giovedì 18 giugno 2020

Fabio CAPELLO


La storia che Fabio Capello ama raccontare da una vita è quella del famoso “non passaggio” al Milan. Vero che poi ci sarebbe arrivato sulla soglia dei trent’anni, a vestire i colori rossoneri, ma quella volta, quando venne a cercarlo Gipo Viani in persona, lui era appena un ragazzino.
Giocava a Pieris, il paese natale. La sua giornata era fatta di casa, scuola e pallone. Insomma, il ragazzo doveva saperci fare se il grande Gipo si mosse personalmente fino a quel paese lontano dai riflettori del grande calcio. E nella casa dei Capello, a Pieris, si sedette a un tavolo davanti a un bicchiere di rosso forte, di fronte a papà Guerrino, maestro elementare. Che gli fece capire senza troppi giri di parole che questa volta era arrivato secondo. «Mi dispiace – allargò le braccia il maestro – ho già dato la mia parola alla Spal».
Abbastanza, per fermare Viani? Nemmeno a parlarne. Si discute, ma il maestro resta fermo come un palo di fronte all’uomo che ha costruito il primo Milan europeo. E Viani sbotta. «Insomma, faccia qualcosa, dica a Mazza che quel giorno era confuso, che non era in sé. Inventi una scusa, dica che aveva bevuto». Fine delle trasmissioni. Il maestro si alza e gentilmente, ma con fermezza, accompagna l’ospite alla porta. «Ho dato la mia parola. La mia parola».
Storia semplice e genuina, che colora a tinte forti l’infanzia e la giovinezza di Fabio Capello, e ne porta a vista le radici. Storia di benedetta testardaggine e di giustificato orgoglio, quelli che il maestro Guerrino ha trasmesso a questo figlio che poi di strada nel calcio ne ha fatta parecchia, da giocatore e da tecnico.
Un passo indietro. Fino al giugno del ’46, fino a un’estate lontana nel sole secco e radente del Nord. Pieris è un paese di pianura, in provincia di Gorizia ma a metà strada tra Trieste e Udine. Un posto di confine. Quelli del posto sono chiamati “bisiachi”, perché sono strizzati in mezzo a due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. Da “bis aquae”, che significa letteralmente tra le due acque. Gente abituata a stare in equilibrio, a camminare sul filo dei sacrifici, vivendo a metà strada tra montagna e mare, tra la cultura contadina del profondo Friuli e quella mercantile di Trieste.
In mezzo, e sulla linea, anche geograficamente: tra cultura latina, tedesca e slava. Una terra di confine, o meglio di frontiera. Lì cresce il talento del piccolo Fabio. Nel Pieris, la squadra per cui ha giocato, all’epoca in Serie C, anche papà. Il ragazzo ha appena 16 anni quando Paolo Mazza, mago del calciomercato e mecenate della Spal, gli mette gli occhi addosso.
Mazza è reduce dall’infausta avventura ai Mondiali ’62 in Cile, dove ha ricoperto il ruolo di commissario tecnico azzurro insieme a Ferrari. Bussa alla porta di papà Guerrino un attimo prima di Viani, come si è detto. E il maestro ha una parola sola.
Fabio va alla Spal e nelle casse del Pieris finiscono due milioni. Un anno nella Primavera di G.B.Fabbri, e finalmente il debutto in Serie A, nella stagione 1963-64. 4 partite in tutto, tra un’interrogazione e l’altra all’istituto per geometri. Quell’anno la Spal finisce in Serie B ma Mazza la fortifica per l’immediata risalita.
E quando, nella stagione 1965-66, i biancazzurri si riaffacciano sulle grandi ribalte del calcio italiano, Capello è già un punto di riferimento del centrocampo. Talmente sicuro di sé ed equilibrato da essere promosso, a 19 anni, rigorista della squadra. Non è una Spal fatta di grandi nomi, ci sono i giovani Capello e Reja, c’è la “chioccia” Bagnoli. Un gruppo concreto, quello che occorre per raggiungere la salvezza.
La stagione successiva è piena di tribolazioni: Fabio ha un ginocchio ballerino, perde mezza stagione. Senza quel ragazzo che ormai è un pilastro, la struttura cede, e la Spal scivola di nuovo in Serie B. Lui questa volta non ne segue i destini. Passa un treno importante, per il ragazzo di Pieris: lo vuole la Roma, che sta costruendo il futuro attraverso una serie di importanti colpi di mercato. In quella stagione, il 1967-68, arrivano il brasiliano Jair, Scaratti e Pelagalli, Giuliano Taccola e un gruppo di giovani speranze: Cordova, Cappellini, Ferrari e, appunto, Capello.
La Roma è nelle mani del “mago di Turi”, al secolo Oronzo Pugliese, tecnico che nel bene e nel male non passa inosservato. Parte forte in campionato, ma presto ridimensiona i sogni di gloria e chiude la stagione all’undicesimo posto. In quel primo anno capitolino, Capello è ancora alle prese con i problemi fisici e tocca il campo soltanto 11 volte.
Nell’estate successiva la voglia di grandezza dei tifosi giallorossi sembra autorizzata dall’arrivo di un altro Mago, questa volta quello con la “m” maiuscola. Helenio Herrera dà fiducia a Capello, ne fa il perno della squadra che ruota interamente intorno a lui.
