venerdì 8 aprile 2016

Benjamin ONWUACHI

Correva l’estate dell’oramai lontano anno 2002 – si legge sul sito Mondoprimavera.com – quando, in compagnia dell’ex attaccante Nando De Napoli (diventato collaboratore della Reggiana) sbarcano in Italia una serie di promettenti giovanotti nigeriani con un carico di sogni e di belle speranze per il futuro. Giovanissime promesse arrivate nel Bel Paese tramite la regia di Sunday Oliseh, ex centrocampista proprio del club emiliano e della Juventus, che soltanto un anno prima aveva spedito due giocatori che negli anni a seguire saranno protagonisti di una discreta carriera in Serie A, ovvero Obafemi Martins e Stephen Makinwa. Lo stesso non si può dire di un altro attaccante che ai tempi sembrava destinato a un futuro da campione: stiamo parlando di Benjamin Chukuka Onwuachi, noto semplicemente ai più come Benjamin. Baricentro basso e scatto da vero velocista, il ragazzo classe 1984 si presenta alla Reggiana mostrando fin da subito le proprie doti fisiche fuori dal comune: la società emiliana non ci pensa due volte e gli consegna le chiavi dell’attacco della squadra Berretti.
Mai scelta fu più azzeccata: la freccia nigeriana mette a segno ben quaranta reti nella prima stagione in Italia, contribuendo in maniera netta alla conquista dello scudetto di categoria. Tre di questi goal li rifila nei play-off alla Juventus, club che si innamora letteralmente del rapidissimo attaccante nigeriano e, senza pensarci due volte, si presenta nella sede della Reggiana con un’offerta irrinunciabile (seicentomila euro) che consente ai bianconeri di battere la concorrenza di Milan e Inter e portare quindi Benjamin sotto la Mole.
Aggregato alla Primavera, l’allora tecnico Vincenzo Chiarenza lo schiera in coppia con Raffaele Palladino, dando vita a un tandem offensivo devastante: il bomber africano realizza più trenta goal tra campionato e Torneo di Viareggio, contribuendo alla vittoria di quest’ultimo e attirando su di sé le attenzioni del pubblico di fede bianconera, sempre più incuriosito dall’impressionante prolificità del gioiellino della Primavera. Lo tiene spesso d’occhio anche Marcello Lippi che, dopo averlo visto all’opera nella classica amichevole pre-stagionale di Villar Perosa, nella quale l’allora diciannovenne Benjamin aveva segnato una rete a Buffon, inizia a chiamarlo sempre più spesso per partecipare alle sedute di allenamento con la Prima Squadra. I big, da Del Piero a Trézéguet, passando per lo stesso portiere della Nazionale, coccolano il gioiellino africano, che nel frattempo deve iniziare a fare i conti con la notorietà. Le persone lo fermano per strada e lo salutano, i tifosi gli chiedono autografi e ciò avviene anche in Nigeria, dove molti servizi su radio e giornali vengono dedicati al giovanotto che sta realizzando caterve di gol in Italia. In molti vedono in lui la risposta juventina a Oba Oba Martins, ex compagno di squadra e amico di Benjamin che nel frattempo sta facendo sognare i tifosi dell’Inter. A differenza di Obafemi, lui non fa capriole, ma gonfia le reti avversarie con una regolarità impressionante. L’esordio in Prima Squadra è solo questione di tempo: Lippi lo manda in campo in Coppa Italia, contro il Siena, e Benjamin non tradisce le attese andando in goal alla sua prima partita tra i professionisti. Il ragazzo è pronto: la Juventus, però, ha un reparto avanzato pieno di campioni (ai quali si è aggiunto un certo Ibrahimović) e non c’è spazio per il promettente bomber nigeriano, che all’inizio della stagione 2004-05 si trasferisce in prestito alla Salernitana.


