sabato 18 giugno 2016

Fabio CAPELLO

Oscar Massei, un interno argentino di buona classe arrivato alla Spal, dopo l’esordio italiano con la maglia dell’Inter, era l’idolo di Fabio Capello. Il grande Giuseppe Meazza, osservatore della società neroazzurra lo aveva bocciato: «Bravo ma lento, ottima tecnica ma poca verve». E così Massei era approdato a Ferrara, dove aveva trovato l’ambiente adatto. Nella Spal dei giovani si stava mettendo in evidenza un goriziano forte e intelligente, che giocava a centrocampo. «Per me Massei era un fuoriclasse, uno che giocava come intendo io; mi ha insegnato tutto del calcio. Era in allenamento che guardavo, scrutavo, imparavo. Ricordo che anche mio padre ne aveva grande considerazione. Mi diceva: “Quello sì che è un giocatore”, facendomi intendere che avrebbe voluto diventassi come lui. Ed io, dentro di me, ero sicuro che sarebbe accaduto. Forse era orgoglio un po’ eccessivo, ma io ho sempre avuto orgoglio», racconta.
Una volta imparata la lezione, Fabio era stato ceduto alla Roma e dal giallorosso era passato al bianconero, assieme a Spinosi e Fausto Landini, un giovane attaccante, che non avrebbe avuto una lunga carriera. L’avventura romana ha trasformato Capello in un regista di qualità tecniche di grande respiro, uno di quei pensatori che illuminano il gioco con intuizioni improvvise.
L’esplosione definitiva di Fabio avviene con la maglia bianconera, che era stata, fra gli altri, di Giovanni Ferrari al quale lo paragonano. Gli è affibbiato il nomignolo di Geometra, perché la visione di gioco è completa, il campo è tenuto sotto controllo e dominato, quasi come se Fabio avesse la possibilità di vedere quel che accade dall’alto, in postazione sopraelevata.
Capello fa il direttore d’orchestra, tagliando quelle fette inutili del campo per far giungere la palla al compagno il prima possibile: il lancio è millimetrico e intuitivo, il corridoio smarcante colto con frequenza, persino il tiro a rete è spesso potente e preciso; ha la grande capacità di capire, dopo cinque minuti di partita, da che parte gira il fumo e di piazzarsi al posto giusto.
Non sono pochi i goal che Capello riesce a realizzare, soprattutto di testa, nonostante la statura non eccelsa e il fisico non proprio elegante (sedere basso e sporgente, rigido come un baccalà) e di questo si accorge anche la Nazionale. Con la maglia azzurra, infatti, realizza un goal storico a Wembley: il 14 novembre 1973, mette a segno la rete della prima vittoria dell’Italia in casa dell’Inghilterra. In totale le sue presenze azzurre saranno trentadue, con otto realizzazioni. In maglia bianconera, invece, totalizza 239 partite e realizza quarantuno goal.
Dopo quasi trent’anni, ritorna in bianconero, come allenatore; i tifosi sono divisi, Don Fabio ha allenato la Roma ed ha sempre sparato a zero contro la Juventus e questo non può essere né dimenticato, né perdonato. Ma Capello è un vincente, dovunque è andato ha portato la propria squadra a primeggiare: prima il Milan, poi il Real Madrid e infine la stessa Roma.
È subito scudetto; dopo un lungo duello con il Milan, la squadra bianconera riesce a mettere in bacheca il suo ventottesimo tricolore. Ma non sono tutte rose e fiori; i tifosi lo contestano apertamente per le troppe sostituzioni di Del Piero. Anche in Champions le cose non vanno meglio; dopo una splendida rimonta sul Real Madrid, la Juventus è eliminata dal Liverpool e Capello è messo sul banco degli imputati, dopo lo scialbo pareggio casalingo.
Il secondo anno sarà ricordato per sempre dai tifosi bianconeri: la squadra è un carro armato che travolge tutti gli avversari, a Natale i giochi sembrano già chiusi. Con l’arrivo della primavera la Juventus comincia a segnare il passo; Capello non utilizza il turn over e i giocatori sono allo stremo delle forze. Il Milan si fa sotto minaccioso, la Juventus subisce l’ennesima eliminazione dalla Champions League ed è clamorosamente contestata dai tifosi. Nonostante le prime avvisaglie di quello che sarà definito Calciopoli, la Juventus vince lo scudetto.
Nella giornata trionfale di Bari, Capello annuncia di voler restare alla Juventus, qualsiasi sia il responso della giustizia sportiva: «Ci vedremo in ritiro il 15 luglio», annuncia. La tifoseria è fiduciosa ma Don Fabio ha sempre più contatti con i dirigenti del Real Madrid, fino al fatidico annuncio: Capello allenerà le “Merengues”.
Finisce nel modo più ignobile e più meschino la seconda avventura bianconera di Fabio Capello; non sappiamo se abbia mai amato la Juventus, di certo i tifosi non hanno mai amato lui.