«Come calciatore – ricorda da sempre il nostro – devo molto a Herrera. Lui ha creduto in me, mi ha insegnato tante cose e mi ha fatto maturare tatticamente. Penso sia stato il più grande allenatore mai venuto in Italia, quello che ha fatto maturare il nostro calcio».
In campionato la Roma non va oltre l’ottavo posto, ma trionfa in Coppa Italia anche grazie alla doppietta che Fabio segna nell’ultima partita del girone finale, contro il Foggia. È destino che sia una Roma che sorride in Coppa, poiché anche la stagione successiva regala un anonimo undicesimo posto in campionato ma fa sognare il popolo giallorosso in Coppa Coppe: la squadra arriva alla semifinale e solo un sorteggio sfortunato la elimina, a vantaggio dei polacchi del Górnik.
È la terza stagione di Fabio nella Capitale. L’ultima. La presidenza della società è passata dalle mani di Evangelisti a quelle di Ranucci e poi di Alvaro Marchini, che ha grandi progetti ma per rifondare decide di liberarsi dei suoi gioielli. Mette sul mercato Spinosi, Landini e Capello, scatenando le ire della piazza. E dello stesso Herrera che, almeno a parole, si oppone alla triplice cessione. Le smentite si moltiplicano, ma alla fine l’affare va in porto.
Capello dice addio alla Roma dopo 62 partite in campionato, 11 in Coppa Italia, 8 in Coppa delle Coppe. Ha lasciato il segno, con la sua classe e il suo modo di stare in campo.
«Era un ragioniere del centrocampo – ricorda Fausto Landini – aveva piedi perfetti e un carattere forte che ne fece un leader da subito, nonostante la giovane età. Scendeva sempre in campo per vincere, e per stimolare i compagni non esitava a discutere con loro durante la partita. Fuori, naturalmente, tornava il ragazzo più tranquillo di questo mondo».
L’esplosione definitiva di Fabio avviene con la maglia bianconera, che era stata, fra gli altri, di Giovanni Ferrari al quale lo paragonano. Gli è affibbiato il nomignolo di Geometra, perché la visione di gioco è completa, il campo è tenuto sotto controllo e dominato, quasi come se Fabio avesse la possibilità di vedere quel che accade dall’alto, in postazione sopraelevata.
Capello fa il direttore d’orchestra, tagliando quelle fette inutili del campo per far giungere la palla al compagno il prima possibile: il lancio è millimetrico e intuitivo, il corridoio smarcante colto con frequenza, persino il tiro a rete è spesso potente e preciso. Ha la grande capacità di capire, dopo cinque minuti di partita, da che parte gira il fumo e di piazzarsi al posto giusto.
Non sono pochi i goal che Capello riesce a realizzare, soprattutto di testa, nonostante la statura non eccelsa e il fisico non proprio elegante (sedere basso e sporgente, rigido come un baccalà) e di questo si accorge anche la Nazionale.
Con la maglia azzurra, infatti, realizza un goal storico a Wembley: il 14 novembre 1973, mette a segno la rete della prima vittoria dell’Italia in casa dell’Inghilterra. In totale le sue presenze azzurre saranno 32, con 8 realizzazioni. In maglia bianconera, invece, colleziona 239 partite e realizza 41 goal.
Dopo quasi trent’anni, ritorna in bianconero, come allenatore. I tifosi sono divisi, Don Fabio ha allenato la Roma e ha sempre sparato a zero contro la Juventus e questo non può essere né dimenticato, né perdonato. Ma Capello è un vincente, dovunque è andato ha portato la propria squadra a primeggiare: prima il Milan, poi il Real Madrid e infine la stessa Roma.
È subito scudetto; dopo un lungo duello con i rossoneri, la squadra bianconera riesce a mettere in bacheca il suo 28° tricolore. Ma non sono tutte rose e fiori: i tifosi lo contestano apertamente per le troppe sostituzioni di Del Piero. Anche in Champions le cose non vanno meglio: dopo una splendida rimonta sul Real Madrid, la Juventus è eliminata dal Liverpool e Don Fabio è messo sul banco degli imputati, dopo lo scialbo pareggio casalingo.
La squadra della stagione successiva è un carro armato che travolge tutti gli avversari, a Natale i giochi sembrano già chiusi. Con l’arrivo della primavera, però, la Juventus comincia a segnare il passo; Capello non utilizza il turn over e i giocatori sono allo stremo delle forze. Il Milan si fa sotto minaccioso, la Juventus subisce l’ennesima eliminazione dalla Champions League ed è clamorosamente contestata dai tifosi. Nonostante le prime avvisaglie di quello che sarà definito Calciopoli, la Juventus vince lo scudetto.
Nella giornata trionfale di Bari, Capello annuncia di voler restare alla Juventus, qualsiasi sia il responso della giustizia sportiva: «Ci vedremo in ritiro il 15 luglio», annuncia. La tifoseria è fiduciosa ma Don Fabio ha sempre più contatti con i dirigenti del Real Madrid, fino al fatidico annuncio: Capello allenerà le Merengues.
Finisce così, nel modo peggiore, la seconda avventura bianconera di Fabio Capello.

