martedì 23 agosto 2016

Giuseppe MEAZZA

Cannoniere di purissima razza, molto dotato tecnicamente, è uno dei giocatori più completi della ricca storia del nostro calcio. Soprannominato Balilla, è l’inventore del famoso goal a invito: tarda il tiro, lascia la prima mossa al portiere e lo infila freddamente sull’uscita. Meazza, è tre volte capocannoniere del campionato (nel 1930 con trentuno goal, nel 1936 con venticinque e nel 1938 con venti) e al termine dell’attività i suoi bersagli sono 267 che lo collocano sui gradini più alti dei cannonieri della Serie A. Proprio a Meazza è legato il periodo più aureo della storia della Nazionale della quale è a lungo l’autentico fiore all’occhiello. Dal 1930 al 1939 in azzurro gioca cinquantatré partite e realizza trentatré reti che fino all’avvento di Gigi Riva ne fanno il bomber assoluto. Con la Nazionale si assicura la Coppa Internazionale nel 1930, il titolo mondiale nel 1934, nuovamente la Coppa Internazionale nel 1935 e ancora il Mondiale francese del 1938. Nel 1940, dopo quasi un anno di lontananza dai campi di gioco per un intervento chirurgico (causato da un’insufficiente circolazione sanguigna verso gli arti inferiori), approda al Milan dal quale si separa dopo un paio di stagioni per accasarsi alla Juventus.
Il Pepp di Porta Romana (lì era nato, nel cuore della Milano popolare) aveva oramai trentadue anni, anche se lo chiamavano ancora Balilla. Erano molto lontani i tempi di una canzoncina molto in voga: «La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la Gazzetta dello Sport e come ogni ragazza, lei va pazza per Meazza, che fa reti a tempo di fox-trot». La sua lunga storia, che faceva parte del costume italiano anni Trenta, aveva subito brusche svolte: prima il piede gelato, poi l’incredibile passaggio sulla sponda rossonera, al Milan, anzi al Milano come si diceva allora, dove aveva disputato un campionato e mezzo.
Firmò il contratto per la Juventus sdraiandosi, per scrivere meglio, sull’erba del Comunale torinese dopo aver interrotto l’allenamento, già in maglia bianconera. Il suo debutto (18 ottobre 1942) avvenne in un derby. Il Torino era all’alba della sua memorabile stagione e schierava già il mitico attacco, da Menti a Ferraris. Si era alla terza giornata, nelle prime due la Juventus aveva solo pareggiato. Meazza scese in campo con il numero otto, aveva intorno vecchi compagni del Mondiale vinto a Parigi (Foni e Locatelli), Carletto Parola, un centravanti albanese (Lushta), il più giovane dei Varglien, l’altra mezzala era Sentimenti III, fratello del portiere Cochi. Non fu un esordio molto felice. Meazza era poco allenato, sembrava addirittura ingrassato, lento nei movimenti. Così quando entrò in area a tu per tu con il portiere Cavalli, mentre la folla si aspettava uno dei suoi celebri goal a invito, non ebbe la necessaria rapidità di movimenti e finì per perdere ingloriosamente il pallone. La partita fu poi vinta dal Torino 5-2.
Le cose andarono meglio in seguito, Meazza si spostò al centro dell’attacco e regalò alla Juventus dieci goal: ne segnò due anche alla sua Ambrosiana e quello che fece all’Arena fu quasi uno sberleffo alla nostalgia. Disputò ventisette partite su ventotto: l’addio fu un disastro collettivo, la Juventus, terza in classifica, fu travolta a Torino dal Vicenza che doveva salvarsi. Un incredibile 6-2 al quale non badò nessuno: era l’ultima domenica di calcio e la guerra stava per cancellare il campionato, insieme a tante altre cose della vita di tutti i giorni.


