domenica 28 febbraio 2016

Dino ZOFF

«È stato unico come portiere – scrive il sommo Vladimiro Caminiti – per la sobrietà dello stile non privo di un suo fascino misterioso, segreto, che risaltava in certe partite all’estero, ad esempio in Inghilterra, al forcing martellante cross su cross dei fondisti inglesi, il suo spazzare l’area di rigore con uscite monumentali per tempismo e autorevolezza atletica. Ma più di tutto ha avuto, come portiere, mente e fisico corrispondenti come nella massima di Giovanale (“mens sana in corpore sano”) da cui questo suo rendimento inattaccabile, e le sue mani sempre intatte (un solo infortunio fisico in una carriera interminabile), e la sua strategica sapienza nell’interpretare il ruolo su se stesso, fuori da ogni tradizione. Nessun campione di calcio somiglia a Zoff nell’asprezza contenuta del carattere, così poco facondo e così fecondo di risolutive intuizioni. Il suo sodalizio con Scirea è bellissimo sul piano umano; Boniperti se ne ricorderà il giorno che lo promuove allenatore. per affiancarglielo. Poi, Scirea muore tragicamente e Zoff rifiuta qualsiasi altro secondo».
L’estate del 1972 è importante soprattutto per l’arrivo alla Juventus di un giocatore e di un uomo eccezionale: Dino Zoff; ha appena compiuto trent'anni, l’età nella quale altri calciatori sono vecchi, ma per lui, è il momento migliore della carriera. Napoli, che aveva adottato Dino, lo vede partire a malincuore. Attila Sallustro, gran centravanti degli anni d’oro ed allora direttore dello stadio San Paolo gli dice al momento del saluto: «Ho visto tanti campioni in maglia azzurra, ma tu sei il migliore. Non solo fra i pali, ma sempre, dall’allenamento allo spogliatoio».
La gente bianconera lo ama subito: Dino in porta è una sicurezza ed una guida per la difesa, fuori dal campo è un ragazzone misurato che parla poco ed al momento giusto, in allenamento è una belva (è il suo segreto, le partitelle come e più della partita in fatto di impegno e di concentrazione). Forte tra i pali (più piazzamento che voli, ma anche questi quando occorre), sicuro nelle uscite, attento e rapido nei rilanci, sempre presente nel match, anche se la palla è lontana dalla sua zona.
Tra maglie bianconere ed azzurre, Dino Zoff inizia a trent’anni la parte più bella e gloriosa della sua carriera. Gli è mancata, e come l’avrebbe meritata, solo la Coppa dei Campioni. Si ritira il 2 giugno 1983, in bellezza, ancora integro ma capace di dire basta da solo.: «Sono arrivato che c’erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juventus mi è rimasta nel cuore».
Nato a Mariano del Friuli (Gorizia) il 28 febbraio 1942. Comincia a giocare nella Marianese, a sedici anni passa all’Udinese con la quale esordisce in serie A il 24 settembre 1961 (Fiorentina-Udinese 5-2). Bilancio in campionato: 74 partite in serie B (Mantova e Udinese), 570 in serie A (Udinese 4, Mantova 92, Napoli 143 e Juventus 331). Bilancio in Nazionale: esordio il 20 aprile 1968 a Napoli (Italia-Bulgaria 2-0), ultima partita il 29 maggio 1983 a Goteborg (Svezia-Italia 2-0). 112 presenze in Nazionale, secondo solamente a Paolo Maldini. Quattro campionati del mondo: Messico 1970, Germania 1974, Argentina 1978, Spagna 1982. Campione del mondo 1982. Campione d’Europa 1968. Sei scudetti nella Juventus (1973, 1975, 1977, 1978, 1981, 1982). Una Coppa Italia, Juventus 1979. Una Coppa Uefa, Juventus 1977. Record di presenze in serie A, 570. Record di presenze consecutive in A, 330 (2 nel Napoli e 328 nella Juventus). Primati di imbattibilità: 903 minuti nella Juventus, 1143 in Nazionale. Mai espulso e mai squalificato.
Lasciamo al racconto del portiere stesso il ritratto di Dino Zoff fra i pali. Fra le tante cose da lui dette a mezza voce, questa è una spiegazione che rivela tante cose. Perché è stato così forte, nella Juventus ed in azzurro: «Si dice che è il tiro sbagliato il più pericoloso, ed è vero. Ma è altrettanto vero che ci sono giocatori portati a far goal, ed allora anche se il loro tiro è pulito dritto, vanno a segno lo stesso. Prendiamo Gigi Riva: non faceva cose strane, non cercava astuzie o pallonetti, sparava con quel suo sinistro e faceva centro. Così da parte del portiere è logico si facciano delle valutazioni. Io ho sempre il massimo rispetto di tutti gli avversari, ma mi sembra giusto temere più uno che l’altro a seconda delle caratteristiche. Questo senza che si arrivi a dualismi, a guerre personali. Certo, si individua per così dire il nemico più pericoloso già alla vigilia, ben sapendo che magari il goal poi te lo fa un altro. Arriva un terzino, ti piazza una botta nel sette dal limite dell’area e sei fritto. Certamente la concentrazione del portiere aumenta quando la palla arriva fra i piedi del cannoniere avversario. Sai che è molto improbabile che lui cerchi il cross o il passaggio, sai che tenterà il goal direttamente nell’80/90% delle situazioni. Non tutto è puro ragionamento, comunque, nel lavoro di un portiere. Prendiamo la scelta fra la presa e la respinta a pugno come conclusione dell’uscita su una palla alta. Io per principio parto sempre con la convinzione di dover bloccare questo benedetto pallone, ma a volte la situazione che si presenta nel momento decisivo è tale da farmi cambiare idea. Questione di attimi, come nella vita».
Per Giovanni Trapattoni, il suo ultimo allenatore: «Dino è uno dei calciatori più seri che abbia conosciuto, con una fiducia assoluta nell’equazione “lavoro uguale risultati”. È stato abituato da sempre a contare solo su se stesso, sulle sue capacità di sacrificio. Gli dicevo spesso di prendersi qualche pausa salutare. Non ne voleva sapere, è un magnifico esempio di passione sportiva vera, anche disinteressata. Difficile trovargli un difetto, anche a volerlo. Non certo nel gioco.. Al massimo lo si può accusare di non saper sfruttare sino in fondo il personaggio che si è costruito con anni di sacrifici. È un uomo con il suo mondo privato, come è giusto sia. La famiglia, la casa, hanno grande importanza per Dino. Su molti compagni, comunque, il suo ascendente era forte. Quando prima della gara, in settimana od addirittura la vigilia, si parlava del prossimo impegno, si analizzavano le qualità dell’avversario, i punti forti o gli eventuali lati che pensavamo deboli, Zoff partecipava ed entrava volentieri nei particolari tecnico-tattici. Come affrontare una punizione, come aspettare il corner, specie se nell’incontro precedente c’era stata qualche sfasatura. Un giocatore eccezionale, insomma. Due o tre con il suo carattere, oltre che con la sua bravura, e non ci sarebbero davvero problemi per qualsiasi squadra».
La Juventus gli offre la panchina, nell’estate del 1988; Dino accetta, e porta con sé, nell’avventura, l’amico Gaetano Scirea. Sembra la felicità, ma il destino è una bestia feroce che sta in agguato; si porta via Scirea in un dannato incidente stradale, in Polonia, e Zoff si sente all’improvviso un po’ più solo. «Mi manca molto l’appoggio di un amico vero come Gaetano Scirea. Mi sento più povero. E mi fa arrabbiare il fatto che abbia ricevuto i giusti onori solo dopo la morte. Prima era stato dimenticato. Il fatto è che in questo mondo il buono, il corretto, l’uomo vero è banale».
E dopo un anno e mezzo di Juventus, capisce di aver già fatto il suo tempo; non c’è bisogno di troppe parole, per spiegare i cambi di ritmo a uno come lui. Del resto, alla Juventus l’aveva voluto Boniperti, mentre l’Avvocato si era invaghito del nuovo verbo zonaiolo del profeta Maifredi. Zoff prende atto e non fa polemiche quando Maifredi viene annunciato ufficialmente a metà della stagione 1989/90. «Il mio allontanamento dalla panchina della Juventus fu la conseguenza di un radicale cambiamento societario. Non fu una decisione improvvisa, conoscevamo tutti i nuovi indirizzi della dirigenza. E non mi sono mai sentito una vittima di quella situazione».
C’è una stagione da chiudere, Zoff chiama a raccolta la squadra che gli si stringe intorno e consegna alla bacheca juventina, prima di fare le valigie, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa. Se ne va alla Lazio, tra i rimpianti dei tifosi bianconeri.


“HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO-AGOSTO 1983
Rispetto la decisione di Zoff solo perché l’ha presa lui. So quanto gli è costata, so che avrebbe voluto chiudere diversamente la carriera. In un campetto di provincia, in una squadra piccola, ma in Italia non si può. Mi sembra che la storia di un calciatore, del capitano dell’Italia vincente, sia amaramente esemplare e meriti qualche considerazione, al di là della stima e del “grazie” che vanno ad un vero sportivo. Zoff ha preferito un taglio netto ad un lungo sfilacciamento, a pressioni sempre più pesanti. Perfino nella fredda Svezia qualche cretino ha fatto dello spirito con uno striscione che paragonava Zoff ad un fantasma: in Italia, paese notoriamente caldo, si è andati giù più pesanti. Zoff paga il fatto di avere quarantuno anni, di essere il portiere della Juve e della Nazionale e di non essere un personaggio. In questi giorni, un portiere di quanrantuno anni, Boranga, è stato determinante per la promozione in C1 del Foligno: segno che, a certi livelli, il “vecchio” funziona, diciamolo sottovoce. In un’Italia incline a beccarsi tutte le malattie infantili, compresi il finto giovanilismo ed il protagonismo d’accatto, Dino Zoff era un bersaglio ideale. Eraldo Pizzo in piscina, Raimondo D’Inzeo a cavallo, Miro Panizza in bici: quanti violini, quanto amore, quanto caramello per questi grandi vecchi. Nel nostro calcio, invece, basta aver pochi capelli e si è fregati anche da giovani (sto alludendo a Scanziani): figuriamoci se hai quanrantuno anni, cos’aspetti a toglierti dalle palle? E così Zoff scende dalla giostra. Ci aveva già pensato, dopo il Mundial, ma perché rinunciare alla Coppa dei Campioni? Il tiro di Magath non era parabile, ecco un altro bel processo. Qui i processi si fanno specialmente a quelli che non li meritano, e l’irrisione è più gratuita e volgare nei confronti di chi lavora seriamente. Un goal, si può parare o beccare: i primi a saperlo sono i portieri. Ovviamente, per un razzismo calcistico assai diffuso, un attaccante può sbagliare goal facilissimi e tutto si dimentica, mentre Zoff da anni ha le orecchie che fischiano per Haan, da mesi per Cuttone. «Io sono un operaio specializzato che cerca di timbrare tutti i giorni il cartellino», mi aveva detto qualche anno fa. Undici campionati giocati di fila, mai un raffreddore, un infortunio: di questa resistenza e continuità andava fiero, non dei record d’imbattibilità o degli scudetti, da dividere con altri. E in tutti questi dieci, venti anni ad alto livello, mai una polemica con un collega, una cattiveria, una frase ad effetto, ma un esempio di cavalleria sportiva, innata, non posticcia. Ha fatto notizia per essere finito sulla copertina di “Time”: sommo provincialismo. Capisco che per un uomo come lui, nato in Friuli, che è profondo nord, non sia divertente girare l’Italia raccogliendo berci ed insulti, manco rubasse il pane agli orfani. Ma spero ci ripensi, è giusto andare fino in fondo alla strada dei propri desideri. E ricordi: meglio “vecchi” che stupidi, meglio operai che pataccari, meglio tacere alla sua maniera che parlare senza aver nulla da dire. Con affetto lo saluto in modo non definitivo, nella sua lingua. Ciao, ragazzino.
Gianni Mura

