giovedì 6 aprile 2017

Pietro VIERCHOWOD

Ha attraversato un ventennio del calcio italiano lasciando in tutti la sensazione di essere uno dei più grandi difensori dell’era moderna. Ha avuto l’onore e l’onere di confrontarsi con attaccanti fortissimi come Gullit, Van Basten, Völler, Careca e altri, con risultati sempre soddisfacenti. Noto a tutti gli appassionati di calcio come il Russo che, insieme al cognome, tradiscono le sue origini russe da parte di padre e come lo Zar, riconoscimento alla superiorità nell’arte del difendere. Proprio dai duelli con questi grandi campioni è nato il mito di Pietro Vierchowod, quello rimasto nella mente di molti grazie alla marcatura su Marco Van Basten che sempre poco ha potuto a causa delle grandi doti atletiche e fisiche che lo stesso Russo metteva negli scontri.
A significarne anche l’ammirazione degli avversari, si può leggere la dichiarazione di Maradona che in un’intervista lo chiamò Hulk: «Una volta gli ero addosso, incollato. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo e lui si è messo ridere: “Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca solo il colore verde”. Ho affrontato attaccanti fortissimi: da Bettega a Pruzzo, da Graziani ad Altobelli. Spillo era completo; agile, potente, tecnicamente dotato, scattante e sgusciante, uno dei più difficili da marcare. Devo ammettere, però, che chi mi faceva impazzire era Selvaggi; alla fine mi faceva girare la testa, era imprendibile. Ma il numero uno era Van Basten; quando era in giornata diventava devastante, immarcabile. Anche per me, lo ammetto».
Pietro è un vanto anche per la storia delle società in cui ha giocato: nel Como, perché unico giocatore convocato nella Nazionale maggiore di tutta la storia comasca. Nella Fiorentina, con la quale ha conquistato il secondo posto. Nella Roma, perché nell’unico anno di militanza, ha vinto uno scudetto formando un quartetto difensivo unico nella concezione tattica, con Di Bartolomei libero in fase difensiva e primo suggeritore nelle ripartenze, che godeva della copertura puntuale e veloce dello Zar. «Un’altra realtà, altra dimensione, altri giocatori: Ancelotti, Falçao, Prohaska, Bruno Conti. E il Barone… Ci affascinava con i suoi racconti surreali. Liedholm era molto superstizioso. Sulle maglie, ad esempio. Non potevamo prenderle, doveva consegnarle lui. Una volta, l’ho strappata dal mucchio, tanto sapevo il numero. Mi ha guardato malissimo: “Se succede qualcosa la colpa è tua. Non farlo più, capito?” Un’altra volta mi metto, per sbaglio, il suo cappotto: nelle tasche c’era di tutto. Ma proprio di tutto: sale, ciondoli, amuleti, boccettine, cornetti. Uomo fine e ironico ma credeva a queste cose».
Nella Sampdoria, perché ha preso parte ai dodici anni più gloriosi della società, coincisi con la storica conquista dello scudetto. Nella Juventus, perché nella sua stagione disputata con la maglia bianconera, ha conquistato una storica Coppa dei Campioni. «Sono arrivato a Torino – dice con onestà – essenzialmente per vincere la Champions; non ho dimenticato la sconfitta di Wembley, contro il Barcellona, e ora vorrei prendermi la rivincita. Anche per questo, oltre al grande fascino che emana la Juventus, ho preferito un contratto annuale con i bianconeri, piuttosto che uno biennale propostomi da Roma e Fiorentina». Dirà in seguito: «L’allenamento cominciava alle dieci del mattino, io alle otto e mezzo ero già in campo. Spesso arrivava l’Avvocato. Non mi chiedeva di calcio, era curioso di tutto. Era stato in cavalleria e voleva sapere di mio padre soldato dell’armata sovietica. Della prigionia, del suo lavoro in Ucraina. Poi parlava anche della Juve… Nella Juve sono stato bene, c’era la struttura ideale per giocare al calcio. Tu devi pensare solo a fare il giocatore. Alla casa, all’affitto, al pediatra ci pensano loro».
