martedì 26 aprile 2016

Oleksandr ZAVAROV


L’Unione Sovietica, guidata dal colonnello Lobanovs’kyj, aveva destato grandissima impressione ai Mondiali di Messico 1986, dove fu ingiustamente eliminata dal Belgio nella partita più bella del torneo, finita 4-3 con due goal irregolari concessi ai belgi e agli Europei del 1988, dove fu sconfitta dall’Olanda stellare di Gullit e Van Basten. Tutto il gioco di quella squadra, che faceva della disciplina tattica il proprio punto di forza, passava dai piedi buoni e dalla velocità di pensiero di un piccoletto con la banana bionda sulla fronte: Olexsandr Zavarov, detto Sasha.
«Come Maradona, Zavarov ha una tecnica incredibile, può decidere una partita in qualsiasi momento, sa organizzare il gioco e difendersi», sostiene il Colonello. In realtà quella Nazionale, così come la Dynamo Kyiv che lo stesso Lobanovs’kyj dirigeva, aveva anche delle ottime individualità, come il portiere Dasaev, il Pallone d’Oro Belanov e l’attaccante Protasov. Proprio nella semifinale del Campionato Europeo, l’Unione Sovietica umiliava la squadra azzurra, battendola con un perentorio 2-0.
Zavarov arriva alla Juventus alla fine di quel torneo, con grandi aspettative da parte dei tifosi e con grande clamore della stampa, poiché si tratta del primo calciatore sovietico ad arrivare nel nostro campionato, grazie anche ai buoni uffici di Agnelli presso le gerarchie dello stato, allora governato da Gorbačëv: «Per me è un grande onore venire a giocare nella Juventus – dice il giorno del raduno – che è famosa anche in URSS, come la FIAT. Il calcio italiano è molto affascinante, l’Italia intera è molto affascinante».
Le aspettative sono presto deluse: Sasha gioca un campionato mediocre in una squadra mediocre, guidata con buona volontà da Dino Zoff, che gli fa vestire la maglia numero dieci, troppo pesante e nemmeno tanto amata dal russo. «Sono frastornato e innervosito – confessa – dall’attenzione che mi circonda. Non ero abituato a finire tutti i giorni sui giornali. Non ho problemi fisici, non ho problemi con Zoff e la società: ma devo capire meglio il calcio italiano. Se sarà necessario in futuro accetterò senza problemi la panchina». Quel campionato è vinto dall’Inter di Trapattoni che sbaraglia tutti i record, ma anche Napoli e Milan sono nettamente superiori alla Juventus, che i piccoletti Zavarov e Rui Barros non riescono a tenere a galla.
Nel campionato successivo arriva il connazionale Alejnikov e, su richiesta dello stesso Zavarov, Zoff gli concede la maglia numero nove, che Sasha veste abitualmente anche il Nazionale. «Io commisi l’errore di non ammettere che ero stanco – dice a proposito dell’arrivo di Alejnikov – finché il fisico mi sorresse, nelle mie prime settimane in Italia, combinai qualcosa di buono. Poi ho patito la stanchezza di una stagione lunghissima e non ho voluto ammetterlo, soprattutto con me stesso. Ad Alejnikov gli consiglierò di abituarsi subito alla mentalità del calcio italiano che è molto più dura e più professionale che in URSS. Io sono stato un pioniere e ho pagato. E per Alejnikov sarà diversa anche la situazione economica. Gli hockeisti della Dinamo sono stati ingaggiati dai club professionistici canadesi e hanno potuto trattenere il cinquanta per cento dell’ingaggio. È un nuovo sistema e mi sembra più giusto di quello che adottarono con me: i soldi della Juve li prende tutti il governo sovietico, che mi passa soltanto uno stipendio. Per fortuna c’è la Juventus che non mi fa mancare nulla». La Juventus riesce a conquistare la Coppa Italia e la Coppa Uefa, ma l’apporto del russo è marginale, tanto è vero Zoff schiera spesso l’emergente Casiraghi al suo posto, al fianco dell’autentica sorpresa del torneo, Toto Schillaci.
Al termine della stagione 1989-90 si disputano i Mondiali italiani; per l’Unione Sovietica è una delusione enorme. La squadra perde le prime due partite contro Romania e Argentina e a nulla vale il perentorio 4-0 contro il Camerun; l’Unione Sovietica è eliminata al primo turno, la Grande Armata del colonnello Lobanovs’kyj è affondata definitivamente. Anche nella Juventus ci sono grandi novità: Zoff è sostituito da Maifredi, si inaugura il nuovo corso di Montezemolo e per Sasha non c’è più spazio. È ceduto in Francia, al Nancy, dove continua la sua parabola discendente; appesi gli scarpini al chiodo, Zavarov comincia la carriera di allenatore guidando squadre di secondo piano francesi e svizzere.


