sabato 16 novembre 2013

Jeno KAROLY

I primi allenatori stranieri cominciarono ad arrivare in Italia a cavallo degli anni Trenta: l’inglese Ging al Pisa; Smith, famoso fondatore della scuola alessandrina; Burgess del Padova; il grande William Garbutt, maestro del football genovese, che Vittorio Pozzo, quale Commissario Unico della Nazionale, chiamò più volte al proprio fianco quale allenatore degli azzurri. Erano anni durante i quali spopolava il gioco di scuola danubiana; era basato sulla perfezione della tecnica personale, svolto con preordinati schemi che risultavano sovente di rara efficacia. Gioco non fantasioso, ma molto redditizio; arrivarono, così, il boemo Nehaddoma, che fu anche un ottimo giocatore della Pistoiese; l’ungherese Koeszegy, della Lazio; ottimi istruttori viennesi come Fellsner, Mago avanti lettera, che fece le fortune del Bologna e Stürmer del Torino che fece parte anche della Juventus.
La società bianconera fu la prima che costruì un proprio campo di gioco, quello di Corso Marsiglia, inaugurato nel 1923; nonostante ciò, non aveva ancora intenzione di affidarsi ad un tecnico straniero. Aveva, sino ad allora, seguito criteri che si potrebbero definire artigianali e casalinghi; a cavallo della Grande Guerra, la squadra era stata tecnicamente e disciplinatamente diretta da soci volenterosi che, nell’incombenza, si avvalevano dell’esperienza acquisita giocando in prima squadra. Erano chiamati semplicemente accompagnatori ed il primo fu il signor Portigliatti, che aveva militato nelle formazioni sociali con un certo profitto.
Accompagnatore juventino fu anche Freilich, proveniente dal Casale, che finì poi per svolgere principalmente mansioni di massaggiatore. Un quasi autentico allenatore, la Juventus lo ebbe con l’ing. Guido Debernardi, che giocò anche in Nazionale, proveniente dall’ambiente granata. Debernardi, che era anche ufficiale del Genio militare in servizio permanente effettivo, pensò presto di dedicare le sue ampie cognizioni tecnico sportive alla costruzione specializzata d’impianti destinati ai più svariati sport.
Cosicché, il primo autentico allenatore che la Juventus ha avuto al proprio servizio deve essere considerato l’ungherese Jeno Karoly; il calcio italiano aveva avuto modo di conoscerlo in occasione delle tante partite internazionali che gli azzurri ebbero modo di giocare contro l’Ungheria, anche prima della Grande Guerra, in quanto questo eccezionale atleta era l’inamovibile mediocentro e capitano della rappresentativa danubiana. Contro l’Italia, questo autentico fuoriclasse, fu schierato come mezzo destro e, nel complesso delle sue prestazioni contro i nostri Azzurri, questo ungherese imponente e solido come un armadio, ci rifilò almeno un paio di segnature.
Lasciò la carriera agonistica allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e, dopo l’armistizio del 1918, iniziò un fortunato periodo di allenatore presso la società nella quale giocato, ossia quel M.T.K. di fama mondiale; il significato vero della sigla era Magyar Toerevecks Klub, cioè Club Polisportivo Ungherese. Anche sotto la guida di Karoly, l’M.T.K. seguitò a distinguersi nei tornei nazionali ed internazionali; così, insieme a quella del club, anche la fama del suo tecnico si diffuse in tutto il continente europeo ed anche oltre oceano.
La direzione juventina, che in quel tempo comprendeva persone molto competenti (come Edoardo Agnelli, il barone Giovanni Mazzonis, il geometra Piero Monateri, l’avvocato Enrico Crateri, tanto per citare i più importanti) capì che sarebbe stato un grandissimo colpo mettere la squadra a disposizione di quel valente tecnico e preparatore. Il compito fu molto facile, in quanto altri autorevoli componenti il consiglio direttivo, primi fra tutti i fratelli Ajmone Marsan, avevano larga cerchia dì affari commerciali con tutti i paesi dell’ex impero Austro Ungarico.
Così, nel 1923, Karoly si trasferì a Torino quale trainer, come si diceva allora, della squadra juventina; ma i suoi compiti non furono quelli di un semplice allenatore, andarono ben oltre, anticipando la figura di General Manager. Karoly arrivò alla Juventus all’età di trentotto anni; possedeva un tale fisico di atleta, oltreché scatto, velocità, scioltezza, per non parlare della grande abilità nel gioco, da renderlo addirittura migliore di parecchi giocatori juventini.
