sabato 7 maggio 2016

Emanuele GIACCHERINI


Arriva alla Juventus nell’agosto del 2011, in comproprietà dal Cesena. Alto 167 centimetri, può essere schierato indistintamente sia sulla fascia destra sia su quella sinistra. Molto dotato nel dribbling e veloce sul breve, caratteristiche che gli permettono di saltare facilmente l’uomo. Ottimo negli assist, ha anche una buona capacità realizzativa grazie ai suoi inserimenti. Può essere impiegato con buoni risultati anche sulla linea mediana, come centrocampista centrale o mezzala. Antonio Conte, stravede per lui: «Giaccherini è l’esempio di come un giocatore che ha fatto la provincia, può meritarsi la Juventus. Se si chiamasse Giaccherinho sarebbe molto più considerato», queste le parole del nuovo mister juventino.
Giak esordisce con la maglia bianconera l’11 settembre contro il Parma, nella partita inaugurale della stagione, giocando tutti i novanta minuti. Titolare anche la domenica successiva a Siena, conquista piano piano i tifosi che vedono in lui la grande voglia di emergere. Conte lo utilizza per ben ventisette volte, schierandolo in più ruoli e confermando la sua enorme duttilità e intelligenza tattica. Le reti sono tre, due in Coppa Italia e una in campionato. Lo scudetto è conquistato da protagonista. Nel frattempo, Giak trova anche il modo di essere chiamato in azzurro. Non solo, Prandelli lo include nei convocati per l’Europeo. Emanuele, insieme ai propri compagni, conquista la medaglia d’argento, battuto in finale da una Spagna chiaramente fuori portata.
La stagione 2012-13 ha tutti i crismi per essere quella della definitiva consacrazione. Invece, sarà utilizzato con il contagocce, anche se i momenti di gloria non mancheranno per Emanuele che, intanto, si intasca la Supercoppa Italiana conquistata a Pechino contro il Napoli. 16 settembre 2012: la Juve è di scena a Genova, sponda rossoblu, per la terza giornata di campionato. Il Genoa domina nettamente il primo tempo, andando in vantaggio con l’ex Immobile. La squadra bianconera rischia più volte di subire la rete del KO, quando un tiro irresistibile da fuori area del nostro regala il pareggio. Non c’è più storia: Vučinić su rigore e Asamoah fissano il punteggio sul 3-1 per la Vecchia Signora.
10 marzo 2013: Juventus-Catania, valida per il 28° turno di campionato: il Napoli, secondo in classifica, esce sconfitto dalla partita contro il Chievo e per la compagine bianconera, c’è la grande occasione per aumentare a nove i punti di vantaggio sui partenopei e ipotecare seriamente lo scudetto. Ma la squadra siciliana è tosta e, pur non rendendosi mai pericolosa, non lascia il minimo spazio all’attacco juventino che, da par suo, appare lento e svogliato. A un quarto d’ora dalla fine, Conte cambia: dentro Giaccherini e fuori Asamoah. Giak ci mette l’anima, venendo pure ammonito per un plateale tuffo in area di rigore. Primo minuto di recupero: Emanuele è sull’estrema sinistra e crossa al centro area. Nessuno interviene e il pallone è intercettato da Pogba che, con uno stop suntuoso, lo addomestica e lo ributta in mezzo. Il portiere catanese smanaccia come può, la palla vaga a pochi metri dal goal quando si materializza improvvisamente Giak. Stop di petto e palla nell’angolino. Juventus-Catania 1-0: lo scudetto è molto più vicino. «È sicuramente questo è il goal più importante della mia vita e lo dedico a me stesso. Lavoro tanto per farmi trovare pronto e penso sia un premio giusto. Goal scudetto? Lo spero. Questi tre punti ci portano a più nove sul Napoli e ora sta a noi: cercheremo di chiudere questo campionato. Conte stavolta mi ha chiesto di cercare l’uno contro uno, di puntare, di tagliare, di inserirmi e sicuramente mi ha dato meno compiti difensivi perché era una partita che dovevamo vincere, quindi abbiamo rischiato un po’ di più. L’ammonizione per la simulazione? Il tocco c’è stato ma io sono caduto dopo, l’arbitro ha fatto bene».
