venerdì 28 febbraio 2020

Dino ZOFF


«È stato unico come portiere – scrive il sommo Vladimiro Caminiti – per la sobrietà dello stile non privo di un suo fascino misterioso, segreto, che risaltava in certe partite all’estero, ad esempio in Inghilterra, al forcing martellante cross su cross dei fondisti inglesi, il suo spazzare l’area di rigore con uscite monumentali per tempismo e autorevolezza atletica. Ma più di tutto ha avuto, come portiere, mente e fisico corrispondenti come nella massima di Giovanale (“mens sana in corpore sano”) da cui questo suo rendimento inattaccabile, e le sue mani sempre intatte (un solo infortunio fisico in una carriera interminabile), e la sua strategica sapienza nell’interpretare il ruolo su se stesso, fuori da ogni tradizione. Nessun campione di calcio somiglia a Zoff nell’asprezza contenuta del carattere, così poco facondo e così fecondo di risolutive intuizioni. Il suo sodalizio con Scirea è bellissimo sul piano umano; Boniperti se ne ricorderà il giorno che lo promuove allenatore. per affiancarglielo. Poi, Scirea muore tragicamente e Zoff rifiuta qualsiasi altro secondo».
Figlio di Mario e di Anna, aveva sogni grandi come tutti i ragazzi della sua età. Avrebbe voluto fare il calciatore, da grande. Ma conosceva il significato di certi valori. La fatica, il lavoro. Glieli aveva trasmessi papà Mario, che alla mattina partiva per i campi e tornava solo dopo il tramonto per tenere in piedi la famiglia. Avrebbe voluto fare il portiere di calcio, il piccolo Dino. Ma venne su senza smanie, senza viaggiare troppo con la fantasia. Prima il lavoro, la scuola. Poi il calcio, e se davvero un giorno fossero venuti fuori i numeri allora sì, se ne sarebbe parlato. Era il verbo del Mario, e Dino non fece fatica ad accettare perché era in sintonia.
Così, arrivarono i tempi dell’officina. Dino partiva ogni mattina in bicicletta verso Gorizia per andare a sistemare motori. Altra vocazione. Ci sapeva fare, il ragazzo, e il mestiere gli piaceva. Portava a casa i primi soldi, 60.000 al mese, e i padroni gli permettevano anche di andare a giocare a pallone. Tra i pali, naturalmente. A faticare, anche lì, perché quello era il credo e lo sarebbe sempre stato. I suoi idoli di ragazzo, del resto, erano sportivi che si arrampicavano quotidianamente sui muri alti del sacrificio. Fausto Coppi e Abdon Pamich, eroi di modestia, uomini veri. Campioni nel ciclismo e nell’atletica, discipline in cui non puoi barare quando resti solo con te stesso a misurare i limiti della tua resistenza.
Fatica, sacrificio. Parole ricorrenti, nel vocabolario di un ragazzo del Friuli che imparava a farsi uomo e a esprimersi con poche frasi, con l’arte dei gesti e dei silenzi, degli sguardi e delle pause. Fatica, sacrificio. Nella vita, nel lavoro e anche nello sport. Nel calcio. Il portierino cresceva, sudava, giocando nella Marianese, praticamente sotto casa. Ma era, appunto, un portierino. Piccolo e gracile a 15 anni. Si parlava di lui, vennero a vederlo gli osservatori di Inter e Juve. Ma ai provini lo scartarono, nell’ordine, Giuseppe Meazza e Renato Cesarini. Lui non si abbatté. Si rimboccò le maniche, in officina e sui campi. E nel frattempo maturò, anche fisicamente. Avrebbe potuto diventare un buon meccanico, il figlio del Mario. Diventò calciatore. Diventò leggenda.
Alla fine, qualcuno finalmente notò il portiere della Marianese. Racconta Luigi “Cina” Bonizzoni, che lo fece esordire in Serie A nell’Udinese e lo lanciò definitivamente nel Mantova, che «il vero scopritore di Dino si chiamava Comuzzi, girava tutto il Friuli come osservatore e lo portò all’Udinese». Dove iniziò la leggenda, l’avventura. Una brutta domenica di fine estate, in fondo: è il 24 settembre del ‘61, Dino ha 19 anni e mezzo, Bonizzoni lo mette in campo contro la Fiorentina e lui incassa 5 reti. Le ricorda ancora oggi: «Andai al cinema qualche giorno dopo. Nell’intervallo c’era la Settimana Incom, fecero vedere i gol di quella partita ed io sprofondai sotto le poltroncine».
