sabato 21 gennaio 2017

Pietro RAVA

I ragazzi torinesi abitanti nel rione della Crucetta e in quelli della periferia occidentale della città, avevano un numero relativamente alto di campi sui quali giocare a calcio; il più frequentato, tuttavia, era il campo del Dopolavoro Ferroviario, in Corso Parigi, l’attuale Corso Rosselli. Proprio sul terreno dei Ferrovieri, la squadra che non aveva nelle proprie file un ragazzone che si chiamava Piero Rava, aveva diritto a giocare con un uomo in più, per il semplice fatto che Rava valeva il doppio. Il ragazzone abitava a cento metri dal campo del Dopolavoro Ferroviario (il papà di Piero era capostazione a Porta Susa), mentre a poco più di duecento metri in linea d’aria c’era il campo in Corso Marsiglia, dove giocava la Juventus, squadra per la quale, inutile dirlo, il ragazzone faceva il tifo. «Lasciando aperta la finestra della mia camera, mi arrivava molto chiaro il grido di incitamento della folla. Quando sentivo l’urlo irrefrenabile dei tifosi, capivo benissimo che la Juventus aveva segnato».
Il campo di Corso Marsiglia era vicino a quello di Corso Parigi, ed era frequente che alcuni soci bianconeri andassero sino al terreno dei Ferrovieri per dare un’occhiata ai molti ragazzi che prendevano a calci un pallone. Fra questi soci c’era un certo Greppi, il quale rimase immediatamente impressionato dalla velocità di quel giocatore dai capelli biondi che giocava all’ala sinistra: un atleta dalla forza incredibile, foga che, dopo le prime battute di gioco, conferiva al viso del ragazzo tinte infuocate. Pierone, infatti, dopo cinque minuti dall’inizio della partita, diventava addirittura paonazzo, colore che dava in certo qual modo la misura della straripante passione del giovanissimo calciatore.
Greppi aveva informato un dirigente juventino che si occupava delle squadre minori: Maccagno, factotum del Gruppo Anziani Juventus, questi andò a vedere un paio di partite nelle quali era impegnato Rava ed ebbe anche qualche colloquio con il giocatore. Piero venne anche convocato per alcuni provini alla Juventus, tuttavia, per un certo periodo di tempo non ebbe più alcuna comunicazione da parte della società. Come raccontò qualche tempo più tardi, ebbe la sensazione di essere stato scartato e trascorse un paio di mesi molto arrabbiato; avrebbe, infatti, pagato di tasca sua per indossare la maglia bianconera della Juventus.
Invece la società bianconera si rifece viva, tesserò Rava e lo mise a disposizione di Armano. L’ex terzino della squadra che nel 1905 aveva vinto il primo scudetto e che era in quegli anni l’allenatore della squadra ragazzi, vide immediatamente che il ragazzone possedeva ottime qualità. Nonostante ciò fu deciso il suo temporaneo trasferimento alla Virtus, società affiliata alla Juventus. Tornò bianconero per l’esordio nella stagione 1935-36, quando aveva appena diciannove anni. Nella Juventus di quegli anni c’erano ancora parecchi vecchi campioni pluri scudettati, come Rosetta, Varglien Mario, Monti, Bertolini, Borel, Varglien Giovanni e Serantoni. C’erano anche Foni e Guglielmo Gabetto, inseparabile amico di Piero, cresciuto con lui nella squadra bianconera dei ragazzi.
Così Rava raccontava la sua gara di esordio: «La squadra aveva pareggiato in casa con il Bologna, per 0-0, nel corso della quale si era leggermente infortunato Rosetta. L’allenatore decise allora di spostare Foni a destra e di farmi debuttare nella successiva partita da giocarsi in trasferta contro la Fiorentina. Nel primo tempo la Juventus giocò un ottimo calcio e concluse in vantaggio, grazie ad un goal di Varglien I, la prima frazione. Nella ripresa la Fiorentina riuscì a pareggiare con un goal realizzato dalla mezzala sinistra Scagliotti. Io me la cavai egregiamente, Rosetta guarì velocemente e per undici incontri consecutivi fu riformata la coppia con Viri a destra e Foni a sinistra. Fu poi nel febbraio del 1936 che disputai la seconda partita, quella volta in coppia con Rosetta. Risultato di gara decisamente negativo, perché la Lazio, a Roma, ci inflisse una secca sconfitta per 3-0. Ma intanto anche altri personaggi importanti si erano accorti di me. Non vi sto a dire la mia enorme soddisfazione nel vedermi convocato da Vittorio Pozzo nella squadra che avrebbe disputato il torneo calcistico alle Olimpiadi di Berlino».