Emanuele realizza la sua terza rete stagionale nell’inutile ultima partita della stagione, a Genova contro la Sampdoria. Le sue presenze totali sono venticinque, ma soltanto nove volte è schierato come titolare. Come consolazione, vola in Brasile per disputare la Confederation Cup. Gli azzurri si classificano al terzo posto e Giak è uno dei protagonisti della competizione. Assist e giocate a non finire e una meravigliosa rete contro i padroni di casa, poi vincitori del torneo. Nella partita amichevole di preparazione alla Confederation Cup contro Haiti, Giaccherini segna una rete dopo diciannove secondi, diventando il marcatore più veloce nella storia della Nazionale italiana.
Il 15 giugno 2013, a sorpresa, passa agli inglesi del Sunderland. I tifosi bianconeri sono sgomenti, lo stesso Conte non si definisce contento. Ma la voglia di giocare titolare (per non rischiare di perdere il Mondiale) e l’enorme plusvalenza da mettere a bilancio, fanno sì che il giocatore abbandoni Torino e la Juventus.
Due stagioni piene, due scudetti e una Supercoppa Italiana da mettere in cornice. E l’essere entrato nel cuore dei tifosi fanno di Emanuele Giaccherini un giocatore da ricordare.


LUCA MOMBLANO, “HURRÀ JUVENTUS” DICEMBRE 2012
Dieci, cento, mille Emanuele Giaccherini. Una carriera esponenziale, un modello che può valere da esempio: il centrocampista originario di Talla, piccolo comune nella provincia di Arezzo, si apre al mondo nonostante quel «…carattere chiuso che all’inizio può anche rendere complicato l’inserimento in gruppo nuovo e già unito». Parole sue. Mai banali, decise, pronunciate con lo sguardo che salta qua e là a ritmi vertiginosi: gli occhi sono lo specchio dell’anima, come suggeriva in tempi non sospetti il pensatore greco Platone, ma nel caso di Giaccherini sono anche esattamente lo specchio del suo modo di essere calciatore. Ovvero vivace eppure concentrato, tagliente eppure intenso.
Classe 1985, ventisette anni compiuti il 5 maggio scorso, Emanuele Giaccherini è ancora nel vivo della propria parabola professionale, sublimata da un anno e più di Juventus, di trofei e nuove responsabilità, di Nazionale e meritati attestati di stima sia da parte di Antonio Conte che di Cesare Prandelli. Dietro le conquiste di chi a ventitré anni ha pensato davvero per un attimo di ritornare al proprio paese e lasciare praticamente tutto, c’è necessariamente un uomo: «Sì, dopo una splendida stagione in Serie C con il Pavia – ricorda il numero ventiquattro della Juventus – mi ritrovai ancora a Cesena, dove mi misero fuori rosa. Mi chiesi se ne valesse ancora la pena, se i tanti sacrifici avessero ancora un senso. Ebbene, oggi posso rispondere che non bisogna davvero mai mollare. È un messaggio positivo per tutti i giovani calciatori che devono ancora scrivere la loro carriera: dare sempre il massimo, nel calcio non si sa mai».
Eccolo, quindi, il lato umano, quello extra-calcistico, cioè come Giaccherini racconta se stesso con la straordinaria semplicità che lo contraddistingue: «Un ragazzo normale che dedica alla famiglia tutto il tempo in cui non lavora. Quando però vado al campo, all’allenamento, tutto cambia: si viene proiettati in un’altra realtà, fatta di totale professionalità. Posso dirmi fortunato: faccio ciò che più amo. Dalla vita non potevo chiedere di più».
