domenica 7 febbraio 2016

Raul CONTI

Una sola stagione in bianconero per Raul Conti, fantasioso dribblatore argentino; nasce a Pergamino, il 5 febbraio 1928, figlio di un garagista. Dai dodici ai quindici anni gioca nella squadretta locale, poi si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires, dove disputa un campionato minore, mettendosi in grande evidenza con le sue azioni spumeggianti. Guillermo Stabile, il famosissimo Filtrador della Nazionale biancoceleste, lo vuole con sé al Racing Avellaneda ma, dopo un breve periodo, lo relega tra le riserve, nelle quali rimane per tre stagioni. Passa al River Plate, allenato da Renato Cesarini, che dopo soli due mesi lo segnala al Torino. Conti parte per l’Italia e prova con la maglia granata, in un incontro amichevole disputato a Biella: segna due goal e convince i dirigenti.
Non viene però mai impiegato in prima squadra: la sua naturale propensione all’individualismo lo esclude dalla rosa dei titolari. È prestato sino alla fine della stagione al Monaco, che milita nella Serie B francese: quando deve ritornare a Torino si impunta e decide di stabilirsi nel Principato. L’anno dopo, segna ventidue reti e trascina i biancorossi monegaschi in Serie A; questa splendida stagione fa sì che la Juventus si interessi a lui.
È il 1956 e Giampiero Combi segnala il suo nome a Viri Rosetta, che lo segue personalmente; per sedici milioni di franchi francesi, Conti diventa juventino. È qui che succede un episodio assai sconcertante; sui documenti del contratto di trasferimento, il suo cognome è scritto con una doppia “T” (Contti) e la Federazione nega il benestare per il tesseramento. Deve così stare fermo per tre settimane, le prime del campionato.
Debutta contro la Sampdoria, ma è vittima di un infortunio: cadendo, si rovina un braccio e resta fermo venti giorni. Il suo rientro in squadra avviene proprio contro il Torino, al quale segna la rete del pareggio negli ultimi minuti; una vendetta servita fredda. Prende quota ed è convocato nella sua Nazionale per un incontro contro l’Austria: il suo destino, però, è quello del panchinaro.
Gioca bene e segna per tutto il campionato, ma a giugno è ceduto all’Atalanta per ventidue milioni. È un giocatore di difficile classificazione: le sue doti tecniche apparvero straordinarie e, di lui, Bruno Roghi scrisse che calzava la palla come una pantofola. Un mattatore per indole, capace di trascinare la squadra nelle giornate di vena, ma anche di disperdersi nell’avviluppo di un gioco approssimativo e troppo fine a se stesso.

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