venerdì 19 agosto 2016

Sergio BRIO

2 marzo 1983. La Juventus è di scena a Birmingham per l’andata dei quarti di Coppa dei Campioni. Fa freddo, tanto freddo. Durante il riscaldamento, si cerca di far fronte alle intemperie coprendosi il più possibile. A un certo punto, i bianconeri notano un calciatore dell’Aston Villa che scalda i muscoli in canottiera. È Peter White, colui che ha segnato il goal che ha steso il Bayern nella finale della Coppa dei Campioni, il 26 maggio 1982 a Rotterdam. Peter White è uno che non ha paura di nulla, è un armadio. Sfidare il clima in quel modo, è un messaggio chiaro, è un guanto di sfida nei confronti di Sergio Brio, l’uomo che dovrà prendersi cura di lui. I calciatori della Juve fanno notare al gigantesco stopper leccese che il suo avversario è uno tosto, lo canzonano un poco e ne provocano la reazione. Brio rientra negli spogliatoi, e ne esce a torso nudo, completando così la fase di preparazione alla battaglia. White capisce di aver trovato un osso più duro di lui. In campo, se le danno di santa ragione, l’inglese è anestetizzato con le buone e con le cattive dal trampoliere bianconero. La Juve vince per 2-1. A fine partita, senza tanti convenevoli, Sergio avvicina il centravanti: «Ci vediamo a Torino», sono le sue uniche parole.
Quando arriva alla Juventus, deve raccogliere l’eredità di Francesco Morini, ma non si spaventa affatto e si ambienta subito, come se avesse sempre fatto parte della famiglia juventina. Sergio Brio è l’emblema della potenza, un gladiatore per antonomasia, che da molta più importanza all’efficacia, piuttosto che allo stile. Non soltanto in campo, ma anche nella vita: pochi hanno subito una serie così grande di infortuni, ai quali ha sempre risposto con una volontà notevole.
Nasce a Lecce, il 19 agosto 1956. Alto 192 centimetri per ottantaquattro chili, è un generoso e un umile, per natura e per estrazione sociale. Ama definirsi un prodotto del Sud, per spiegare la sua vocazione al sacrificio, la sua grande dedizione al lavoro: «A quattordici anni, ero già molto alto e in famiglia i miei si preoccupavano. Temevano fossi malato. Invece ero sanissimo e proprio i medici mi predissero un futuro nello sport, in qualsiasi tipo di disciplina sportiva». Scelse il calcio e fu la sua fortuna: «La malattia del calcio l’ho avuta fin da bambino, basta chiedere a mamma e a papà quanti vetri ho mandato in frantumi con le mie pallonate».
La Juventus lo preleva dal Lecce nell’ottobre 1974 e lo manda a farsi le ossa nella Pistoiese (1975-76 in C, ventiquattro partite e due goal; 1976-77 ancora in C, trentacinque partite e tre goal; poi in B nel 1977-78, trentasette partite). Appena rientrato a Torino, Brio conquista la maglia da titolare, con la quale debutta il 18 marzo 1979, Juventus-Napoli 1-0. All’esordio gli tocca marcare Beppe Savoldi, che a quei tempi è uno dei più forti attaccanti in circolazione; ma il giovane difensore se la cava egregiamente. Da quel giorno, Brio ha fornito alla squadra bianconera un contributo fondamentale nella conquista di quattro scudetti, di tre Coppa Italia e di tutte le coppe internazionali (Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa), collezionando 379 presenze.
Spesso, durante la partita, Brio diventa l’attaccante aggiunto della squadra bianconera: i suoi goal (ventiquattro in totale) sbloccano le situazioni più complicate: «Il mio debutto nel Lecce, non è stato come stopper ma come centravanti; fu poi Adamo a collocarmi in posizione difensiva. Ho segnato perfino di piede. Così chi sosteneva che so usare solo la testa ma con la palla a terra ci so fare poco, è stato smentito. Certo riconosco di non essere un piede fino, però mi sono ricordato che, da ragazzino, nelle giovanili del Lecce facevo il centravanti!». Fu Adamo, il suo primo maestro, a trasformarlo in roccioso stopper. Una scelta felice: «A me nessuno ha mai regalato nulla. Ho sempre dovuto conquistarmi tutto soffrendo. Quando sono arrivato a Torino, non mi sono mai seduto sugli allori, sono cresciuto alla scuola di Adamo, il quale non smetteva mai di ripetere che la via del successo la si percorre solo con le maniche rimboccate». Nella sua carriera riceve spesso critiche pesantissime come quelle che lo indicava inadatto a indossare la maglia della Juventus: «Ho sempre avuto fiducia nelle mie forze, nel mio carattere, che non si piega facilmente».
