venerdì 20 maggio 2016

Gianluigi ROVETA

«Per gli amici Giangi – racconta Renato Tavella – si può dire che allo stadio sia di casa. Come il presidente Catella, anch’egli arrivava al campo dodicenne a bordo di una gialla e fiammante bicicletta. Gialli erano pure i suoi capelli, solare il tocco di palla, la visione del gioco. Fin dall’infanzia è nominato capitano. La sua bella figura era quanto di meglio potesse rappresentare la società anche sui campi delle minori. Mario Pedrale per lui stravedeva. Ma, a dire il vero, l’ineguagliabile istruttore del parco piccoli juventino aveva un debole un po’ per tutti e in cuor suo sognava la prima squadra per ognuno. E proprio a proposito di Roveta un bel giorno Pedrale ebbe a far parole con Rabitti, tecnico che si occupava della squadra Primavera, formazione che di fatto era il rincalzo della Prima Squadra. «Non è un difensore, Gianluigi: è una mezzala», seguitava a sostenere l’istruttore. Forse a Giangi di questo diaspore poco importava, lui avrebbe giocato anche in porta pur esordire con la Juve. E come nelle favole più belle il suo desiderio venne coronato».
Bene impostato tecnicamente e atleticamente, è un atleta serio, disciplinato e tutt’altro che privo di temperamento agonistico. «Non sono timido – racconta – sono molto riservato nei miei sentimenti, nonché molto geloso della mia intimità; chi mi sta vicino sa, però, che quando c’è da reagire, da combattere a viso aperto, non mi tiro certamente indietro. Sono juventino dalla nascita, sono stato tre anni sotto le cure di Pedrale, ai tempi del NAGC; è stato il mio padre calcistico, mi ha insegnato cosa fare, come giocare. Se sono quello che sono, lo devo in gran parte a lui».
Chiuso da Salvadore, lascia la Juventus nell’estate del 1972 e raggiunge il Mantova, dopo aver totalizzato settantasette presenze e aver contribuito allo scudetto della stagione precedente. Dopo solo una stagione, si separa dalla squadra virgiliana per ritornare in Piemonte, più precisamente al Novara; a ventisette anni appende gli scarpini al chiodo, quasi a testimoniare che per lui il calcio era sinonimo di Juventus.
«Fisico da tardo erede di Rava – lo descrive così Caminiti – ebbe il momento d’oro con Heriberto che lo oppose anche alla torre portoghese Torres, compare di Eusébio nel glorioso Benfica. Più forte che agile, più umile che caparbio, troppo innocente nella giungla del calcio miliardario, fu sconfitto dalla concorrenza di difensori non sempre dotati. Il destino di un giovane è scritto sull’acqua».

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