martedì 24 gennaio 2017

Pietro CARMIGNANI

«Le circostanze del ruolo – scrive Caminiti – in tempi altamente strategici non che la grazia dicendi del Barone Rosso al secolo Nils Liedholm ex componente del GRE-NO-LI, favorivano nel 1968 l’affermazione di questo lucchese candido ma non fesso, molto rispettoso coi cronisti panciuti e dimessi del posto chiamato Comerio traversato dalla grandeur della famiglia Borghi. I palloni gli rovinavano addosso, si catapultava nel fango quasi immenso e gradasso a ribattere, Italo Allodi di Suzzara dichiarò che per lo stile della parata, il fatto di rifiutare il volo, somigliava parecchio al sovietico Yashin. Il mondo della pedata italica ne fu conquiso. Arrivarono i cronisti metropolitani e andando Italo alla corte bonipertiana della Juve assieme a Spinosi, Landini e Capello, fece ingaggiare il lucchese di Altopascio.
Allenava la Juventus Čestmír Vycpálek che si stancava molto a guidare la truppa negli allenamenti dovendosi trainare bella pancia rosa da bevute e sbafate, portiere costui, puah, pure il suo tiretto blando finiva in goal, “se questo è portiere vado in porta io”, mugugnava in sede, Boniperti taceva e racchetava il fedele scudiero. In realtà, Carmignani non riusciva a imporsi. Anzolin aveva lasciato il ricordo della leggiadria sposata al piazzamento. Era un piccolo angelo capace di piccoli miracoli. Carmignani parava poco e beccava molto, apparendo assai pesante di lombi. La difesa, con Morini e Salvadore perni smaliziati, Spinosi e Marchetti molto animosi, Furino incursore e incontrista, reggeva comunque, sulle ali dell’euforia, a ogni disavventura del suo portiere. Ebbe anche qualche domenica felice e fu congratulato perforo dai dirigenti. Ma non da Vycpálek che continuava a mugugnare. Ci fu poi la giornataccia di Cagliari, nello stadio nuovo di Sant’Elia, davanti a 70.000 spettatori, una parabola di Domenghini sfugge alla sua presa e consente intervento vittorioso a Bobo Gori. Un goal tartarinesco, i compagni sgomenti, quel caruso di Pietruzzu Anastasi si fa mezzo campo per andare a consolare l’avvilito portierone. Poteva confermarlo la Juve a fine stagione? Mai e poi mai, restando Vycpálek allenatore. Carmignani salpava per Napoli e lo sostituiva il magnetico Zoff».
Classe 1945, la sua svolta calcistica avviene a Firenze, a diciotto anni, quando è ancora una giovane promessa. Lo visiona Pandolfini, l’ex mezzala della Nazionale, e dà il suo parere favorevole; la Fiorentina, però, nicchia e il talent scout Franceschini se lo porta a Como. Tre anni in riva al lago e poi il trasferimento a Varese, da dove comincia la sua ascesa: l’affermazione, la promozione in Serie A e l’acquisizione delle doti necessarie per difendere i pali di una squadra che lotta disperatamente per la salvezza. Volente o nolente, deve fare i miracoli, ma lui è uno che ha un fisico di ferro: trentotto partite su trentotto in Serie B, trenta su trenta in Serie A, dove subisce più di trenta goal, ma fa almeno il triplo di miracoli. Allodi, e quindi la Juventus, lo vede una volta a San Siro parare un tiro di Sormani quando già i rossoneri erano pronti ad abbracciarsi per festeggiare il goal. Pietro, invece, devia quella palla lasciando di stucco tutto lo stadio. «San Siro, campionato 1967–68, Milan–Varese: Sormani, dal disco del rigore indirizza di testa un pallone verso la mia porta. Io sono fuori dai pali, ma con un colpo di reni riesco a deviarlo mentre la gente urla goal! A fine partita conosco per la prima volta Italo Allodi che si complimenta. Tra l’altro mi dice che l’arbitro stava oramai indicando il centro del campo, convinto che non sarei mai riuscito a parare. Forse il mio destino juventino maturò in quella partita».
Soprannominato Gedeone («Viani, a Como, mi diede questo soprannome. Non so nemmeno il perché, forse perché Gedeone fa rima con “nasone”, e il mio naso è di rispettabili dimensioni»), per i dirigenti bianconeri deve essere il portiere del futuro e, invece, si fa notare per alcune prestazioni opache e un rendimento altalenante. Diventa storica la “papera” di Cagliari quando, allo scadere della partita, si fa scivolare fra le mani un innocuo traversone di Domenghini, permettendo a Bobo Gori di insaccare e agli isolani di vincere quella partita. «Vidi Nenè e Riva con la coda dell’occhio. “Sono lontani. La palla è mia”. Sentii il rumore della sfera che si spiaccicava sull’erba molle, e che mi veniva incontro. La aspettavo tranquillo: sentii due o tre voci gridarmi: “Attento!” alle spalle. Erano quelle dei miei compagni. Alzo le mani, la palla la sfioro. Non succede proprio niente. Succede solo che le mani sono rigide, non si chiudono: e il pallone ricade alle spalle. Mi giro disperato. Vedo Gori che cerca a scivoloni la palla. Vedo Salvadore, spero per un attimo che ce la faccia: ma il pallone è già in rete. È inutile: è il destino fatale. Mi presentai ai giornalisti a capo basso, come un imputato. Riuscii solo a dire: “Eccomi qui”. Forse il mio destino è difficile di per sé. Sono l’estremo difensore della squadra più amata d’Italia. La più seguita. È logico che gli occhi di tutti, ogni domenica, siano puntati sulla mia rete. Li sento, questi occhi. Li sento a ogni uscita, come se milioni di pupille mi si attaccassero alle reni».
Nonostante lo scudetto vinto e le trentasette presenze, fra campionato e coppe, Carmignani è ceduto al Napoli, dove resterà per cinque stagioni, vincendo anche la Coppa Italia del 1976, per poi passare e chiudere la carriera alla Fiorentina, prima di intraprendere la carriera di allenatore, con alterne fortune. Il suo passaggio al Napoli permise il trasferimento a Torino di Dino Zoff, l’uomo leggenda. Peccato, comunque, per Gedeone che, in precedenza e più precisamente a Como e a Varese, aveva mostrato notevoli doti che, alla Juventus, pochi ebbero la fortuna di ammirare.

2 commenti:

Giuliano ha detto...

Il mio primo scudetto vero, dopo quelli visti da bambino...

Arbalone Giancarlo ha detto...

Mi ricordo la papera di Cagliari