Sergio tira diritto per la sua strada e nemmeno tre infortuni gravissimi riescono a fermarlo, anzi ne rafforzano la tempra di combattente. Il primo serio incidente è datato 16 aprile 1980. A Vado Ligure, in amichevole, il gigante bianconero si procura una distorsione al ginocchio sinistro con interessamento dei legamenti. Deve rimanere un anno intero lontano dai campi di calcio. Dopo questa terribile avventura, la serie nera prosegue con una catena di impressionanti incidenti: l’11 novembre 1983, ad Alba, sempre in amichevole, si procura uno stiramento alla coscia sinistra: fuori un mese e mezzo. Il 19 agosto 1984, ancora in amichevole, a Parma, altro duro colpo: tentando un colpo di tacco, si procura una brutta distorsione al ginocchio destro. Fatica molto a guarire, ma dopo due mesi rientra e gioca contro l’Ilves in Coppa dei Campioni e contro il Milan in campionato. Ma il ginocchio non è guarito e il 15 ottobre Brio viene operato di menisco. Un altro mese di attesa, ma non è ancora finita: nel marzo 1985, lo stopper si scontra (a Praga, in Coppa dei Campioni) con il suo compagno Scirea. E rimedia, con una curiosa frattura frontale, tre settimane di sosta.
Meriterebbe sicuramente un oscar della sfortuna e del coraggio, poiché torna in campo più forte e più determinato di prima: «Se mi fossi lasciato andare, se non avessi più combattuto, sarei finito in Serie C, a implorare una maglia. Mi ha salvato la grinta. Mi ha salvato anche, lasciatemelo dire, l’aver trovato una società come la Juventus. Boniperti e Trapattoni non mi hanno mai messo premura, mi hanno aiutato a guarire bene ogni volta, mi hanno aspettato. In questo, sono stato davvero fortunato. Ecco perché tutti i miei successi li dedico a chi ha avuto fiducia. Senza un simile appoggio morale, non si sarebbe parlato tanto di me».


ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1979
Sergio Brio sta scoprendo i segreti della Serie A. Dopo aver debuttato felicemente contro il Napoli, ha meritato la conferma da parte di Giovanni Trapattoni che vede in lui il possibile sostituto di Francesco Morini per la prossima stagione. La sua presenza nei ranghi bianconeri si inquadra in un programma a medio termine che contempla un graduale rinnovamento di una rosa che in otto anni ha vinto molto (cinque scudetti e una Coppa Uefa) ma che ha necessità di rivitalizzanti. Sergio Brio è arrivato giovanissimo nella Juventus, dove ha mosso i primi importanti passi calcistici e dove ha trovato una collocazione nella Primavera. Nel 1975 fu dirottato in Serie C, a Pistoia, dove ebbe modo di confermare le buone doti tecniche e i grandi requisiti atletici. Giocò cinquantanove partite in Serie C, conquistò la promozione in Serie B e, fra i cadetti, accumulò la non indifferente cifra di trentasette partite. La Juventus lo fece visionare più di una volta. Le relazioni furono confortanti e Brio tornò alla casa madre. Nella lunghissima anticamera alle spalle di Francesco Morini (uno stopper oramai longevo che ha reso nella sua brillante carriera tantissimi servigi alla società di Galleria San Federico), Brio ha imparato molto. E ne è estimatore profondo e sincero: «È stato per me come un fratello, non mi ha mai risparmiato utili consigli. Io ho tifato spesso per lui e quando l’ho sostituito mi sono ritrovato come in una nuvola di sogni».
Ma Sergio Brio non è un sognatore; piuttosto un giovane realista con le idee molto pratiche. Non ama svolazzi, non si lascia trascinare dagli entusiasmi ed è refrattario pure alle depressioni. Un modo perfetto di affrontare la vita, in perenne equilibrio psicologico: «Non sono il tipo che si monta la testa o che si illude. So che nel calcio non è particolarmente difficile arrivare a certi traguardi, ma capisco perfettamente che non è facile confermarsi. La Serie A presenta ogni domenica un problema diverso, questione di ambientamento, di assuefazione, di adattamento a diversi tipi di avversario. Ma non mi scoraggio. Anche elementi piccoli e scattanti non mi danno particolari affanni. Io mi preparo sempre con la massima cura e applicazione».
Dopo Savoldi, a Brio sono toccati in rapida successione Graziani, Quadri, Paina, Altobelli e Pruzzo. Una serie di prove positive che hanno costretto Trapattoni a confermarlo. Brio è felice ma non si lascia vincere dall’euforia: «Sono contento, questo sì, e spero di continuare, ma non mi fido delle facili illusioni. Non credevo comunque di giungere alla prima squadra dopo sette mesi di anticamera. Il segreto delle mie buone prove è quello di essermi sempre preparato scrupolosamente, in modo che, quando Trapattoni ha avuto bisogno di me, ero pronto. Lavoro e ancora lavoro stanno alla base di questi miei successi parziali. Ma intendiamoci, non ho fatto nulla di eccezionale, sono ancora all’inizio, ai primi passi di una carriera che vorrei tanto continuare nella Juventus, che reputo la migliore d’Italia. Devo ringraziare particolarmente il dottor Giuliano, che nel 1975 mi convinse a trasferirmi a Pistoia. In Toscana ho imparato a vivere, a maturare, a comportarmi da uomo».