Poi la retrocessione, la prima stagione da numero 1 in Serie B. Nonostante questo, Dino non riuscì a essere profeta in patria. Due anni difficili, gelo intorno e poca propensione al perdono da parte dei tifosi. Per ogni errore, un processo. Meglio cambiare aria. E l’aria nuova, pulita, la trovò a Mantova. Con Bonizzoni allenatore, appunto. «Lo vidi arrivare con una 600 elaborata che filava velocissima. Il cofano era legato con una cinghia, perché rischiava di alzarsi controvento. Sì, Dino non aveva dimenticato come si curano i motori. Ma quella macchina gliela proibii. Mi sembrava un rischio assurdo». Mantova fu la tranquillità, la maturità. 3 stagioni in A e una in B, una progressione costante. Accanto a compagni di squadra che si chiamavano Gigi Simoni, Gustavo Giagnoni, e poi Tomeazzi, Cancian, Nicolè, Sormani, Schnellinger. E Santarelli, il portiere arrivato da Bologna con un ginocchio malandato, che si fece da parte e prese il giovane Zoff sotto la sua ala protettrice.
Mantova fu la famiglia, anche. L’incontro con Anna, l’amore, il matrimonio. 4 anni indimenticabili, prima di quel trasferimento rocambolesco: doveva essere Milan, all’ultimo momento (addirittura qualche minuto oltre quello che allora era il tempo massimo) fu Napoli. E Napoli fu un altro passo nella costruzione della leggenda. 5 stagioni in cui il calcio italiano imparò a conoscere Dino Zoff. Fino ad aprirgli le porte della Nazionale, dove iniziò la convivenza con il più grande dei suoi rivali, Ricky Albertosi, esattamente l’opposto di Dino dal punto di vista tecnico e caratteriale. All’ombra di Ricky, Zoff visse l’avventura mondiale di Messico ‘70 dalla panchina. Ma l’Europeo ‘68, quello della doppia finale con la Jugoslavia, fu un’emozione tutta sua.
E dietro alle prime gioie azzurre, l’azzurro di Napoli. Napoli e Dino Zoff, un amore apparentemente strano e incomprensibile. Città estroversa, uomo chiuso e riflessivo. Così vicini, così lontani. Fatti l’uno per l’altra, nonostante tutto. E che squadra, poi, davanti alla porta di Zoff. Altafini e Sivori, Juliano e Panzanato, Canè e Montefusco, Barison e Bianchi. Un gruppo che avrebbe potuto andare oltre il 2° della stagione ‘67-68. Si parlava di scudetto, certo, in quegli anni napoletani. Se non arrivò, fu per certi problemi che si vivevano fuori dal campo: le lotte al vertice della società, la frenesia che agitava i dirigenti e inevitabilmente si ripercuoteva sui giocatori.
È già una stella, Dino Zoff. E il bello deve ancora arrivare. Anno 1972, il campione ha 30 anni precisi quando si chiude il ciclo di Napoli. Quando arriva il richiamo della Signora del calcio italiano. Lassù, a Torino, la Juventus sta rifondando e rinascendo intorno a un gruppo di giovani che faranno storia. Ci sono Bettega, Causio, Anastasi, Altarini, Capello. C’è posto anche per Zoff. Che chiude in valigia i ricordi migliori e parte per una nuova avventura. Durerà 11 stagioni, e forse all’inizio neppure lui l’avrebbe immaginato. Lo inseguiva da tre stagioni, la Juventus.
Certo, i grandi “numeri 1” del passato forse non lo hanno mai amato del tutto: troppo lontano dal concetto di uomo volante, mai percorso da quella vena di follia che per tradizione portava i portieri alla bravata, al gesto spettacolare. In un mondo di adorabili pazzi, Dino Zoff porta la sua saggezza antica. Niente fuochi d’artificio, tanta concretezza. La prima Juve di Zoff, quella del ‘72-73, vince subito lo scudetto. Lui la ricorderà sempre come la più bella, la più spettacolare. «C’erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juve mi è rimasta nel cuore».
Arrivò altro, dopo: Cabrini, Tardelli e soprattutto gli stranieri. Il primo fu Brady, a ruota arrivarono Platini e Boniek. Gli anni di Trapattoni, per capirci, e di un calcio italiano che riapriva le frontiere e si faceva più scaltro, più scafato. 11 stagioni e almeno due cicli bianconeri. Che finalmente riempirono la bacheca di Zoff di trofei. 6 scudetti, una Coppa Uefa, 2 volte la Coppa Italia. E una serie di record difficili da battere. Di fedeltà, di longevità.
Negli anni della Juventus, Dino Zoff diventa il Mito. SuperDino, per tutti. E gli anni bianconeri sono anche i migliori anni azzurri, quelli in cui Zoff diventa inamovibile e insostituibile tra i pali della Nazionale e tutti gli eredi non possono che accomodarsi ad aspettare che il re abdichi. Quattro Mondiali vissuti intensamente: quello della panchina a Messico ‘70, quello delle delusioni e dei rimorsi per un’Italia incompiuta nel ‘74, in Germania. E poi, i più importanti. Argentina ‘78, la condanna e il declino annunciato. Spagna ‘82, la rivincita e il trionfo del campione che risorge senza troppi proclami, non con le parole ma con il lavoro duro.