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1979
Peppino Meazza aveva il genio del calcio, aveva il calcio nel sangue. Se ne accorsero immediatamente coloro che, dal 1924 al 1926, lo videro giocare sui campetti della periferia milanese, a Porta Romana e Porta Vittoria: nessuno gli aveva insegnato nulla, ma il suo controllo di palla con entrambi i piedi era facile, morbido, naturale, assoluto. Non era nemmeno molto alto, ma aveva una scelta di tempo eccezionale, con stacchi portentosi: cosicché a quei tempi, quando giocava da terzino, era difficile sorprenderlo sui palloni alti. Alcuni osservatori del Milan, pur estasiati dalla tecnica personale del ragazzino, non lo presero in considerazione a causa della gracilità del suo fisico. Maggiore fiducia ebbero quelli dell’Ambrosiana-Inter, allenata a quei tempi dall’ungherese Árpád Weisz il quale, profeta del calcio danubiano tanto in voga a quell’epoca, non perdeva occasione per vedere giocare lo smilzo Peppino nelle squadre minori neroazzurre. La partita che in certo senso consacrò Meazza come campione autentico e genuino fu quella giocata nell’aprile del 1927 a Como; c’era in palio la Coppa Volta e avversaria dei neroazzurri era l’Unione Sportiva Milanese. Il diciassettenne Meazza giocò come centrattacco e firmò entrambe le reti del successo dell’Inter.
Da quel giorno il Peppino prese il volo verso la gloria, verso il mito. Nessuno gli tolse più il posto al centro dell’attacco dell’Ambrosiana; anzi costruirono e fecero giocare la squadra proprio in funzione del suo campione, per esaltarne le doti e caratteristiche tecniche. La compagine neroazzurra giocava compatta a ridosso del portiere Degani e tutti, dai terzini ai mediani, cercavano il rilancio lungo e immediato sul quale si scatenava il guizzante Meazza. Un rapido controllo della sfera, una finta di corpo, un dribbling e poi l’affondo sicuro verso la porta, con serpentina stretta e infine un arresto improvviso per invitare il portiere avversario a venirli incontro. Alla mossa del portiere, Meazza rispondeva con un tiro non forte, estremamente preciso, di piatto, e deponeva il cuoio in uno degli angoli bassi della porta. Questi erano i goal alla Meazza. Ma sapeva segnare anche di testa; ed erano goal di squisita fattura, per l’eleganza dell’esecuzione dopo lo stacco portentoso. Non c’era molta potenza nella sua incornata, ma uno stile inconfondibile, con leggera deviazione del pallone con le parti laterali della fronte, mentre il corpo manteneva la massima coordinazione.
Malgrado le doti che lo avevano segnalato nella misura più lusinghiera all’attenzione dei tecnici e, ovviamente, a quella di Vittorio Pozzo, commissario tecnico degli azzurri, ci fu qualcuno che, almeno all’inizio, esternò qualche dubbio su Meazza, ponendo l’accento sulle sue non formidabili qualità fisiche. Ricordo a questo proposito una lettera anonima che un gruppo di sportivi spedì a Pozzo, alla vigilia di una trasferta della Nazionale a Budapest per affrontare quella squadra magiara che, a quei tempi, dettava legge, insieme all’Austria, in tutta l’Europa. Questo il tenore della missiva: «Caro Pozzo, siete un pazzo se volete portare Meazza in Ungheria: è un soldo di cacio e gli ungheresi se lo mangeranno in un boccone, lasciatelo crescere!». Naturalmente Pozzo non tenne in alcun conto il desiderio di quei tifosi: portò il Peppino a Budapest e lo fece giocare sull’infame terreno del Ferencváros, reso sdrucciolevole dalla pioggia. In quell’occasione la squadra italiana colse la sua più consistente affermazione in trasferta sulla rappresentativa d’Ungheria; e in quell’indimenticabile 5-0 Meazza fece la parte del leone, scaraventando tre imprevedibili palloni alle spalle del portiere magiaro.
Ho ricordato quest’episodio della carriera azzurra di Meazza, ma vorrei rievocarne almeno altri due. Il primo porta la data del 14 novembre 1934 e si riferisce alla sconfitta subita a Highbury dalla squadra italiana opposta all’irresistibile Nazionale di Inghilterra di allora. Si tratta dell’incontro nel quale Monti riportò alle prime battute la frattura dell’alluce del piede destro e nel quale la nostra difesa, malgrado Ceresoli avesse parato un rigore, incassò tre goal nel primo quarto d’ora di gioco. Alla fine del primo tempo l’Inghilterra vinceva dunque per 3-0; ma nella ripresa, sotto la regia di Meazza salito in cattedra al cospetto di un pubblico inglese incredulo prima e poi ammutolito, la squadra azzurra recuperò quasi tutto lo svantaggio. Il Peppino segnò due goal, uno più bello dell’altro, e mise sui piedi di Guaita la palla del pareggio; purtroppo Guaita fallì l’occasione.
Dopo Budapest e Londra, ecco Parigi. Siamo nel 1938 e la Nazionale Italiana, partecipante ai Campionati del Mondo, dopo aver superato la Norvegia e la Francia, gioca a Marsiglia contro il Brasile. È abbastanza noto che i dirigenti brasiliani avevano rifiutato di cedere all’Italia l’unico aereo in partenza per Parigi, anche nel caso (non realizzabile, secondo i Carioca) che gli azzurri fossero usciti vincitori dal confronto diretto. Pozzo riferì ai calciatori italiani il particolare del colloquio avuto con i brasiliani e ricordò l’assurda intransigenza per la faccenda dell’aereo. Meazza promise a Pozzo che avrebbe fatto vedere ai Carioca che cosa potevano fare gli italiani sul campo di gioco. In quella circostanza il Pepp giocò forse la sua migliore partita in azzurro, mettendo praticamente in crisi la difesa avversaria con i suoi perfetti lanci a Biavati, Colaussi e Piola. Presa nella ragnatela di due registi azzurri, Ferrari e Meazza, la squadra brasiliana si innervosì e l’arbitro fu costretto a concedere un calcio di rigore agli azzurri per un fallo di Domingo su Piola. Il risultato era sull’1-1. Realizzare il rigore voleva dire ipotecare la vittoria e spalancare alla squadra la porta della finalissima con l’Ungheria. Al momento di sistemare il pallone sul dischetto del rigore, a Meazza si ruppe l’elastico dei calzoncini. Che fare? Cambiarli e rischiare di perdere la concentrazione o battere ugualmente il penalty, sia pure in condizione di emergenza? Meazza optò per la seconda soluzione: piegò i calzoncini sul lato sinistro e li afferrò saldamente con la mano, si avvicinò con calma assoluta al pallone e lo spedì con un tocco da artista nell’angolo opposto a quello in cui, sbilanciato dalla finta, si era gettato il portiere.
Molti altri episodi potrei citare, ma il discorso si farebbe troppo lungo e, d’altra parte, nulla servirebbe ad aumentare la fama di quello che va considerato il più classico e popolare calciatore italiano di tutti i tempi. Come ho detto all’inizio, Meazza, neroazzurro innamorato dell’Inter, giocò anche per il Milan e per la Juventus, dopo aver superato una crisi dovuta a una malattia che gli impediva una regolare circolazione sanguigna al piede sinistro. Nel dopoguerra, quando il presidente interista Masseroni lo chiamò per dare una mano alla vecchia squadra caduta in zona retrocessione, Meazza accorse immediatamente, rispolverò l’antico repertorio e con i suoi goal (al Bari e alla Triestina) salvò l’Inter.
Ho cercato di rievocare la leggendaria figura di calciatore e vorrei ancora ricordare l’uomo. Peppino, oltre ad essere stato un giocatore di classe superiore, era anche un gran bel ragazzo: si può dire che se fu ammirato dagli sportivi, fu anche idolatrato dalle donne; dal 1930 al 1940, per dieci anni buoni, fu la passione delle ragazze milanesi e non solo di quelle. Era snello, con occhi azzurri, lo sguardo un po’ languido, i capelli lisci e impomatati alla Rodolfo Valentino; quando metteva piede in una sala da ballo veniva letteralmente assediato dalle donne. E lui non si tirò mai indietro; la sua classe, il suo rendimento in campo non risentirono mai in alcun modo delle scappatelle sentimentali.