CAMINITI DESCRIVE IL CAPELLO GIOCATORE:
Capello è diventato adulto a Roma, ma è nato calciatore a Ferrara. Egli si spiega attraverso tre stadi, e il primo è Pieris nel Friuli, un paese meditativo e tranquillo, dove caccia, pesca e calcio sono tre momenti fondamentali del pensiero, e pure dello spirito, e chi non è sportivo, annega letteralmente dentro il bottiglione (di vino). La geografia è alla base di tutto, a pensarci bene; Pieris sorge tra verdi orchestre di prati, Fabio è figlio di un maestro di scuola, un tipo d’insegnante solido e pratico, tifosissimo di calcio.
Quando Fabio aveva quindici anni tutta Pieris accorreva a vedere giocare il figlio del maestro, e ne restava ammirata; gli applausi scrosciavano. «C’è un certo ragazzino figlio di un maestro – dissero a papà Mazza presidente della Spal – che ha la stoffa del campione». E papà Mazza mandò un suo uomo di fiducia e costui ottenne la firma di Fabio.
«C’è un certo ragazzino figlio di un maestro, a Pieris, che gioca benissimo», dissero a Gipo Viani, di Nervesa, omone rubizzo con il cuore di un nostromo, e Gipo Viani, come faceva sempre, si fece il viaggio e arrivò a Pieris, bussò alla porta del maestro di scuola Guerrino Capello e fu fatto accomodare. Tutti erano accomodati, pure la madre di Capello, Fabio in un angolo, compito come sempre. Viani girava intorno i suoi occhioni cilestrini e si batteva il petto di bue: «Debbo dirle che lei non era nella sua piena facoltà mentale quando ha firmato per la Spal. Il suo figlio benedetto ha un tesoro nei piedi, io ce lo porto nel Milan, gli assicuro il conto in banca a lui e famiglia, lei non era in piena facoltà mentale».
Ha poi spiegato Fabio: «Ero della Spal, Viani non poté portarmi al Milan. A diciotto anni, nel 1964, ho esordito a Genova, contro la Sampdoria. Vincevamo 1-0, poi ci hanno fatto tre goal uno più stupido dell’altro. No, io non giocai male il mio allenatore tra i ragazzi era Gian Battista Fabbri. Brava persona. Ma io imparavo tutto da Massei, che era un fuoriclasse e giocava come intendo io; mi ha insegnato tutto quello che so. Era in allenamento che io guardavo e imparavo».
Il vero Fabio Capello tutti abbiamo cominciato a conoscerlo a Roma, dove trova l’allenatore che lo esalta e lui si sente il perno della squadra. A Roma trova i giornalisti permanentemente disimpegnati, pieni di humor, i quale ne ottengono interviste avvincenti. Capello diventa amico dei giornalisti e gioca partite bellissime. La squadra in campo obbedisce ai suoi piazzamenti, anche se qualche suo compagno dice di lui: «In campo si fa sentire soltanto dopo il 2-0 a vantaggio».
Noi lo conosciamo a Torino, dove (stagione 1970-71) è venuto per comandare in campo alla Juventus come alla Roma. Dice: «Furino ottimo per come annulla ogni pericolo e per come lavora per tutti, Causio con quel qualcosa di più che lo rendeva imprevedibile, Anastasi aveva ritrovato se stesso, Haller e Salvadore, due campionissimi».
In sei campionati (sino a quello 1975-76 compreso) un ruolo di regista interpretato con sicuro impegno, fra lampi geniali e domeniche di routine. Uomo di ragionamento. Questo campione sobrio figlio del maestro di scuola di Pieris. Anche un poco di Nazionale, intanto. Ragazzo di personalità. Non era un coniglio, anzi. E non ci stava mai a perdere. Non volle abbassare la testa neppure nell’ambiente bianconero, la sua partenza ebbe così il sapore di un divorzio forzato. Ma ha lasciato certamente un buon ricordo.
Centrocampista con licenza di andare al tiro (e di segnare), con l’intuizione giusta per accorrere a sostegno della difesa. Un tipo apparentemente freddo, altezzoso. Ma giocatore di rendimento, senza dubbio.