Era nato a Sopron, importante città dell’Ungheria, il primo marzo 1885. Si chiamava Jeno, ossia Eugenio; nome che, fra i magiari, è sempre stato molto diffuso, per la semplicissima ragione che era il nome del Principe Eugenio Francesco di Savoia, duca di Soisson che, benché nato a Parigi, era piemontese purosangue. Così Eugenio Karoly ebbe il destino di trasferirsi, dalle piane danubiane, proprio nella città originaria di quel valoroso condottiero, vincitore dei turchi a Zenta e dei francesi, nel 1706, a Rivoli. E, probabilmente, fu proprio per tale chiaro accostamento storico che Karoly scelse proprio la cittadina di Rivoli come abitazione.
Uscito da ottima famiglia, questo tecnico ungherese era di modi distinti ed elevata educazione; possedeva carattere rigido, vagamente autoritario, giusto nei rapporti con i giocatori, cordiale con tutti, anche se doveva esprimere qualche critica o distribuire un meritato rimprovero. Sapeva incutere rispetto ed obbedienza ed ebbe la squadra ben in pugno ben presto. Negli allenamenti era uno stacanovista; sovente portava i giocatori a compiere lunghe passeggiate fra Torino e Rivoli, alternando il passo alla corsa.
Se ci furono delle ostilità iniziali in quel clima di cocciuti solisti, Jeno Karoly le vinse con l’arma della persuasione; in brevissimo tempo si capì che le lezioni del trainer, praticamente illustrate di persona, giovavano a tutti, principianti ed anziani. Karoly gestiva l’allenamento sempre in modo molto serio, trascinato dalla sua natura focosa che contrastava, apparentemente, con la lucida calvizie. Era tutto un paradosso, il simpatico ungherese; portava il colletto duro e la bombetta in testa, ma aveva il fuoco in petto. Era calvo, ma con rigogliosi baffi neri; e più che le tradizionali “ciarde” della sua terra, amava la lirica di Verdi.
Subito dopo l’ingaggio, lavorò pazientemente sulle fondamenta, attento ai molteplici problemi della squadra; Karoly risolse molte situazioni tecniche e tattiche con coscienza e serietà. Caldeggiò l’ingaggio di Viola, ungherese nonostante il cognome, venuto in Italia con la sua squadra a giocare un paio di incontri amichevoli e subito acquistato dal Savona. Le frontiere calcistiche si erano aperte e subito, dai paesi danubiani e dal Sud America, arrivarono giocatori di talento. Viola andò ad affiancare Nabo Monticone ed il coriaceo Bigatto, sempre impavido e tetragono sotto il suo candido elmo di pezza.
All’inizio della stagione 1925/26, la Juventus perfezionò l’ingaggio di un altro giocatore ungherese, raccomandato proprio dall’allenatore Karoly; si chiamava Hirzer, era un biondino dal fisico possente, dalla corsa leggera e velocissima, dal tiro micidiale. Fu subito battezzato dai tifosi Gazzella; questo Hirzer era un ragazzino a modo e non poteva sopportare di scendere in campo con i capelli in disordine. Durante le pause del gioco, tirava fuori da un taschino un piccolo pettine e si ravviava i capelli; splendidamente affiancato dall’ala Torriani, muscolosissimo atleta che faceva il tornante per consentirgli di stare più avanzato, in quella stagione Hirzer mise a segno la bellezza di 35 reti, con una grazia ed una leggerezza che mandavano in visibilio il pubblico.
Anche la difesa si era notevolmente rafforzata: il gigantesco Allemandi aveva sostituito Novo e si era affiancato a Viri Rosetta, oramai stabilmente approdato al ruolo di terzino. In mediana c’era il solido novarese Meneghetti, oltre al rude e tenace Barale mentre, come mezzala destra, era stato ingaggiato un atleta fiumano, Vojak, maratoneta e stoccatore. Il jolly della squadra era il tarchiato Ferrero, giocatore di classe, abile come terzino, ma utilissimo anche come mediano e, all’occorrenza, come ala.
L’anno 1925 fu funestato da un evento tragico; era la prima domenica dell’anno ed i bianconeri avrebbero dovuto giocare il pomeriggio contro la formazione dell’Andrea Doria che aveva in porta il bravo Seghesio, oramai quasi condannato da una grave forma di tubercolosi. Improvvisa ed atroce giunse la notizia che nella notte era morto, per un aneurisma che aveva causato la rottura di un’arteria dilatata, Nabo Monticone.
Aveva solamente ventiquattro anni; il dolore provocato da questa notizia lasciò storditi i compagni di squadra; la società pianse la scomparsa di un atleta che stava affermandosi, di un ragazzo dal cuore d’oro.
La Juventus iniziò, così, il campionato 1925/26 con la ferma decisione di conquistare un successo di prestigio e dedicarlo alla memoria del povero Monticone. I bianconeri vinsero il proprio girone con otto punti di vantaggio sulla Cremonese; nel secondo girone si affermò il Bologna, dopo una dura lotta con il Torino, che era finito al secondo posto. La vittoria dei rossoblu era stata decisa nel confronto diretto tra le due squadre. I granata erano andati presto in vantaggio di due reti; poi il loro portiere Latella, gettandosi in tuffo, era stato duramente colpito da un avversario che gli mise fuori uso una spalla e lo costrinse ad abbandonare il terreno di gioco.