MAURIZIO TERNAVASIO, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 2003
Ha gli occhi vispi, lo sguardo intelligente, i modi garbati. Ma anche la consapevolezza che, con un po’ di sacrificio, potrebbe ottenere buoni risultati. Perché a Benjamin Onwuachi, il nuovo straniero della Primavera bianconera, le qualità certo non mancano: è veloce, scattante, ambidestro, opportunista, tecnico. E ha pure un gran fiuto del goal: lo dimostrano le tante reti realizzate lo scorso anno nella Berretti della Reggiana, la sua prima squadra italiana, che in due occasioni gli ha fatto fare pure panchina in Serie C. «Il bello è che nelle fasi finali abbiamo incontrato proprio la Juve, sconfitta per 4-1 con tre miei goal. Non l’avessi mai fatto…», dice in un buon italiano, quasi inaspettato per chi è relativamente da poco tempo alle prese con una lingua difficile come la nostra. «A Reggio Emilia ho frequentato per un paio di mesi una scuola di italiano, qui a Torino dovrei iniziarne presto un’analoga per non aver più problemi di sorta».
Lo scorso anno Benjamin giostrava prevalentemente da seconda punta, mentre in Juve si sta adattando a muoversi anche come attaccante puro. «Devo migliorare nel colpo di testa e nel far miei tutti i particolari tattici cui, nel mio paese, non ero abituato. In Nigeria si cura molto la parte atletica, ma non troppo quella tecnica. Spero di recuperare in fretta il tempo perduto».
Non deve essere stato facile mollare tutto per venire a cercare fortuna in Italia. «Dalle nostre parti si sta attraversando un momento difficile, soprattutto dal punto di vista politico. È vero, molti vivono sotto la soglia della povertà, ma c’è anche chi se la passa piuttosto bene. I problemi iniziali sono stati soprattutto familiari e legati al clima: trasferirsi a soli diciassette anni in perfetta solitudine in una realtà completamente nuova è più complicato di quanto si possa immaginare. A Reggio, poi, mi sono trovato di colpo immerso nel gelo e nella nebbia, e non è stato facile abituarsi. Però mi sono imposto di riuscirci, uno sforzo che spero mi consenta in breve tempo di fornire un aiuto tangibile alla mia famiglia».
Con la quale, immaginiamo, non hai frequenti contatti. «Ogni tanto ci sentiamo al telefono, ma fino a Natale non avrò la possibilità di raggiungerli. Un motivo in più per dar loro da lontano il maggior numero di soddisfazioni».
Qual è il tuo modo preferito per andare in goal? E quali le caratteristiche migliori sotto porta? «A parte cinque o sei marcature venute da lontano, tutte le altre le ho realizzate nei pressi dell’area piccola, nell’uno contro uno o in velocità, visto che sono piuttosto sgusciante e veloce. In Italia, se non sbaglio, si dice che uno con le mie caratteristiche vede bene la porta. Gli obiettivi per l’avventura appena iniziata? Bissare i successi dello scorso anno. Non tanto quelli personali, perché non credo di potermi ripetere a tali livelli quantitativi, quanto piuttosto quelli di squadra. Sarebbe fantastico se il mio arrivo coincidesse con la conquista del titolo nazionale».
Come procede invece il tuo ambientamento a Torino? Dove e come vivi? «Per ora mi affido unicamente all’amicizia e alla cortesia dei compagni, dal momento che non ho ancora avuto modo di stabilire contatti con i connazionali che vivono a Torino. Fortunatamente quasi tutti i ragazzi che vengono da fuori città alloggiano nel mio stesso albergo: una sistemazione confortevole e comoda sotto ogni punto di vista. E poi si mangia bene, una cosa che mi è sin da subito piaciuta dell’Italia».
La scorsa stagione la formazione della Reggiana in cui militavi schierava ben sette ragazzi nigeriani. Per certi versi, era quasi come giocare in casa. «Siamo arrivati in Italia tutti insieme, ci conoscevamo già da tempo. Quest’anno però, com’era prevedibile, la colonia si è sciolta: due centrocampisti sono finiti alla Roma, un attaccante è andato all’Inter, un paio sono ancora in attesa di sistemazione. Nonostante non abbia più loro al mio fianco, le motivazioni per far bene sono immutate, anche perché sono approdato in una delle più importanti società del mondo. Anzi, a maggior ragione vorrei dare il massimo per raggiungere un posto al sole, anche se non è quello del mio paese. E poi, come ho detto, non posso proprio lamentarmi: sono in compagnia di ragazzi simpatici, con i quali nei momenti di libertà si va allegramente in giro, e mi porto sempre dietro un po’ di musica: non soltanto le canzoni nigeriane, ma anche quelle americane e di genere pop, per le quali stravedo. Per la prossima intervista spero di essere preparato anche sui ritmi italiani, com’è giusto che sia per chi non vuole sentirsi di passaggio».

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