lunedì 3 febbraio 2020

Fabio QUAGLIARELLA


L’uomo dai gol impossibili, così è stato chiamato. «È sempre stata una mia caratteristica. Sapendo di avere un buon tiro, ci ho sempre provato, fin dalla Primavera. Sono giocate che nascono dall’inventiva, dall’istinto; del resto, nel momento in cui inizio a ragionare, vado in crisi. In un determinato momento della partita fai la pazzia e ti dici: ci provo. Magari sbagli e ti prendi gli insulti, ma quello non mi ha mai spaventato. Detto questo, firmerei per segnare tanti gol da due metri di distanza».
Approda a Torino nell’agosto del 2010 che, per lui, rappresenta un ritorno. «Eh sì, sono arrivato a Torino a 13 anni, dopo aver giocato in alcune squadrette di Napoli, l’ultima delle quali lo Junior Gragnano, vicino a casa mia. Ho fatto diversi provini, uno anche con la Juve, e sono poi stato scelto dal Toro, che già mi aveva opzionato».
Nato a Castellamare di Stabia il 31 gennaio 1983, si “diverte” a girovagare l’Italia solo per la gioia di poter calciare un pallone. «Per me il calcio è sempre stato una malattia, avevo un entusiasmo incredibile e non vedevo l’ora di andare via, anche se ero piccolo. Il primo anno a Torino però è stato duro, perché non giocavo praticamente mai. Così, passata l’eccitazione degli inizi, dopo due mesi lontano da casa, tutte le sere mi attaccavo al telefono per chiamare casa e parlare con i miei genitori. Se ci ripenso ora, mi rendo conto che, per quanto fossi seguito dalla società, ero da solo e potevo intraprendere qualsiasi strada e commettere degli errori dei quali poi mi sarei pentito amaramente. Per fortuna a me non interessava altro che giocare».
Una dura gavetta. «E sono contento di averla fatta. Ho vissuto delle esperienze che non si possono dimenticare, giocando in campi dove, terminata la partita, ci chiudevano l’acqua e dovevamo tornare in albergo ancora vestiti da gara. Avendo conosciuto queste situazioni capisci quanto possa essere difficile vivere certe realtà che, chi non ha fatto la gavetta, non può neanche immaginare. Credo che l’essermi sudato quello che ho ora, mi abbia permesso di crescere. Naturalmente ci sono anche stati momenti brutti, come quando sono andato a Firenze, in C2, dove misi assieme solo 11presenze. Ero giovane, ma allenarsi e non giocare è sempre dura, a qualsiasi età. Dopo sei mesi mi trasferii a Chieti, in C1, vi rimasi un anno e mezzo e le cose andarono decisamente meglio».
Il giusto premio: la svolta della carriera. «I passaggi fondamentali sono due: proprio l’anno di Chieti, quando segnai diversi gol, e la stagione alla Sampdoria, che fu quella dell’esplosione. Percepivo di essere utile alla squadra, mi sentivo importante. Ne avevo proprio bisogno dopo il trauma di Ascoli. Era un contesto particolare, perché la squadra era stata ripescata in A, la società dovette cambiare un po’ di giocatori e alla fine riuscimmo a salvarci».
Ricomincia il giro: prima Udine e poi Napoli, dove è accolto come un idolo. «È stata un’esperienza stupenda, perché, fin dal primo giorno, pur non avendo ancora dimostrato nulla con la maglia del Napoli, ho ricevuto un affetto enorme da parte dei tifosi: È stato un anno intenso, nel quale sono arrivato in doppia cifra e sono riuscito a togliermi delle belle soddisfazioni, in una squadra che la stagione precedente aveva faticato e che invece è riuscita a centrare la qualificazione all’Europa League. Posso immaginare che molti non abbiano capito il perché del mio trasferimento, per quanto io l’abbia spiegato più volte, ma le cattiverie che si dicono non mi toccano. Le componenti che hanno portato al mio passaggio in bianconero sono tre: la Juventus mi voleva, io ero orgoglioso del suo interessamento e, da parte del Napoli, evidentemente, non c’era grande volontà di trattenermi».
A dire il vero, nemmeno i fans juventini sono molto contenti: si aspettavano un attaccante di grande prestigio, non quello che definiscono un ripiego. Tanto per peggiorare la sua situazione, Fabio non può nemmeno essere utilizzato in Europa League, avendo disputato i preliminari con il Napoli.
