mercoledì 4 maggio 2016

Rubén OLIVERA


Uruguagio di Montevideo, sponda Danubio, classe 1983, arriva alla Juventus nel 2002, quando è poco più che un ragazzino. È molto difficile trovare spazio in una squadra che Lippi sta pilotando verso il secondo titolo consecutivo, senza perdere di vista la Champions League. E proprio in questa competizione, nella trasferta di Kiev a qualificazione già conquistata, gli toccano spiccioli di gloria. Siamo nel novembre 2002, la stagione è appena decollata e per il centrocampista, che ha grinta da vendere e un talento tutto sudamericano, sembrano aprirsi spazi importanti. Purtroppo per lui, Lippi ha alternative valide e di esperienza e la sua stagione si conclude con poche apparizioni. Chiede e ottiene di trovare una squadra per farsi le ossa, magari all’estero. Lo accoglie in prestito l’Atletico di Madrid, ma anche qui gli spazi sono pochi.
Nell’estate del 2004, arriva alla Juventus Fabio Capello; Rubén è fresco di vacanze e, quindi, con lo spirito giusto per dare il meglio di sé. Don Fabio lo vede all’opera nelle amichevoli precampionato e lo conferma; una scelta felice, che il ragazzo contraccambia innestando le marce alte e dando da subito un senso nuovo al proprio gioco. Sostituisce Camoranesi nel preliminare di Champions League, contribuendo in modo importante al superamento del turno. È un giocatore nuovo, notevolmente maturato, sia tecnicamente che tatticamente e non tarda a emergere. Prima giornata di campionato, a Brescia, entra nella ripresa al posto di Del Piero e trova il mondo di rendersi utile a tutto campo, non sulla fascia destra, nella quale è spesso schierato da Capello. Titolare contro l’Atalanta, gioca pezzi di gara praticamente ogni domenica, rilevando di volta in volta Nedved, Camoranesi, Pessotto oppure Zalayeta.
Ma il primo, vero giorno di gloria è una fresca serata di novembre, quando al Delle Alpi arriva la Fiorentina. La Juventus capolista fatica tantissimo per segnare e lo 0-0 resiste per oltre un’ora, finché Rubén sblocca il punteggio, irrompendo di destro su un calcio d’angolo di Camoranesi; è il goal-partita. Ed è doppiamente protagonista qualche domenica dopo, Juventus-Lazio sempre a Torino. Vantaggio laziale di Pandev, un gran goal, ma la replica è veemente; ancora Olivera, sempre su assist di Camoranesi, pareggia il conto con un perfetto colpo di testa. Sarebbe festa grande se di lì a poco non si infortunasse in modo serio; un mese di stop e poi nuovamente in campo. A Bergamo, nella prima di ritorno, sfrutta al meglio un pasticcio della difesa atalantina andando nuovamente a segno. Ed è decisivo a Verona, il 13 marzo, nell’ostica trasferta sul campo del Chievo, quando a una manciata di minuti dalla fine, sfrutta un altro errore difensivo per infilare il goal dell’1-0. Bravo a sostituire Del Piero in un’altra delicata trasferta, contro la Lazio, Rubén chiude la stagione con un contributo significativo alla conquista del ventottesimo scudetto.
Durante il secondo anno di Capello, le cose non vanno altrettanto bene; il mister lo utilizza con il contagocce, tanto che fa sparire le sue tracce. A fine stagione, infatti, è ceduto alla Sampdoria, per rientrare a Torino nell’estate del 2007. Nel mercato invernale si trasferisce in Uruguay, al Peñarol e, dopo aver fatto ritorno in bianconero alla fine della stagione, ritorna a Genova, sponda rossoblu, nuovamente in prestito.