Molti suoi colleghi sostengono che lei abbia sofferto nella sua giovane carriera e che queste sofferenze lo aiuteranno a sfondare nel calcio nazionale: «È vero, a Lecce avevo un allenatore che si chiamava Adamo. Un tipo deciso; mi diceva che dovevo rimboccarmi le maniche se volevo arrivare. Io ho obbedito e adesso comincio a raccogliere i primi frutti. Mi manca ancora molto per potermi dichiarare soddisfatto: innanzitutto c’è il colpo di testa da perfezionare, lo stacco voglio dire. E il sinistro, che devo imparare a usare meglio. Il signor Trapattoni mi ha già aiutato molto».
Oggi è stopper in via transitoria; cioè il titolare è Francesco Morini. Lei ritiene di poterlo sostituire in pianta stabile a cominciare dalla prossima stagione? «Non mi pongo questo problema. È prematuro. Io so che davanti a me c’è un fior di giocatore come Morini. Se Trapattoni decidesse di farlo giocare non sarei certo io a creare problemi. Il posto è suo e a me sta bene fargli da rincalzo».
Un po’ di vita privata. Come trascorre le sue giornate? «Nulla di particolare. Vivo vicino allo stadio, mi alleno al Marchi, vado a mangiare da Mauro, frequento qualche amico torinese. Mi sono ambientato abbastanza agevolmente. Quando venni a Torino la prima volta, era l’ottobre del 1974, non mi adattai. Ora vedo attorno a me meno diffidenza e più fiducia. E mi sono integrato. I miei hobby sono pochi e semplici: la pesca innanzitutto, che pratico con la canna nei fiumi e nei laghi. Poi leggo molti giornali sportivi e quotidiani di informazione politica. Amo la musica ma non frequento discoteche perché non so ballare. E vivo tranquillo. Se mi ritengo fortunato? Certo, nella vita ci vuole anche fortuna per potersi realizzare».
A quali giocatori si ispira come uomo? «A Morini che mi ha dato tanti consigli, a Scirea, a Zoff, a Bettega e a Causio, i quali mi hanno offerto un particolare appoggio quando ne ho avuto bisogno. Le loro qualità mi hanno molto impressionato».
Sergio Brio è uno stopper molto dotato fisicamente. È alto 1,90, cosa che gli consente di brillare nel gioco di testa. Ha un tiro forte date le leve molto lunghe. Deve perfezionarsi, come egli stesso ha ammesso, nel tocco con il piede sinistro. E deve acquisire una maggiore agilità di movimenti. Manca di esperienza. Con il trascorrere degli anni ovvierà anche a questo dettaglio e potrà affrontare tipi di giocatori piccoli e svelti con minore disagio. Una virtù fa spicco nel suo bagaglio umano: l’umiltà. Una dote rara, che gli schiuderà le porte del futuro.


VLADIMIRO CAMINITI
Dal 1978 al 1986, il trampoliere Brio ha disegnato spesso nella Juventus prestazioni da potersi dire portentose, al centro della difesa epica in tante partite all’estero, ignorato per pura miopia da Bearzot che lo riteneva mediocre tecnicamente, alla stregua di Furino. La realtà, invece, era l’opposto, di un gladiatore anche nel breve, leale nella lotta quanto cipiglioso, insuperabile frontalmente e sulle parabole, un cliente ostico per qualunque centravanti, dal cerbiatto al molosso. Morini detto Morgan, lasciandogli il testimone, gli ha via via dato molti utili consigli e Brio ne ha fatto tesoro per sua stessa natura di uomo, congeniale ai silenzi e al pudore, un tipo di leccese più unico che raro, mai barocco né emotivo, di poche e sentite parole, amico degli amici, indifferente con i nemici. E ne ebbe. A cominciare dai critici detrattori, un paio, più accaniti di altri; il suo solo merito, per costoro, era che giocasse nella Juventus. Stopper di tipo inglese, pronto ad avanzare e irrompere per il goal anche decisivo, Brio passa alla storia come uno stopper dal cuore antico, emulo del sentimentale Guido Marchi, come atleta poderoso e persona rispettosa delle regole, calciatore tutto campo e casa, allenamento e pargoli. In conclusione, se la classe è rendimento, ecco un difensore poderoso che a differenza di altri, dall’illustre blasone, a lui preferiti in Nazionale, non ha forse mai sbagliato una partita. Giocando contro tutti, di anticipo e di volo, nei giorni del professionismo miliardario, al servizio dell’ideale.


NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” SETTEMBRE 2016
Bagno Lucia, a Forte dei Marmi. Mattino presto, il cielo è limpido, in spiaggia poca gente, ma arriverà. Sotto l’ombrellone si staglia la sagoma di Sergio Brio, quasi due metri di stopper vecchia maniera, colonna della difesa della Juventus per tutti gli anni Ottanta. Vincendo tutto, in Italia e all’estero, uno dei primi a centrare il Grande Slam planetario. Prima c’era stato l’esordio precoce con il Lecce in Serie C che aveva indotto Boniperti ad acquistare il suo cartellino nell’ottobre del 1974. Quindi il fondamentale triennio di tirocinio con la Pistoiese, dal 1975 al 1978, che aveva convinto i dirigenti juventini a richiamare a casa quel ragazzone dal naso grosso e dal fisico statuario per farne l’erede di Francesco Morini. Dodici anni filati di bianconero, i primi periodi sulle montagne russe complici infortuni e pregiudizi malevoli, fino al ritiro nel 1990. Da vincitore. Ora è spalmato sulla sdraio in perfetto relax, dopo le fatiche dell’Europeo che ha commentato in radio per la RAI con la consueta competenza e sobrietà. Ha già tolto i vestiti, pronto per la giornata di sole e mare. Una giornata del tutto speciale, in vista dell’oramai imminente traguardo del sessantesimo compleanno essendo nato lui, a Lecce, il 19 agosto 1956. Certo non si direbbe guardandolo in costume. Tirato e lucido, forse ancora di più e meglio dei tempi lontani del calcio giocato. Non un filo di grasso, tartaruga ancora apprezzabile con carapace a favore di telecamera e solito sorriso sornione con gli incisivi che si nascondono sotto il labbro superiore a favore dei canini, quelli sì bene in vista. Ci avviciniamo, stretta di mano e abbraccio, l’amicizia con Brio è di vecchia data. Cappellino in testa, e una gran voglia di festeggiare con il Guerino le sessanta primavere. E noi gli diamo il nostro regalo.
Sergio, questa è la maglia della Nazionale A. (sorride) «Il Guerino mi ha sempre stimato. Ricordo le belle pagine di Vladimiro Caminiti, un poeta più che un giornalista. Mi voleva bene, come voleva bene a tutti quelli che manifestavano attaccamento alla maglia. Dunque il vostro pensiero della maglia azzurra mi fa felice, visto che nella mia carriera ho avuto l’onore di indossare solo quella della selezione Olimpica».
Sinceramente, ti rode questa cosa? «No, veramente. La mia Nazionale è stata sempre la Juve con cui ho vinto quattro scudetti, tre Coppa Italia e tutte le competizioni internazionali. Cosa posso chiedere di più?».
Però, almeno una partita avresti potuto farla. «Non conta. Davvero. E poi non sono l’unico bianconero che non ha avuto feeling con l’azzurro. Pensa a Beppe Furino: indispensabile da noi, credo abbia fatto due o tre partite con l’Italia. E anche Francesco Morini non ha avuto grandi chance. Per non parlare di gente come Beccalossi o Virdis, come me, zero presenze. Non dimentichiamo comunque che all’epoca la Nazionale giocava molto meno».
E tu, perché non hai meritato nemmeno una convocazione? «Perché c’erano difensori più bravi di me. Negli anni in cui ho giocato c’era una concorrenza notevole. Oltre ai miei compagni alla Juve, con Gentile talvolta impiegato come stopper, c’erano Bellugi e Mozzini, poi Collovati, quindi Vierchowod. Tutta gente fortissima. Bearzot non mi vedeva. Punto e basta».
Ma anche tu facevi poco per attirare l’attenzione. «Non sono mai stato uno di quelli che andava dai giornalisti a fare propaganda per se stesso. Ho sempre anteposto gli interessi della squadra ai miei. Il bene della società a quello del singolo. Una volta mi chiamò Cesare Maldini per una partita con l’Olimpica in vista dei Giochi del 1984. Andammo a Utrecht, in Olanda. Feci bene, tanti complimenti e la fondata speranza che ci sarebbe stato un seguito. Invece, fatta quella gara, non ho avuto più nessun cenno».
Fino alla selezione guidata da Zoff e che andò poi a Seul nel 1988. «Dino mi conosceva bene. Ho fatto parte del gruppo fin dalla sua costituzione. Era una vera e propria nazionale maggiore per qualità e personalità. C’erano Tacconi, Virdis, Galla, Carnevale, De Agostini».
Ma anche lì hai dovuto ingoiare un bel rospo, perché alle Olimpiadi tu non ci sei andato. «Zoff fu chiamato dalla Juventus. Il suo successore, Francesco Rocca, mi escluse dalla spedizione con motivazioni che non mi convinsero. Allora lo chiamai e la telefonata fu abbastanza infuocata. Comunque acqua passata anche in questo caso. Ripeto: la mia Nazionale è stata la Juventus. È la società a cui devo tutto e alla quale sono legatissimo. Non solo perché ho indossato con soddisfazione la maglia bianconera per 378 volte con tanto di ventiquattro goal in dodici anni, quanto perché ho avuto concrete dimostrazioni che alla Juve conta più l’uomo che l’atleta».
Scendiamo nel merito: nomi. «Giampiero Boniperti e Giovanni Trapattoni».
