martedì 17 maggio 2016

Luisito MONTI

È stato grande fra i grandi; non c’era juventino che non lo ricordasse, che non avesse negli occhi le imprese di quel gigante, che non avesse apprezzato gli enormi sacrifici ai quali si sottopose per poter dimostrare anche alle platee italiane il valore mostrato prima in Argentina, in Uruguay e ad Amsterdam, nel torneo olimpico del 1928. Ma è bene dire subito che Luis giocò senz’altro meglio in Italia di quanto non avesse fatto negli anni giovanili in Sud America. Forse anche perché nella Juventus era circondato da grandissimi campioni. Quando fu creato il campionato a girone unico, i dirigenti della Juventus decisero di costruire una squadra favolosa, destinata a dettare legge per un lungo periodo. Gli anni Trenta in casa bianconera sarebbero stati il frutto di un’accorta e tenace fase preparatoria, avviata con la presidenza di Edoardo Agnelli, magnate di molti splendori. Luisito Monti aveva colpito tutti alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 e la Juventus, di buona memoria e già fortunata con altri oriundi, pensò proprio a lui quando decise di completare la squadra. Monti, nel frattempo, aveva già interrotto l’attività agonistica: faceva il pastaio a Tigre, sobborgo di Buenos Aires, produceva (e mangiava) ravioli e tagliatelle. Aveva già compiuto i trent’anni e non era affatto allenato. Ma si lasciò convincere, anche per le insistenze di Orsi e Cesarini.
Dopo essere sbarcato a Genova il primo agosto 1931, era atteso a Torino dalla curiosità dei giornalisti e dall’altra, ben più motivata, dei dirigenti bianconeri. Rimasero tutti di stucco quando lo videro scendere dal treno a Porta Nuova, perché il nuovo centromediano pesava la bellezza di novantadue chili e dimostrava assai più dei trent’anni dichiarati. Rendendosi conto della sbalordita delusione di tutti e colpito a fondo dall’ironia dei commenti che gli si rovesciarono addosso, Monti chiese fiducia e qualche mese di tempo. Glieli concessero, anche se erano in pochi a credere che quell’omaccione, appesantito dalla pinguedine, potesse far riaffiorare i muscoli e renderli di nuovo scattanti.
Ma pochi conoscevano che razza di uomo fosse Luis. Per tutto il mese di agosto, lavorando da solo sotto il sole cocente, implacabile, deciso a spuntarla, raggiungeva il campo la mattina alle sei, correva, sudava, saltava, il torace coperto da tre maglioni, concedendosi il minimo apporto di calorie per ottenere ogni giorno una riduzione di peso. Spingeva avanti sull’erba un pallone medicinale (quelli pesanti tre o quattro chili) e stringeva i denti, sempre tornando a correre, a saltare, a sudare, perché i maligni si rimangiassero le cattiverie e i dubbi sulle sue possibilità di recupero e di rinascita. Quando la squadra si ricompose dopo le ferie per iniziare gli allenamenti in vista della nuova stagione agonistica, Monti era riuscito a perdere qualcosa come dodici chilogrammi. E la forma era già buona. Ma sulle capacità tecniche del giocatore nessuno aveva mai nutrito dubbi di sorta. Il primo allenamento con partita fu effettuato il 22 settembre e in quell’occasione Luis segnò la sua prima rete in bianconero: una bordata dal limite di inaudita potenza. Ancora un paio di settimane di duro lavoro, poi Monti si insediò al centro della mediana, miracoloso nel recupero fisico e nella straordinaria potenza di gioco.
La sua carriera cominciava a trent’anni suonati, la Nazionale italiana l’avrebbe richiesto a trentadue, a trentatré avrebbe conquistato il titolo mondiale a Roma contro la Cecoslovacchia, dopo essere stato finalista con l’Argentina nel 1930 a Montevideo contro l’Uruguay. Infine il posto di titolare nella Juventus sarebbe stato suo sino al campionato 1938-39, quando oramai trentasettenne, totalizzò ventiquattro presenze su trenta partite.
Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria privacy. Probabilmente, Monti è stato l’inventore del silenzio stampa, in quanto, dopo la tormentata vicenda del suo arrivo a Torino, gli rimase una diffidenza invincibile verso i giornalisti, che giudicava, nel suo risentimento, gente capace di esaltare o di distruggere un giocatore, senza tanto pensarci, ma è stato ed è rimasto un uomo di grandissima dignità.