Si può azzardare questa classifica dei portieri italiani: 1. Zoff, 2. Moro, 3. Olivieri, 4. Ghezzi, 5. Albertosi, 6. Giuliano Sarti, 7. Sentimenti IV, 8. Combi. Perché metto Zoff al primo posto, in questa passerella di campionissimi? Perché è quello che è durato più a lungo ed a livelli sempre altissimi. È un riconoscimento che si merita, perché se lo è guadagnato in tanti anni di fatica.
Piero Dardanello

Meritava un altro addio. Non questo: forzato, amaro, malinconico, rattristato da due sconfitte irrimediabili e conclusive. Meritava di andarsene sul campo, la coppa in mano, le bandiere al vento. Ma in fondo non conta il modo in cui ci si congeda. Nulla addolcisce lo strazio di dire basta. Basta ad una vita di avventure; basta al brivido di entrare in campo sotto un tuono di urla; basta al sorriso della gente che ti guarda ammirata ed intimidita; basta alla gioia di sentirsi forte e giovane; basta a quelle lunghe vigilie darmi; basta alla tensione che ti rende vivo; basta al tuo nome gridato forte; basta al piacere di una nuova impresa; basta agli scherzi con i compagni; basta alla fatica serena degli allenamenti; basta alle mille piccole e grandi cose che ti han riempito la vita e che oggi te la lasciano improvvisamente vuota.Se ne va Zoff; un congedo di cui si parla da tempo: eppure nel momento in cui diventa reale ti accorgi di quanto se ne vada con lui. Non solo un lungo, felice pezzo di storia calcistica; non solo la memoria di tanti trionfi; non solo quell’immagine consegnata alla leggenda delle sue mani che stringono la Coppa del Mondo; non solo il campione più longevo, fedele, ferreo del campionato e della Nazionale. Zoff è stato di più. Più di un fuoriclasse da inserire nel ristretto Olimpo dei campioni di ogni tempo e di ogni Paese. Più del portiere che meglio ha identificato la rocciosa sicurezza, la forza morale, la solitudine di questo ruolo folle e romantico. Zoff è stato un punto di riferimento esemplare nel campo e fuori di esso; un leader naturale, un trascinatore senza parole: come se il suo silenzio fosse più galvanizzante di mille discorsi, la sua inalterabile saldezza infondesse più fiducia di qualsiasi proclama. Un uomo così forte, sereno, giusto da poter attraversare questo mondo passionale, isterico, fazioso, pettegolo, turbolento del calcio senza lasciarsene coinvolgere mai. Né polemiche, né sgarbi, né alcune delle mille piccole e grandi miserie di cui son fitti i giornali. Ben pochi hanno interpretato come lui la fondamentale essenza dello sport, la sua etica, la sua dignità, la sua bellezza. Questo ha reso Zoff unico nella sua grandezza; resto senso di forza e d’integrità morale cui ci si aggrappa come ad un baluardo, un esempio, una prova di quali livelli educativi e sociali possa raggiungere lo sport. Nel dire addio a questo John Wayne del calcio, a questo sceriffo senza macchia, a questo predicatore taciturno, sappiamo come si avvertirà (fra tanti strepiti) l’assenza del suo maestoso silenzio.
Giorgio Tosatti

È stato sicuramente più grande di Combi, non soltanto per continuità di rendimento e longevità, ma anche perché ha raggiunto risultati migliori. Lo metterei, in una ipotetica classifica, subito dopo Aldo Olivieri, Campione del Mondo con l’Italia nel 1938 e Carletto Ceresoli. Abbiamo avuto un grande genio nel ruolo ed è stato Moro, ma era genio ed anche sregolatezza, niente a che vedere con la costanza e la linearità do Zoff. Albertosi? Per carità, aveva un sacco di lacune. Zoff ha chiuso con un acuto, a Goteborg ha tolto tre palle goal. Ha fatto bene a ritirarsi dopo quel capolavoro, perché in genere le carriere dei grandi si chiudono sempre con un rimpianto. Quella di Zoff è finita bene, anche lui avrà i suoi rimpianti, come li abbiamo tutti noi, ma ci lasci con il ricordo di un acuto degno di lui.
Gianni Brera