I fatti. Partiamo con il presidente. «Quando veniva su a Villar Perosa in una giornata chiudeva gli accordi con tutta la rosa. E di spine ce n’erano. Non io, né i giovani che spesso firmavano in bianco. Uomo di calcio, ci diceva che se non si riusciva a vincere la partita con la tecnica, allora si doveva usare la forza e alla nostra Juve non mancava né l’una nell’altra. Il 16 aprile 1980 in un’amichevole a Vado mi rompo il ginocchio sinistro. Uno scontro con un avversario e mi saltano i legamenti. È una cosa seria, a tal punto che il professor Pizzetti dopo l’operazione va da Boniperti e gli dice: “Trovagli un lavoro a questo ragazzo, perché non tornerà a giocare”. E non a caso iniziò a circolare la voce di richiamare Francesco Morini che si era appena trasferito in Canada. Boniperti viene da me, mi raddoppia il contratto da giocatore e mi mette a disposizione per tutta l’estate il massaggiatore Remino con cui lavoro senza soste per tornare in campo prima possibile. Il gesto del presidente mi dette una tale carica e una tale forza che, al di là delle previsioni del medico, superai qualunque ostacolo. E sono tornato in campo, anche se per il pieno recupero è servito un anno intero. L’unico handicap è che non riesco a piegare completamente il ginocchio, ma di questo non se ne è accorto mai nessuno».
Ci sono stati anche altri gesti significativi di Boniperti? «Mi ha sempre difeso da tutto e da tutti. Specie i primi tempi, quando piovevano critiche dappertutto. Era la stagione 1979-80, il mio primo campionato come erede di Morini, una bandiera».
Come hai vissuto quel periodo? «Molto male. Tutto quel livore nei miei confronti non me lo meritavo. In più sei giovane, non hai ancora gli anticorpi per assorbire o reagire. Mettici anche la mia permalosità. Sta di fatto che la squadra non andava. Facemmo un girone di andata pessimo. Per cui talvolta si colpiva il singolo, ma in realtà il vero obiettivo era la società».
Tu non hai autocritiche da farti? «Se la squadra andava male, ovvio che anch’io avessi delle responsabilità. Non era facile giocare con gli occhi puntati addosso e dove eri messo alla gogna al primo errore. Dopo il 4-0 subito dall’Inter nel novembre 1979 fui massacrato. Marcavo Altobelli che fece tre goal, di cui uno su rigore. Giorni dopo mi difese lo stesso Spillo dichiarando che io non avevo nessuna colpa. Ma oramai l’onda era passata e aveva travolto tutto».
Però la tua assenza nella semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe contro l’Arsenal il 23 aprile 1980 non passò inosservata. «È vero. Mi feci male tra l’andata e il ritorno. A Highbury giocai molto bene. Inutile dire che il calcio inglese era quello che meglio si combinava con le mie caratteristiche, compreso l’avanzamento sui corner o sulle punizioni. A Torino purtroppo non c’ero. Loro fecero goal a due minuti dalla fine, un colpo di testa ravvicinato e addio finale».
Adesso tocca a Giovanni Trapattoni. «Un altro puntello fondamentale. Lui mi ha voluto. Mi ha lanciato. Mi ha sostenuto e incoraggiato. Mi ha insegnato a diventare un calciatore. Con le parole e con le famose sedute straordinarie post allenamento. Una mezzoretta di muro, palleggi, stacco di testa. Per mesi, molto spesso da solo, altre volte con Antonio Cabrini. Pensa che ho esordito a marzo in campionato contro il Napoli, ma prima di quella partita non avevo mai giocato un minuto neanche in Coppa Italia».
Un parto dopo nove mesi di attesa, tutto in regola. Che ricordi conservi di quella tua prima volta? «Ricordo che seppi che avrei giocato un paio di giorni prima e che avrei marcato Beppe Savoldi, il centravanti napoletano. Non molto alto, fortissimo di testa. Ero concentrato al massimo. Il Trap mi aveva caricato a mille. Poi ci furono le parole di Causio, l’altro leccese della squadra. “Oggi tutte le punizioni e i corner li batto per te”, questo mi disse. Alla fine andò bene: 1-0 per noi, goal di Tardelli e Savoldi a bocca asciutta».
Che allenatore è stato quel primo Trapattoni? «Un mister sempre presente sul campo. Un maestro capace di insegnare e che si divertiva a farlo. Credo che avrebbe fatto benissimo con i bambini. Un grande conoscitore del calcio. Degli avversari, anche stranieri, sapeva tutto. Ed erano tempi in cui per vedere una squadra dovevi andare sul posto e fidarti ciecamente degli osservatori».
Trapattoni difensivista? «Macché! Non scherziamo. Ero uno dei pochi che non avanzava mai, perché erano tutti avanti. Gentile e Cabrini erano ali aggiunte, Scirea un centrocampista in più. Davanti a Zoff rimanevamo io e Furino che copriva le spalle a Gaetano. E basta».
Facevate sedute di tattica durante la settimana? «Di solito il venerdì, quando si provavano anche schemi sulle punizioni e calci d’angolo. Comunque noi facevamo la zona mista. L’unico marcatore fisso ero io, ma quando il centravanti andava fuori zona, lo mollavo».