In Argentina, Zoff sale sul banco degli imputati. Il 4° posto dell’Italia è considerato una mezza debacle, attribuita soprattutto a lui, alla sua incertezza nel respingere i tiri da lontano. Zoff, si dice, sta diventando vecchio, ha i riflessi appannati. Lui incassa le critiche, non le approva ma tace. E riparte. Quattro anni dopo, più ancora che quelle della finale contro la Germania, l’immagine del trionfo mondiale degli azzurri è quella della mano di Zoff che al 90° della partita tra Italia e Brasile inchioda sulla linea di porta il pallone colpito di testa da Oscar, salva il vantaggio azzurro e trascina la squadra in finale.
E il campione che si rialza guarda dritto davanti a sé, e il suo sguardo sembra rivolgersi a quelli che lo avevano condannato prima del tempo in Argentina. Ditelo adesso, c’è scritto in quello sguardo, che sono vecchio e appannato. Un attimo. Perché Dino Zoff non è un uomo in cerca di rivincite. Quello che gli interessa è andare oltre, migliorarsi. Anche a 40 anni. E a 40 anni, infatti, diventa campione del mondo.
Altra immagine. La carezza a Bearzot dopo la vittoria in finale, prima di alzare la coppa al cielo, da capitano. Un sorriso aperto, finalmente, e quella carezza leggera a un uomo della sua stessa terra, come lui e più di lui spesso ingiustamente criticato. Un uomo a cui Dino Zoff sente di dovere molto, dal punto di vista tecnico e soprattutto da quello umano. Dino Zoff chiude la carriera azzurra dopo 112 partite, per lungo tempo record assoluto per un giocatore italiano. La sua faccia tranquilla e sicura è finita sulle copertine di Time e di Newsweek, le sue mani che alzano la Coppa su un francobollo commemorativo dopo il trionfo mondiale.
Ha giocato con Burgnich e Facchetti, con Castano e Guarneri, ha visto nascere in azzurro Antognoni, Tardelli, Scirea, Graziani, Cabrini, Paolo Rossi e Bergomi. Ha vinto un titolo europeo e un Mondiale, e anche questa impresa in Italia non è riuscita a nessun altro.
«Non posso parare anche l’età», spiega commosso Zoff il 2 giugno 1983, annunciando il proprio ritiro. Dino accetta di allenare i portieri della Juve, ma dopo due anni si dimette. «È un ruolo senza futuro che mi va stretto», chiarisce, assumendo la guida della Nazionale olimpica, che si qualifica imbattuta per i Giochi 1988 di Seul, dove però in panchina si siede Rocca perché Zoff ha scelto di tornare alla Juve, chiamato da Boniperti per sostituire Marchesi. Un 4° e un 3° posto in campionato e la conquista di Coppa Italia e Coppa Uefa, non bastano a Dino per meritarsi la considerazione di Montezemolo, che sogna una squadra-spettacolo e strappa Maifredi al Bologna. «Non mi sono mai aspettato niente da nessuno», commenta gelido Zoff prima di trasferirsi alla Lazio. Quattro stagioni sulla panchina biancoceleste, ingaggiato da Calleri e confermato da Cragnotti, preludono a un nuovo ruolo per Dino, quello di presidente, abbandonato per pochi mesi nel 1997 per rimpiazzare in panchina Zeman e trascinare la Lazio dal 12° al 4° posto.
Due anni più tardi arriva l’offerta per guidare la Nazionale dopo la mancata conferma di Cesare Maldini. Potrebbe essere il coronamento di una carriera straordinaria, che Zoff festeggia conquistando la qualificazione per l’Europeo. In Olanda l’Italia si spinge sino alla finale con la Francia, arriva a un passo dal titolo ma si fa raggiungere sul pareggio al 90′ per poi regalare la vittoria ai francesi, lanciati da un golden-gol di Trezeguet. Una sconfitta onorevole e rocambolesca che non sembra compromettere le quotazioni di SuperDino, sul quale s’abbattono però poche ore dopo le sorprendenti e feroci critiche di Silvio Berlusconi al quale Zoff replica indignato presentando immediate le dimissioni. La decisione è irrevocabile e qualcuno insinua che Dino abbia preso la palla al balzo per sbarazzarsi di un incarico prestigioso ma scomodo.
Per lui però è di nuovo pronto un ruolo alla Lazio, dove subentra a Eriksson, che ha scelto di fare il commissario tecnico dell’Inghilterra. Il 3° posto finale gli vale la conferma per la stagione successiva, ma tre pareggi filati in campionato e lo scivolone casalingo contro il Nantes in Champions League gli costano l’esonero. È il settembre 2001. L’ultima panchina è del campionato 2004-05 quando conduce la neopromossa Fiorentina a una sofferta salvezza subentrando a gennaio al posto dell’esonerato Sergio Buso. Da allora esilio dorato per super-Dino, eroe irripetibile di un’altra epoca.