È stato, senza dubbio, il più forte centromediano metodista apparso in Italia, dove non si era mai visto un atleta dotato di un tiro così forte con i due piedi, un bestione così grosso e pur così pulito e delicato nel tocco, incontrista feroce e praticamente insuperabile, acrobatico, sicuro negli stacchi e nelle incornate difensive. Poiché non amava correre (e con quella mole non era nemmeno facile!), Luisito veniva chiamato l’Uomo che cammina. In effetti, faceva correre la palla e sapeva lanciarla, come nessuno, in perfette proiezioni sugli esterni. Non fu facile per nessuno superarlo, assolutamente impossibile prenderlo in giro sul terreno di gioco. Ne sanno qualcosa Schiavio e Sindelar, un italiano e un austriaco, che, con la forza o con l’astuzia, cercarono di umiliare l’erculeo Luis. E accadde che entrambi, in diverse occasioni, lasciassero il campo in barella.
Era nato a Buenos Aires il 15 maggio 1901 e aveva iniziato a giocare a calcio nelle formazioni giovanili del San Lorenzo de Almagro. Ben presto conquistò la maglia di titolare e in seguito fu acquistato dal Boca Juniors. Nazionale argentino alle Olimpiadi di Amsterdam (1928) e al primo campionato del mondo disputato in Uruguay (1930), Monti passò poi alla Juventus grazie alla sua doppia nazionalità. Luis, infatti, era figlio di genitori italiani emigrati in Argentina. Monti è stato l’unico giocatore ad aver giocato finali di Campionato del mondo per due nazionali diverse: nel 1930 con l’Argentina contro l’Uruguay (fu sconfitta per 1-2) e nel 1934 con l’Italia contro la Cecoslovacchia (fu vittoria per 2-1). In azzurro Luisito Monti esordì il 27 novembre 1932, contro l’Ungheria (4-2), dopo aver vinto con la Juventus il primo dei suoi quattro scudetti. Gioca una partita eroica a Highbury, tempio dell’Arsenal, contro gli inglesi, restando in campo con un alluce spezzato per non lasciare in dieci i compagni. La sua ultima partita in Nazionale Monti la giocò nel 1936 contro la Svizzera a Zurigo, dove gli azzurri si imposero con il punteggio di 2-1. Un grave incidente riportato in campionato lo mise fuori combattimento e lo convinse a lasciare.
«Con Monti forse sono l’unico della squadra – diceva Bertolini – a intendermi profondamente. Sono entrato a casa sua e nelle sue grazie. Odiava i giornalisti e i fotografi. Oggi ti esaltano, domani ti buttano in cantina, si lamentava. È stato uno dei più grandi centromediano che abbia visto. Era un uomo strano, si allenava in modo particolare. Al giovedì giocava la partitella con noi. Gli altri giorni, dalle cinque alle sei del mattino, tutto solo andava in Corso Marsiglia, ci fosse sole o ci fosse neve, finché fu in Italia si allenò sempre dalle cinque alle sei del mattino».


VLADIMIRO CAMINITI
Lo conobbi nell’estate 1978, all’Hindu Club di Baires; Gigi Peronace mi condusse attraverso un giro di quiete stanze fino a una camerata, in fondo a un tavolo era seduto un vecchione grifagno, con rughe nodose attorno agli occhi azzurri splendenti di un sorriso intenerito davanti all’ospite italiano. Gigi mi aveva fatto un piacere personale, ma prima era come se lo conoscessi da mezzo secolo quel vecchione. Me ne avevano parlato a lungo i suoi compagni di squadra Mario Varglien, Luigi Bertolini e Felice Placido Borel. Fu per il calcio italiano, dal campionato 1931-32, una leggenda vivente e scalciante in modo cinico: fu il centromediano che cammina. Aveva possanza, aveva stacco aereo, ma soprattutto un senso della posizione perfetto e si inizia con lui la Juventus più sagace e rapace, che non spreca un respiro. Il 5-3 della seconda di campionato con il Napoli è sintomatico, insegna un sacco di cose alla Juve che indossa già divise modernissime, la mutanda è come oggi, la maglia già ornata dal terzo triangolino. Il fatto è che Monti deve snellirsi, dall’Argentina era arrivato un bue, oltre ad allenarsi con lo zufolante Carcano, faceva footing di due ore all’alba per le silenziose strade di Torino.