La Juve ha avuto i due più grandi portieri della storie del nostro calcio. Negli anni trenta, c’era Combi, il più professionista fra i dilettanti di allora, uno che non ha mai giocato al calcio per guadagnare, essendo di estrazione borghese e negli anni Settanta, Zoff, il professionista più dilettante che io abbia mai conosciuto. Se la classe è anche una questione di longevità, allora è giusto dire che Zoff è stato più grande persino di Combi, dunque il miglior portiere italiano di sempre. Combi si è ritirato abbastanza presto ed è giusto ammettere che anche il calcio di allora era un’altra cosa, lo spirito perfezionamento e la grande serietà hanno condotto Zoff ad essere il migliore. Ma nei primi cinque, dietro Zoff e Combi, metterei senza un ordine preciso, Olivieri, Sentimenti IV e Ceresoli.
Giglio Panza

È finito su un francobollo, è passato per la copertina di “Newsweek” come capita ai divi, ai premi Nobel ed ai grandi del nostro pianeta, ha vinto a quaranta anni un titolo mondiale, ha battuto record di bravura e di durata, è uno degli italiani più popolari nel mondo con Pertini, Agnelli e Ferrari. E adesso Dino Zoff, friulano indistruttibile, gran commendatore del nostro sport, campione di due generazioni, ci saluta con uno dei suoi amabili mugugni: «Cari amici, io ho chiuso, grazie di tutto». Forse avrebbe preferito congedarsi con uno dei suoi abituali silenzi. Ma non era possibile. La notizia era nell’aria sin dallo scorso aprile. Nell’animo di Zoff essa venne concepita a Bucarest, nella triste giornata del virtuale addio azzurro all’Europa. Dino si lasciò scappare un sussurro. Ed all’indomani i giornali di mezzo mondo lo registrarono. In Brasile quel sottile preludio all’addio di Zoff fu presentato come la notizia del giorno, dopo una delle tante stragi di Beirut. Il Brasile, in effetti, resta l’ultimo sfondo sontuoso della leggenda del nostro portiere. Fu Zoff, con una incredibile parata, a negare il goal del pareggio, sul campo di Barcellona, a quegli stupendi funamboli che sembravano predestinati al trionfo mondiale ed invece se ne tornarono a casa scornati e distrutti. Quel fuggevole fotogramma della scorsa estate rimane la pietra miliare di una storia che è stato bello vivere e sarà altrettanto suggestivo raccontare. Ci siamo accorti già da un pezzo (forse dal giorno in cui Zoff festeggiò in campo i suoi quaranta anni) che questo friulano timido ed introverso, pieno di pudori e di silenzi, con una vita ed una carriera senza svolte, senza pettegolezzi e senza clamori, è il personaggio più solido e convincente del nostro calcio a livello mondiale. Campioni più fascinosi, più eleganti, più controversi ed anche più bravi di lui sono fioriti e tramontati sotto gli occhi di Zoff. Decine di portieri che gli sono stati alle spalle hanno visto sfumare le loro speranze di successione. E, rassegnati, hanno finito con l’ammirarlo. Si direbbe che il nostro Dino abbia esplorato (come pochissimi altri campioni) una nuova fisiologia atletico sportiva, consegnando al mondo un esempio che non potrà essere cancellato. Ed oggi, al tirar delle somme, all’ultimo atto sempre venato da una certa tristezza, ci sembra perfettamente naturale che questo saluto a Zoff sia un rito che non appartiene soltanto a noi ma s’incrocia dal Sud America alla Russia, dall’Inghilterra alla Cina, dalla Germania all’Australia. È il mondo, insomma, che festeggia il nostro campione interpretandone una vicenda dove valori umani, tecnici, atletici e professionali felicemente convivono. Limitarsi a valutare il campione sarebbe, in effetti, limitativo. Dalla straordinaria carriera di Zoff emergono soprattutto luminosi valori morali: trionfi vissuti in umiltà, brucianti sconfitte smaltite con la ricerca silenziosa e tenace di una rivincita. Dopo l’Argentina sembrava seppellito, in Spagna è diventato Campione del Mondo. Zoff è stato serio e coerente con sé stesso sino in fondo. In un mondo in cui un personaggio di grande impatto popolare può commerciare persino la propria intimità, anche la notizia dell’addio di Zoff avrebbe avuto un prezzo. Dino l’ha maturata in sé stesso, poi ha dato un appuntamento a tutti quanti fossero interessati a sapere quale sarebbe stato il suo futuro. Ed ieri ha detto quel che doveva dire, in tutta tranquillità, con il solito terrore per l’enfasi e per la retorica. Tra le tante doti, ne va sottolineata una, la più semplice, quella che ci porta alle radici del personaggio: una persona seria. Non è il caso, mi sembra, di moltiplicare le parole. Dino se ne offenderebbe. Limitiamoci a offrirgli un “grazie” grande quanto la sua carriera che ci sfuma davanti, forse al momento giusto, prima che certi meravigliosi ricordi possano invecchiare.
Candido Cannavò