ENRICA TURCHI, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 2004
Sorpresa, rivelazione, chiamatelo come volete, fatto sta che Rubén Olivera ora è una realtà, uno dei giocatori emergenti di una Juventus che guarda al presente, senza trascurare la crescita di giovani campioni che di questa squadra rappresentano il futuro. Per farne parte bisogna avere spiccate doti calcistiche, caratteriali, tanta pazienza e voglia di imparare. Qualità che l’uruguagio, soprannominato dai compagni Pollo (inteso come pulcino) fin dai tempi del Danubio perché era il più giovane, possiede in grande quantità. Ventuno anni, da tre in bianconero con una parentesi in prestito all’Atletico Madrid, Olivera ha fatto il salto di qualità con l’arrivo di Fabio Capello, che ha individuato in lui un giovane su cui puntare. «Dopo i sei mesi vissuti in Spagna, dove non ho giocato quasi mai, perché fin dal mio arrivo sapevo che la squadra era già fatta, è arrivata la convocazione della Juventus per il ritiro estivo. Sinceramente non sapevo cosa mi aspettavo, potevo rimanerci anche solo cinque giorni e poi finire in prestito. Invece ecco la bella sorpresa. Con un nuovo allenatore ovviamente si ricomincia tutti da capo, e soprattutto con un mister come Fabio Capello che non guarda in faccia a nessuno, non sceglie a priori i giocatori ma manda in campo chi in allenamento gli ha dato risposte migliori. In questa condizione ognuno può giocarsi le proprie carte ed io l’ho fatto. Così il mister ha iniziato a utilizzarmi nelle diverse amichevoli e alla fine dell’estate mi ha detto che contava anche su di me e che sarei rimasto qui».
Cosa hai provato? «Una grandissima gioia, potete immaginare».
In che cosa ti senti cambiato rispetto agli altri anni? «Sicuramente i due anni precedenti in bianconero e l’esperienza in Spagna mi sono serviti, soprattutto a livello caratteriale. Adesso sono più sicuro di me. Poi, il fatto di avere la fiducia dell’allenatore e dei compagni ti fa sentire più protetto, più sicuro e in campo anche più sciolto».
È per questo che possiamo apprezzare le tue doti, soprattutto nei tiri dalla distanza? «Sicuramente, perché mi sento libero di provare a fare quello che so, è una bella sensazione».
Questa fortuna però te la stai costruendo con il duro lavoro, vero? «Certo, infatti oltre all’allenamento regolare che faccio assieme ai compagni agli ordini di Capello e Corradini, mi fermo sempre di più sul campo con Galbiati, assieme ad altri giovani che come me devono ancora migliorare».
Che cosa vi fa fare mister Galbiati? «Lavoro di tecnica e di perfezionamento, è una splendida persona, che sa insegnare e con il quale si è instaurato subito un ottimo rapporto».
Che dire degli allenamenti con Capello? «La sensazione è che tutti abbiano una gran voglia di fare e questo è sicuramente merito del mister, che è molto attento durante le sedute di lavoro, vede tutto e pretende molto, perché vuole che arriviamo alla partita al 100% della forma fisica e mentale. Devi dare tutto te stesso, senza risparmiarti».
Quest’anno stai anche sperimentando un nuovo ruolo. «È vero, non avevo mai giocato da esterno destro, in passato ero trequartista. Invece sono molto felice del ruolo che mi ha assegnato Capello, mi piace molto e penso di non averci messo molto ad abituarmi».
Anche in Nazionale c’è stato il salto di qualità. «Sì, dopo la bella esperienza con le Nazionali minori, ora sono nella maggiore, allenata da un nuovo mister, Jorge Fossati, molto bravo e di grande esperienza, visto che ha lavorato sia in Uruguay sia in Ecuador. Sono sicuro che faremo bene, anche perché il suo progetto è quello di unire forze giovani a giocatori di grande esperienza come Recoba e Montero, che, infatti, dopo essersi ritirato è tornato a vestire i colori della Celeste».
A proposito di Paolo. Quanto è stato importante per te in questi tre anni in bianconero? «Direi che è stato fondamentale. Sono arrivato qui giovanissimo, da un altro continente, senza sapere la lingua. Era difficile, ma lui qui alla Juventus è stimato da tutti, quindi mi ha subito inserito nell’ambiente, me ne ha spiegato le regole e tutto è stato molto più semplice. In poche parole, diciamo che mi ha fatto sentire a casa».
E poi c’è l’amicizia con Zalayeta. «Certo, con Marcelo c’è un ottimo rapporto e anche lui mi è stato di grande aiuto nell’ambientamento a Torino».
Oggi come la vivi questa città? «Bene, anche perché, a parte i compagni di squadra, ho conosciuto tanti ragazzi del mio paese che sono qui a lavorare e abbiamo stretto una bella amicizia. Ci troviamo spesso, andiamo a cena assieme, o a casa uno dell’altro, e tentiamo di ricreare l’ambiente che si vive in Uruguay, che è molto diverso da quello torinese».
Ti manca la tua famiglia? «Ovviamente sì, ma l’allontanamento non è stato un trauma, visto che già dall’età di quattordici anni vivevo fuori casa».
Dove? «Sempre a Montevideo, dove viveva e abita tuttora la mia famiglia, ma nella scuola calcio del Danubio. Eravamo tutti ragazzi delle giovanili, l’ambiente più adatto per far strada nel calcio professionistico».
La tua famiglia viene spesso a trovarti? «No, vado io in Uruguay approfittando delle convocazioni in Nazionale. I miei genitori sono là con, le mie tre sorelle e mio fratello, che gioca nel Danubio e nella Nazionale Under 17».
Tuo papà era giocatore? «No, lo era mio nonno».
Qui a Torino c’è la tua bimba. «Sì, Naieli, che ha quasi un anno. Però la piccola e la mia fidanzata non vivono con me ma in Spagna, perché noi siamo sempre in giro a giocare e lei preferisce stare con la sua mamma che le dà una mano con la bimba. Ovviamente vengono spessissimo a trovarmi».
Raccontaci l’Olivera privato in poche parole. «Come ho detto, mi piace molto passare il tempo con gli amici uruguagi. Quando sto a casa guardo qualche film in DVD, ma soprattutto calcio, calcio e ancora calcio. Sono attrezzatissimo, vedo le partite di tutti i campionati, è un divertimento, una passione, ma anche un lavoro, perché sono convinto che mi serva».
Anche quando eri ragazzino guardavi il calcio in TV? «Sì, ti parlo di cinque o sei anni fa. I miei idoli erano Rivaldo, Zidane e Del Piero».
Ora il ragazzino è cresciuto e i suoi idoli di ieri sono diventati gli avversari di oggi. O addirittura i suoi compagni di squadra. Bel colpo, Pollo, avanti così.