Stabilmente centromediano lo diventa dopo una partita da mezzala contro il Genova 1893 (il fascismo imponeva l’autarchia anche nei nomi delle società). Eccolo nella Juve tipo che andrà a conquistare il secondo scudetto consecutivo: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien I, Monti, Bertolini; Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. Un lungo infortunio di Cesarini consente a Ferrero di giocare ventuno volte; le presenze di Monti in quel torneo a diciotto sono ventinove. Giocherà fino a trentotto anni, assommando 225 presenze. Saranno complessivamente 263, con quelle in Coppa Italia e nella Coppa dell’Europa Centrale. Vincerà quattro scudetti e una Coppa Italia. Ventidue goal, oltre a uno nelle diciotto presenze in Nazionale.
La sua durezza, anzi la sua implacabilità nella lotta, lo fece apprezzare, ma anche redarguire in più di una circostanza da Pozzo, mentre era Viri Rosetta, con la sua calma filosofica, a consigliarlo per il meglio nel campionato. In realtà, al Mondiale 1934 fu protagonista negativo e bollato dalla stampa estera come un giocatore brutale. «Tutti i giornalisti stranieri che assistettero alle Olimpiadi del 1928 e ai due Mondiali cui prese parte, lo misero in evidenza», ha scritto Luciano Serra. «Carica troppo violenta di Monti», si legge sul “Corriere della Sera”, a firma di Emilio De Martino, in occasione del match mondiale con la Cecoslovacchia del 10 giugno 1934. Intendiamoci, non mi scandalizzo. Grande difensore centrale, dava del calcio un’interpretazione in tutto moderna, che sveltiva il gioco, con lanci alle ali di perfetta esecuzione. Coriaceo nella lotta, fu un acquisto medianico per dare alla Juventus quella solidità sprezzante che il suo gioco esigeva. Che poi legasse umanamente solo con Bertolini, è un altro discorso. Giocò fino a trentotto anni, e lamentò un unico infortunio: la frattura del piede destro il 14 novembre 1934 a Highbury, quando i leoni inglesi ci piegarono per 3-2, e non ci bastarono né le prodezze di Ceresoli né due goal del Balilla Meazza. Quella battaglia Mussolini non la vinse mai.


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1983
La notizia della scomparsa di Luisito Monti non mi ha colto di sorpresa. Sapevo da alcuni amici di Avellaneda che vecchio Luis non stava affatto bene; anche l’età avanzata (aveva ottantadue anni!) rappresentava un fattore negativo e già una volta (cinque anni fa) era riuscito a superare una crisi grazie alla sua tempra eccezionale. L’ultima volta che ci eravamo visti, era stato a Torino, in occasione della premiazione dei Nazionali bianconeri e granata effettuata a Palazzo Madama. Era ancora un uomo eccezionalmente in gamba. Sarebbe stata mia intenzione rivederlo in Argentina in occasione dei Campionati del Mondo organizzati in quel paese. Ma impegni di lavoro mi impedirono la trasferta a Buenos Aires: grazie all’affettuoso interessamento dell’amico Giglio Panza, ricevetti da Baires una cartolina con le firme e il saluto di due vecchi giocatori della Juve di altri tempi: Mumo Orsi e Luisito Monti. Fu quello l’ultimo messaggio da parte di un uomo che ebbi la fortuna di conoscere e di apprezzare in un’epoca in cui la Juventus dettava legge in campo nazionale, l’epoca dei cinque scudetti consecutivi.
Quando, il primo agosto 1931, Luisito Monti arrivò in Italia, io avevo solo dodici anni, ma giocavo già nelle file dei giovanissimi bianconeri. Ebbi modo pertanto di seguire da vicino le vicende di questo grandissimo campione, nutrendo immediatamente sincera ammirazione verso un uomo che, a prezzo di incredibili sacrifici, doveva conquistare il podio sul quale salgono solo i superman più famosi. Quando l’allenatore Carcano ordinò le convocazioni per la ripresa del campionato, Monti (che per un certo periodo aveva continuato ad allenarsi da solo) appariva già abbastanza tirato, aveva perso oltre dodici chili. Ma aveva sempre paura di ingrassare e per quasi tutti gli anni in cui rimase a Torino, non fece altro che percorrere i lunghi viali cittadini a piedi, senza mai acquistare un’auto. Partiva dal campo di Corso Marsiglia e arrivava a mezzogiorno alla pasticceria Stratta di Piazza San Carlo per fare quattro chiacchiere con il cavalier Capello, titolare del negozio e suo sincero amico.