NICOLA CALZARETTA, “GS” MARZO 2012
Dino Zoff un monumento della fiducia popolare. La pennellata, in un vecchio servizio in bianco e nero, è di Beppe Viola. C’è tutto Zoff nella definizione: monumento, perché grandissima è stata la sua carriera, dall’esordio nel 1961 all’addio a quarantuno anni dopo aver toccato la luna, ma solo perché «non posso parare anche il tempo», come disse annunciando il ritiro. Fiducia, perché lui c’era sempre. E Nando Martellini finiva sempre con la stessa, tranquillizzante frase: «Parata di Zoff».
Popolare perché il suo nome e cognome (Dinozoff, tutto attaccato) alzi la mano chi non lo conosce. Ha unito Nord e Sud giocando per il Napoli e la Juve, ma soprattutto perché è stato il portiere della Nazionale Campione d’Europa nel 1968 ed il capitano dell’Italia Mundial quattordici anni dopo, quando diventò un francobollo. Il 28 febbraio compirà settant’anni. Un traguardo speciale, un’occasione per parlare di sé, forse come mai era successo prima d’ora. Lo fa seduto su uno dei divani del salotto del Circolo Canottieri Aniene, sul Lungotevere romano. Sorridente e confidenziale. Ma allora non è vero che lei è una sfinge? «Questa è l’impressione che davo, sembravo freddo e distaccato. In realtà alla base del mio atteggiamento, oltre ad un naturale equilibrio, c’era molto pudore. Apparivo poco socievole e capisco di non essere stato molto “giornalistico”».
Però per il “Guerin Sportivo” lei ebbe un’intuizione notevole: «Non mi piaceva che anche il “Guerino” stesse dietro alle polemiche. Una sera a cena, dopo una partita con la Nazionale a Mosca nel 1975, proposi ad Italo Cucci di puntare sulla cronaca sportiva e sulle fotografie, come faceva “Il calcio illustrato”».
In sintonia con il suo stile di vero sportivo: «Lo sport è una cosa meravigliosa, con le sue regole, i suoi valori. Si vince e si perde ed il risultato va accettato. Per me è sempre stata una cosa seria: mi sono allenato al massimo, spingendo a tavoletta tutti i giorni, con il segreto di migliorami, anche a quarant’anni».
Cosa le piaceva di più? «L’allenamento. Era una cosa bellissima, mi divertivo. Anche a sfottere i compagni. Quando non riuscivano a farmi goal, li prendevo in giro con il verso del granchio. Gli ultimi annidi carriera sono stati i migliori: cominci ad apprendere veramente il lavoro. Da questo punto di vista mi sono sempre sentito un dilettante pagato bene. Ho lavorato tanto, per il piacere di farlo».
Così tanto che per le sue riserve non c’è mai stato spazio: «Un po’ mi dispiaceva, ma non mi sono mai sentito in colpa. Le gerarchie erano chiare. E d’altronde lo sport è questo. Gioca chi merita, chi è il migliore. Io, poi, facevo di tutto per non mancare».
Anche quando non stava bene? «Non ero condizionabile dal male. Anzi, il dolore per me era un fattore positivo perché significava aumentare la concentrazione, dote fondamentale per un portiere. Poi ci sono state anche situazioni limite: al Napoli (dodicesimo era Cuman, ndr) giocai addirittura con una mano incrinata».
E successo anche alla Juventus, vista la collezione di panchine di Piloni, Alessandrelli e Bodini? «Ma qualche volta hanno giocato, magari a fine stagione o in Coppa Italia. A proposito di Alessandrelli, fu lui a suggerirmi dove buttarmi la sera del 15 marzo 1978, nei quarti di finale di Coppa dei Campioni finita ai calci di rigore. Ne parai due».
Ma intanto in campo c’era sempre lei! «Volevo esserci. Diciamo che qualche volta c’è stato qualche accordo segreto con Trapattoni. Quando avevo qualche problema andavo dal Trap e gli dicevo: “Ho male”. E lui: “Te la senti comunque di giocare?”. Ed io: “Me la sento”. La cosa rimaneva tra noi. Era un modo per condividere una situazione, non certo per scaricare le responsabilità. Quelle me le sono sempre prese senza sconti».
Severo con sé stesso? «Severissimo. Ero presuntuoso, orgoglioso, anche un po’ vanitoso e dunque alla ricerca della perfezione. Per questo mi sono sentito sempre responsabile, in tutto o in parte, delle situazioni che si creavano in campo. Per questo non volevo saltare mai una gara».
Se è per questo alla Juve c’è riuscito benissimo, undici anni senza mai una sosta. Quando è iniziata la serie infinita? «Quando ero ancora al Napoli. La prima delle 332 partite consecutive ha preso il via con la penultima giornata del campionato 1971-72, dopo il rientro dall’infortunio al perone».
Cosa era successo? «Mi ero fratturato la gamba durante un “torello” in allenamento: quella volta la mia solita voglia di fare senza risparmiarmi mi giocò un brutto scherzo. Potevo rompermi soltanto da solo».
Come è stata la sua esperienza al Napoli? «Molto positiva. Anche dal punto di vista umano: c’è stata una fusione straordinaria tra il pudore friulano e l’apertura partenopea. Se non fosse stato per la società, quella squadra avrebbe potuto fare grandi cose. Essere andato al Napoli è stata una fortuna».
Eppure lei nel 1967 pareva destinato al Milan: «Tra Mantova e Milan c’era un accordo verbale. All’improvviso saltò tutto in aria. Nell’ultimo giorno di mercato, il Napoli fece l’offerta. Addirittura di notte fu fatto aprire un ufficio postale per consentire la spedizione dei documenti in tempo utile».
Affare rocambolesco, al pari del suo esordio con la nuova maglia in amichevole al San Paolo: «Ero militare a Bologna. Non avevano fatto in tempo ad inserirmi nella compagnia atleti di Roma. Sistemate le ultime cose, presi la mia auto e mi misi alla guida per Napoli».