GIANFRANCO CIVOLANI, “GS” GIUGNO 2015
Primavera del Sessantatré: Giorgio Neri detto il Capitano, gran mecenate nel mondo del tennis e responsabile del settore giovanile del Bologna, mi regala una confidenza e mi dice che i suoi osservatori gli hanno segnalato nei dintorni di Gorizia un talentuosissirno sedicenne che si chiama Fabio Capello e che «se Dall’Ara mi dice di sì, è già nostro». Ma il presidentissimo Dall’Ara dice di no. «Costa troppo e stiamo a vedere se c’è qualcuno che tira fuori quei soldi». Ma il qualcuno purtroppo c’è, si chiama Paolo Mazza ed è il presidente della Spal, detto anche il rabdomante, perché pare che nessuno come lui sappia fiutare le perle Under 18 e soprattutto sappia fare gli affaronissími che altri sognano. E così quel Fabio Capello raggiunge a Ferrara il conterraneo Edi Reja, più attempato solo di pochi mesi e i due assieme vengono parcheggiati da Mazza presso l’abitazione di una gentile signora che a modico prezzo offre camera a due letti e prepara pure pasta al sugo, braciole e il dolce Pampepato come dessert. La prima squadra pare un miraggio, ma nella Spal 1963-64, guidata dall’allenatore-farmacista Serafino Montanari, a tempo debito debuttano il giovanottone e il giovanottino e pazienza e peccato se poi quella Spallina rotola in B mentre il magno Bologna di Bernardini e Bulgarelli vince il suo settimo scudetto e Renato Dall’Ara poco prima di morire dice: «Quel Capello? Noi abbiamo Giacomino e Haller, altro che Capello».
Fabio gioca a centrocampo e si produce guardando il cielo. È di carrello basso, ma dispensa tesori di palle giuste in una Spal, dove cinguettano l’argentino Oscar Massei, il torreggiante Gianni Bui e il navigato Sergio Cervato. E solo il prologo di quel che presto verrà. E, infatti, succede che il birnbotto per qualche stagione si fa le ossa e segna pure qualche goal, lui sostanzialmente negato alla bottarella vincente. E allora i grandi club stanno a guardare? No di sicuro. Ecco la buonissima offerta della Roma e Paolo Mazza sa che deve dire di sì e auguroni belli al talentino che è diventato un talentone.
Ma se Fabietto a Roma spopola, può “Madama” Juve lasciarsi sfuggire l’occasione? Non può e non vuole. Morale: Capello in bianconero finalmente a vincere e a rivincere con il corollario di una maglia azzurra ormai cucita sulla pelle. Ma il tempo è tiranno, il tempo delle mele, del vino e delle rose. E a trent’anni c’è il Milan in attesa e magari Capello non sa che proprio al Milan si compiranno felicemente i suoi destini, perché lì Capello chiude la carriera e starebbe per cominciarne un’altra, se non fosse che tale Silvio Berlusconi gli suggerisce di applicarsi un po’ in azienda per studiare e acculturarsi prima di altre eventuali avventure. E appunto quel che poi è arrivato è storia e gloria di panchine vincenti ovunque anche se, a quasi settant’anni, per Capello si profila l’età della sacra pantofola e della chioma un po’ meno affumicata e dei bilanci.
Quella canzone, “Dimmi chi erano i Beatles”. Ma dimmi chi era Capello e come giocava. Provo a dire, io che l’ho visto e ammirato in campo e che con lui ho dialogato particolarmente quando d’estate andavo a trovarlo a Grado e lui mi spiegava e mi raccontava, lui che aveva fama di carattere dolce e levigato come la carta vetrata. Dimmi com’era Capello e come giocava. Faceva correre la palla, apriva e spalancava gli occhi anche per gli altri. E non faceva tanti goal, ma tutti importanti, quarantaquattro in campionato e anche otto in azzurro, con quel memorabile goal a Wembley, un goal che fece lacrimare una classe operaia che lassù nell’Isola per un attimo si sentì in Paradiso.
E sapeva vivere, come vi racconto nella storiella che segue. Novembre del 1976, il Bologna di Gustavo Giagnoni contro il Milan di un Capello già un po’ polveroso. E dalla tribuna dello stadio bolognese uno dei più improvvisati e improvvidi presidenti del Milan, quel tale Duina, vomita insulti. («Scemo, cretino, vattene via») contro il malcapitato Fabio. E a fine partita tutti a chiedere a Capello se vuole rispondere a quel barile di contumelie. E lui: «Ma quali contumelie?» E noi: «Il tuo presidente ti ha dato del cretino». E lui: «Ero molto concentrato. Scusate, ma giuro che non ho sentito niente». Chapeau, cappello a Capello.

3 commenti:

Giuliano ha detto...

ti vedo un po' cattivo... Per me Capello è la Juve, nel senso che io avevo 13 anni quando lui arrivò alla Juve, e per me la Juve è quella lì: Haller Causio Anastasi Capello Bettega...
Secondo me, Capello è il più juventino di tutti. Per 30 anni non ha mai perdonato alla Juve di averlo dato via, per di più per avere Benetti in cambio.
(per inciso, fu anche il mio shock più forte come juventino: quell'anno lì, gli scambi Boninsegna-Anastasi e Benetti-Capello, per di più con un allenatore inesperto come Trapattoni, fecero rizzare i capelli in testa a tutti. E invece...)

bidescu ha detto...

grazie per il commento ... anch'io ero rimasto di sasso per quello scambio ... tanto più che Anastasi era il mio idolo !!! ...
però, non gli perdonerò mai quello che ha fatto due anni fa ... ci aveva promesso che sarebbe restato, invece aveva già firmato con il Real ... grande giocatore, grande allenatore, ma piccolo uomo ...

Anonimo ha detto...

Anch'io la pensavo come te sul tradimento di Don Fabio. Ma, a distanza di qualche anno, a mente fredda, ho riveduto le mie posizioni e ora credo che il Mister abbia fatto la cosa giusta, in quelle circostanze disgraziate. In ultima analisi, avrebbe fatto assai più specie vederlo restare alle dipendenze di quella proprietà che aveva giubilato i dirigenti suoi amici e ai quali Capello non ha mai voltato le spalle o fatto mancare la sua solidarietà ...