Per quanto concerne il gioco, non sorsero mai problemi: Luis era un campione completo, non aveva nulla da imparare. Sin dalle prime partite fece stravedere, impressionando tecnici e compagni, soprattutto gli avversari. Avendo infine smaltito una quindicina di chili, ritrovò anche una certa dinamica ed eleganza. I suoi lanci possenti arrivavano alle due estremità da qualsiasi distanza; i suoi tiri da fuori erano improvvisi e potenti, quasi sempre imparabili. In difesa sapeva operare energici stacchi acrobatici e nei tackle rasentava la ferocia, per non dire altro. Il suo gioco fece chiaramente intendere quale fosse la sua politica, perché rivelò la mentalità esasperata dello “struggle for life”, la lotta per la vita.
Con noi ragazzini (e specialmente con il sottoscritto, che più degli altri gli gironzolava attorno) era paternamente affettuoso, ma non diceva più di tre parole: una ruvida carezza e via di corsa in campo. Luisito Monti era tutto casa e famiglia, gelosissimo della propria intimità familiare. Non si concedeva svaghi, raramente andava al cinema, mai i piedi in una sala da ballo o al night, come facevano i suoi connazionali Cesarini e Orsi. Strinse amicizia con Bertolini e aveva una predilezione per il più giovane dei campioni della Juve, per Farfallino Borel, che Luis giudicava addirittura più forte di Peppino Meazza.
Per quanto posso dire, sfruttando un’opinione fattami in età giovanile, Monti è stato non solo un grande campione di calcio, ma anche un grand’uomo, ricco di umiltà e di dignità. La Nazionale e la Juve gli devono molto.


FILIPPO FIORINI, “GS” MARZO 2014
La memoria storica di uno dei più grandi campioni che abbiano mai pestato i campi di calcio dorme oggi nella penombra di una casa coloniale della cittadina di Escobar. Una casa bianca con gli scuri chiusi, nata sperduta a settanta chilometri da Buenos Aires e finita in mezzo al bolero dei palazzi nuovi, dei camion smarmittati e degli studenti in ricreazione che condiscono la lenta periferia argentina. «Non viene mai nessuno a trovarci, né dalla Federazione, né dalla FIFA. Il calcio si è dimenticato di mio padre e forse lui ne sarebbe contento, visto che odiava i giornalisti e scelse questo posto perché amava la campagna». Eduardo Monti ha settantadue anni, qualche rancore in groppa e un tempio di cimeli del suo vecchio, raccolti in comici eleganti e album di cuoio. Luisito Monti, il fantastico eroe dei due mondi, vive nei suoi ricordi come un mito di bontà: «Era un tipo taciturno ma buono. Un pane di Dio, diciamo da queste parti».
Nato da genitori emiliani nell’Argentina dei primi del secolo, Luis si fece grande nella tradizione di famiglia, il calcio, e in questo superò ampiamente i risultati del fratello, dello zio e dei suoi due cugini, tutti passati con sorti alterne per la Serie A del loro paese. Dei molti traguardi tagliati da Monti, due spiccano senza dubbio sugli altri: fu il primo calciatore della storia a segnare un goal con la maglia dell’Argentina e sarà per sempre l’unico ad aver giocato due finali mondiali con due squadre diverse. Luigi perse, infatti, nel 1930 la prima mitica Coppa del Mondo in Uruguay, dove l’Albiceleste cadde per 4-2 contro i padroni di casa, e vinse invece la finale di Roma nel 1934, quando la squadra messa assieme da Pozzo, ampliata dalla presenza di alcuni oriundi, appuntò la prima stella sulla casacca azzurra, rimandando a casa i cecoslovacchi e inaugurando la lunga stagione vittoriosa del calcio italiano. Tutto nella vita di Monti ha a che fare con il numero due, con ciò che è doppio e ha due interpretazioni. Nacque con una doppia nazionalità e lo soprannominarono Doble Ancho, che vuol dire in primo luogo armadio a due ante (ironizzando sulla sua prestanza fisica), ma che può significare anche doppio asso nel gergo delle osterie di Buenos Aires e delle loro briscole malandrine. Centromediano metodista del vecchio calcio anni Trenta, Luisito era il punto centrale della “Doppia W” che disegnava la formazione in campo. Una carta vincente avanti e in copertura, che faceva goal e rubava palla.