VLADIMIRO CAMINITI
Capello è diventato adulto a Roma, ma è nato calciatore a Ferrara. Egli si spiega attraverso tre stadi, e il primo è Pieris nel Friuli, un paese meditativo e tranquillo, dove caccia, pesca e calcio sono tre momenti fondamentali del pensiero, e pure dello spirito, e chi non è sportivo, annega letteralmente dentro il bottiglione (di vino). La geografia è alla base di tutto, a pensarci bene; Pieris sorge tra verdi orchestre di prati, Fabio è figlio di un maestro di scuola, un tipo d’insegnante solido e pratico, tifosissimo di calcio.
Quando Fabio aveva 15 anni tutta Pieris accorreva a vedere giocare il figlio del maestro, e ne restava ammirata; gli applausi scrosciavano. «C’è un certo ragazzino figlio di un maestro – dissero a papà Mazza presidente della Spal – che ha la stoffa del campione». E papà Mazza mandò un suo uomo di fiducia e costui ottenne la firma di Fabio.
«C’è un certo ragazzino figlio di un maestro, a Pieris, che gioca benissimo», dissero a Gipo Viani, di Nervesa, omone rubizzo con il cuore di un nostromo. E Gipo Viani, come faceva sempre, si fece il viaggio e arrivò a Pieris, bussò alla porta del maestro di scuola Guerrino Capello e fu fatto accomodare. Tutti erano accomodati, pure la madre di Capello, Fabio in un angolo, compito come sempre.
Viani girava intorno i suoi occhioni cilestrini e si batteva il petto di bue: «Debbo dirle che lei non era nella sua piena facoltà mentale quando ha firmato per la Spal. Il suo figlio benedetto ha un tesoro nei piedi, io ce lo porto nel Milan, gli assicuro il conto in banca a lui e famiglia, lei non era in piena facoltà mentale».
Ha poi spiegato Fabio: «Ero della Spal, Viani non poté portarmi al Milan. A 18 anni, nel 1964, ho esordito a Genova, contro la Sampdoria. Vincevamo 1-0, poi ci hanno fatto 3 goal uno più stupido dell’altro. No, io non giocai male il mio allenatore tra i ragazzi era Gian Battista Fabbri. Brava persona. Ma io imparavo tutto da Massei, che era un fuoriclasse e giocava come intendo io; mi ha insegnato tutto quello che so. Era in allenamento che io guardavo e imparavo».
Il vero Fabio Capello tutti abbiamo cominciato a conoscerlo a Roma, dove trova l’allenatore che lo esalta e lui si sente il perno della squadra. A Roma trova i giornalisti permanentemente disimpegnati, pieni di humor, i quale ne ottengono interviste avvincenti. Capello gioca partite bellissime. La squadra in campo obbedisce ai suoi piazzamenti, anche se qualche suo compagno dice di lui: «In campo si fa sentire soltanto dopo il 2-0 a vantaggio».
Noi lo conosciamo a Torino, dove (stagione 1970-71) è venuto per comandare in campo alla Juventus come alla Roma. Dice: «Furino ottimo per come annulla ogni pericolo e per come lavora per tutti, Causio con quel qualcosa di più che lo rendeva imprevedibile, Anastasi aveva ritrovato se stesso, Haller e Salvadore, due campionissimi».
In sei campionati (sino a quello 1975-76 compreso) un ruolo di regista interpretato con sicuro impegno, fra lampi geniali e domeniche di routine. Uomo di ragionamento. Questo campione sobrio figlio del maestro di scuola di Pieris. Anche un poco di Nazionale, intanto.
Ragazzo di personalità. Non era un coniglio, anzi. E non ci stava mai a perdere. Non volle abbassare la testa neppure nell’ambiente bianconero, la sua partenza ebbe così il sapore di un divorzio forzato. Ma ha lasciato certamente un buon ricordo.
Centrocampista con licenza di andare al tiro (e di segnare), con l’intuizione giusta per accorrere a sostegno della difesa. Un tipo apparentemente freddo, altezzoso. Ma giocatore di rendimento, senza dubbio.