Che macchina era? «Una Giulia GT Ho sempre avuto la passione per le auto. Da ragazzo ho lavorato in officina tra pistoni e carburatori. A Mantova avevo una 850 Abarth, mentre prima viaggiavo su una 500 modificata».
Torniamo al viaggio verso il Sud con la Giulia: «Feci tutta una tirata. Rimasi sempre lucido e concentrato. Arrivai allo stadio un’ora prima della partita. Era un’amichevole estiva contro l’Independiente, ma era la prima uscita con il Napoli, non potevo steccare. E poi, dovevo abituarmi alle nuove usanze».
Quali? «Salutare il pubblico. Me l’aveva detto Pesaola. Quando entri in campo, devi andare sotto la curva. Un po’ la timidezza, un po’ il fatto che quella cosa mi sembrava una ruffianata, dissi: “Non ce la faccio”. Le prime volte fu davvero faticoso, alzavo a malapena la mano. Con il tempo è diventata una bella abitudine».
Come era quel Napoli? «Buonissima squadra. Zoff, Nardin, Pogliana; Stenti, Panzanato, Bianchi o Girardo; Orlando, Juliano, Altafini, Sivori e Barison. C’erano anche Canè e Montefusco. Quell’anno arrivammo secondi dietro al Milan. Era un Napoli bello e spettacolare. Là davanti c’erano dei pezzi da novanta, con il grandissimo Sivori».
Ma è vero che era ancora arrabbiato con lei per quello scontro in un Juve-Mantova in cui gli ruppe un paio di costole? (sorride) «È vero, ma il motivo era un altro. Un giorno mi disse: “Non ti perdonerà mai: mi hai fatto portare fuori dal campo in braccio da Heriberto Herrera!”»
A Napoli arriva il debutto in Nazionale, 20 aprile 1968, Italia-Bulgaria 2-0: «Fu una bella coincidenza esordire proprio a Napoli. Così come fu fantastica la serata della monetina, contro la Russia. Semifinale dell’Europeo, il San Paolo era una bolgia. Il pubblico ci sostenne sino alla fine».
Poi arrivò la doppia finale con la Jugoslavia per il primo storico trionfo continentale: «La Jugoslavia era forte, il loro numero undici, Dzajic, era un fuoriclasse. La prima fu sofferta, e finì in pareggio. Nella ripetizione, cambiammo mezza squadra. Andò bene: Burgnich poteva sbagliare una partita, non due».
Quali sono i flash di quel 10 giugno 1968? «L’1-0 di Riva, il raddoppio di Anastasi. Non ci crederai, ma al goal mi aggrappai alla traversa e ciondolai come una scimmia, pensa te. E poi le fiaccole accese alla fine della partita: la prima grande coreografia di massa che abbia mai visto».
Lei è Campione d’Europa, ma ai Mondiali 1970 gioca Albertosi, perché? «Perché era il portiere del Cagliari che aveva vinto lo scudetto e che aveva mezza squadra in Nazionale. Io giocai tutte le partite di qualificazione ai Mondiali e dopo la penultima amichevole (Italia-Spagna finita 2-2, con due autogol di Salvadore) mi fecero fuori».
Livello di rodimento? «Altissimo. Ero incazzato. E scaricavo la rabbia durante gli allenamenti. Ci rimise Bobo Gori che, almeno in due occasioni, fu vittima dell’esuberanza. Ma lo sport è anche questo, sono cose che vanno accettate. Con Albertosi c’era rivalità, non correva buon sangue, anche perché eravamo all’opposto su tutto».
Anche nella scelta delle divise, vero? «Per me la divisa vera del portiere è nera, con le maniche lunghe. In Nazionale ho sempre giocato con il grigio. Albertosi era più appariscente. Io, comunque sia, l’apprezzavo, era il portiere esuberante, spaccone».
E che non parava con i piedi, come faceva qualcun altro: «Quante volte l’ho dovuta sentire. Paravo anche con i piedi perché coprivo di più. Ero un portiere completo, ma il mio punto di forza erano le uscite basse. Anticipavo l’azione e tuffandomi riuscivo a coprire più spazio. E poteva venir fuori la parata con i piedi».
Dicevano anche che volava poco: «Perché il volo, tante volte, copre un errore di piazzamento. Io sentivo naturalmente la porta, la vedevo, ovunque mi trovassi. E spesso riuscivo a capire un attimo prima. Per questo non c’era bisogno del tuffo plateale e la parata sembrava facile».
E intanto torna la maglia numero uno della Nazionale ed arriva la chiamata della Juventus. «Mi è dispiaciuto lasciare Napoli, Io dico con sincerità. La verità è che la società aveva bisogno di soldi».
Il matrimonio con la Juve era annunciato: «Erano almeno due anni che mi cercavano. Ricordo un episodio durante la prima stagione con l’Udinese. Giocammo a Torino, ma la Juve aveva una divisa nera, come la mia. Il portiere juventino Vavassori, che quella domenica era fuori, mi prestò la sua. Tolsero lo scudetto e giocai per la prima volta con la divisa della Juve».
La prima immagine del suo arrivo a Torino? «Il sentirsi in famiglia, visto che c’erano molti compagni di Nazionale. Tra i tanti mi viene in mente Francesco Morini, uno che aveva sempre voglia di scherzare. Una volta mi fece un autogol e, mentre il pallone mi superava, mi faceva: “Chiappala, chiappala”: era il tormentone di Max Vinella, uno dei personaggi della trasmissione “Alto Gradimento” di Renzo Arbore».
Si aspettava una prima stagione a Torino così ricca di eventi tra primati e scudetto? «Alla Juve non mi sono posto limiti. Avevo trent’anni ed una gran voglia di vincere. Riguardo al record di imbattibilità (903 minuti, superato dopo ventuno anni, ndr), non ho mai lavorato per quello».
