lunedì 15 febbraio 2016

Piero DUSIO

Per rievocare degnamente la figura dell’amico Piero Dusio – scrive  Alberto Fasano, su “Hurrà Juventus” del dicembre 1975 – l’ex presidente della Juventus recentemente scomparso Buenos Aires dove da molti anni era trasferito, per illustrare i meriti di questo autentico mecenate del calcio bianconero, occorre rifare un po’ la storia di quanto avvenne alla Juventus nel periodo successivo a quello, felicissimo, dei cinque scudetti consecutivi. Sono notizie ed episodi che forse nessuno sinora ha mai scritto né ricordato. A determinare uno stato di crisi tecnico-sportiva in seno alla Juventus dopo il 1935 furono essenzialmente due fattori: la tragica morte di Edoardo Agnelli avvenuta a Genova nell’estate del 1935 e la guerra contro l’Etiopia. Edoardo Agnelli e il barone Giovanni Mazzonis erano stati gli artefici delle grandi imprese della squadra bianconera dal 1930 al 1935; specialmente Mazzonis era risultato insuperabile come mente organizzativa e tecnica, alla stessa stregua in cui Agnelli era risultato insostituibile sotto il profilo finanziario.
Scomparso tragicamente Edoardo Agnelli, il barone Mazzonis si trovò privo della spalla ideale ed essendo anche lui politicamente compromesso (la Juventus aveva un consiglio direttivo composto da elementi antifascisti e di ebrei), fu costretto a trascurare il potenziamento della squadra, come aveva fatto negli anni precedenti. La situazione finanziaria della società era critica. La Juventus si costituì in una società di sportivi che si addossò tutte le spese passive delle varie gestioni.
Mancava anche un presidente. Le autorità politiche dell’epoca volevano imporre nomi non graditi all’assemblea dei soci, mentre non accettavano le persone designate dalla società. Nel 1936-37 venne raggiunto un accordo sul nome del conte Emilio de la Forest de Divonne che doveva risultare un presidente meraviglioso per serietà, equilibrio e sportività. Sotto la sua direzione la Juventus cercò di rinnovarsi e rimase quasi sempre nelle posizioni onorevoli della classifica. Ma la situazione politica internazionale diventa sempre più critica: la parola guerra veniva pronunciata con sempre più drammatica frequenza. Alcuni membri del consiglio direttivo bianconero, i fratelli Levi, fuggirono in Argentina, altri vennero poi deportati e morirono in campo dl concentramento, come i membri della famiglia Nizza.
Compare in quegli anni la figura di Piero Dusio, bianconero dalla nascita e buon giocatore negli anni successivi alla prima Guerra Mondiale, alla quale Dusio aveva preso parte, giovanissimo, come tenente dei bersaglieri. Nel primo campionato post bellico, proprio nella gara inaugurale del torneo, troviamo Piero Dusio in prima squadra nella partita giocata a Torino contro l’Alessandria e vinta dai bianconeri con il punteggio di 3-0. Questa la formazione della Juve: Giacone, Novo, Bruna, Varalda, Marchi II, Sesia, Dusio, Giriodi, Mattea I, Bona, Ferrero. Si può fare un interessante rilievo statistico: in Prima Squadra Dusio non giocò molte partite ma in compenso le vinse tutte. Nel campionato 1921-22, con Dusio sempre nel ruolo di ala destra, la Juventus vinse la prima partita a Verona (contro l’Hellas) per 3-1 e poi la successiva gara a Torino contro l’Andrea Doria (2-0). Piero Dusio era stato molto amico di Annibale Ajmone Marsan, dirigente della Juventus e procuratore generale di Riccardo Gualino: da questi due personaggi Dusio ricevette appoggi decisivi per sfondare nel campo industriale. Il suo boom si realizzò nel 1938, attraverso grandi forniture militari e in quella circostanza Dusio non si dimenticò della Juventus: da vero sportivo e autentico bianconero, il giovane industriale si addossò tutte le responsabilità economiche e il deficit della società, pur rimanendo sempre con la qualifica semplice di consigliere in quanto, anche per motivi squisitamente politici, il conte Emilio de la Forest risultava assolutamente inamovibile. Solo nel 1945, alla fine del conflitto, Piero Dusio, che aveva nel frattempo salvato dal tracollo e dalla disgregazione la Juventus occupando i giocatori nella sua industria automobilistica (Cisitalia), venne eletto alla presidenza del club.