L’esordio in campo internazionale al Post Stadion di Berlino, fu emozionante, quasi drammatico: la squadra azzurra, infatti, trovò incredibili difficoltà a battere la squadra degli Stati Uniti. Gli americani, decisamente inferiori in linea tecnica, impostarono la partita sotto il profilo agonistico, costellando ogni azione con interventi decisi e scorretti. Rava, manco a dirlo, si trovò a nozze, ma incorse addirittura in un’espulsione: «All’ottavo minuto della ripresa, per contendere una palla alta, entrai a gamba tesa e colpii la mezzala destra americana, tale Namechik, a una spalla; era un’azione scorretta, ma indubbiamente involontaria, con conseguenze volutamente esagerate da parte del giocatore americano e massimamente dall’arbitro, che accorse e mi indicò la via degli spogliatoi. Rimasi accovacciato sui gradini degli spogliatoi per seguire l’andamento della partita, facendo un tifo sfegatato. Per fortuna Frossi segnò e riuscimmo a passere il turno».
Fortunatamente Rava non fu squalificato e poté quindi disputare tutte le altre gare, quella con il Giappone (3-0), con la Norvegia (2-1 dopo i supplementari) e l’ultima trionfale contro l’Austria (ancora 2-1, dopo i supplementari).
Le partite al calor bianco furono sempre la specialità dell’indomabile terzino della Juventus; alla sua apparizione nella nazionale maggiore, in coppia con Monzeglio al Prater di Vienna, il 21 marzo 1937, si trovò a fronteggiare le indiscriminate scorrettezze degli austriaci. In maglia azzurra Pierone inanellò ventiquattro presenze consecutive e concluse poi a quota trenta, dopo il vittorioso incontro di Milano contro la Spagna: 4-0.
«Fisicamente prestante – scrive Carlo Felice Chiesa – forte di testa, capace di colpire con entrambi i piedi, abile nell’anticipo, era un terzino asciutto nel gesto, spiccio nelle entrate, agile nelle incursioni offensive ma sempre con la sbrigatività dell’interdittore di vocazione».
Ettore Berra paragona, nel 1938 sul “Calcio Illustrato”, lo slancio di Rava a quello di Umberto Caligaris: «Le sue entrate sono spettacolari e affronta l’avversario impetuosamente con quella sua irrompente foga così bella e suggestiva. Il tiro è potente, la gamba si distende nel rinvio per raggiungere la massima potenza di tiro e frequentemente si concede incursioni offensive, passando in tromba i mediani e giungendo fino al settore avanzato».
Alberto Fasano rincara la dose: «Colpiva benissimo la palla ed entrava in mischia come doveva fare un terzino avanzato, con energia molto vicina alla truculenza. Saltava molto bene di testa e non aveva paura di nulla e di nessuno. La sua compostezza stilistica era addirittura superiore a quella di Caligaris e di Allemandi, suoi predecessori in azzurro».
Dopo essere stato Campione olimpionico nel 1936, diventò anche Campione del Mondo nel 1938, ai Mondiali di Parigi. «Una cosa ho ancora nelle orecchie, i fischi di Marsiglia. Quelli non li scorderò mai. Provate a entrare in uno stadio che ti fischia nel momento dell’entrata in campo! Non sono mica fischi qualunque, quelli! Al termine del Mondiale rientrammo in Italia, in treno. Era il 1938, non è come ora che avviene tutto con l’aereo privato della società o della FIGC. La prima tappa del nostro trionfale tragitto fu la mia Torino, per ovvi motivi di vicinanza frontaliera. A Torino fummo accolti a Porta Susa nientemeno che da mio padre, che era capostazione. Fummo poi ricevuti a Roma a Palazzo Venezia, dal Duce. Mussolini ci ringraziò per il servizio reso alla Patria. Il mio compenso fu una pergamena e un premio di 8.000 lire. Con quei soldi mi comprai l’auto nuova, una Topolino 9500. Davvero altri tempi!»
Il fatto di aver conseguito la laurea mondiale giustificò alcune pretese di carattere economico. Un terzino Campione del Mondo non poteva essere pagato come riserva: così il biondo Piero iniziò una specie di sciopero, non giocando come la sua immensa classe gli avrebbe consentito. Ciò avvenne nel campionato 1938-39 e dopo la sconfitta subita a Modena (2-0) il 5 febbraio 1939, la Juventus decise di punire il giocatore, lasciandolo fuori squadra fino alla fine del campionato, tra i commenti compiaciuti dell’indignatissima stampa torinese. «Io volevo essere considerato fra i titolari, cioè professionista. Da anni mi dedicavo al calcio con tutto me stesso; avevo cominciato da piccolino, proprio con la Juventus, mio solo amore, perché quei dirigenti non potevano accontentarmi? Così, a Modena, decisi di fare sciopero e incrociai le braccia; non mi vergogno di averlo fatto. Erano tempi difficili e, per noi calciatori, poteva esserci la gloria, non la ricchezza; all’avvenire dovevo pur pensarci, intendevo mettere su famiglia».