Ridotti in dieci, i granata avevano ceduto per 3-2; la sconfitta aveva amareggiato ed indisposto il loro pubblico a tal punto che accadde un fatto più unico che raro nella costante ed irriducibile rivalità tra juventini e granata. Nel momento decisivo di quel campionato, i tifosi granata sostenettero apertamente la Juventus, in odio ai bolognesi che li avevano estromessi dalla lotta per il titolo.
L’11 luglio 1926 si giocò il primo incontro di finale a Bologna. A metà della ripresa i bianconeri, in giornata di scarsa vena, perdevano per 0-2, ma furono rimessi in gara, grazie ad una doppietta realizzata da Hirzer. Il 25 luglio nella partita di ritorno, benché Karoly avesse ritoccato la formazione inserendo Rosetta all’attacco al posto di Pastore, oramai abbandonatosi alla carriera cinematografica, la squadra, ancora una volta in pessima giornata, non era riuscita a penetrare nelle maglie della difesa del Bologna; la gara si chiuse, così, a reti inviolate.
Rosetta disse, commentando quell’opaca prestazione, che la colpa era del ritiro che l’aveva preceduta, usanza che a quei tempi ancora non si conosceva. Ma doveva trattarsi piuttosto di una di quelle sciaguratissime domeniche, di cui ogni tanto si rinfresca la tradizione, dove la ricerca di un goal, un solo modesto ed indispensabile goal, pare il travaglio di un parto ritardato.
L’assegnazione del successo finale sarebbe stato affidato ad un terzo incontro. L’allenatore Karoly era diventato molto nervoso, non riusciva a dominarsi e trattava tutti con estrema durezza; tutto il suo lavoro, le cure, le speranze di un successo accuratamente preparato rischiavano di andare in fumo. Il tecnico ungherese appariva distrutto; aveva tanto sofferto ed urlato nel corso dei novanta minuti di Torino che, all’improvviso, apparve invecchiato.
L’ansia e la disperazione fecero sì che, quattro giorni dopo, Jeno Karoly fosse stroncato da un infarto; alla cerimonia funebre, tutti, amici ed avversari, si strinsero con affetto intorno alla moglie Juliska Sonnenthal ed ai figli Katò e Pisti.
Il primo agosto a Milano, una Juventus letteralmente disperata per un senso di colpa che aggravava e tormentava il suo dolore, ruggì come un leone ferito e sconfisse il Bologna, al termine di una prova atleticamente e tecnicamente insuperabile. In tribuna la moglie e la figlia dell’allenatore scomparso assistevano alla partita; questa presenza fu, per i giocatori bianconeri, una spinta morale infinitamente maggiore di quella che ricevette il Bologna dai suoi tifosi, calati in massa allo stadio milanese.
I due ungheresi, Viola ed Hirzer, ma anche Vojak e Bigatto s’impegnarono allo spasimo, come se con quella loro prova gagliarda avessero potuto riportare in vita l’amico scomparso. Viola, al centro della mediana, pareva una torre; faceva il vuoto intorno a sé, frantumava ogni tentativo d’attacco dei giocatori rossoblu e rilanciava continuamente i compagni all’offensiva.
La Juventus si affermò con il risultato di 2-1; le reti bianconere vennero firmate da Vojak e Pastore. Quella sera, al ritorno della squadra da Milano, alla stazione di Porta Susa, tifosi bianconeri e granata, fraternamente uniti, portarono in trionfo i nuovi Campioni d’Italia. Dopo la vittoria sul Bologna, rimanevano da giocare ancora due partite contro la squadra dell’Alba di Roma, che aveva vinto il girone eliminatorio della Lega Sud. Senza fatica, la Juventus si impose nei due confronti, realizzando un complessivo 12-1 (7-1 a Torino e 5-0 a Roma).
Jeno Karoly è ricordato alla Juventus con rispetto e quasi venerazione, come uomo giusto, bene educato, atleta dì classe ed insegnante di calcio, come ce ne furono pochi in Italia. Conosceva tutte le sfumature del gioco e sapeva insegnarle. Mario Meneghetti, che nella squadra a quel tempo era il più anziano, perché nato nel 1893, ebbe modo di confessare ad un amico: «Credevo di sapere giocare bene di testa fino a quando il signor Karoly non mi ha spiegato i miei difetti e non mi ha corretto».
E se si considera che il novarese Meneghetti è stato il mediocentro che, nel calcio italiano, meglio primeggiava nel gioco di testa, ci sembra che tale confessione sia il migliore elogio e riconoscimento alla sua bravura di tecnico e d’istruttore; cosa che del resto nessuno ha mai messo in dubbio.

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