GIOVANNI TRAPATTONI
«Dino è uno dei calciatori più seri che abbia conosciuto, con una fiducia assoluta nell’equazione lavoro uguale risultati. È stato abituato da sempre a contare solo su se stesso, sulle sue capacità di sacrificio. Gli dicevo spesso di prendersi qualche pausa salutare. Non ne voleva sapere, è un magnifico esempio di passione sportiva vera, anche disinteressata. Difficile trovargli un difetto, anche a volerlo. Non certo nel gioco. Al massimo lo si può accusare di non saper sfruttare sino in fondo il personaggio che si è costruito con anni di sacrifici. È un uomo con il suo mondo privato, com’è giusto sia. La famiglia, la casa, hanno grande importanza per Dino. Su molti compagni, comunque, il suo ascendente era forte. Quando prima della gara, in settimana o addirittura la vigilia, si parlava del prossimo impegno, si analizzavano le qualità dell’avversario, i punti forti o gli eventuali lati che pensavamo deboli, Zoff partecipava ed entrava volentieri nei particolari tecnico-tattici. Come affrontare una punizione, come aspettare il corner, specie se nell’incontro precedente c’era stata qualche sfasatura. Un giocatore eccezionale, insomma. Due o tre con il suo carattere, oltre che con la sua bravura, e non ci sarebbero davvero problemi per qualsiasi squadra».


NICOLA CALZARETTA, “GS” MARZO 2012
Dino Zoff un monumento della fiducia popolare. La pennellata, in un vecchio servizio in bianco e nero, è di Beppe Viola. C’è tutto Zoff nella definizione: monumento, perché grandissima è stata la sua carriera, dall’esordio nel 1961 all’addio a quarantuno anni dopo aver toccato la luna, ma solo perché «non posso parare anche il tempo», come disse annunciando il ritiro. Fiducia, perché lui c’era sempre. E Nando Martellini finiva sempre con la stessa, tranquillizzante frase: «Parata di Zoff».
Popolare perché il suo nome e cognome (Dinozoff, tutto attaccato) alzi la mano chi non lo conosce. Ha unito Nord e Sud giocando per il Napoli e la Juve, ma soprattutto perché è stato il portiere della Nazionale Campione d’Europa nel 1968 ed il capitano dell’Italia Mundial quattordici anni dopo, quando diventò un francobollo. Il 28 febbraio compirà settant’anni. Un traguardo speciale, un’occasione per parlare di sé, forse come mai era successo prima d’ora. Lo fa seduto su uno dei divani del salotto del Circolo Canottieri Aniene, sul Lungotevere romano. Sorridente e confidenziale. Ma allora non è vero che lei è una sfinge? «Questa è l’impressione che davo, sembravo freddo e distaccato. In realtà alla base del mio atteggiamento, oltre ad un naturale equilibrio, c’era molto pudore. Apparivo poco socievole e capisco di non essere stato molto “giornalistico”».
Però per il “Guerin Sportivo” lei ebbe un’intuizione notevole: «Non mi piaceva che anche il “Guerino” stesse dietro alle polemiche. Una sera a cena, dopo una partita con la Nazionale a Mosca nel 1975, proposi ad Italo Cucci di puntare sulla cronaca sportiva e sulle fotografie, come faceva “Il calcio illustrato”».
In sintonia con il suo stile di vero sportivo: «Lo sport è una cosa meravigliosa, con le sue regole, i suoi valori. Si vince e si perde ed il risultato va accettato. Per me è sempre stata una cosa seria: mi sono allenato al massimo, spingendo a tavoletta tutti i giorni, con il segreto di migliorami, anche a quarant’anni».
Cosa le piaceva di più? «L’allenamento. Era una cosa bellissima, mi divertivo. Anche a sfottere i compagni. Quando non riuscivano a farmi goal, li prendevo in giro con il verso del granchio. Gli ultimi annidi carriera sono stati i migliori: cominci ad apprendere veramente il lavoro. Da questo punto di vista mi sono sempre sentito un dilettante pagato bene. Ho lavorato tanto, per il piacere di farlo».
Così tanto che per le sue riserve non c’è mai stato spazio: «Un po’ mi dispiaceva, ma non mi sono mai sentito in colpa. Le gerarchie erano chiare. E d’altronde lo sport è questo. Gioca chi merita, chi è il migliore. Io, poi, facevo di tutto per non mancare».
Anche quando non stava bene? «Non ero condizionabile dal male. Anzi, il dolore per me era un fattore positivo perché significava aumentare la concentrazione, dote fondamentale per un portiere. Poi ci sono state anche situazioni limite: al Napoli (dodicesimo era Cuman, ndr) giocai addirittura con una mano incrinata».
E successo anche alla Juventus, vista la collezione di panchine di Piloni, Alessandrelli e Bodini? «Ma qualche volta hanno giocato, magari a fine stagione o in Coppa Italia. A proposito di Alessandrelli, fu lui a suggerirmi dove buttarmi la sera del 15 marzo 1978, nei quarti di finale di Coppa dei Campioni finita ai calci di rigore. Ne parai due».
Ma intanto in campo c’era sempre lei! «Volevo esserci. Diciamo che qualche volta c’è stato qualche accordo segreto con Trapattoni. Quando avevo qualche problema andavo dal Trap e gli dicevo: “Ho male”. E lui: “Te la senti comunque di giocare?”. Ed io: “Me la sento”. La cosa rimaneva tra noi. Era un modo per condividere una situazione, non certo per scaricare le responsabilità. Quelle me le sono sempre prese senza sconti».
Severo con sé stesso? «Severissimo. Ero presuntuoso, orgoglioso, anche un po’ vanitoso e dunque alla ricerca della perfezione. Per questo mi sono sentito sempre responsabile, in tutto o in parte, delle situazioni che si creavano in campo. Per questo non volevo saltare mai una gara».
Se è per questo alla Juve c’è riuscito benissimo, undici anni senza mai una sosta. Quando è iniziata la serie infinita? «Quando ero ancora al Napoli. La prima delle 332 partite consecutive ha preso il via con la penultima giornata del campionato 1971-72, dopo il rientro dall’infortunio al perone».
Cosa era successo? «Mi ero fratturato la gamba durante un “torello” in allenamento: quella volta la mia solita voglia di fare senza risparmiarmi mi giocò un brutto scherzo. Potevo rompermi soltanto da solo».
Come è stata la sua esperienza al Napoli? «Molto positiva. Anche dal punto di vista umano: c’è stata una fusione straordinaria tra il pudore friulano e l’apertura partenopea. Se non fosse stato per la società, quella squadra avrebbe potuto fare grandi cose. Essere andato al Napoli è stata una fortuna».
Eppure lei nel 1967 pareva destinato al Milan: «Tra Mantova e Milan c’era un accordo verbale. All’improvviso saltò tutto in aria. Nell’ultimo giorno di mercato, il Napoli fece l’offerta. Addirittura di notte fu fatto aprire un ufficio postale per consentire la spedizione dei documenti in tempo utile».
Affare rocambolesco, al pari del suo esordio con la nuova maglia in amichevole al San Paolo: «Ero militare a Bologna. Non avevano fatto in tempo ad inserirmi nella compagnia atleti di Roma. Sistemate le ultime cose, presi la mia auto e mi misi alla guida per Napoli».