Il suo distacco dal calcio giocato avviene nella sua parentesi piacentina, durante la quale entra in conflitto con l’allenatore Simoni; il tecnico emiliano non credendo più in quell’atleta di quarant’anni, spinge il Piacenza a non rinnovare la fiducia a Vierchowod, che termina la sua carriera a sole nove presenze dal primato di presenze in Serie A.
Pietro Vierchowod è stato sempre portato ad esempio da tutto il mondo del calcio, come modello di comportamento sia in campo che fuori; non si arriva a giocare titolare in Serie A fino a quasi quarant’anni senza tanta applicazione e dedizione. La sua decisione negli interventi, la velocità e il senso dell’anticipo, hanno consentito a Vierchowod di risultare lo stopper principe del campionato italiano in un periodo durante il quale i campi di calcio erano calcati da grandi campioni.
«La Sampdoria è la squadra della mia vita, di Vialli, Mancini, Cerezo. Di tutti. Era la squadra degli amici e siamo stati un meraviglioso, irripetibile gruppo. Lì ho vinto, è stato fantastico. Ma è stato bello con tutte, perché tutte mi appartengono. Prima il Como: la prima famiglia. Poi la Fiorentina: la scoperta del grande calcio. Sono tornato a Firenze per questo, ho sbagliato. La Roma: il primo scudetto. La Juve: la Coppa dei Campioni. Il Milan: il momento sbagliato. Dovevo arrivare nel 1990, Il presidente Paolo Mantovani mi bloccò. E il Piacenza: la rinascita, in campo a quarant’anni. Sono stato fortunato, non ho mai avuto grandi infortuni e non mai avuto problemi muscolari. Cioè stiramenti, strappi. O menischi e altre cose di questo tipo. Solo alcuni buchi ai polmoni, solo pneumotorace… Il primo a Torino, nel 1991, Juve-Samp. Nell’intervallo dico a Boškov e al medico: “Mi fa male al petto e non riesco a respirare”. Boškov alza le spalle: “Non è niente, passa subito”. Torno in campo e dopo dieci minuti faccio segno alla panchina: “Non ce la faccio, non respiro”. Vujadin mostra l’orologio: “Dai, gioca mancano ancora cinque minuti”. Sono rimasto un’altra mezzora, sino alla fine”. Mi hanno visitato in diversi e liquidato con un sorriso: “Un po’ d’aria nello stomaco, la butti fuori e sei a posto”. Per fortuna poi sono stato visto da uno pneumologo che ha scoperto il buco. Così la seconda volta, una cosa simile. Dicevano di non preoccuparmi, che non era niente. La diagnosi me la sono fatta da solo, oramai ero pratico. Il terzo buco al polmone a trentasette anni Torino. Giocavo nella Juve. Robetta, sono tornato quindici giorni dopo».

4 commenti:

Andrea ha detto...

Forse è l'ultimo personaggio del calcio "di una volta" ad aver giocato anche nel calcio moderno. E ha dimostrato, anche se quarantennne nel Piacenza, di poterci stare dentro benissimo. Difficile, impossibile, fare classifiche di merito, ma credo che Vierchowod sia stato unico per forza fisica, velocità e applicazione. Quando ha smesso, anch'io ho smesso di seguire con attenzione il calcio.

Anonimo ha detto...

Grande ammirazione e rispetto per un professionista d'altri tempi. Altro che veline: s'allenava pure d'estate, da solo al mare. Ce l'ho avuto fisso al Fantacalcio dal '94 al 2002 e anche a 41 anni non mi ha mai deluso.

Alessio

Shady_Souleater ha detto...

Si può fare un confronto con Franco Baresi?

graziasonaso1978 ha detto...

....grandissimo ZAR..