VLADIMIRO CAMINITI
Musica maestro, ed era musica. Voglio dire il calcio del fabuloso Balilla detto dagli amici, un esercito di amici, un mare di amici e di ammiratori, Pepp, vincitore della classifica marcatori nel campionato a girone unico (il primo) 1929-30, con trentuno goal, nella sua Ambrosiana tricolore, e in onore del quale i milanesi alla vecchia Arena intonavano una canzone apprezzatissima dall’interessato, cui le ragazze piacevano: “Una ragazza per Meazza”. Giorni di onirica semplicità, se vogliamo, quelli di Meazza. Due scudetti, due Campionati del Mondo, un asso assoluto e conclusivo, anche da mezzala, un asso unico, forse il più magno centrattacco dell’intera storia della pedata italica. La Juventus lo ebbe nei giorni dolorosi e affranti della guerra, oramai si cibava del suo mito, senza per questo rinunziare a prodezze tipiche del suo impareggiabile repertorio di finisseur e goleador. Il goal alla Meazza, con l’invito al portiere, scartato per depositare la palla a destinazione, mentre la folla plaudiva estasiata. Il fascismo volle farne l’araldo di tutta la sua politica, gli fu appioppato quel Balilla guerresco. In realtà, Pepp amava poco allenarsi, si allenava beatamente tra le donne, era un ragazzo semplice e modesto, che in campo si sublimava delle sue doti naturali di attaccante universale. Io lo rivedo a Rapallo, nel 1978, ridotto a un seggiolone, abbandonato da tutti nel delirio della città dei cementi. Non riuscì a spiccicare parola. Mi toccò raccontare l’amaro crepuscolo di un fuoriclasse dimenticato.

1 commento:

Bob ha detto...

Complimenti, articolo molto interessante. Teniamo vivo il ricordo del grande Giuseppe Meazza! Per altre info è disponibile anche il sito http://www.giuseppemeazza.it