Che macchina era? «Una Giulia GT Ho sempre avuto la passione per le auto. Da ragazzo ho lavorato in officina tra pistoni e carburatori. A Mantova avevo una 850 Abarth, mentre prima viaggiavo su una 500 modificata».
Torniamo al viaggio verso il Sud con la Giulia: «Feci tutta una tirata. Rimasi sempre lucido e concentrato. Arrivai allo stadio un’ora prima della partita. Era un’amichevole estiva contro l’Independiente, ma era la prima uscita con il Napoli, non potevo steccare. E poi, dovevo abituarmi alle nuove usanze».
Quali? «Salutare il pubblico. Me l’aveva detto Pesaola. Quando entri in campo, devi andare sotto la curva. Un po’ la timidezza, un po’ il fatto che quella cosa mi sembrava una ruffianata, dissi: “Non ce la faccio”. Le prime volte fu davvero faticoso, alzavo a malapena la mano. Con il tempo è diventata una bella abitudine».
Come era quel Napoli? «Buonissima squadra. Zoff, Nardin, Pogliana; Stenti, Panzanato, Bianchi o Girardo; Orlando, Juliano, Altafini, Sivori e Barison. C’erano anche Canè e Montefusco. Quell’anno arrivammo secondi dietro al Milan. Era un Napoli bello e spettacolare. Là davanti c’erano dei pezzi da novanta, con il grandissimo Sivori».
Ma è vero che era ancora arrabbiato con lei per quello scontro in un Juve-Mantova in cui gli ruppe un paio di costole? (sorride) «È vero, ma il motivo era un altro. Un giorno mi disse: “Non ti perdonerà mai: mi hai fatto portare fuori dal campo in braccio da Heriberto Herrera!”»
A Napoli arriva il debutto in Nazionale, 20 aprile 1968, Italia-Bulgaria 2-0: «Fu una bella coincidenza esordire proprio a Napoli. Così come fu fantastica la serata della monetina, contro la Russia. Semifinale dell’Europeo, il San Paolo era una bolgia. Il pubblico ci sostenne sino alla fine».
Poi arrivò la doppia finale con la Jugoslavia per il primo storico trionfo continentale: «La Jugoslavia era forte, il loro numero undici, Dzajic, era un fuoriclasse. La prima fu sofferta, e finì in pareggio. Nella ripetizione, cambiammo mezza squadra. Andò bene: Burgnich poteva sbagliare una partita, non due».
Quali sono i flash di quel 10 giugno 1968? «L’1-0 di Riva, il raddoppio di Anastasi. Non ci crederai, ma al goal mi aggrappai alla traversa e ciondolai come una scimmia, pensa te. E poi le fiaccole accese alla fine della partita: la prima grande coreografia di massa che abbia mai visto».
Lei è Campione d’Europa, ma ai Mondiali 1970 gioca Albertosi, perché? «Perché era il portiere del Cagliari che aveva vinto lo scudetto e che aveva mezza squadra in Nazionale. Io giocai tutte le partite di qualificazione ai Mondiali e dopo la penultima amichevole (Italia-Spagna finita 2-2, con due autogol di Salvadore) mi fecero fuori».
Livello di rodimento? «Altissimo. Ero incazzato. E scaricavo la rabbia durante gli allenamenti. Ci rimise Bobo Gori che, almeno in due occasioni, fu vittima dell’esuberanza. Ma lo sport è anche questo, sono cose che vanno accettate. Con Albertosi c’era rivalità, non correva buon sangue, anche perché eravamo all’opposto su tutto».
Anche nella scelta delle divise, vero? «Per me la divisa vera del portiere è nera, con le maniche lunghe. In Nazionale ho sempre giocato con il grigio. Albertosi era più appariscente. Io, comunque sia, l’apprezzavo, era il portiere esuberante, spaccone».
E che non parava con i piedi, come faceva qualcun altro: «Quante volte l’ho dovuta sentire. Paravo anche con i piedi perché coprivo di più. Ero un portiere completo, ma il mio punto di forza erano le uscite basse. Anticipavo l’azione e tuffandomi riuscivo a coprire più spazio. E poteva venir fuori la parata con i piedi».
Dicevano anche che volava poco: «Perché il volo, tante volte, copre un errore di piazzamento. Io sentivo naturalmente la porta, la vedevo, ovunque mi trovassi. E spesso riuscivo a capire un attimo prima. Per questo non c’era bisogno del tuffo plateale e la parata sembrava facile».
E intanto torna la maglia numero uno della Nazionale ed arriva la chiamata della Juventus. «Mi è dispiaciuto lasciare Napoli, Io dico con sincerità. La verità è che la società aveva bisogno di soldi».
Il matrimonio con la Juve era annunciato: «Erano almeno due anni che mi cercavano. Ricordo un episodio durante la prima stagione con l’Udinese. Giocammo a Torino, ma la Juve aveva una divisa nera, come la mia. Il portiere juventino Vavassori, che quella domenica era fuori, mi prestò la sua. Tolsero lo scudetto e giocai per la prima volta con la divisa della Juve».
La prima immagine del suo arrivo a Torino? «Il sentirsi in famiglia, visto che c’erano molti compagni di Nazionale. Tra i tanti mi viene in mente Francesco Morini, uno che aveva sempre voglia di scherzare. Una volta mi fece un autogol e, mentre il pallone mi superava, mi faceva: “Chiappala, chiappala”: era il tormentone di Max Vinella, uno dei personaggi della trasmissione “Alto Gradimento” di Renzo Arbore».
Si aspettava una prima stagione a Torino così ricca di eventi tra primati e scudetto? «Alla Juve non mi sono posto limiti. Avevo trent’anni ed una gran voglia di vincere. Riguardo al record di imbattibilità (903 minuti, superato dopo ventuno anni, ndr), non ho mai lavorato per quello».