Ma in campo non avete mai preso iniziative? «Certo. Chiunque abbia giocato a calcio, sa che tutto può succedere nei novanta minuti. Può capitare la giornata storta di un compagno o la difficoltà momentanea della squadra. Può esserci una lettura più immediata dei giocatori rispetto al mister. In campo si parla, ma è una cosa normale, che non va in contrasto con l’allenatore. Con Scirea, per esempio, in certe situazioni, si faceva il cosiddetto “sandwich”. Juve in fase offensiva, massiccia. L’unico attaccante che rimaneva lo coprivamo così: io mi mettevo davanti e Gaetano subito dietro. Così se la palla era corta o bassa, ci arrivavo io. In caso contrario, c’era lui. All’inizio non ti nascondo la mia titubanza: quando mai si è visto uno stopper stare davanti al centravanti? Ma di Scirea mi potevo fidare. Anche perché sono e saranno sempre i calciatori a far vincere le squadre e gli allenatori. E non viceversa».
A proposito di vittorie, tu al primo anno vero alla Juve, fai subito centro e da protagonista. «20 giugno 1979, finale di Coppa Italia contro il Palermo che è in B. Si gioca a Napoli. Io sono in panchina, mi hanno appena tolto il gesso. Mi ero infortunato a una gamba nella semifinale contro il Catanzaro. Al primo minuto il Palermo passa in vantaggio. Al 50’ Trapattoni mi manda in campo. Io obbedisco. Mi urla: vai dentro e spacca tutto. Si fa male Bettega ed esce. Siamo uno in meno, ma io all’84’ segno il goal del pareggio. Supplementari. E quando oramai sembra arrivato il momento dei rigori, ecco la zampata di Causio. 2-1 per noi, i goal dei due leccesi in maglia bianconera».
Quando hai avvertito di avere finalmente azzerato i pregiudizi? «Nella stagione 1981-82 conta conquista del ventesimo scudetto da titolare indiscusso. L’infortunio era alle spalle, ero sicuramente più forte, soprattutto a livello mentale. Avevo venticinque anni, l’età in cui si diventa calciatori, come diceva sempre il Trap».
C’è un episodio che ti ha dato il segnale dello scollinamento? «Primo novembre 1981, partita in casa contro la Roma. Palla vagante in area di rigore, io faccio per spazzare, ma Zoff mi esce incontro. Rimpallo, arriva Falçao e fa goal a porta vuota. Zoff mi maledice, io mi prendo la colpa, anche in pubblico. Perdiamo. I tifosi all’uscita dello stadio mi fischiano. 4 novembre 1981, ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni contro l’Anderlecht. Entro in campo e arrivano i fischi. Giochiamo, lottiamo, Bettega si rompe il ginocchio. Io segno il goal dell’1-1 che purtroppo non basta. Ma non mollo e do il massimo. All’uscita dal campo lo stadio mi applaude».
Le lezioni del Trap sono servite. Chi è che, come te, è andato oltre i propri limiti con Il lavoro e la determinazione? «Beppe Furino sicuramente. Non mollava mai, era “feroce” in allenamento, così come lo era in campo. Anche Gentile direi e pure Marco Tardelli. C’è invece chi pur avendo qualità tecniche si è perso. Come Roberto Tavola o lo stesso Ian Rush. Peccato pure per Marino Magrin, ma sostituire Platini sarebbe stata dura per tutti».
Come dire: arrivare può esser facile, starci a certi livelli è dura. «È una legge non scritta, ma è una verità. Nel mio caso è stato così. La maglia della Juventus pesa e non solo perché era realizzata artigianalmente con lana vera».
Per questo ti arrotolavi le maniche anche d’inverno? «Mi sentivo più libero, questo il vero perché del gesto. Poi ci si può leggere qualunque altro significato. Di sicuro c’era che ero pronto alla battaglia. Ogni domenica me la dovevo vedere con il meglio dei centravanti degli anni Ottanta: Pruzzo, Altobelli, Savoldi, Giordano e poi Schachner, Diaz, Careca e Van Basten, il più forte di tutti».
Come preparavi la tua singolare sfida? «Vedendo i filmati alla TV, più tardi con le videocassette. Poi c’erano i ricordi delle sfide precedenti e su tutto, i consigli del Trap che in materia di marcatura diretta non aveva rivali».
Chi ti ha fatto penare di più? «Ho un brutto ricordo di Hrubesch dell’Amburgo. Ma anch’io facevo paura. C’era un giocatore dell’Inter che si rifiutava di venirmi a marcare quando avanzavo in attacco. E poi ci sono stati i corpo a corpo con Daniel Passarella: sui calci d’angolo facevamo coppia fissa ed era ammesso tutto».
E i tuoi duelli con Pruzzo? «Ma lì c’era dentro anche la grande rivalità tra Juve e Roma. Roberto era un brontolone. Non stava mai zitto, anche con i suoi compagni era seccante. Abbiamo sempre fatto scintille. Ero uno duro, tosto, non mollavo mai, questo è vero. Ma in squadra i veri picchiatori erano altri. Uno aveva un bel viso. Un altro la testa argentata. E poi c’eravamo noi. Io comunque sono stato espulso solo una volta, peraltro senza motivo. Giocavamo contro il Napoli, Bagni mi dà una gomitata a tradimento, io lo inseguo, ma non riesco a rendere il colpo. Rosso per tutti e due, l’arbitro è Redini. Eravamo alla fine del primo tempo. Negli spogliatoi mi attaccano tutti, da Boniperti al Trap ed io a dire al mondo che non avevo fatto niente. La sera la moviola svela la verità. Delle due giornate di squalifica, me ne tolsero una».