Belgrado 1973, la Coppa Campioni sfuggita all’ultima curva: «Non eravamo preparati in campo internazionale, ci mancavano esperienza e personalità. Di là c’era l’Ajax di Cruijff nel pieno boom. Peccato, perché con la Coppa in tasca avrei potuto vincere il Pallone d’Oro, visto che quell’anno arrivai secondo».
Merito anche delle prodezze a Wembley: «La prima vittoria dell’Italia in Inghilterra. Giocai una delle più belle partite di sempre. Gli inglesi ti cacciavano dentro l’area ed il portiere non è che fosse molto protetto dagli arbitri. Tiravano da tutte le parti ed il pallone bianco, marca Mitre, era simile a quelli moderni: leggero, all’apparenza sgonfio, con traiettorie da decifrare. Quella sera fu l’apoteosi del calcio italiano».
E per lei arrivò anche la copertina di “Newsweek”: «Fece clamore la mia imbattibilità in campo internazionale. All’estero ero più considerato rispetto all’Italia».
Con la Juve 1976-77 lei ha messo insieme Italia ed Europa: «Fu una stagione eccezionale. Il primo ricordo è per la Coppa Uefa vinta a Bilbao. Gli ultimi quindici minuti furono di vera battaglia. Quattro giorni dopo arrivò anche lo scudetto record dopo un derby durato tutto il campionato con il Torino del mio amico Castellini».
Eravate amici? «Si, nonostante la rivalità cittadina. Fu lui che mi procurò il primo paio di guanti moderni. Li fece venire apposta dalla Germania. Prima di allora si giocava con i guanti del 1938, quelli con la gomma delle racchette da ping pong sul palmo. Meglio le mani nude».
Contro chi era meglio avere i guanti? «Contro Paolo Pulici. Al Comunale, di fronte al proprio pubblico, si trasformava. Una volta riuscì a fregarmi con un pallonetto in corsa, da più di venti metri».
I famosi tiri da lontano che lei non vedeva: (ride) «Eccola l’altra storia. Di diottrie parlò Gianni Brera dopo Argentina 1978. Molto onestamente ai Mondiali non ebbi un gran rendimento. Ma a parte casi eccezionali, nel calcio non esistono tiri imparabili. Sui famigerati quattro gol presi da lontano, sicuramente avrei potuto fare meglio, e dunque le critiche erano giustificate. Ma si travalicò il limite e per sei mesi non parlai più con nessuno. Ma la cosa peggiore è che certe etichette non te le togli più. Vedi il goal di Magath».
Già, Atene 1983: perché? «Per tutti era diventata una formalità, quella finale con l’Amburgo. Noi eravamo fortissimi: la Juve più grande in cui ho giocato. Sicuramente i favoriti, ma eravamo mentalmente scarichi e fuori giri. Fu un disastro».
Lasciamo Atene e spostiamo le lancette indietro di un anno: estate 1982: «Una gioia così violenta non l’avevo mai provata. È impossibile da descrivere. Solo lo sport riesce a dare questi scossoni».
Perché l’Italia ha vinto il Mundial? «Perché aveva un uomo che si è preso tutte le responsabilità, anche non sue: Enzo Bearzot. E poi perché era forte, rapida, attaccava con cinque, sei giocatori davanti la porta, altro che contropiede! Quella era una squadra che aveva la straordinaria capacità di condurre l’azione con una velocità e qualità di gioco eccezionali».
Che non poteva fare a meno di Paolo Rossi: «Era indispensabile per la sua rapidità di pensiero ed il suo tempismo. Era veramente in crisi all’inizio. Però non hai mai mollato, trovando appoggio nel gruppo e, soprattutto, in Bearzot. E contro il Brasile è risorto».
A proposito di Brasile: se le dico Oscar? «Rispondo: una parata complicata, perché era l’ultimo minuto e perché ho bloccato la palla sulla linea. Sono stati secondi di terrore, già una volta in Romania mi dettero goal per un pallone che non era entrato. Andò bene, anche se devo dire che la parata più importante la feci sul 2-1, uscendo a terra su Cerezo».
Dopo il fischio finale è scattata la festa. Ci racconta cosa è successo tra lei e Bearzot? «Gli ho dato un bacio sulla guancia. Una cosa francamente straordinaria, dettata dall’euforia, dall’immensa gioia. Un gesto bello, spontaneo. Autentico».
Cosa ha significato sconfiggere i brasiliani? «È stata la partita della svolta. Dopo la vittoria con il Brasile ciascuno di noi ha avuto la convinzione che avremmo vinto la coppa. Nessuno ha mai detto nulla. Era una certezza intima, non espressa con le parole».
Cosa rimane dopo aver vinto un Mondiale? «La gioia pura, quella dei bambini. E poi Sandro Pertini. La partita a carte sull’aereo presidenziale ha azzerato ogni distanza. Quando ci invitò a pranzo al Quirinale fu eccezionale. Disse: “Voglio Bearzot alla mia destra e Zoff alla mia sinistra. Poi tutta la squadra. I ministri se trovano posto, bene. Sennò vadano pure da un’altra parte”. Unico».
Spostiamo nuovamente le lancette del tempo e torniamo al 1983. Si chiude la sua carriera: «Avrei potuto anche andare avanti, stavo bene. Ma dissi basta. Certo: Atene aveva inciso non poco».
E la fascia di capitano alla Juve passò a Scirea: «Quello di Scirea è un capitolo doloroso per me. Pensa che la notizia della morte ce l’ha data un casellante dell’autostrada a Torino. Tornavamo dalla partita contro il Verona con il pullman, ci fermammo a mangiare in un ristorante. Poi ripartimmo senza sapere nulla. Gaetano era un uomo dallo stile autentico. Mi manca molto, soprattutto per la sua serenità. Me lo sono chiesto tante volte come faceva a essere sempre così sereno».
Siamo in chiusura. C’è lo spazio per un bilancio forale di una vita di sport: «Il bilancio è positivo. Non ci sono delusioni o rimpianti. La mia filosofia è questa: se una cosa non l’ho fatta è perché in quel momento non potevo farla. O perché non me l’hanno fatta fare».

