranza, anche perché avevo disputato una buona annata, segnando goal importanti. Invece sono rimasto fuori ed ero un po’ triste e arrabbiato. Sono andato a casa mia, in Uruguay, e due giorni dopo era il compleanno di mia figlia Lara, che ha cinque anni. Così abbiamo festeggiato ed ho dimenticato la delusione. Dopo due, tre settimane, ha iniziato a circolare la notizia che la Juve si stava interessando a me. Ho pensato: “Cavolo, la Juve!” ed anche gli amici, hanno iniziato a telefonarmi: “Vai alla Juve, grande!” mi dicevano. “Calma, rispondevo io, non c’è ancora nulla di sicuro”. Del resto non volevo illudermi, ma anche solo il fatto che il mio nome fosse accostato a una squadra del genere per me era una grande soddisfazione. Poi è successo e la delusione per il Mondiale mancato è sparita, lasciando spazio a una gioia immensa».

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