Agli inizi dell’attività, quando già era stato chiamato in quel San Lorenzo di Almagro che oggi vede in Papa Francesco il tifoso più famoso, Monti passava le mattine allenandosi e giocando per il Club Atletico Palermo, una squadretta di quartiere a cui doveva un voto di riconoscenza, come cittadino del barrio di Buenos Aires dov’era nato. Così, pure la sua carriera fu sempre doppia: arrivò alle stelle, le accarezzò e cadde senza poterle afferrare. Poi ebbe una seconda possibilità. Molti sostengono che la dura sconfitta incassata dall’Argentina nella finale della Coppa Rimet 1930, la prima della storia, fosse già cominciata alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928, dove la finale era stata vinta anche quella volta dall’Uruguay sui cugini. In realtà, il dualismo era iniziato il 30 ottobre del 1927, nell’undicesima edizione della Coppa America in Perù, che all’epoca si chiamava Campeonato Sudamericano. Delle quattro squadre iscritte, Argentina e Uruguay erano di gran lunga le più forti e si disputarono il torneo in una partita senza esclusione di colpi al Nacional di Lima. «Mio padre mi ha sempre raccontato che gli uruguaiani picchiarono duro per novanta minuti», ricorda l’unico erede maschio di Luis, che conserva una foto del momento in cui (quando il risultato era già arrivato su quel 3-2 per gli argentini che sarebbe poi diventato definitivo) il padre scatenò una rissa, prendendo a pugni diversi avversari. L’arbitro inglese David Thurner fece finta di non vedere, i tifosi uruguaiani invece no.
L’anno dopo, i Charrua ebbero la loro rivincita battendo 2-1 l’Argentina nella famosa finale olimpica olandese. Avevano pareggiato 1-1 nel primo incontro e, come da regolamento dell’epoca, si rigiocò tre giorni dopo per decretare un vincitore. La rivalità storica era così inaugurata e quando, nel 1930, l’Uruguay ospitò la prima Coppa del Mondo, la sorte volle che la finale offrisse l’opportunità di uno spareggio agli arci nemici del Rio de la Plata. Si scese in campo il 30 luglio, mezzora dopo le tre di pomeriggio, sotto una neve mai vista a Montevideo. L’afflusso di pubblico fu sbalorditivo e le ore immediatamente precedenti la partita segnarono la portata di un evento che superava qualsiasi aspettativa. Gli argentini erano arrivati in massa, ma gli uruguagi riempivano il grosso degli spalti dello stadio Centenario appena costruito. Giocatori e arbitro avevano tutti subito minacce e intimidazioni di ogni genere. Monti, che nel corso del torneo aveva segnato due reti e commesso qualche fallo ai limiti del codice penale, vide una busta scivolare sotto la porta della sua camera d’albergo attorno a mezzogiorno.  «Era una minaccia di morte per mia madre e mia sorella – racconta Eduardo – mio padre si spaventò molto. Chiese al tecnico di non scendere in campo, ma non ci fu verso e allora si mise la maglia».
Fu la sua peggior partita. L’Uruguay andò in vantaggio, ma l’Argentina si rifece sotto e riuscì addirittura a rovesciare il tabellino sull’1-2 prima di andare negli spogliatoi. Nel secondo tempo, Monti si trovò tra i piedi il pallone della vittoria. Un peso secolare da prendersi nell’anima e riporre nella bacheca della storia, che però era più lontana del previsto: Doble Ancho sbagliò lo specchio e con quel tiro alto innescò l’inizio della sua prima fine. Dopo la rimessa dal fondo, vennero le due reti di Iriarte e del monco Castro, a cui mancava una mano. Venne la Coppa Rimet alzata dagli uruguagi, mentre lui fuggiva su una barca a remi salpata da un molo desolato, perché si sentiva ancora braccato dai suoi stalker. Venne il risentimento dei connazionali, la stampa che lo incolpava e la voglia di cambiare mestiere.
«Allora non esistevano i veri professionisti», avrebbe ricordato molti anni dopo Francisco Varallo, che era in squadra con lui in quei primi Mondiali del 1930 e fu poi a lungo il più grande goleador del Boca Juniors. «In tutta la mia carriera non mi hanno mai fatto una visita medica e ci allenavamo sì e no tre volte a settimana».