4 commenti:

zebrabianconera10 ha detto...

Bellissimo racconto.
Con la chiusura toccante del grande Caminiti...
Ciao e forza Juve

angelo 33 ha detto...

Da ragazzino gli preferivo Albertosi perchè era più spettacolare di lui e quando era in vena era insuperabile.

Ma non aveva la continuità di Zoff.

Poi Zoff non aveva bisogno di essere spettacolare perchè si trovava quasi sempre al posto giusto in virtù di un grande istinto innato e di una capacità, straordinariamente continua, di concentrazione ed attenzione.

Che gli derivavano da una grande forza e stabilità mentali e fisiche. Le quali gli conferivano grande continuità di rendimento.

In questo mi ricorda Borg il quale, seppure non avesse il talento e la genialità di alcuni suoi avversari, ne veniva a capo in virtù della sua straordinaria energia mentale e fisica che gli permettevano di essere sempre,continuamente concentrato.

Prima dei campionati del mondo in Germania era in forma strepitosa, all'apice della sua carriera.
Si trovava sempre al posto giusto. Quasi che un Angelo di Dio lo guidasse passo passo.

Era il pallone d'oro in pectore.

Il gol di Sanon che interruppe la sua imbattibità non fu colpa sua, ma determinato ,come al solito, dalla supponenza, nervosismo ed impaccio (che influiscono sulla concentrazione) con cui usualmente la squadra favorita in una competizione internazionale comincia la medesima.

Proprio come si fa tanta più fatica ad accendere ed avviare un motore quanto più esso sia potente e complesso.

Se quella nazionale avesse avuto la buona sorte di trovarsi a metà della forma fisica in cui venne a trovarsi la nazionale di Spagna 1982,Zoff,prolungando il suo momento magico e la sua imbattibilità ed andando molto avanti in quei campionati, avrebbe quasi certamente vinto il pallone d'oro ed oggi sarebbe considerato il più grande portiere di sempre al pari di Jascin o Zamora.

La disfatta di Stoccarda fu un brutto colpo alla sua straordinaria ascesa a livello internazionale.

Che avvenne,poi, ma troppo tardi.

Una cosa sarebbe stata Zoff campione del mondo a 32 anni sull'onda di quella imbattibilità straordinaria ed un altra campione a 40 anni ma,ormai, al tramonto della sua carriera.

E'stato anche un ottimo allenatore ma mi chiedo perchè mai un mito come lui, abbia abbandonato la nazionale dopo le critiche di Berlusconi. Che hanno finito per compromettere la sua carriera di allenatore.

Tanto più che Berlusconi non ne capisce molto di calcio.Probabilmente non ha mai giocato.

Se penso che all'inizio della sua presidenza del Milan preferiva Borghi a Van Basten seppure tra i due vi fosse un abisso di differenza per classe e talento
(e Sacchi gli dovette imporre l'olandese a pena di lasciare il Milan)e se penso ad altri numerosi madornali errori di valutazione del medesimo (p.es. un allenatore turco che lui lodava sperticatamente ma fu una grande delusione), mi chiedo,sgomento, come possa mai aver avuto tanto successo con il Milan.



Angelo Balzano.

l'occidentale ha detto...

zoff è stato l'inizio. Cominciai a seguire il calcio diventando tifoso della juve perché lo avevo visto in tv e mi aveva molto colpito. Zoff è stato la pietra miliare del mio essere tifoso. Ero un bambino di otto anni e già avevo capito chi era: un mito.

daniele67 ha detto...

per me è e sarà il più grande portiere di tutti i tempi!!!! grande DINO!!!!