Erano tempi molto difficili. «Era un derby, nel campionato 1944-45. Valentino Mazzola, arrabbiatissimo per un tunnel subito da Felice Borel, tenta vanamente di sferrargli una carezza a gioco fermo. Nasce subito una rissa, nella quale sono coinvolti una decina di giocatori e che termina con l’ingresso in campo delle milizie fasciste, che ci dividono. Contemporaneamente, udimmo dagli spalti l’inconfondibile boato provocato dalle sventagliate delle mitragliatrici, imbracciate da altri militanti del partito fascista. Essi, infatti, non avevano trovato migliore soluzione per dissuaderci dalla nostra lite furibonda. Tutto il pubblico, scosso dalla paura, scappò dallo stadio e noi giocatori terminammo l’incontro in assoluta solitudine. Ovviamente, il giorno dopo nessun giornale riportò la notizia».
Rimase alla Juventus fino al 1950, totalizzando 316 presenze, arricchite da quattordici goal; ci lascia nel novembre del 2006, mentre la Juventus sta festeggiando il suo centonovesimo compleanno.


VLADIMIRO CAMINITI
La retorica entrava trionfalmente (con tanto di sfilate e fanfara all’alzabandiera) in tutte le cose, e veniva digerita a fatica solo dai nonni. Per vero, anche il padre di Pierone Rava, capostazione a Porta Susa in Torino, bofonchiava. Chi gliel’aveva fatto fare a quel bel figliolone suo di sposare la causa della Juventus? Il problema era dei giusti guadagni, e anche il principe del giornalismo Carlo Bergoglio, detto Carlin, mica ci sentiva da quest’orecchio. Veniamo ai fatti. Campione olimpico nel 1936, Campione del Mondo da pochi mesi, il terzino Rava invano bussava a soldi dal dirigente Benè Gola, che glieli rifiutava in nome del puro ideale. Doveva accontentarsi e prendere meno di tutti, anche di Foni, anche di Depetrini: e insomma, lui era nato nella Juventus, che gli concedeva l’altissimo onore di giocare in prima squadra.
Rava, che di retorica campava il giusto, e poi gli occorrevano gli sghei, non ne poté più, e a Modena, il 5 febbraio 1939, accusò una forte emicrania e si rifiutò di andare in campo nella ripresa. La Juventus perse 2-0. Quel principe dei giornalisti, altresì disegnatore satirico, si schierò dalla parte della società, aggiungendo la sua bella fetta di retorica: «Un giocatore è dunque giunto alla pazzia di tradire sul campo non solo la sua società in angustie, ma anche i suoi compagni». Eccetera. Rava fu alla fine accontentato e pagato quanto meritava, ma dovette mangiarne di rospi. Con Carlin risolse il problema affrontandolo e prendendolo per la collottola del vecchio impermeabile. Mi ha raccontato Pierone: «Penso che somigliassi a Caligaris, Berto era più tecnico di me, ma io ero più potente, molto più potente, anche se imparai solo a metà carriera a colpire il pallone anche con il piede destro. Rosetta è stato il più grande di tutti i tempi insieme a Maroso».
Rava fu scoperto da un certo Greppi, socio bianconero. Giocava in Piazza Marmolada, Torino era tutta prati a quei tempi. Abitava in Corso Rosselli, che all’epoca si chiamava Corso Parigi. Cominciò a giocare a tredici anni nei ragazzi della Juventus come ala sinistra. In quella squadra, vi era anche un piccolo simpaticissimo mattocchio: Guglielmo Gabetto. Come terzino, fu impostato proprio da Rosetta allenatore. Un leale per antonomasia, Rava succede e supera Caligaris nell’apporto anche tattico. Ha un piede sinistro ciclonico e un’irruenza frontale assai fegatosa. Aborrisce i piccoletti, Edmondo Fabbri e Annibale Frossi (per quest’ultimo ha sincera disistima) lo fanno penare.
La Juventus non è più quella, quando vi esordisce, 9 febbraio 1936, a Roma contro la Lazio, una brutta domenica (3-0). È in lento declino. Edoardo, morto tragicamente pochi mesi prima nella diga foranea del porto di Genova, in un banale incidente ammarando con l’idrovolante pilotato da Arturo Ferrari, ha lasciato un vuoto incolmabile. L’implacabile commendator Mazzonis funge da presidente ad interim, in attesa che la società venga ufficialmente assunta dal patrizio Emilio De La Forest De Divonne.
Si capisce, le sue migliori soddisfazioni Pierone se le cava con la maglia azzurra: è un pupillo di Pozzo. Mi racconterà, in giorni recenti, di Berlino già traversata da sulfurei nembi di guerra nel 1936. Sentirà l’onore della maglia azzurra come insostituibile e al Mondiale di Francia sarà uno dei migliori per continuità e nerbo e sentimento patriottico.
