lunedì 25 settembre 2017

Giovanni SACCO


Nasce a San Damiano (Asti) il 25 settembre 1943. Cresciuto nelle squadre minori della Juventus. Nell'organico della prima squadra bianconera, se si esclude la stagione 1965-66 disputata in prestito alla Lazio, trova spazio dall'estate 1962 fino a tutto il campionato 1968-69 e mette insieme 107 presenze e 2 goal. Nel periodo trascorso a Torino contribuisce alla vittoria della Coppa Italia 1965 ed allo scudetto 1967.
«Avevo dodici anni e studiavo dai Giuseppini a Rivoli. Un giorno vennero a fare un’amichevole i ragazzini della Juventus, li aveva voluti, a tutti i costi, il direttore. Giocai bene e segnai tre goal. Poco dopo, mi vollero al Combi; sei anni dopo l’esordio in prima squadra. Avevo diciotto anni, ero all’ultimo anno del liceo classico. Fu una cosa indimenticabile, giocare con Sivori, Charles e Del Sol. Allenatore era il brasiliano Amaral, uno a cui piacevano i piedi buoni».
Campionato 1962-63, quello delle grandi novità; c’è il 4-2-4, Miranda detto Mirandone è il centravanti, Sivori è ancora mezzo sinistro. E c’è un ragazzino, poco più che diciottenne, astigiano, di nome Sacco Giovanni, che Amaral, a corto di difensori d’appoggio, butta nella mischia in alla Favorita di Palermo; Sacco ha il cinque sulla schiena, ma funge in pratica da mediano di appoggio. Esordio positivo, pareggio largo; Giovannino ha talento, due piedi sensibilissimi ed un buon senso della posizione.
A Ferrara, con la neve a ricoprire il campo ed a rendere ancor più dura la fatica, Sacco fa ancora meglio; stavolta Amaral lo schiera sulla fascia destra dell’attacco, con mansioni di raccordo con il centrocampo. Compito assolto, grandi elogi ed applausi. Il 20 gennaio 1963, nella gara interna con il Genoa, la prestazione capolavoro del giovanissimo centrocampista juventino: sul quotidiano sportivo torinese scrivono: «Sacco degno allievo del professor Sivori».
È un grandissimo complimento, ma anche tanto, tanto gravoso per il beneficiario. Certo, Sacco da molto alla Juventus, che insegue con tenacia ed ostinazione l’Inter del mago Herrera; ma il momento felice del ragazzo è troppo legato alla vena del centrocampo bianconero, che ha in Del Sol l’eccezionale solista. E ad un certo momento affiorano le prime critiche, esagerate come erano esagerati gli elogi della primissima ora. Comunque sia, Sacco colleziona alla fine la bellezza di 16 gettoni di presenza, e chiude il torneo nuovamente in crescendo.
È lecito attendersi da lui, per l’anno successivo, un salto di qualità nel senso di una maggiore regolarità su certi livelli di rendimento. Le cifre fanno propendere per un mezzo fallimento: le presenze in prima squadra sono scese a 11, ma questo sarebbe il meno, se ci fossero dati confortanti di altro genere. Il 1963-64, cosi come il campionato successivo primo dell’era Heriberto, sono per Sacco anni di malumori e di incertezze, di sfortuna ed anche di scarsa convinzione. Sacco parte titolare e gioca pure una buona partita d’esordio, al Comunale contro la coriacea Spal; ma poi subentrano chiari sintomi di crisi, di involuzione tecnica e di scadimento atletico.
Ad un certo punto, Monzeglio si domanda se è più giovane il vecchio Da Costa od il ragazzo Sacco e deve concludere che, a più di trent’anni, Da Costa garantisce di più e meglio in fatto di tenuta. Ci sono, naturalmente, eccezioni; nel finale di stagione, contro il Vicenza nel giorno della più netta affermazione bianconera (4-1), o all’inizio della stagione successiva, quando Heriberto lo utilizza spesso in luogo dell’infortunato Del Sol, Sacco gioca delle ottime partite.
La personalità di questo strano giocatore, che per certi versi ricorda piuttosto l’umore sibillino di certi pionieri della Juventus studentesca di inizio secolo, resta ancora in gran parte da scoprire. Finisce cosi in prestito alla Lazio, per un anno. In maglia biancoceleste, contribuisce parecchio al raggiungimento della salvezza ed acquista, soprattutto, consapevolezza dei suoi mezzi tecnici. Tra l’altro, gioca una splendida partita contro la sua Juventus, a Torino, ipotecando in tal modo un immediato ritorno in bianconero.
Il ritorno di Sacco coincide con la conquista, sofferta quanto sospirata, del tredicesimo scudetto; Heriberto ritrova un prezioso talento di centrocampo, capace di dare il cambio ai validi ma non più giovanissimi Del Sol e Cinesinho. L’11 dicembre 1966, fermo per infortunio Luis il sivigliano, Sacco rientra a tamburo battente, proprio in occasione della partitissima contro il Bologna; e convince, contribuendo in maniera notevolissima al successo (2-1) che rilancia i bianconeri nella lotta serrata con gli interisti. Nonostante Sacco totalizzi solamente 10 presenze complessive, è stato questo per lui il primo anno importante davvero valido dopo quello dell’esordio.
E prelude, come giusto e naturale, ad un anno di soddisfazioni anche maggiori: il 1967/68. Qui, oltre al campionato che vede ancora i bianconeri nel ristretto novero dei protagonisti, c’è di mezzo la Coppa dei Campioni cui Sacco fa onore con alcune prestazioni ad alto livello. Il 31 gennaio 1968, a Braunschweig, l’Eintracht sta per travolgere i bianconeri, nell’incontro di andata dei quarti di finale; sarebbe 3-1 per i tedeschi, se proprio Sacco in chiusura non realizzasse il goal dell’avvicinamento. In campionato, le presenze saranno alla fine 25, con all’attivo anche una rete, a spese del Varese; bilancio lusinghiero.
14 presenze nel 1968-69, nell’anno dei grandi arrivi e dei risultati inferiori alle grandi attese. Il campionato di Giovannino è positivo, anche se i dati non confermeranno la performance dell’anno precedente. Il commiato dal pubblico torinese non è esaltante, con la Fiorentina che viene a vincere ed a prendersi il secondo scudetto della sua storia; ma nel totale, Sacco ha chiuso in modo positivo la sua lunga parentesi juventina.


VLADIMIRO CAMINITI
Vi dirò di Giovannino Sacco, biondino nemmeno eccentrico ma svenevole, aveva il talento ma gli mancava il resto. Il grano senza il mugnaio o chi se ne occupi resta grano, non diventa farina e nemmeno pane. Così l'uva, senza i piedi scalzi del caruso, non diventa mosto. Il suo esordio a Palermo fu salutato dall'applauso di juventini di ieri e di sempre; il giovinetto fiorettava con stile e piacque. Poi, nemmeno Heriberto Herrera, da dimostrare peraltro che si possa cambiare con l'esempio la rotta d'un carattere, riuscì a modificarlo. Ragazzo di campagna, Giovannino, nei boom delle antenne televisive e delle sbornie cittadine, bellino, aureolato come un putto, lentamente fiorettando si stremò e fu ceduto, non senza avere figurato, con alcune bellissime prestazioni.

Nessun commento: