martedì 31 gennaio 2017

Fabio QUAGLIARELLA


Approda a Torino nell’agosto del 2010, proveniente dalla “sua” Napoli (essendo nato a Castellamare di Stabia) e suscitando le ire dei tifosi partenopei, che non vanno tanto per il sottile e lo definiscono un traditore. Nemmeno i fans juventini sono molto contenti: si aspettavano un attaccante di grande prestigio, non quello che definiscono un ripiego. Tanto per peggiorare la sua situazione, Fabio non può nemmeno essere utilizzato in Europa League, avendo disputato i preliminari con il Napoli. Quagliarella non si scompone e, a suon di reti, conquista immediatamente la Torino bianconera. Si comincia con la Samp, quindi un fantastico goal di tacco a Udine, uno nel 4-0 rifilato al Lecce, a San Siro contro il Milan di testa, poi infila il Cesena, il Brescia, il Lecce (due volte) e, infine, il Chievo in rovesciata. In totale nove reti in sedici partite!
Ma il destino è in agguato: 6 gennaio 2011, si gioca Juventus-Parma. Dopo pochi minuti si accascia a terra con un urlo lancinante: il legamento crociato anteriore destro è partito, la sua stagione è finita! E, in pratica, termina anche quella della Juve targata Delneri. La compagine bianconera, infatti, priva del suo bomber, non riesce a migliorare la posizione dell’anno prima, arrivando nuovamente settima. A nulla valgono le reti dei nuovi attaccanti: Alessandro Matri e Luca Toni.
Quando torna in campo, il 15 settembre contro il Catania, tutto è cambiato. In panchina siede Antonio Conte, è arrivato Mirko Vučinić, e Fabio è spesso relegato fra le riserve. Logico che diventi difficile per lui riprendere il normale ritmo partita, poiché Matri sta facendo bene e c’è sempre Ale Del Piero, pronto per qualsiasi evenienza. In pratica, in soli sei mesi, da bomber principe diventa la quarta scelta. Qualche sprazzo di gloria arriva ugualmente, soprattutto nel finale di stagione: i suoi goal sono decisivi per la conquista del suo primo scudetto. «Per me è il primo scudetto ed è una gioia incredibile. Siamo anche imbattuti ed è incredibile. Il pensiero va alla mia famiglia, che mi è sempre stata vicina anche nei momenti difficili. Condivido la vittoria con loro. Conte fin dall'inizio ci ha dato fiducia a rotazione e ci ha sempre motivato alla grande per farci rendere al meglio. Tutti abbiamo remato dalla stessa parte e i risultati ci hanno ripagato del lavoro e dei sacrifici».
Scudetto vuol dire Champions League e Fabio non si fa sfuggire l’occasione: contro il Chelsea, nel debutto del girone, segna la rete del definitivo 2-2, dopo che i “Blues” erano stati in vantaggio per 2-0. Ancora un goal in Champions (nel 4-0 rifilato ai norvegesi del Nordsjælland), e contro il Chelsea a Torino, nel rotondo 3-0 che, di fatto, qualifica i bianconeri alla fase successiva. Segna anche contro il Celtic, nella partita di ritorno vinta per 2-0. Anche in campionato timbra più volte il cartellino: memorabile la partita di Pescara. Segna tre goal (uno favoloso in rovesciata) e regala due assist a Giovinco e Asamoah. Al termine della stagione può festeggiare il nuovo scudetto assieme ai compagni: trentacinque partite e tredici reti è il suo bottino.
Nonostante un buonissimo inizio di stagione (goal in Champions al Copenaghen e al Galatasaray e a Verona contro il Chievo), i rapporti con Conte si incrinano e sono tante le partite che Fabio guarda dalla panchina o dalla tribuna. Tanto è vero che, da gennaio in poi, scende in campo solo quattro volte e per pochi minuti. Mette in bacheca il terzo scudetto consecutivo, ma la voglia di festeggiare è poca.
Va da sé che Fabio decida di trasferirsi, trovando l’accordo con il Torino. Con una nota apparsa sul suo sito ufficiale la Juventus ringrazia Quagliarella per i quattro anni trascorsi assieme: «Quando nel 2010 era arrivato alla Juve, Quagliarella era un giocatore estroso, ammirato, ma ancora in cerca di una definitiva consacrazione. Ora, dopo quattro stagioni e soprattutto, tre scudetti e due Supercoppe Italiane, chiude la sua avventura in bianconero da campione affermato».


GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” 2010
Entrare nella storia della Juve non è da tutti. Non basta vestire la maglia bianconera: servono classe, dedizione, sacrificio. Servono numeri importanti, successi di prestigio. Servono anni. A Fabio Quagliarella sono bastate due partite: nella prima, contro la Sampdoria, ha segnato un goal prezioso ma banale, per uno come lui. Un tap-in a porta sguarnita, deve essersi quasi sentito in imbarazzo: ma come? Quagliarella, l’uomo dei goal impossibili, segna così la sua prima rete con la Juventus?
Non è cosa si dice e Fabio ha subito rimesso tutto a posto: ed è entrato nella storia della Juve. Perché il goal che ha segnato a Udine, è di quelli che tra quarant’anni continueremo a rivedere. Come quel tacco con cui Bettega punì il Milan nel 1971, o come quelli di Del Piero contro Borussia Dortmund e Siena. Goal che ancora ci fanno stropicciare gli occhi, come davanti alla magia di grande un illusionista. Proprio come quello segnato da Fabio: una carezza che devia nell’angolino il rasoterra di Krasić, nonostante stia cadendo in avanti e sia pressato dal difensore. Un colpo di genio, prima ancora che di classe. «Di tacco non avevo mai segnato: Krasić mi ha dato una bella palla, ho difeso la posizione e sono riuscito a deviare nel modo migliore. Poi non ho esultato, per rispetto dei miei ex tifosi, ma quella rete entra di diritto nella classifica delle più belle che ho mai segnato».
Eppure la lista di magie è lunga. Tralasciando quello di Udine, qual è il tuo goal più bello? «Ne ricordo alcuni, che metto sullo stesso livello e faccio fatica a sceglierne uno: quello contro il Chievo da centrocampo e la rovesciata contro la Reggina con la maglia della Samp, e il destro da fuori area al San Paolo, contro il Napoli, quando giocavo nell’Udinese. Quella rete vinse il premio come la più bella della stagione 2008-09. E poi il goal segnato lo scorso anno nel girone di andata a Bergamo, contro l’Atalanta, il pallonetto contro la Slovacchia al Mondiale».
Come nascono prodezze del genere? «È sempre stata una mia caratteristica. Sapendo di avere un buon tiro, ci ho sempre provato, fin dalla Primavera. Sono giocate che nascono dall’inventiva, dall’istinto; del resto, nel momento in cui inizio a ragionare, vado in crisi. In un determinato momento della partita fai la pazzia e ti dici: ci provo. Magari sbagli e ti prendi gli insulti, ma quello non mi ha mai spaventato. Detto questo, firmerei per segnare tanti goal da due metri di distanza».
In effetti, con qualche goal normale in più, saresti un bomber da oltre venti reti a stagione. «È vero, potrei avere numeri diversi, ma bisogna considerare che non tiro né rigori, né punizioni. All’anno, in media, segno dodici, tredici goal. Se si aggiungessero quei tre, quattro rigori e quei due, tre goal da calcio piazzato, arriverei a diciassette, diciotto goal a stagione. In realtà non ci provo neanche, ma non perché non sia capace. Il fatto è quando arrivi in una squadra ci sono già delle gerarchie per quanto riguarda rigori e punizioni ed è giusto rispettarle».
Pur senza i calci piazzati, il tuo score è sempre aumentato con il passare degli anni. «Beh, più passa il tempo, più si acquista lucidità e si riesce a rimanere tranquilli quando le cose non vanno bene. Aumentano anche le difficoltà a dire il vero, perché gli avversari ti conoscono e ti marcano più da vicino, ma hai anche l’esperienza per riuscire ad affrontarli».
E tu hai cominciato a fartela giovanissimo, ahinoi, con la maglia del Toro. Eri poco più di un bambino. «Eh sì, sono arrivato a Torino a tredici anni, dopo aver giocato in alcune squadrette di Napoli, l’ultima delle quali lo Junior Gragnano, vicino a casa mia. Ho fatto diversi provini, uno anche con la Juve, e sono poi stato scelto dal Toro, che già mi aveva opzionato».
