venerdì 13 maggio 2016

Adriano BONAIUTI


Nasce a Roma, il 7 maggio 1967. Arriva alla Juventus nell’estate del 1989. Riserva di Tacconi, riesce a totalizzare solamente una presenza, in Juventus-Cremonese 4-0 dell’8 aprile 1990.

ADALBERTO SCEMMA, “HURRÀ JUVENTUS” DICEMBRE 1989
Portieri non si nasce, si diventa. Ci sono tre strade: o si è i più brocchi della compagnia e allora si va dritti tra i pali senza fiatare; o si è i più piccoli e allora le eventuali proteste rimangono inascoltate; oppure si ha un fratello maggiore che avendo più vissuto, maturato e filtrato esperienze analoghe, ha pensato bene di adattarsi alla situazione sino a diventare portiere sul serio. In questi casi si finisce tra i pali per tradizione familiare o semplicemente imitazione, com’è successo ad Adriano Bonaiuti.
«Mio fratello Marco – dice raccontandosi – ha cominciato a giocare in porta sin da bambino, nel cortile sotto casa nostra. Abitavamo a Roma in un quartiere popolare, il Tiburtino. Tutta gente semplice, gente che lavora. Io stavo a guardare Marco, mi entusiasmavo quando si tuffava tra i piedi degli attaccanti e naturalmente sognavo di emularlo. Possedeva i guanti veri e anche le ginocchiere, tutte cose che agli occhi di noi bambini avevano un certo fascino. Qualche volta me li prestava, per tuffarmi sull’asfalto, altre volte ero io che gliele rubavo. È stato così che mi sono ritrovato portiere. Ho cominciato a giocare nell’Artiglio, una squadretta giovanile, senza ambizioni particolari, per puro divertimento. Mio fratello? Marco si è sempre applicato con molta serietà ed è salito lentamente di categoria. Adesso gioca nel Bastia, in Umbria, Interregionale».
Il gioco del calcio vissuto in piena libertà, dunque, senza l’assillo della carriera a tutti i costi. Anche per questo Adriano Bonaiuti ha assorbito con molta disinvoltura, sei anni fa, la bocciatura della Roma, al termine di un provino affrontato in punta di timidezza. La Roma stava vivendo gli anni di Falçao e dello scudetto, il vivaio era fiorente e i portieri di valore non mancavano, a cominciare da Gregori: «Finii a Cesena e mi sembrava già una grande conquista, anche se la mia presenza si limitava al settore giovanile. Una buona esperienza, prima di passare l’anno dopo a San Benedetto del Tronto, in una società che è stata in questi ultimi anni una fucina di portieri».
A contribuire in maniera determinante alla maturazione di Bonaiuti è stato naturalmente il mago Persico, un tecnico specializzato in portieri che si è trasferito proprio in questa stagione alle dipendenze del Bologna. Persico ha avuto un buon passato come atleta (ha giocato nella Spal ai tempi di Massei e poi nella Reggina), ma le soddisfazioni maggiori le ha assaporate probabilmente in veste di allenatore. «Alla sua scuola si sono formati Zenga, Di Leo, Martina, Coccia, Bianchi e Ferron, oltre naturalmente al sottoscritto. L’idea della Sambenedettese, ricordo, mi aveva sorriso anche e soprattutto per la possibilità che mi veniva offerta di lavorare con Persico, una specie di portafortuna, oltre che un grande maestro. Persico mi ha aiutato a credere in me stesso, mi ha insegnato i trucchi del mestiere, mi ha fatto capire che il calcio professionistico, con un minimo di applicazione e un po’ di fortuna, avrebbe anche potuto diventare una realtà. Il resto arriva da solo, con naturalezza. Nel mio caso ho avuto la fortuna di debuttare in Serie B, due anni fa, e di ritrovarmi praticamente titolare l’anno successivo. Ho giocato trentuno partite complessive senza essere sostituito e ho avuto anche la soddisfazione di essere convocato da Brighenti per l’Under 21 cadetta. Una stagione da mettere in cornice, rovinata però dalla retrocessione della Samb. Trovarsi in Serie C non è davvero piacevole, è addirittura un trauma».
Dalla Serie C, invece, alla A, vissuta per due volte in un colpo solo. Acquistato dal Verona grazie ai buoni uffici di Franco Landri, suo grande estimatore, Bonaiuti si è ritrovato, infatti, alla Juve quasi senza preavviso in cambio dell’eterno Luciano Bodini. Una decisione a sorpresa che Bagnoli ha giustificato con molta onestà. «La Roma ci aveva proposto Peruzzi in cambio di Cervone e a questo punto, una volta concluso l’affare, non ho ritenuto opportuno cominciare il campionato con due giovani. Bonaiuti e Peruzzi sarebbero entrati presto in rotta di collisione e nessuno dei due ci avrebbe guadagnato».
Proprio vero? Chissà. L’anno prima, a San Benedetto, Bonaiuti era riuscito a vincere senza troppa fatica il duello con un altro emergente, Sansonetti. L’idea della sfida avrebbe potuto stimolarlo, e invece. «E invece eccomi qui a vivere addirittura un sogno. Arrivare alla Juventus a ventidue anni soltanto è qualcosa che esula dagli obiettivi che mi ero prefisso. Ho un’età che mi consente di rimanere in panchina senza troppi problemi, visto che da un maestro come Tacconi ho molto da imparare. L’esperienza si fa soprattutto giocando? D’accordo ma credo sia importante anche vivere da vicino, prima di diventare protagonisti, l’emozione del grande calcio. Ci sono delle tappe di avvicinamento, insomma, che rendono più facile il cammino. E poi c’è Zoff, che per me rimane un mito».
Deve essere stata, quella dell’incontro con Dino Zoff, un’emozione indimenticabile. «Ho avuto persino la tentazione di chiedergli l’autografo, ma poi ho pensato che forse era sconveniente. Questo per dire la stima e l’ammirazione. Quanto a me, credo che il fatto di essere allenato da Zoff rappresenti uno stimolo costante. Sono convinto che il lavoro alla fine paghi ed io non sono certo il tipo che si tira indietro».
Come vivo Adriano Bonaiuti, la sua vita al di fuori del calcio? Il ragazzo si annuncia di una semplicità quasi disarmante. È un timido e ha un carattere molto dolce, riflessivo. Gli manca la famiglia e non ne fa mistero. «Ai miei sono molto legato. Mio padre lavora presso il Poligrafico dello Stato, mia madre invece sta in casa e fa il tifo per me, naturalmente. E poi c’è Chiara, la mia ragazza».
Chiara è di San Benedetto del Tronto, ha gusti semplici e anche per questo è entrata dritta nel cuore di Adriano. Il matrimonio rientra nei programmi ma prima bisognerà mettere le radici alla Juve, confermare le promesse, buttare un occhio oltre la soglia del futuro. «So benissimo che questo sarà per me un anno importante, fondamentale. Non voglio sprecare l’occasione per maturare una grossa esperienza e per diventare grande anche come uomo. Dovrò imparare ad avere pazienza. Saper aspettare senza fretta, senza anticipare i tempi, è indice di saggezza. Spero che mia madre me ne abbia consegnata una buona scorta».

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