Hai parlato di moviola: ti si vedeva spesso al rallentatore alla “Domenica Sportiva”. «L’ho notato anch’io. Una volta rimasi allibito. Di una partita in cui successe di tutto, con tanto di sospensione della gara non fecero vedere nulla. Il mio presunto fallo all’avversario di turno, sì. Boniperti era furioso per questo trattamento».
Tra i tanti episodi c’è anche quello dello scontro in area con Borghi del Catanzaro nell’ultima di campionato 1981-82, partita decisiva per lo scudetto. «Nessun fallo. E nessun rigore. Piuttosto hai detto Borghi ed io ho subito pensato ad altro».
Claudio Borghi? Finale dell’Intercontinentale 1985 a Tokyo? «Borghi mi fece dannare veramente. Un ottimo centravanti, grande tecnica e movimenti rapidi. Ma alla fine la coppa la vincemmo noi. Per me è stata la gioia più profonda, la vittoria più gratificante, la soddisfazione sportiva che mi ha ripagato di tutto, infortuni compresi».
Andiamo con ordine: da dove nasce quel successo? «Da Atene 1983. Dalla rabbia di quella notte greca. Molti di noi che erano a Tokyo, c’erano anche contro l’Amburgo. Nessuno aveva dimenticato l’enorme delusione provata e l’amarezza per avere fallito l’obiettivo che era alla nostra portata. L’essere favoriti non ci ha aiutato. Ma nessuno può smentire che eravamo i più forti. Sei Campioni del Mondo più Bettega, Platini e Boniek. In più Bonini, Furino e il sottoscritto. In tutto il torneo abbiamo dato spettacolo, non abbiamo mai perso. Siamo andati a Birmingham e abbiamo battuto in casa l’Aston Villa, detentore della coppa. Abbiamo sbagliato solo una partita, quella decisiva. C’era troppa sicurezza, tanto che non siamo stati in grado nemmeno di cogliere alcuni segnali preoccupanti, come la sconfitta per 2-1 nell’amichevole contro il Vicenza giocata nella settimana che ha preceduto Atene: giocammo male, svogliati, con la testa altrove. La lezione l’abbiamo capita tardi, ma ci è servita».
Dopo Atene ci sono state altre tappe significative. «Intanto lo scudetto nel 1984 che ci ha consentito di tornare a giocare per la Coppa dei Campioni, visto che in quegli anni alla caccia al trofeo più prestigioso partecipava solo chi vinceva il campionato. Quindi la Coppa delle Coppe a Basilea, sempre nel 1984. Una novità assoluta per la Juve che era alla sua seconda finale europea consecutiva. A dimostrazione della grande forza di quella squadra. Decisiva è stata poi la Supercoppa Europea del gennaio 1985. Vinta su un campo ghiacciato, battendo il Liverpool che l’anno precedente aveva conquistato la Coppa dei Campioni. Io annullai Rush, in quel momento il più forte centravanti a livello internazionale».
Tutto bello, tranne l’Heysel. «Una tragedia, una cosa sconvolgente. Giocammo per forza. Boniperti non voleva assolutamente, l’UEFA ci costrinse a farlo. Noi sapevamo poco, ma quel poco bastava. Una volta in campo è stata partita vera».
La Coppa del Campioni è il viatico necessario per Tokyo. «La preparazione fu impostata per quel traguardo che cadeva ai primi di dicembre del 1985. La Juve aveva cambiato pelle. Tardelli, Boniek e Rossi ci avevano salutato ed erano stati acquistati molti giovani, tra cui Massimo Mauro e Aldo Serena. In campionato partimmo fortissimo con otto vittorie consecutive prima di partire per il Giappone. Giocavamo conto l’Argentinos Juniors, c’era gente scafata come Olguín, Campione del Mondo nel 1978. C’era Batista, che avrebbe vinto il Mondiale di lì a poco. Poi il talento di Borghi. Il Trap preparò benissimo la partita. Molto pragmatismo, come al solito. “Giocate con semplicità, non strafate”, questo il suo messaggio. E poi seppe dare massima fiducia ai giovani. Accanto a gente come me, Scirea, Cabrini e Platini, c’erano Mauro, Serena, Laudrup, alle prime vere esperienze internazionali di livello. Il mister dette sicurezza a tutti, anche a Pioli, vent’anni, che prese il posto di Scirea, infortunato».
E della partita che cosa ti è rimasto? «I continui ribaltamenti di campo, la qualità di molte giocate. Il risultato sempre in bilico. Il mio duello con Borghi. La classe di Platini e la fantasia di Laudrup: il goal del 2-2 ha dell’incredibile. Ancora oggi quando rivedo le immagini temo che il pallone non entri in porta. Le uniche note stonate: le condizioni del terreno e le trombette dei giapponesi».