Cosa ricordi di quel periodo? «Per me il calcio è sempre stato una malattia, avevo un entusiasmo incredibile e non vedevo l’ora di andare via, anche se ero piccolo. Il primo anno però è stato duro, perché non giocavo praticamente mai. Così, passata l’eccitazione degli inizi, dopo due mesi lontano da casa, tutte le sere mi attaccavo al telefono per chiamare casa e parlare con i miei genitori. Se ci ripenso ora, mi rendo conto che, per quanto fossi seguito dalla società, ero da solo e potevo intraprendere qualsiasi strada e commettere degli errori dei quali poi mi sarei pentito amaramente. Per fortuna a me non interessava altro che giocare».
Aver già vissuto a Torino, ti ha permesso di ambientarti subito: un bel vantaggio. «Certo, conosco bene la città, le sue vie. L’ho trovata cambiata, molto più bella di come l’avevo lasciata. Inoltre, nella mia ultima stagione al Toro, con la disponibilità che potevo avere all’epoca comprai casa, dalle parti delle Molinette. L’ho affittata in questi anni, ora l’ho ritrovata e mi è tornata utile. La vivo parecchio, perché nel tempo libero, essendo single, o esco con gli amici, o rimango a casa a guardare film. Sono un malato di tecnologia».
Dalla tua prima volta a Torino, sono passati tanti anni e tante maglie. Hai alle spalle un bel po’ di gavetta. «E sono contento di averla fatta. Ho vissuto delle esperienze che non si possono dimenticare, giocando in campi dove, terminata la partita, ci chiudevano l’acqua e dovevamo tornare in albergo ancora vestiti da gara. Avendo conosciuto queste situazioni capisci quanto possa essere difficile vivere certe realtà che, chi non ha fatto la gavetta, non può neanche immaginare. Credo che l’essermi sudato quello che ho ora, mi abbia permesso di crescere. Naturalmente ci sono anche stati momenti brutti, come quando sono andato a Firenze, in C2, dove misi assieme solo undici presenze. Ero giovane, ma allenarsi e non giocare è sempre dura, a qualsiasi età. Dopo sei mesi mi trasferii a Chieti, in C1, vi rimasi un anno e mezzo e le cose andarono decisamente meglio».
Qual è stato il momento della svolta nella tua carriera? «I passaggi fondamentali sono due: proprio l’anno di Chieti, quando segnai diversi goal, e la stagione alla Sampdoria, che fu quella dell’esplosione. Percepivo di essere utile alla squadra, mi sentivo importante».
In effetti, dopo l’anno con la Sampdoria, non ti sei più fermato. Prima Udine e poi la tua Napoli, dove sei stato accolto come un idolo. «È stata un’esperienza stupenda, perché, fin dal primo giorno, pur non avendo ancora dimostrato nulla con la maglia del Napoli, ho ricevuto un affetto enorme da parte dei tifosi: È stato un anno intenso, nel quale sono arrivato in doppia cifra e sono riuscito a togliermi delle belle soddisfazioni, in una squadra che la stagione precedente aveva faticato e che invece è riuscita a centrare la qualificazione all’Europa League».
La tua cessione ha scatenato un putiferio. Segno che eri molto amato. «Posso immaginare che molti non abbiano capito il perché del mio trasferimento, per quanto io l’abbia spiegato più volte, ma le cattiverie che si dicono non mi toccano. Le componenti che hanno portato al mio passaggio in bianconero sono tre: la Juventus mi voleva, io ero orgoglioso del suo interessamento e, da parte del Napoli, evidentemente, non c’era grande volontà di trattenermi».
L’arrivo in bianconero è da trauma: neanche il tempo di scendere dall’aereo che subito ne hai dovuto prendere un altro, con la squadra, per Bari, dove sei subito sceso in campo. «Sono stati giorni vissuti intensamente, perché ho dovuto giocare subito, mentre poter avere un po’ di tempo per capire i tuoi compagni è importante, ma l’impatto è stato estremamente positivo. L’unico aspetto negativo è stato il risultato».