MIRKO DI NATALE, TUTTOJUVE.COM 26 OTTOBRE 2016
«Dopo Firenze, ho giocato a Brescia e ho vestito la maglia del Latina per un anno e mezzo. Non ho rinnovato e ho avuto, diciamo, una discussione col Presidente. Si parlava di Salernitana e Benevento, ma nulla di fatto. È stranissimo, davvero strano, anche perché oramai non guardano più quello che fai in campo». Inizia così la chiacchierata con Ruben Olivera, El Pollo che vestì il bianconero per cinque stagioni (dal 2002 al 2007) giocando con grandi compagni sotto la guida di due grandi tecnici come Marcello Lippi e Fabio Capello. La Redazione di TuttoJuve.com lo ha contattato telefonicamente per parlare della sfida di questa sera e non solo. Buongiorno Ruben, che sfida ti aspetti questa sera? «La Juve, dopo la sconfitta col Milan, vuole rimettersi subito in moto e dovrà stare attenta perché la Sampdoria è una squadra molto quadrata con Giampaolo. I bianconeri sono favoriti, ma non sarà una partita così scontata come lo è sulla carta».
Uno dei giocatori che è ritornato quest’estate è Juan Cuadrado. Tu hai giocato con lui a Lecce quando era alla prima vera esperienza in Italia. Che ricordi hai di lui? «Era già fortissimo a Lecce, ma ora è cresciuto molto ed è molto maturato. Il primo anno che l’ho conosciuto faceva fatica a fare la fase difensiva, ma ora sa farle molto bene ed è un calciatore che spacca la partita quando è in giornata. La Juve ha fatto bene a riportarlo a Torino, in Champions il suo apporto potrà servire tanto. Anarchico? È uno a cui piace giocar la palla. Nell’uno contro uno lo ritengo uno dei migliori».
In Champions come la vedi? Potrebbe esser l’anno buono per la Juve? «Io sostengo che questo sarà l’anno buono per la Juve, perché hanno sostituito Morata con un attaccante d’esperienza come Higuaín che fa tanti goal. Con il suo acquisto e mettendo in ordine il centrocampo, la Juve può arrivare tra le prime otto e poi pensare ad arrivare in finale».
Poi Gigi meriterebbe finalmente di alzare quell’agognata Champions che gli è sempre sfuggita… «Gigi si merita tutto. È una persona spettacolare, un serio professionista. Un vero signore. Spero possa giocare il Mondiale e che possa vincere tutto ciò che si è meritato in campo. Pallone d’Oro? Nel 2006 dovevano vincerlo in due: lui e Cannavaro. Lo meritava anche dopo la finale persa di Berlino. Si guarda tanto agli attaccanti, anche perché un difensore lo vince ogni trent’anni come è successo a Fabio. Spero possa vincere la Champions e successivamente vincere il Pallone d’Oro».
Che ricordi hai del giovane Buffon conosciuto alla Juve? «Una persona molto simpatica, molto allegra. In quel periodo era con gente molto più grande di lui, come Ferrara, Montero, Conte. Non era ancora un leader, ma era un uomo importante per la squadra. Negli anni quando sono andati via tutti i giocatori d’esperienza, lui è rimasto li. Posso dire solo cose buone su Buffon».
Sul tuo periodo in bianconero, cosa mi puoi raccontare? «Ho ricordi bellissimi di quell’esperienza. Ho avuto la fortuna di giocare, di vincere tre scudetti di cui due tolti, di conoscere e di giocare assieme a giocatori spettacolari come Del Piero, Camoranesi, Thuram, Ibrahimović. Ho un po’ di rimorso, perché potevo comportarmi meglio e magari fare qualche anno in più. Solo questo».
Dopo la Juve, sei andato alla Samp nell’anno di Calciopoli. Un giocatore della tua esperienza, però, poteva servire a quella squadra… «Feci tutto il ritiro con Deschamps, l’idea di restare c’era anche perché stavo giocando con continuità nelle amichevoli. Da un giorno all’altro, la società mi disse che volevano restare con pochi giocatori dell’anno precedente e mi chiesero di andare a giocare in prestito in Serie A. Venivo dall’ultimo anno di Capello dove non avevo mai giocato per via degli infortuni e fu su questo che gli allora dirigenti bianconeri fecero leva. “Un anno di prestito e poi torni alla Juve”, questo fu l’accordo».
E così fu Sampdoria… «Mi trovai molto bene, ma avevo un carattere molto particolare. Ero un vero peperino. Da giovane fai tante cavolate, per fortuna poi sono maturato. Giocai anche nella Genova rossoblu sotto la guida di Gasperini».
Che aria si respirava in quella Juve in cui hai giocato tu e che meritava la Champions? «Nei due anni di Capello uscimmo contro due squadre inglesi (Liverpool e Arsenal ndr) ai quarti di finale, c’era stata poca differenza. Sono convinto che senza Calciopoli, la Juve avrebbe raggiunto almeno la finale. Era una squadra troppo forte quella; il campionato lo vincevi con dieci punti di distacco ipotecandolo già a marzo, non giocava benissimo ma era una squadra di uomini».
C’è un aneddoto che mi puoi raccontare di quel periodo? «Guarda, ne parlavo giusto ieri con un ex calciatore. Quando arrivava Capello, chiedeva a Camoranesi il perché non si allenasse bene. Mauro era così: non si allenava a grandi ritmi, era molto tranquillo ma in partita era instancabile, ha sempre giocato. Impressionante. Sono virtù, queste, che si vedono molto raramente. Il mister lo stuzzicava, gli diceva che se non correva e non si allenava come tutti gli altri non lo faceva giocare. Lui acconsentiva, gli rispondeva “va bene” e la partita che disputò successivamente venne eletto il migliore in campo. Capello era stupito di ciò, infatti ripeteva che non aveva mai avuto un giocatore come l’italo-argentino. Io se non davo il massimo, non toccavo nemmeno la palla».
Si ringrazia Ruben Olivera per la gentilezza e la disponibilità e un grosso in bocca al lupo da parte di tutta la nostra Redazione per il prosieguo della sua carriera sperando presto in un nuovo impiego.

2 commenti:

Giuliano ha detto...

Ogni tanto appare, magari fa dei gol favolosi, poi sparisce, sommerso, si dubita perfino che sia mai esistito... Fece delle belle cose nelle sue prime apparizioni, poi chissà.
Da questo punto di vista, se c'è uno che si merita l'aggettivo "mitico" è proprio Ruben Olivera: come nei miti antichi, si intravvedono cose favolose ma poi, in fin dei conti, chi sa.
:-)

Anonimo ha detto...

Beh da genoano posso dire che Ruben non era male neanche come centravanti (da noi giocava in quel ruolo). Fu sfortunato ad arrivare al Genoa in una stagione in cui aveva davanti uno come Milito.
Quest'anno, vedendo al centro del nostro attacco giocatori mediocri (Acquafresca) infortunati (Suazo e Figueroa),svogliati (Floccari) acerbi (Boakye) o pronti per la pensione (Crespo) tante volte avrei voluto indietro Il Pollo!