E il goal annullato a Michel? «Un errore madornale dell’arbitro. Fischiò un mio fuorigioco, ma stavo rientrando dopo un calcio d’angolo e non c’entravo nulla con l’azione. Platini mi sta ancora maledicendo».
Però senza quell’errore, non ci sarebbero stati i rigori. «Vero. Più si avvicinava la fine e più pensavo al dischetto. Tra i tiratori c’ero anch’io, con il Trap era stato già tutto deciso, compreso l’ordine. Ed io sarei stato il primo. Ero cotto dopo 120 minuti a correre dietro a Borghi. Bevo, poi mi sciacquo il viso per riprendermi un po’. Lo so che devo andare. Dentro di me penso solo: “Mamma mia tocca a me”. Fondamentale è stato incrociare lo sguardo di Trapattoni che mi fa: “Sei forte, tiralo come sai”. A volte bastano poche e semplici parole per cambiarti la vita. Vado, piazzo il pallone. Aspetto un po’, perché l’arbitro fa spostare Tacconi che aspettava il suo turno. E poi, collo piede. Destro a incrociare rasoterra. Il portiere si butta bene, ma non riesce nemmeno a toccare».
E meno male che dicevano che tecnicamente eri scarso. «Non avevo i piedi fatati di Causio, ma neanche due ferri da stiro. Ho fatto anche goal di piede, uno bellissimo al Napoli, e lanci di quaranta metri a Boniek che mi ringrazia ancora».
La coppa è ad un passo. «Beh sì. Tacconi fa il fenomeno e Platini completa l’opera! Siamo Campioni del Mondo. Sono Campione del Mondo».
Da brutto anatroccolo a cigno: Sergio Brio. «Mi va bene tutto. Mi sono impegnato al massimo, ho dato sempre il 110%. Mi sono fatto male un sacco di volte. Naso rotto, fronte fratturata, le ginocchia, qualche stiramento. Non ho mai avuto vita facile. Sono partito dal basso, per raggiungere la vetta del mondo».
Che cosa conservi dei tuoi primi anni da calciatore? «Ho ricordi molto nitidi, compresa la preoccupazione dei miei genitori che mi vedevano crescere a vista d’occhio e quasi temevano che fossi malato. Ricordo Lecce, il grande Adamo e la sua intuizione di spostarmi al centro della difesa dopo gli inizi da attaccante. Poi Losi e Chiricallo, il debutto precocissimo in Serie C e l’interessamento della Juventus».
Ottobre 1974: sei un giocatore bianconero. «I primi mesi di Torino sono stati duri. Avevo diciotto anni, non mi ero mai mosso da casa. Stavo male. Giocavo con la Primavera, ma durante la settimana ero con la Prima Squadra. Mi misero anche nell’album delle figurine, foto intera, dalla testa ai piedi, ma avevo la maglietta della Primavera, senza stella. Una sofferenza, la palla non la vedevo mai».
Meglio farsi un po’ le ossa altrove? «Sì. E Pistoia è stata il massimo. Lì ho conosciuto mia moglie e nei tre anni (due di C, uno di B) in maglia arancione ho fatto il primo salto di qualità. La Juve mi ha sempre seguito. Venivano a turno Parola e Vycpálek. Quando videro che me la cavavo bene anche con gli attaccanti piccoli, dissero a Boniperti di riportarmi a casa».
Che cosa desideri per il tuo sessantesimo compleanno? «A parte la salute, vorrei poter progredire e migliorare nelle cose che faccio adesso, dal commentatore in radio al lavoro di agente immobiliare che non ho mai abbandonato. Poi ho in mente altri progetti».
Quello di poter dare una mano a ex colleghi in difficoltà? «Quello fa parte delle cose normali. Io ci sono per tutti e se posso, una mano la do sempre».
Qual è il ricordo più bello che ti rimane della tua vita da calciatore? «La mia partita di addio a Pistoia. Vennero tutti i miei compagni. Fu una festa, un momento di grande commozione: in quel momento ho avuto la sensazione di aver raccolto tutto quel che di buono avevo seminato».
E la cosa più buffa che ti è capitata? «Essere morso da un cane lupo all’Olimpico dopo un Roma-Juve in diretta televisiva. Il nostro medico Dottor La Neve andò subito dal poliziotto consigliando di dare degli antibiotici al cane, perché io non avevo fatto l’anti-rabbia».

1 commento:

Giuliano ha detto...

quando si dice Juve, si pensa a giocatori come Brio, o come Gentile: all'inizio molto grezzi, ma lavorando duro sono diventati dei punti fermi della squadra.
Grande merito a Trapattoni.
(anche per Torricelli, e per tanti altri).
NB: negli anni in cui non si è lavorato così, e in cui gli Agnelli hanno speso montagne di soldi, sono venute le annate peggiori, vedi l'annata di Maifredi. (ma i non juventini queste cose non le sanno e non le vogliono sapere)