La Juve quest’estate ha cambiato parecchio. Ti eri mai trovato in una situazione analoga? «Ad Ascoli, ma quello era un contesto particolare, perché la squadra era stata ripescata in A, la società dovette cambiare un po’ di giocatori e alla fine riuscimmo a salvarci. Un cambiamento così radicale, però non lo avevo mai vissuto. Qui ci sono tanti ragazzi giovani, pur se con un’ottima esperienza alle spalle, e in molti non abbiamo fatto la preparazione estiva con la squadra. Sono aspetti che alla fine incidono nella costruzione di una squadra. Dobbiamo essere bravi ad accelerare i tempi, perché gli altri non ci aspettano, anzi, quando affrontano la Juve vogliono sempre fare bella figura».
Tempo è la parola più gettonata in questo periodo. Quanto ne serve alla Juve? «È relativo, perché sono i risultati a darti una mano. Se riesci a centrare un po’ di vittorie, magari anche nelle partite in cui non meriti il successo, trovi un entusiasmo che ti aiuta a migliorare. Lavorare dopo una sconfitta è sempre più pesante».
Delneri ha riportato alla Juve il 4-4-2. È un modulo nel quale ti trovi a tuo agio? «Il mister è una persona schietta, che sa quello che vuole. Il modulo conta poco, per quanto giocando al fianco di un attaccante di peso, ho la possibilità di svariare maggiormente, di non partire spalle alla porta e dunque mi trovo meglio, ma posso giocare da prima punta, da seconda, come esterno di sinistra o di destra. La duttilità è stata la mia fortuna».
Non potrai giocare in Europa League. Può essere un vantaggio per te, avendo la possibilità di rifiatare, o è solo un dispiacere? «È sempre brutto stare fuori e poi le partite europee hanno un fascino particolare. Purtroppo potrò viverla solo da spettatore e da tifoso. Puntiamo tantissimo sull’Europa League, perché è una competizione importante e portare a casa un trofeo del genere sarebbe fantastico. In cuor mio non vedo l’ora di poter vincere qualcosa, perché il mio palmarès langue. Presenze tante, ma successi pochi».
In bianconero porti il numero diciotto. Hai dovuto abbandonare il ventisette, cui sei particolarmente legato. «Già, Krasić mi ha anticipato di qualche giorno. Portavo il ventisette in ricordo di Niccolò Galli, che era un mio compagno di Nazionale. Nel gennaio 2001 eravamo assieme a Bari, con l’Under 18, alla Meridian Cup e, una settimana più tardi, ebbe l’incidente in motorino che gli costò la vita. La sua maglia al Bologna era la numero ventisette e da allora, appena ho potuto, l’ho presa anch’io. Pensandoci bene però il diciotto, così come il ventisette, è un multiplo di nove e poi è il numero che mi ha portato al Mondiale, dove ho esordito con un goal, purtroppo inutile».
Già, la Nazionale. Hai fatto tutta la trafila nelle rappresentative giovanili, partendo dall’Under 15, ma in Under 21 sei stato solo di passaggio. Sembrava quasi che l’azzurro fosse un discorso chiuso. «Beh, in Under 21 feci una sola presenza, con tanto di assist ad Aquilani, mi pare contro la Bielorussia. A fine partita ricevetti tanti complimenti, ma non venni più chiamato. Non ricordo chi mi disse: “Quelli che non passano dall’Under 21, spesso e volentieri arrivano alla Nazionale maggiore”. Chiunque fosse, aveva ragione».
Ragione da vendere, visto che sei uno dei pochi a essersi salvato in Sudafrica. Perché il calcio italiano è tanto in difficoltà? «Saperli i perché! I fattori sono tanti. Credo si debba puntare di più sui giovani. Se sono promettenti, hanno qualità, è giusto farli giocare. In Italia però, fanno due partite e se ne sbagliano una è finita, li massacrano subito, mentre da altre parti ci sono ragazzi di vent’anni con la fascia da capitano».
Puntare sui giovani è la ricetta giusta anche per la Juve? «Certo, con un mix di giovani e giocatori importanti questa squadra tornerà grande. Giustamente, i nostri tifosi non hanno più voglia di aspettare, ma bisogna far capire loro che, con un po’ di pazienza, le soddisfazioni arriveranno. Stiamo pur sempre parlando della Juve e la Juve è come la Ferrari: prima o poi vince».

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