Uno dei più grandi amici di Pierino Dusio è stato senza dubbio Felice Borel, centrattacco della Juventus del quinquennio. Nel 1941, tuttavia, a causa di motivi che ci pare superfluo ricordare, l’amicizia tra Dusio e Borel si incrinò. Ferruccio Novo, presidente del Torino, spinto da profonda considerazione per il calciatore juventino, lo convinse a lasciare la squadra bianconera e a trasferirsi al Torino. Non è dunque storicamente provato che sia stato Dusio a voler vendere Borel al Torino, ma il presidente venne convinto all’operazione dallo stesso Borel. In quell’epoca, d’altra parte, il dirigente bianconero era frastornato dalla presenza accanto a lui di tecnici o presunti tali: furono proprio quei presunti consiglieri a orientare Dusio verso la decisione di cedere alcuni importanti giocatori al Torino, primo fra tutti, proprio Borel II. Anche Gabetto, che era già stato praticamente ceduto al Genoa, venne acquistato dal Torino su consiglio di Borel, mentre lo stesso Bodoira, il portiere libero da impegni, ma riconosciuto di meriti eccezionali, venne tesserato per la società granata. Al posto di Borel, Gabetto e Bodoira, arrivarono alla Juventus i fratelli Lucidio e Vittorio Sentimenti, il centrattacco Banfi, Olmi, Locatelli e il portiere Perucchetti.
La stagione seguente (1942-43) Dusio e Borel si rappacificarono; Farfallino chiese di tornare in bianconero, a qualunque condizione. Infatti, Borel tornò, assumendo la carica di responsabile tecnico generale. E Piero Dusio, che negli anni difficili della guerra, aveva sempre pagato lo stipendio ai giocatori, portò in maglia bianconera alcuni popolari campioni, come Peppino Meazza e Silvio Piola. Ma il merito maggiore della coppia Dusio-Borel fu quello di aver assicurato alla Juventus due grandi giocatori Giampiero Boniperti ed Ermes Muccinelli, autentici vessilliferi della squadra bianconera, due giocatori idolatrati dalle folle. Felice Borel vide immediatamente nel Giovanissimo Giampiero un campione di statura mondiale.
Pierino Dusio, tuttavia, non fu solo un personaggio importante nell’ambito del calcio. In gioventù era stato un ottimo pilota di vetture sportive, un gentleman che amava il rischio e la velocità, un tecnico che conosceva molto bene i segreti dei motori dei bolidi da corsa. Piero Dusio fu il creatore di un’industria automobilistica che ebbe importanza nazionale, la Cisitalia: la casa nata come fabbrica di automobili sportive subito dopo la fine della guerra, conseguendo apprezzabili risultati tecnici e svolgendo una preziosa funzione nella ripresa dello sport automobilistico con le sue piccole monoposto 1100 e con alcuni modelli sportivi di eguale cilindrata. Il disegno, possiamo dire il chiodo fisso di Dusio era tuttavia la costruzione di un bolide da corsa di Formula 1. Pur conoscendo bene le difficoltà di costruire ex novo in quegli anni, una macchina da Gran Premio capace di fronteggiare organizzazioni come Alfa Romeo e Maserati, Dusio volle tentare, e con un programma ambiziosissimo. Per la progettazione, la direzione della costruzione e la messa a punto della macchina, ricorse all’organizzazione che faceva capo al professor Ferdinand Porsche, di cui era consulente il professor Eberan von Eberhorst, uno dei maggiori tecnici del mondo in fatto di auto da corsa. E vennero a Torino da Merano, chiamati da Dusio, alcuni uomini di fiducia di Porsche: l’ingegner Hrusckha e Carlo Abarth.
In quegli anni l’industria meccanica italiana stava ancora faticosamente curando le ferite di guerra e non era certo in grado di fornire per il progetto Cisitalia la collaborazione che sarebbe stata desiderabile. Pertanto ogni particolare della macchina dovette essere seguito nello stesso stabilimento, che dovette acquistare costosissime macchine utensili di alt precisione. La stessa impostazione della Gran Prix poneva i tecnici della casa torinese di fronte a problemi da far tremare i polsi. La Cisitalia Gran Prix venne ultimata nell’autunno del 1949 e compì anche qualche prova su strada guidata dal collaudatore Macchieraldo. Tecnici e corridore dell’epoca ne erano entusiasti, primo fra tutti Tazio Nuvolari, che sognava di poterne essere il pilota. Invece la Cisitalia venne a trovarsi in gravi difficoltà, e in breve fu costretta a cessare ogni attività. La superba macchina rimase per sempre silenziosa, senza aver potuto esprimere quello che i suoi meravigliosi congegni sembravano promettere.
Dusio se ne andò in Argentina, dove riprese a costruire macchine di serie. Ultimamente aveva creato una floridissima industria di pompe e motori elettrici. Ogni anno, d’estate, tornava per un mesetto in Italia, a Torino. Passava il pomeriggio sui bordi della piscina dello Sporting Club (oggi Circolo della Stampa), il meraviglioso complesso che lui aveva ideato e creato come circolo estivo e sede della segreteria della Juventus. Accanto a chi scrive, Piero Dusio rievocava con molta nostalgia ma anche con legittima fierezza gli anni in cui, con estrema generosità e sportività, dedicava tutto se stesso a ciò che forse più ha amato nella sua vita: la Juventus.

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