martedì 31 gennaio 2017

Silvino BERCELLINO

«Dove lo mandiamo Bercellino II quest’anno - si chiede Vladimiro Caminiti – l’allenatore lo ritiene superfluo per la rosa. E Bercellino numero due viaggiava. Mantova, Palermo, Potenza, dovunque segnando goal col sinistro, che risolvevano la partita ma non l’avvenire del giocatore. Nemmeno le mani Accadue lo avevano sciolto. Silvino amava giochicchiare, occupato a spartire l’ora e mezzo con lo stopper di turno, se la prendeva comoda. Bambino grassottello, non si scalmanò mai. Voleva divertirsi. Era lento ma soprattutto non aveva la perfidia di chi vuol far carriera. Non aveva nemmeno la tenacia del fratello. Qualche volta buon vino mente».
Nato a Gattinara, in provincia di Vercelli, il 31 gennaio 1946, Silvino Bercellino muove i primi passi nel settore giovanile bianconero, ripercorrendo fedelmente le orme del più celebre fratello, Giancarlo, di cinque anni più vecchio e, per ben otto stagioni, pilastro difensivo della Juventus degli anni Sessanta. Dotato di un discreto fisico e di un’ottima tecnica, schierato da mezza punta, Silvino disputa due stagioni in prima squadra, nel 1963-64 e nel 1965-66, totalizzando sedici presenze e otto goal; nonostante non sia un vero centravanti, mette in luce quella vena realizzativi che lo contraddistinguerà durante tutta la carriera. Realizzerà, infatti, con le maglie del Potenza, del Palermo, del Mantova e del Monza, oltre settanta goal fra Serie A e Serie B.
«Traspedini, è forte – dice il giorno del raduno dell’estate 1965 – ed è animato dalle mie stesse ambizioni; spero comunque di riuscire a trovare anch’io un posto in prima squadra. È il mio grande sogno da quando ho incominciato a seguire le orme di mio padre e di mio fratello giocando al football. Sarà l’allenatore a decidere e chi sarà più in forma giocherà. La concorrenza con Traspedini servirà a tutti e due per spingerci a fare sempre meglio. Sono certo che essa non si trasformerà in rivalità. Siamo troppo giovani per pensare alle polemiche, ma soltanto servirà di incitamento. Personalmente ho fiducia, una stagione nel duro torneo di Serie B, contro avversari decisi, mi ha consentito di fare un’interessante esperienza e di eliminare molte ingenuità nel mio modo di giocare. Cosa questa che non avrei potuto ottenere rimanendo nella squadra giovanile della Juventus. Ricordo con affetto e gratitudine i tecnici che mi hanno avviato nei primi passi; si tratta del signor Pedrale, l’istruttore del NAGC bianconero, e del signor Rabitti che mi ha seguito nelle squadre minori e nella De Martino».
Purtroppo per lui, non è facile trovare posto in quella Juventus, i campioni abbondano, soprattutto a centrocampo; Leoncini, Del Sol, Stacchini e Cinesinho, sono giocatori di caratura internazionale e, logicamente, lasciano pochissimo spazio ai rincalzi. C’è da tenere anche conto che, a quei tempi, non sono consentite le sostituzioni, per cui le occasioni di scendere in campo sono davvero contate.
Silvino è il fiore all’occhiello del vivaio bianconero, ma manca di quella grinta e quella voglia di lottare su ogni pallone che gli permetterebbero di sfondare. Gioca, da campione, venti minuti su novanta; i minuti restanti li trascorre passeggiando, soprattutto quando c’è caldo, all’ombra proiettata dalla tribuna.
Questo comportamento gli vale l’appellativo di Torero Camomillo; quando, però, decide che è il momento di giocare, sono dolori per tutti. Sandro Ciotti che lo vide giocare in una partita contro il Cagliari di Riva, disse in radiocronaca: «Oggi ho visto un giocatore da Nazionale: Silvino Bercellino».