Belgrado 1973, la Coppa Campioni sfuggita all’ultima curva: «Non eravamo preparati in campo internazionale, ci mancavano esperienza e personalità. Di là c’era l’Ajax di Cruijff nel pieno boom. Peccato, perché con la Coppa in tasca avrei potuto vincere il Pallone d’Oro, visto che quell’anno arrivai secondo».
Merito anche delle prodezze a Wembley: «La prima vittoria dell’Italia in Inghilterra. Giocai una delle più belle partite di sempre. Gli inglesi ti cacciavano dentro l’area ed il portiere non è che fosse molto protetto dagli arbitri. Tiravano da tutte le parti ed il pallone bianco, marca Mitre, era simile a quelli moderni: leggero, all’apparenza sgonfio, con traiettorie da decifrare. Quella sera fu l’apoteosi del calcio italiano».
E per lei arrivò anche la copertina di “Newsweek”: «Fece clamore la mia imbattibilità in campo internazionale. All’estero ero più considerato rispetto all’Italia».
Con la Juve 1976-77 lei ha messo insieme Italia ed Europa: «Fu una stagione eccezionale. Il primo ricordo è per la Coppa Uefa vinta a Bilbao. Gli ultimi quindici minuti furono di vera battaglia. Quattro giorni dopo arrivò anche lo scudetto record dopo un derby durato tutto il campionato con il Torino del mio amico Castellini».
Eravate amici? «Si, nonostante la rivalità cittadina. Fu lui che mi procurò il primo paio di guanti moderni. Li fece venire apposta dalla Germania. Prima di allora si giocava con i guanti del 1938, quelli con la gomma delle racchette da ping pong sul palmo. Meglio le mani nude».
Contro chi era meglio avere i guanti? «Contro Paolo Pulici. Al Comunale, di fronte al proprio pubblico, si trasformava. Una volta riuscì a fregarmi con un pallonetto in corsa, da più di venti metri».
I famosi tiri da lontano che lei non vedeva: (ride) «Eccola l’altra storia. Di diottrie parlò Gianni Brera dopo Argentina 1978. Molto onestamente ai Mondiali non ebbi un gran rendimento. Ma a parte casi eccezionali, nel calcio non esistono tiri imparabili. Sui famigerati quattro gol presi da lontano, sicuramente avrei potuto fare meglio, e dunque le critiche erano giustificate. Ma si travalicò il limite e per sei mesi non parlai più con nessuno. Ma la cosa peggiore è che certe etichette non te le togli più. Vedi il goal di Magath».
Già, Atene 1983: perché? «Per tutti era diventata una formalità, quella finale con l’Amburgo. Noi eravamo fortissimi: la Juve più grande in cui ho giocato. Sicuramente i favoriti, ma eravamo mentalmente scarichi e fuori giri. Fu un disastro».
Lasciamo Atene e spostiamo le lancette indietro di un anno: estate 1982: «Una gioia così violenta non l’avevo mai provata. È impossibile da descrivere. Solo lo sport riesce a dare questi scossoni».
Perché l’Italia ha vinto il Mundial? «Perché aveva un uomo che si è preso tutte le responsabilità, anche non sue: Enzo Bearzot. E poi perché era forte, rapida, attaccava con cinque, sei giocatori davanti la porta, altro che contropiede! Quella era una squadra che aveva la straordinaria capacità di condurre l’azione con una velocità e qualità di gioco eccezionali».
Che non poteva fare a meno di Paolo Rossi: «Era indispensabile per la sua rapidità di pensiero ed il suo tempismo. Era veramente in crisi all’inizio. Però non hai mai mollato, trovando appoggio nel gruppo e, soprattutto, in Bearzot. E contro il Brasile è risorto».
A proposito di Brasile: se le dico Oscar? «Rispondo: una parata complicata, perché era l’ultimo minuto e perché ho bloccato la palla sulla linea. Sono stati secondi di terrore, già una volta in Romania mi dettero goal per un pallone che non era entrato. Andò bene, anche se devo dire che la parata più importante la feci sul 2-1, uscendo a terra su Cerezo».
Dopo il fischio finale è scattata la festa. Ci racconta cosa è successo tra lei e Bearzot? «Gli ho dato un bacio sulla guancia. Una cosa francamente straordinaria, dettata dall’euforia, dall’immensa gioia. Un gesto bello, spontaneo. Autentico».
Cosa ha significato sconfiggere i brasiliani? «È stata la partita della svolta. Dopo la vittoria con il Brasile ciascuno di noi ha avuto la convinzione che avremmo vinto la coppa. Nessuno ha mai detto nulla. Era una certezza intima, non espressa con le parole».
Cosa rimane dopo aver vinto un Mondiale? «La gioia pura, quella dei bambini. E poi Sandro Pertini. La partita a carte sull’aereo presidenziale ha azzerato ogni distanza. Quando ci invitò a pranzo al Quirinale fu eccezionale. Disse: “Voglio Bearzot alla mia destra e Zoff alla mia sinistra. Poi tutta la squadra. I ministri se trovano posto, bene. Sennò vadano pure da un’altra parte”. Unico».
Spostiamo nuovamente le lancette del tempo e torniamo al 1983. Si chiude la sua carriera: «Avrei potuto anche andare avanti, stavo bene. Ma dissi basta. Certo: Atene aveva inciso non poco».
E la fascia di capitano alla Juve passò a Scirea: «Quello di Scirea è un capitolo doloroso per me. Pensa che la notizia della morte ce l’ha data un casellante dell’autostrada a Torino. Tornavamo dalla partita contro il Verona con il pullman, ci fermammo a mangiare in un ristorante. Poi ripartimmo senza sapere nulla. Gaetano era un uomo dallo stile autentico. Mi manca molto, soprattutto per la sua serenità. Me lo sono chiesto tante volte come faceva a essere sempre così sereno».
Siamo in chiusura. C’è lo spazio per un bilancio forale di una vita di sport: «Il bilancio è positivo. Non ci sono delusioni o rimpianti. La mia filosofia è questa: se una cosa non l’ho fatta è perché in quel momento non potevo farla. O perché non me l’hanno fatta fare».

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Bellissimo racconto.
Con la chiusura toccante del grande Caminiti...
Ciao e forza Juve

angelo 33 ha detto...

Da ragazzino gli preferivo Albertosi perchè era più spettacolare di lui e quando era in vena era insuperabile.

Ma non aveva la continuità di Zoff.

Poi Zoff non aveva bisogno di essere spettacolare perchè si trovava quasi sempre al posto giusto in virtù di un grande istinto innato e di una capacità, straordinariamente continua, di concentrazione ed attenzione.

Che gli derivavano da una grande forza e stabilità mentali e fisiche. Le quali gli conferivano grande continuità di rendimento.

In questo mi ricorda Borg il quale, seppure non avesse il talento e la genialità di alcuni suoi avversari, ne veniva a capo in virtù della sua straordinaria energia mentale e fisica che gli permettevano di essere sempre,continuamente concentrato.

Prima dei campionati del mondo in Germania era in forma strepitosa, all'apice della sua carriera.
Si trovava sempre al posto giusto. Quasi che un Angelo di Dio lo guidasse passo passo.

Era il pallone d'oro in pectore.

Il gol di Sanon che interruppe la sua imbattibità non fu colpa sua, ma determinato ,come al solito, dalla supponenza, nervosismo ed impaccio (che influiscono sulla concentrazione) con cui usualmente la squadra favorita in una competizione internazionale comincia la medesima.

Proprio come si fa tanta più fatica ad accendere ed avviare un motore quanto più esso sia potente e complesso.

Se quella nazionale avesse avuto la buona sorte di trovarsi a metà della forma fisica in cui venne a trovarsi la nazionale di Spagna 1982,Zoff,prolungando il suo momento magico e la sua imbattibilità ed andando molto avanti in quei campionati, avrebbe quasi certamente vinto il pallone d'oro ed oggi sarebbe considerato il più grande portiere di sempre al pari di Jascin o Zamora.

La disfatta di Stoccarda fu un brutto colpo alla sua straordinaria ascesa a livello internazionale.

Che avvenne,poi, ma troppo tardi.

Una cosa sarebbe stata Zoff campione del mondo a 32 anni sull'onda di quella imbattibilità straordinaria ed un altra campione a 40 anni ma,ormai, al tramonto della sua carriera.

E'stato anche un ottimo allenatore ma mi chiedo perchè mai un mito come lui, abbia abbandonato la nazionale dopo le critiche di Berlusconi. Che hanno finito per compromettere la sua carriera di allenatore.

Tanto più che Berlusconi non ne capisce molto di calcio.Probabilmente non ha mai giocato.

Se penso che all'inizio della sua presidenza del Milan preferiva Borghi a Van Basten seppure tra i due vi fosse un abisso di differenza per classe e talento
(e Sacchi gli dovette imporre l'olandese a pena di lasciare il Milan)e se penso ad altri numerosi madornali errori di valutazione del medesimo (p.es. un allenatore turco che lui lodava sperticatamente ma fu una grande delusione), mi chiedo,sgomento, come possa mai aver avuto tanto successo con il Milan.



Angelo Balzano.

l'occidentale ha detto...

zoff è stato l'inizio. Cominciai a seguire il calcio diventando tifoso della juve perché lo avevo visto in tv e mi aveva molto colpito. Zoff è stato la pietra miliare del mio essere tifoso. Ero un bambino di otto anni e già avevo capito chi era: un mito.

daniele67 ha detto...

per me è e sarà il più grande portiere di tutti i tempi!!!! grande DINO!!!!

Juveindomita ha detto...

Non ne fanno più così. Grazie Zoff...nell'olimpo del calcio e della vita.