domenica 2 febbraio 2020

Benigno DALMAZZO


Pioniere – scrive Renato Tavella sul “Dizionario della grande Juventus” – giovanissimo prende a frequentare la Juventus ed è l’anima della squadra boys. Nel 1909 viene promosso titolare e in qualità di avanti gioca fino alla sospensione dei campionati nel 1915. Partito per la Grande Guerra, muore nel corso del conflitto.

“HURRÀ!” 1° SETTEMBRE 1916
Lo rivediamo boys, vivacissimo, ciarliero, impenitente freddurista, quando aveva formato con mirabile volontà un capolavoro di squadra costituita da elementi quasi infantili.
Come fosse sorta, come si fosse sviluppata questa piccola famiglia nella grande famiglia Juventina, non si sa: Dalmazzo la creò, la sorresse col suo entusiasmo fatto di premure e d’affetto, con la sua autorità di capitano e la condusse di vittoria in vittoria. Ricordate?
Era un vero godimento vederla giuocare! Non trovava più avversari! Le società anziane, quelle di Piazza d’Armi tutte sbaragliate!
I poulins di Dalmazzo, i suoi fratelli d’armi, si chiamavano Giriodi, Bona, Filippo Sertorio, Meille, Varalda, Arioni, Fornara e tanti e tanti altri ottimi ragazzi nei quali manteneva vivo l’entusiasmo concedendo a volta a volta un posto in squadra e che – fuori squadra – costituivano una claque fedele e rumorosa nelle randagie e sempre trionfali tournées.
Per le molteplici virtù che adunava la piccola squadra si trasformò presto in un organismo completo, ben degno di essere lanciato in più serie competizioni.
La « Juventus » acquistò così quella terza squadra che nessun’altra società potè mai eguagliare e che, ogni anno passante, lascia al Club larga e gelosa eredità di gloria. Poi divenne grande giuocatore e Capitano della nostra prima squadra. Raggiunse l’apogeo della sua carriera – Povero Benigno! Ne era contento, fiero, giustamente ambizioso. Più orgogliosi ne eravamo noi.
Pochi Clubs potevano vantare un giuocatore così corretto, slanciato nella sua bella divisa, plasticamente bello, così distinto di tratto coi compagni e con gli avversari.
Partecipò alle ansie e alle lotte del Club, ne fu, in campo e fuori, tenace assertore di fede, di costanza e d’affetto, specie nei critici momenti in cui nemici d’ogni sorta s’erano accaniti per abbatterne la potenza, ed è questo il più forte tributo di lode e di riconoscenza che gli dobbiamo.
L’intenso suo attaccamento per tutto quello che era juventino traspariva dagli affettuosissimi accenti delle sue lettere che sempre ci commossero e che ora ci fanno piangere l’immatura perdita con dolore profondo, inconsolabile.
Là sull’Altipiano di Asiago, nella mirabile e fulgida pagina di questa primavera eroica d’Italia, anche Dalmazzo offerse in olocausto alla Patria la bellezza dei suoi vent’anni. Là concorse coi suoi soldati a formare quel baluardo insuperabile di corpi e di anime contro cui s’infranse la tracotanza nemica.
Come Corbelli, come Canfari, così Dalmazzo alla testa della sua Compagina che guidava con impeto e con entusiastico ardimento, andò incontro alla morte con la serenità della sua bella anima generosa: sono lutti che rendono luci di gloria!
La « Juventus » paga il proprio tributo alla Patria col sacrificio dei suoi migliori figli. Quelli che restano siano degni dei Morti nei supremi doveri fiche incombono, ne onorino la memoria stringendosi con sempre più forte animo attorno a questa vecchia gloriosa bandiera.

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