lunedì 20 gennaio 2020

Alfredo FONI


Foni approdò alla Juve – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – giusto in tempo per essere tra i protagonisti di uno scudetto: l’ultimo del mitico quinquennio e il primo, anzi l’unico, nella sua carriera di campione, olimpionico e mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma destino volle che in quella prima stagione in bianconero giocasse molto più lui di quei due fenomeni ormai al tramonto: così fece coppia ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di una ideale staffetta.
Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dioscuri delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.
La storia juventina di Foni è legata a quello che viene definito, tout court, un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità da bricolage calcistico: le sue 229 partite ininterrotte sono una vera sfida, vinta, agli incidenti di gioco, ai malanni, alle insidie degli scadimenti di forma, alla severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.
Cominciò, la lunga sequenza, in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora per sette campionati neppure un’assenza: cambiavano i nomi al suo fianco – Amoretti, Bodoira, Perucchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori – ma lui c’era sempre. Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juve, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».
La duecentoventinovesima fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte l’attacco del «grande Torino» lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. Foni, quel giorno, vide segnare il suo dirimpettaio torinista, il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto ai cacciatori di queste curiosità: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto. Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea del Don.
Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, una dozzina di partite, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.
Foni era nato a Udine – 20 gennaio 1911 – e nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia (e qualche vecchio almanacco del calcio lo segnala rispettosamente con il titolo accademico: Foni Dott. Alfredo, una vera finezza). Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per cinquantamila lire, si dice, e uno stipendio che anticipava una famosa canzonetta, mille lire al mese. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma la sua impresa più notevole fu un gran gol al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Poi chiese di essere ceduto perché voleva laurearsi a Padova. Qui in una squadra che schierava anche Annibale Frossi, con tanto di occhiali, cominciò a cambiar ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo troviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juve: era il giorno del congedo di un trio famoso, Combi, Rosetta, Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto con un sonoro cinque a uno.
Nella Juventus Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, Pala, il centrattacco fu definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei «back». E probabilmente anche la scarsa propensione a goleare. Sentite cosa si leggeva di lui sul «Calcio illustrato» ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni». Quattro anni di serie A e non più di dodici gol: una volta alla Juve non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto.
Era nato per il gioco di difesa, aveva un grande senso della posizione, era un temporeggiatore come «Viri» Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza» ricorda Rava «lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza». L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: ammiratissima, spesso, la potenza dei rimandi, uno dei gesti atletici di gran spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai mondiali contro la Francia fu lui – con Rava e Andreolo – a salvare la partita grazie alla «qualità e calma gelida del suo gioco». E contro il Brasile, si legge, «spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava». Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra» Detto da loro era il massimo.
A modo suo Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del ‘35 le uniche vittorie vennero in coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» scrisse felice dopo il trionfo di Berlino dove era il capitano della squadra) al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria. La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un quattro a zero venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali; Quel giorno firmò il primo gol in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni. Si chiamava Aldo Ballarin.
Appena conclusa la carriera di calciatore, Foni passò a quella di allenatore. Cominciò col Venezia, serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del «primo non prenderle» secondo lo spirito che lo aveva animato quando giocava. In due riprese – dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958 – fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).
È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in Tv i gol del nostro campionato.