ANGELO CAROLI, DAL SUO LIBRO “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA”
Sasha, così lo chiamano a Kiev, dove è l’emblema di una squadra che ha vinto moltissimo, è un talento naturale. Ha tecnica eccezionale, è capace di imprevedibili finte con il corpo, di repentine intuizioni, rapidi cambi di ritmo, ed ha una certa inclinazione al goal. Non è un regista, anche se giocando in un certo modo, sia nella Nazionale sovietica sia nella Dinamo di Kyiv, induce la critica a ritenerlo tale. È senza dubbio un uomo di rifinitura, che sa fare tante cose, compresa quella di concludere. Sono stupefacenti i suoi assist profondi e precisi come linee geometriche sempre diverse. Ha fantasia da vendere ed è l’unico show-man fra i tanti robot a disposizione dell’Ingegner Lobanovs’kyj. Le immagini fornite dai Campionati Europei confermano queste sensazioni, anche se bisognerebbe vederlo in una realtà diversa da quella sovietica. I collettivi della Dinamo e dell’URSS sono molto vicini alla perfezione, tutti avanti e tutti indietro. L’aiuto è costante e reciproco. Sasha è discontinuo. Spesso le sue invenzioni, per gli altri e per se stesso, sono risolutive. È il più bravo dei computer sovietici insieme con l’altro formidabile centrocampista Mychajlyčenko.
La Juventus lo tiene d’occhio in maggio e in giugno. Nonostante vaghe indiscrezioni, la critica stenta a credere che Belanov (lo vuole l’Atalanta) e Zavarov possano oltrepassare la cortina. I rapporti della FIAT con l’Unione Sovietica sono tali da facilitare l’operazione, com’era accaduto, qualche anno prima in Polonia, per Zbigniew Boniek. Il procuratore bianconero, Pietro Giuliano, parte per l’URSS. Sono due i viaggi a Mosca, forse tre. Insieme con altri incaricati della FIAT che operano in Unione Sovietica, Giuliano si incontra con alcuni rappresentanti della Sovintersport, con Lobanovs’kyj e con due esponenti della Dynamo Kyiv. Terminano gli Europei e le trattative sono vicine all’epilogo. I soldi, cinque milioni di dollari, sono trasferiti alla Dinamo Kyiv tramite un noto istituto di credito torinese ai primi di agosto. L’8 dello stesso mese e in occasione di un’amichevole della Dynamo a Livorno, Zavarov si incontra con Giampiero Boniperti e firma il contratto.


WWW.CORRIERE.IT, 15 FEBBRAIO 2015
«Zavarov era un buono, incapace di far male a una mosca, quindi questa sua scelta di non voler andare in guerra non mi stupisce affatto». Parola di uno che l’ha conosciuto da vicino: Pasquale Bruno, difensore di altri tempi del nostro calcio, O’ Animale in campo, ma persona affabile e intelligente fuori, fu compagno alla Juve del primo calciatore sovietico della storia ad approdare in Serie A. Che ora, viceallenatore della Nazionale di Kiev, rifiuta di andare in guerra contro la Russia dopo aver ricevuto la chiamata alle armi dell’esercito ucraino. Già sovietico, ché quando Olexsandr venne alle nostre latitudini nel 1988, Russia e Ucraina, secondo la vulgata ufficiale del Partito Comunista, erano solo repubbliche sorelle dell’URSS.
«Conosciuto da vicino, ma non si può dire bene – ricorda ancora Bruno – Zavarov non parlava una parola di italiano. E le barriere linguistiche, oltre al difficile adattamento a Ovest, per uno che veniva dal blocco comunista, furono forse il più grande ostacolo al suo inserimento nel calcio italiano». Impensabile dunque parlare con lui di storia o di politica. Ingiusto definirlo però un bidone, come venne poi etichettato da molti: «Gli scarsi eravamo noi – scherza il difensore – non lui. Venne in una Juve minore, con l’impossibile eredità di Platini da gestire. Lui proveniva dalla fortissima Dinamo Kyiv di Lobanovs’kyj. E non poteva essere un caso. E, comunque non era a Michel che assomigliava, ma semmai a un Totti, più avanzato, dribbling secco e visione di gioco».
Non aiutò certo l’esplosione di Sasha, come veniva chiamato dai compagni, il trattamento che gli riservò il PCUS: lo stipendio degli Agnelli veniva girato al Partito Comunista sovietico che poi passava due milioni (di lire) al mese al giocatore. Una cifra impensabile anche allora per un calciatore: «Aveva dei buoni spesa per i supermercati – racconta Bruno – e girava per Torino con una Duna: noi sospettavamo fosse quella di Ian Rush, andato via l’anno prima. Ma non è che comunque ai tempi noi lo facessimo sentire in difetto: tutti avevamo l’obbligo di andare all’allenamento in FIAT. Io avevo una Panda 4x4 per dire e nessuno si permetteva di girare in Ferrari, durante il lavoro». Una debolezza però Sasha ce l’aveva: l’alcol: «Vedevi girare queste bottiglie di vino, non si sa uscite da dove, negli autobus che ci riportavano dalle trasferte vicine. Puntualmente finivano in fondo, dove guarda caso c’erano sempre lui e Laudrup». Un altro calcio, un altro mondo.

3 commenti:

FdeZ ha detto...

Ricordo che l'inizio della seconda stagione di Sasha fu incoraggiante...sembrava un altro giocatore rispetto alla prima stagione.
Poi, pian piano tornò più o meno sui livelli della prima stagione.
Spesso spaesato, timido, fuori dal gioco.
I numeri li aveva ma credo che a lui mancasse un carattere forte.

Giuliano ha detto...

Ogni giorno sento i famosi "esperti" in tv che dicono: "per fare le squadre forti BISOGNA comperare, spendere!"
E tutte le volte penso a Ian Rush, a Zavarov... La Juve ha fatto crescere tanti giocatori che nessuno conosceva, ed è sempre stata questa la sua forza. Solo chi non conosce la storia della Juve può pensare altro.
(chi si ricorda di quando arrivò Zidane alla Juve? E cosa si diceva di Platini? E Gentile, Tardelli, Scirea, Cabrini...).

Vale come invito ad avere fiducia nel futuro!

Anonimo ha detto...

"con due goals irregolari"

Ma veramente!?! Devo andare a rivedermi il video.
Riguardo la sconfitta con l' URSS dell' Italia, bah, pioveva a dirotto e noi avevo ciccato tre occasioni. Poi un errore e una bella giocata in due, tre minuti...