«Quando giocava al San Lorenzo, con cui vinse tre scudetti e fece quaranta goal in duecento partite, mio padre riceveva la paga di mezzo panino e mezza birra al giorno e dovette insistere per avere un pasto completo».
Si ritirò a Tigre, una località a nord di Buenos Aires in cui nelle sere limpide poteva vedere quell’Uruguay che gli era stato fatale. Ma in quel 1930 sabbatico che si prese, in Italia qualcuno si ricordò di lui. La Juventus di Edoardo Agnelli aveva vinto solo due scudetti e pensava a una grande squadra per il futuro, partendo anche dalla base degli oriundi. Alcuni hanno addirittura sostenuto che le minacce subite da Luisito poco prima della finale di Montevideo, gli fossero arrivate per ordine di Benito Mussolini, che avrebbe inviato sul posto due delle sue spie più fidate per distruggere il morale del campione, gettarlo sul lastrico e portarlo in Italia a un prezzo d’occasione.
Mentre questo capitolo della sua vita resta ancora oscuro, di certo c’è che il 22 settembre del 1931 Monti esordì allo stadio di Corso Marsiglia, segnando il suo primo goal in bianconero. Poco più di due mesi prima, era stato visitato a Buenos Aires dai dirigenti juventini, che l’avevano messo sotto contratto, nonostante il forte sovrappeso che avrebbe poi scandalizzato Torino il giorno del suo arrivo. «Per lui fu il periodo più bello», racconta Eduardo, che deve il suo nome allo storico presidente della Signora. «Si mise a lavorare sodo e perse tutti i chili di troppo in poche settimane». Avrebbe vinto quattro scudetti, segnato ventidue goal e lasciato la squadra dopo il suo trentasettesimo compleanno.
La sua impresa più grande resta il primo Mondiale conquistato con la Nazionale azzurra. I giocatori dovevano fare dell’Italia fascista un mito grande come quello di Roma e in cui l’ex impiegato della Pirelli, giornalista e capitano degli alpini, Vittorio Pozzo, volle addirittura tre oriundi: Monti, Guaita e Orsi. Nella coppa, i nostri esordirono a Roma travolgendo per 7-1 gli Stati Uniti negli ottavi. Poi venne il primo stop contro la Spagna: 1-1 a Firenze e ripetizione il giorno dopo alla stessa ora, che spuntammo 1-0 con goal di Meazza. Stesso risultato due giorni dopo a San Siro contro l’Austria e poi la finale con la Cecoslovacchia. La partita iniziò nella tensione generale del gremito Stadio Nazionale di Roma. I tabellini restarono a lungo senza reti. Gli avversari segnarono il vantaggio al 76’ con Puč, in una gara in cui colpirono il palo addirittura tre volte. Ma nel calcio la palla deve entrare e Orsi, all’80’, e poi il bolognese Schiavio, al quinto minuto dei supplementari, mostrarono agli avversari come fare, portando l’Italia sul tetto del mondo. Monti non fu tra i marcatori del torneo, ma si tolse quel peso che gli era rimasto dalla finale di Montevideo e finalmente baciò la coppa. «Per lui il Mondiale fu il massimo, il momento più alto», sostiene il figlio, che racconta come da allora portò sempre in tasca lo scudo italiano che aveva sulla maglia. Anche quando nel 1935 Mussolini invase l’Etiopia e gli oriundi Guaita e Orsi abbandonarono il paese per protesta contro il regime, Monti restò.
Finì per la seconda volta in vita sua la carriera da calciatore e si sedette in panchina, allenando la Juve, la Triestina, l’Atalanta e molte altre squadre. «Abbandonammo l’Italia nel 1947 solo per colpa della guerra. La nostra casa era stata bombardata e distrutta, facevamo la fame». In Argentina suo padre tentò ancora la strada del Commissario tecnico, ma si ritirò quasi subito. Stavolta il Doble Ancho era davvero andato in pensione e restò a coltivar l’orto finché il creatore non si ricordò di lui una mattina di settembre del 1983 e lo chiamò a rapporto. In tutti quegli anni, solo una volta il calcio era tornato a bussare alla sua porta. Fu quando gli azzurri di Bearzot arrivarono in Argentina per i Mondiali del 1978 e lo vollero in ritiro ogni giorno del torneo.

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