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1985
Mi trovavo, un giorno di tanti anni fa, nella Divisione di Cardiochirurgia del professor Ake Senning, al Kantonosspital di Zurigo. Il giorno dopo avrei dovuto assistere a un impianto di cuore artificiale su un cane lupo; la protesi sperimentale era stata ideata dall’ing. Roberto Bosio, uno scienziato torinese, e l’operazione sarebbe stata realizzata dal prof. Turina, un chirurgo jugoslavo che lavorava nella équipe di Senning.
Un dottore che mi conosceva e che sapeva anche delle mie antiche e indiscutibili simpatie sportive per la squadra della Juventus, venne a un certo momento a dirmi che era stato ricoverato d’urgenza un ex calciatore della squadra bianconera, un certo Alfredo Foni. Ebbi un sobbalzo. Non solo conoscevo molto bene l’uomo ricoverato, ma a lui ero legato da vincoli di fraterna amicizia.
Ebbi rapidamente informazioni sulla natura del male. Si trattava di un aneurisma dell’aorta, cioè una pericolosa dilatazione della grossa arteria dovuta, a quanto sembrava, ad arteriosclerosi in un soggetto dalla pressione alta. L’evoluzione clinica, in questi casi, è dominata dalla possibilità che l’aneurisma si rompa, eventualità che comporta una mortalità dell’80 per cento. Mi resi perfettamente conto che Alfredo era in pericolo di vita, ma sapevo che nelle mani di Senning un paziente aveva molte probabilità di essere salvato. Così infatti avvenne. Alfredo Foni si salvò. E del grave pericolo da lui corso e superato parlammo più volte insieme, seduti nelle comode poltrone del giardino della sua magnifica villa di Breganzona, sulla collina che domina Lugano. E, chiacchierando con l’amico, avevo rivissuto1’epopea di una invidiabile carriera calcistica. Rievoco per i lettori.
Friulano puro sangue, Alfredo Foni, detto «Nifo» dagli amici, aveva tirato i primi Calci nelle file dell’Udinese, ma si era poi formato calcisticamente nelle file del Padova, un complesso allora forte e coraggioso nel quale militavano il portiere-kamikaze Latella, l’ala Prendato e il centrattacco Vecchina. Foni rimase in forza al Padova sino all’età di 19 anni, poi venne acquistato dalla Lazio, dove gli furono compagni e amici il portiere Ezio Sclavi, già riserva di Combi nella Juve e nella nazionale, e il «bellissimo›› Piero Pastore, che con la maglia della Juventus aveva vinto lo scudetto al termine della stagione 1925-26.
Quando Foni era alla Lazio non giocava terzino, almeno in un primo tempo, ma mezz’ala, formando un pericoloso tandem con Cevenini V, il più giovane dei cinque famosissimi fratelli calciatori. Era tarchiato, molto veloce, tecnicamente inappuntabile, con una assoluta e intelligente visione di gioco.
L’ing. Bene Gola, dirigente accompagnatore della squadra bianconera, aveva avuto ottime referenze sul giocatore proprio da Vecchina, già in precedenza acquistato dal Padova, e dallo stesso Pastore: «È un ragazzo di sicuro valore – avevano detto i due – e farà molta strada. Ne consigliamo l’acquisto: non ve ne pentirete!›› E Alfredo Foni approdò alla Juventus.
Quando arrivò, lo ricordiamo per i più giovani dei lettori di «Hurrà», in bianconero giocavano due strepitosi campioni, Rosetta e Caligaris. Se uno dei due risultava indisponibile, ecco in campo il modesto (come carattere), ma bravissimo (come giocatore) Mario Ferrero, bianconero dal 1927, difensore di sicuro talento. Ma occorreva un altro difensore: questa la ragione per cui venne acquistato Foni. Il quale, oltre ad essere un ottimo giocatore, era anche un ragazzo molto serio e studioso. A Roma, quando era alla Lazio, si era diplomato in Ragioneria. A Torino si iscrisse all’Università, nella Facoltà di Scienze economiche e commerciali: concluse positivamente il corso, con la sua brava laurea.
Con la maglia della Juve, Alfredo Foni esordi il 30 settembre 1934, giocando a Brescia. La Juve vinse per 2 a 0, reti di «Farfallino» Borel e Serantoni. Per sette domeniche Foni giocò terzino destro, avendo come compagno Caligaris; poi si spostò a sinistra, per far posto a Rosetta. In quel campionato, con prestazioni tutte ad alto livello, Foni disputò 27 partite su 30, portandosi poi a quota 30 su 30 nella stagione successiva, quella che vide anche l’esordio di Piero Rava, il terzino che doveva ricomporre una delle coppie di terzini più perfetta della storia juventina.
Racconta Alfredo: «Con Pierone Rava ci intendemmo subito a meraviglia. Era un ragazzo sincero e appassionato. Intuimmo di poter continuare, senza interruzioni, l’epopea dei nostri grandi predecessori. Io stavo a destra, lui a sinistra, entrambi potenti e veloci, colpitori precisi con i due piedi. Vittorio Pozzo si ricordò ben presto di noi, allora studenti, in occasione delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Disputammo quattro partite, quattro autentiche battaglie; in due occasioni, contro la Norvegia e con l’Austria, ci furono i tempi supplementari: anche questo servì a collaudare le nostre doti atletiche. Lo dimostra anche il fatto che nella Juventus giocammo insieme tutte e trenta le partite della stagione 1936-37, tutte e 30 della stagione 1937-38. Io, poi, continuai la serie sino al 1942, senza mai lamentare un’assenza, nemmeno quando, una domenica a Bergamo, riportai la frattura del setto nasale...».
Io ricordo molto bene quell’episodio, perché insieme al massaggiatore Guido Angeli accompagnai l’amico Alfredo alla Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università, diretta dal prof. Fausto Brunetti, padovano. Il clinico ridusse la frattura a Foni. Rammento che Guido Angeli, percorrendo tutto curvo i corridoi della clinica, mi disse: «Vuoi scommettere che quello là domenica sarà in campo a Roma contro la Lazio?...» E Foni, ormai lanciato verso il record delle presenze consecutive, andò infatti regolarmente in campo, con una mascherina sul naso, tenuta ferma da grossi cerotti.
Proprio contro la Lazio, il 21 febbraio 1943 Alfredo Foni giocò la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Aveva 32 anni e aveva conquistato due Coppe Italia, era stato campione olimpionico nel 1936 e campione del Mondo nel 1938. Finita la carriera di calciatore, Foni iniziò la carriera di allenatore; ed anche qui ebbe le sue grosse soddisfazioni, conquistando, alla guida dell’Internazionale due scudetti nelle stagioni 1952-53 e 1953-54. L’undici nerazzurro guidato da Foni era una squadra razionale sino a sembrare sparagnina: i suoi solisti Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers folleggiavano in attacco, ben sicuri alle spalle in virtù di una difesa molto bloccata. Quasi sempre l’Inter subiva per lunghi tratti l’iniziativa avversaria e reggeva bravamente la botta; poi, d’improvviso, partiva il potente lancio di Blason, a 70 metri di distanza. Davanti c’era poca gente, gli spazi erano vasti. In quelli giostravano i solisti nerazzurri che facevano gaudiosi sfracelli.
Più tardi Foni cercò di applicare tali schemi alla nazionale, ma ebbe poca fortuna. Godeva di grossa considerazione, tanto è vero che la Federazione elvetica gli affidò la nazionale di quel Paese.
Ora Foni ci ha lasciati. Il vecchio male, l’aneurisma dell’aorta, cui il prof. Senning aveva posto rimedio, si è rifatto vivo. E questa volta non c’è stato scampo.
Caro Alfredo: hai lasciato un grande vuoto. Io e i tuoi amici della Juventus non ti dimenticheremo mai.

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