Idealista della più bell’acqua, legherà poco con i tempi nuovi. Tenterà la carriera dell’allenatore, senza riuscire a sfondare. A tarda età, la moglie gli darà una figlia amatissima. Senza patire mai nulla, avrà infine il piacere di dirigere il Circolo della Juventus della sede sociale, e qui gioca a carte o a bigliardino, una vecchiaia serena all’altezza di una vita intrepida e generosa. Anche se il “cuore” non è tutto.


MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” SETTEMBRE 1988
Seppure settantaduenne, il signor Rava, piemontese vecchia maniera, particolarmente gentile e affidabile, pare ben più giovane: fonti solitamente ben informate mi hanno riferito di aver scorto quest’inverno la vecchia gloria mentre praticava il jogging nelle vicinanze del Comunale. Signor Rava, che cosa ha implicato emotivamente la vittoriosa partecipazione alle Olimpiadi di Berlino? «Ha rappresentato sicuramente l’affermazione più prestigiosa della mia carriera, avendomi provocato una soddisfazione personale superiore a quella provata vincendo due anni dopo i Mondiali; sa, la squadra del 1936 era composta quasi totalmente da giovani provenienti dalla Serie C, e per di più nessuno aveva mai giocato in Nazionale: immagini quindi la sorpresa».
Crede che la presenza del calcio alle Olimpiadi di oggi sia snaturata o perlomeno diversa rispetto a quanto accadeva prima della Seconda Guerra Mondiale? «Oh, non c’è paragone! Allora vigeva tra noi una gran voglia di giocare e aleggiava il vero spirito “decoubertiniano” in una sorta di romanticismo dello sport; ora tutto è legato esclusivamente all’interesse monetario, la medicina chiamiamola sportiva ha fatto passi da gigante e l’ingresso dei munifici sponsor ha spoetizzato completamente anche un avvenimento quale l’Olimpiade. L’unico dio pare oggi essere il denaro e, secondo me, ciò denota un pericoloso venir meno dei più genuini valori dell’umanità».
Ha avuto modo, in questi ultimi anni, di rivedere i compagni di quell’avventura? E che cosa vi ha reso, in termini estremamente concreti, quella vittoria? «Purtroppo sono passati tanti, troppi anni da allora, e molti di loro sono mancati; inoltre non ho la possibilità di incontrare i sopravvissuti, perché vivono tutti lontano da Torino. Mi chiede di eventuali premi in denaro: ma neanche per sogno, tutto ciò che ottenemmo, fu di partecipare a Roma, ovviamente nelle vesti di protagonisti, a un’importante cerimonia voluta da Mussolini nella quale ricevemmo grandi onori».
Chi era Pietro Rava prima che scegliesse di intraprendere la carriera di calciatore professionista? Cosa ne sarebbe stato di lui se non avesse sfondato in quel mondo? «Ero uno studente che si era iscritto a Economia e Commercio e che forse avrebbe raggiunto la laurea pur giocando a pallone, se non fosse intervenuta la guerra: ero, infatti, un ufficiale e fui costretto dagli eventi a combattere anche in Russia, paese dal quale riuscii a tornare sfruttando una licenza stranamente concessami proprio per affrontare un esame che, ovviamente, non ebbi il tempo di preparare».
Sia sincero: anche ai suoi tempi si guadagnava bene? «Certo, ma non è assolutamente proponibile un confronto con quello che i giocatori di oggi riescono a incamerare. Pensi che la vittoria ai Mondiali del 1938 fruttò a ognuno di noi 8.000 lire, mentre il mio ingaggio per un intero campionato raggiunse al massimo 80.000 lire: per quanto riguarda i guadagni noi eravamo al livello di medici e avvocati di buona caratura, mentre oggi molti, terminata la carriera, devono essere considerati dei veri e propri miliardari».
Ritiene che il divertimento provato dai giocatori che vanno in campo e quello di chi assiste agli incontri sia scemato rispetto agli anni in cui lei calcava i terreni di gioco? «In questi tempi perdere consecutivamente due partite provoca il finimondo e ciò fa sì che le tattiche, che a tutti i costi sono strutturate in modo tale da scongiurare un evento del genere, uccidano lo spettacolo e il divertimento: spesso i giocatori paiono degli autonomi tenuti per le redini, perché si dimostrano privati della libertà di spaziare in ogni parte del campo; senza contare inoltre che le marcature sono diventate davvero troppo assillanti. Negli anni Quaranta le tattiche permettevano a ognuno di noi di sviluppare al meglio il proprio talento naturale e la personalità calcistica, sicché si poteva assistere domenicalmente a incontri ricchi di emozioni e di reti e dall’andamento estremamente incerto».

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