Quagliarella non si scompone e, a suon di reti, conquista immediatamente la Torino bianconera. Si comincia con la Samp, quindi un fantastico gol di tacco a Udine («Di tacco non avevo mai segnato: Krasić mi ha dato una bella palla, ho difeso la posizione e sono riuscito a deviare nel modo migliore. Poi non ho esultato, per rispetto dei miei ex tifosi, ma quella rete entra di diritto nella classifica delle più belle che ho mai segnato»), uno nel 4-0 rifilato al Lecce, a San Siro contro il Milan di testa, poi infila il Cesena, il Brescia, il Lecce (due volte) e, infine, il Chievo in rovesciata. In totale 9 reti in 16 partite!
Ma il destino è in agguato: 6 gennaio 2011, si gioca Juventus-Parma. Dopo pochi minuti si accascia a terra con un urlo lancinante: il legamento crociato anteriore destro è partito, la sua stagione è finita! E, in pratica, termina anche quella della Juve targata Delneri. La compagine bianconera, infatti, priva del suo bomber, non riesce a migliorare la posizione dell’anno prima, arrivando nuovamente settima. A nulla valgono le reti dei nuovi attaccanti: Alessandro Matri e Luca Toni.
Quando torna in campo, il 15 settembre contro il Catania, tutto è cambiato. In panchina siede Antonio Conte, è arrivato Mirko Vučinić, e Fabio è spesso relegato fra le riserve. Logico che diventi difficile per lui riprendere il normale ritmo partita, poiché Matri sta facendo bene e c’è sempre Ale Del Piero, pronto per qualsiasi evenienza. In pratica, in soli sei mesi, da bomber principe diventa la quarta scelta. Qualche sprazzo di gloria arriva ugualmente, soprattutto nel finale di stagione: i suoi gol sono decisivi per la conquista del suo primo scudetto. «Per me è il primo scudetto ed è una gioia incredibile. Siamo anche imbattuti ed è incredibile. Il pensiero va alla mia famiglia, che mi è sempre stata vicina anche nei momenti difficili. Condivido la vittoria con loro. Conte fin dall’inizio ci ha dato fiducia a rotazione e ci ha sempre motivato alla grande per farci rendere al meglio. Tutti abbiamo remato dalla stessa parte e i risultati ci hanno ripagato del lavoro e dei sacrifici».
Scudetto vuol dire Champions League e Fabio non si fa sfuggire l’occasione: contro il Chelsea, nel debutto del girone, segna la rete del definitivo 2-2, dopo che i Blues erano stati in vantaggio per 2-0. Ancora un gol in Champions (nel 4-0 rifilato ai norvegesi del Nordsjælland), e contro il Chelsea a Torino, nel rotondo 3-0 che, di fatto, qualifica i bianconeri alla fase successiva. Segna anche contro il Celtic, nella partita di ritorno vinta per 2-0. Anche in campionato timbra più volte il cartellino: memorabile la partita di Pescara. Segna 3 gol (uno favoloso in rovesciata) e regala due assist a Giovinco e Asamoah. Al termine della stagione può festeggiare il nuovo scudetto assieme ai compagni: 35 partite e 13 reti è il suo bottino.
Nonostante un buonissimo inizio di stagione (gol in Champions al Copenaghen e al Galatasaray e a Verona contro il Chievo), i rapporti con Conte si incrinano e sono tante le partite che Fabio guarda dalla panchina o dalla tribuna. Tanto è vero che, da gennaio in poi, scende in campo solo 4 volte e per pochi minuti. Mette in bacheca il 3° scudetto consecutivo, ma la voglia di festeggiare è poca.
Va da sé che Fabio decida di trasferirsi, trovando l’accordo con il Torino. Con una nota apparsa sul suo sito ufficiale la Juventus ringrazia Quagliarella per i quattro anni trascorsi assieme: «Quando nel 2010 era arrivato alla Juve, Quagliarella era un giocatore estroso, ammirato, ma ancora in cerca di una definitiva consacrazione. Ora, dopo quattro stagioni e soprattutto, tre scudetti e due Supercoppe Italiane, chiude la sua avventura in bianconero da campione affermato».

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