3 commenti:

Giuliano ha detto...

ti vedo un po' cattivo... Per me Capello è la Juve, nel senso che io avevo 13 anni quando lui arrivò alla Juve, e per me la Juve è quella lì: Haller Causio Anastasi Capello Bettega...
Secondo me, Capello è il più juventino di tutti. Per 30 anni non ha mai perdonato alla Juve di averlo dato via, per di più per avere Benetti in cambio.
(per inciso, fu anche il mio shock più forte come juventino: quell'anno lì, gli scambi Boninsegna-Anastasi e Benetti-Capello, per di più con un allenatore inesperto come Trapattoni, fecero rizzare i capelli in testa a tutti. E invece...)

Stefano ha detto...

grazie per il commento ... anch'io ero rimasto di sasso per quello scambio ... tanto più che Anastasi era il mio idolo !!! ...
però, non gli perdonerò mai quello che ha fatto due anni fa ... ci aveva promesso che sarebbe restato, invece aveva già firmato con il Real ... grande giocatore, grande allenatore, ma piccolo uomo ...

Anonimo ha detto...

Anch'io la pensavo come te sul tradimento di Don Fabio. Ma, a distanza di qualche anno, a mente fredda, ho riveduto le mie posizioni e ora credo che il Mister abbia fatto la cosa giusta, in quelle circostanze disgraziate. In ultima analisi, avrebbe fatto assai più specie vederlo restare alle dipendenze di quella proprietà che aveva giubilato i dirigenti suoi amici e ai quali Capello non ha mai voltato le spalle o fatto mancare la sua solidarietà ...