Dentro tutto questo, per l’ex cesenate e per l’intero popolo bianconero, ci sono stati quindici intensi mesi di successi. Giaccherini ne ha fatto pienamente parte e nel rinfrescare la memoria gongola sciorinando anche un interessante ricordo legato ai suoi goal: «I momenti di gioia sono stati davvero tanti. Quando sono arrivato a Torino avevo tanto entusiasmo e altrettanta voglia di dimostrare, ma forse non c’era la coscienza di arrivare fino a questo punto: ci ho messo anche del mio, in questo sono stato bravo. I goal? Beh, il primo, in casa contro il Bologna in Coppa Italia, per me ha significato tanto: da quel goal lì in avanti sono venuto fuori, mi ha dato ulteriore consapevolezza, e la cornice dello Juventus Stadium che esulta è davvero fantastica. Al secondo posto, appena sotto, metto la rete contro il Genoa quest’anno che ci ha permesso di riprendere in mano una partita in cui avevamo anche sofferto e andarla a vincere. Poi, a chiudere il podio, ci metto il sigillo di Bergamo che valse per noi il simbolico titolo di Campioni d’Inverno».
Saluta tutti con il sorriso anche durante l’intervista, Emanuele Giaccherini. Scritto e letto per esteso. Senza nomignoli o soprannomi. Non li ama e, salvo quello espresso scherzosamente da mister Conte, lasciano il tempo che trovano. Sarà perché l’ala toscana, trasformata anche tatticamente in centrocampista centrale di inserimento, ha calpestato i campi da gioco di tutte le categorie professionistiche. Tutte davvero. Per quella che può definirsi senza mezzi termini una vera e propria scalata che ha portato Giaccherini fino ai Campionati Europei di Polonia-Ucraina. «Ho una certezza – rileva – Conte è stata la persona più importante della mia carriera professionale. Sono suoi una grande parte dei meriti della Juve e miei anche il raggiungimento della maglia azzurra senza essere titolare in pianta stabile. Mi ha dato fiducia in una squadra piena di campioni. Il resto ce l’ha messo l’ambiente Juve, che ti permette di esprimerti sempre al meglio: non conta il numero delle partite che giochi ma la qualità di queste. È un concetto nuovo».
Infine, ma non certo per ultimo in ordine di importanza, c’è il discorso tattico. Rilevante, nel caso di un jolly come Giaccherini, il quale però tiene a precisare: «Ho fatto l’esterno offensivo per tutta la carriera precedente. Oggi posso però dire che nel ruolo di interno mi trovo davvero a mio agio: mi spingo oltre dicendo che per giocare in una grande squadra come la Juventus, le mie caratteristiche sono più adatte a fare la mezzala».
Una bella scoperta divenuta una garanzia. Una garanzia anche per il gruppo-squadra, a proposito della quale Emanuele esprime idee ben definite: «Il calcio europeo non è certo il calcio italiano, ma con il lavoro fatto in questo anno e mezzo sappiamo di poterci stare. Cercheremo la scalata anche lì, non ci precludiamo nulla: i tifosi lo devono sapere, questa Juve non lascia nulla di intentato e gioca per vincere in qualunque competizione. Il mister ha imposto una mentalità e un modo di giocare che è ai livelli di Barcellona, Borussia Dortmund e compagnia».
Una squadra che è anche uno spogliatoio unito, un monoblocco. Giaccherini non ha alcun problema ad ammetterlo: «Ho avuto bisogno del sostegno e dei consigli dei compagni. L’accoglienza è stata super, devo ringraziare Gigi (Buffon), Claudio (Marchisio) e Giorgio (Chiellini) solo per citarne alcuni. Sono persone fantastiche con le quali spero di giocare il più a lungo possibile. Anche Andrea (Pirlo) è una persona speciale oltre che un campionissimo. Calcisticamente parlando, credo che questa squadra abbia rivoluzionato il calcio in Italia: attacchiamo in tanti, è vero, ma attacchiamo con la testa e non abbiamo paura, perché sappiamo di avere sempre le coperture giuste da parte dei difensori. Finiamo un’azione, ci rimettiamo a posto e ripartiamo. Il nostro calcio non ti dà momenti di pausa».
Ecco, giusto, un grazie per averlo ricordato a tutti: avanti così. Anche per l’umile e scattante Giaccherini non è ancora venuto il momento di tirare il fiato, il meglio deve ancora venire anche per chi ha raggiunto i massimi obiettivi della propria vita professionale.

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