BEPPE BARLETTI INTERVISTA EDMONDO FABBRI, COMMISSARIO TECNICO DELLA NAZIONALE, “HURRÀ JUVENTUS” APRILE 1966
Fabbri aveva il cappotto leggero, sotto un pallido sole che sapeva di primavera. Conversava nell’atrio che immette alla tribuna d’onore con l’avvocato Agnelli e con l’ing. Catella. La partita aveva esaurito la sua prima tornata, le squadre erano ficcate nel chiuso degli spogliatoi. Giornalisti in frotta attendevano che il commissario nazionale tendesse loro una mano, in senso metaforico si intende. Lo volevano intervistare, l’occasione di averlo a portata di voce era ghiotta, con i Mondiali che stanno per arrivare. Fabbri, a dire il vero, non si fece attendere. Salutò con aperta cordialità e attese. Le domande, una dopo l’altra, lo travolsero, quasi. Fabbri però ha assorbito una buona dose di abilità diplomatica in questi suoi duri anni di commissariato e le sue repliche, pacate e ponderate, fecero giusta eco all’accavallarsi degli interrogativi. Gli parlai, di botto, del ragazzo juventino che dopo lunga sosta ritornava alla luce della prima squadra: Silvino Bercellino: «Sono venuto anche per lui», rispose Fabbri.
Spingemmo a fondo la questione: lo chiamerà in azzurro? «Non c’è fretta, per ora. Altra gente ha fatto anticamera per anni. Il giovanotto è fresco come l’erba appena spuntata. Credo comunque in lui. L’ho dimostrato, penso, qualche anno fa chiamandolo alla guida del quintetto azzurro della squadra calcistica ai Giochi del Mediterraneo».
Quale la dote migliore del Bercellino più giovane? «La calma di cui ha dato mostra aspettando senza scalpitare che arrivasse il suo momento. Per questo il suo nome è adesso sottolineato in rosso nel mio taccuino. Le sue caratteristiche tecniche, grosso modo, mi erano già note. Silvino è uno di quei giocatori che paiono nati apposta per segnare. Non importa come. È un autentico match-winner, l’uomo che risolve di getto con una spigliatezza che incanta, con una naturalezza che ammalia, una gara rognosa. Sotto il profilo tecnico quindi, c’eravamo già. Sotto quello agonistico lo avevo visto (anzi lo avevo fatto vedere) durante la sua permanenza in Serie B. Si comportò egregiamente. Subisce colpi duri senza scomporsi, senza abbandonarsi a gesti teatrali. E, quel più conta, ogni qualvolta può, rende pulitamente la botta al cattivo che prima lo ha bollato, quasi a fargli intendere che non ha spirito di vendetta ma coraggio e fisico adatti per farsi largo anche con la forza. L’unico punto oscuro, su di lui, era il carattere, la veste psicologica. Heriberto Herrera in questo mi ha dato una mano; ha messo alla prova il giovanotto. Lo ha torchiato in allenamenti spietati, lo ha tolto dal piedestallo dove, sia pure involontariamente, qualcuno l’aveva collocato dopo i goal a ripetizione segnati in Serie B. Poi, nell’attimo cruciale, lo ha richiamato in gioco. Come fanno i fantini di gran classe con i cavalli di sangue purissimo. Silvino Bercellino ha risposto con prontezza, senza una pausa. È partito di slancio e ora è in piena corsa».
Con tutto questo la convocazione di Bercellino II nel Club Italia non è ancora venuta. L’attesa potrebbe nuocergli, non le pare? «Niente affatto. Da lui ora i suoi dirigenti, il suo allenatore, io stesso stiamo attendendo un ultimo tocco: che mantenga in pieno le promesse. Ha diciannove anni, non dimentichiamolo. Tra poco avrà il servizio militare. Per i Mondiali di Londra altri più anziani di lui resteranno al palo. L’attesa non gli nuoce, Heriberto lo ha abituato a prepararsi senza smaniare. Io gli chiedo altrettanto. Mentre gli confermo tutta la mia fiducia».

2 commenti:

Anonimo ha detto...

per me tra i migliori di sempre che hanno vestito la maglia rosanero sono stato e rimango tifoso del grande bercegol

Luigi ha detto...

è stato un mito per chi era allora un ragazzo, si capiva che aveva classe e fisico e in quel momento gli attaccanti italiani con queste doti non erano molti. peccato che non abbia continuato nella Juve, chi sa perché