venerdì 8 settembre 2017

Marco Antonio DE MARCHI


Nasce a Milano, l’8 settembre del 1966. La sua prima squadra professionistica è il Como, ma è un’esperienza non tanto felice. «Sono nato a Milano, ma sono passato al Como che avevo ancora i calzoncini corti. Però ero troppo giovane per firmare un cartellino vero e proprio, così mi dirottarono alla Garibaldina, una squadra satellite. Rimasi lì per sette stagioni e, nel frattempo continuavo a studiare. Sono arrivato al diploma magistrale e considero questo traguardo una mia piccola conquista. Non ho avuto tanto spazio, in riva al lago; da un lato la concorrenza, dall’altro l’età troppo verde. In compenso ho avuto ottimi maestri, da Pereni a Bianchi. Sono entrato anche nel giro della prima squadra senza andare però oltre la panchina. Era Bianchi, l’allenatore».
Poi, il trasferimento all’Ospitaletto; anche qui poca fortuna: «Ero molto giovane, anche per questo mi facevano giocare poco. Ma siccome avevo un sacco di tempo libero, mi è stato facile incontrare Katia, la donna della mia vita. Ci siamo spostati il 4 giugno 1990, pochi giorni prima di trasferirci a Torino».
Poi, l’incontro con Gigi Maifredi, che ha cambiato la sua vita: «Se penso a Maifredi penso ad un padre, ad un amico, oppure a tutte e due le cose insieme. Lui è davvero unico nei suo genere. Di mio ci ho messo, invece, la volontà, il desiderio dì arrivare. Sono un tipo determinato, anche se non mi scaldo facilmente, anche se posso apparire un po’ freddino. Credo che il mio piccolo segreto stia nella capacità di adattarmi alle situazioni. Accetto la realtà; non la subisco ma non cerco di cambiarla, visto che cambia da sola. Ad Ospitaletto ho sempre creduto in me stesso, anche nei momenti grigi, ma improvvisamente ho avuto la sensazione di avere imboccato la strada giusta. Mi riusciva tutto facile. Mi impegnavo al massimo, ma arrivavano anche i risultati. Devo moltissimo a Maifredi. E pensare che ad Ospitaletto non ci volevo proprio andare. Mi sembrava una scelta fuori luogo. Ero cresciuto nel Como, sognavo la Serie A e mi ritrovavo a fare la riserva in C2».
Quasi all’improvviso, il passaggio al Bologna, insieme al suo maestro Maifredi; ma non è stato tutto rose e fiori: «Ero arrivato a Bologna con la patente di cocco di Maifredi, come Cusin e Monza del resto, e sapevo di dover sfruttare l’occasione sino in fondo, facendo leva sulle mie sole forze. Ma dopo sei o sette partite, ecco la mazzata: un crac al ginocchio ed i legamenti crociati da ricostruire. Altri si sarebbero messi le mani nei capelli, io ho avuto invece la fortuna dalla mia parte. Mi si prospettavano due soluzioni: avrei potuto farmi operare dal professor Perugia a Roma, con tempi di recupero molto lunghi, dieci dodici mesi, oppure dal professor Pizzetti a Torino, con tempi inferiori ma con qualche rischio in più. Però la proposta del professor Pizzetti mi era sembrata subito affascinante per gli elementi di novità che conteneva, e così mi sono affidato all’istinto. L’articolazione del ginocchio non sarebbe stata toccata. Più semplicemente, il professor Pizzetti mi avrebbe applicato dei supporti laterali, senza ricostruire il legamento crociato anteriore. Una tecnica d’avanguardia che ha dato frutti eccezionali. Dopo quattro mesi soltanto tornavo in campo: un record, ma anche una necessità. Mi sentivo sotto esame, ma ancora non avevo avuto la possibilità di esprimermi al meglio. La società, peraltro, aspettava garanzie concrete prima di riconfermarmi. Insomma: in quei pochi mesi mi sono giocato la carriera. Mi è andata bene, per fortuna. L’anno successivo debuttavo addirittura in Serie A con Cusin e con il mio amico Luppi».
L’amico/gemello, Gianluca Luppi: «Siamo coetanei e ci conosciamo da quando avevamo sedici/diciassette anni, prima da avversari e poi da compagni nelle varie Under. A Bologna siamo diventati come fratelli, dividevamo la stessa camera, frequentavamo gli stessi amici. Bologna è una città stupenda, una città che ti consente di vivere in una dimensione speciale».
Infine, sempre seguendo Maifredi, l’arrivo alla Juventus, nell’estate del 1990: «A Torino sono stato accolto splendidamente. Si è creato subito un rapporto eccezionale tra i giovani ed i vecchi. Ed a creare il clima giusto hanno contribuito di certo anche Baggio e Schillaci, due campioni nella vita, non solo nel calcio. La loro qualità migliore? La semplicità, l’umiltà. hanno rappresentato un esempio per tutti».
Quella Juventus sembrava avesse tutte le carte in regole per aprire un ciclo vincente; Maifredi ed il suo “calcio champagne”, Schillaci ed il suo titolo di capocannoniere del Mondiale, Roberto Baggio e la sua immensa classe. La stagione, invece, parte malissimo con la sconfitta per 1-5 contro il Napoli, nella Supercoppa Italiana; finisce peggio, con l’esclusione dalle Coppe Europee dopo venticinque anni.
In quel campionato, Marco Antonio disputa 25 incontri, ma le sue prestazioni non sono sufficienti a garantire la conferma; così, viene prestato alla Roma. Una stagione in giallorosso ed il ritorno a Torino.
Campionato 1992-93, il secondo di Trapattoni bis; la Juventus, in campionato, è battuta ancora una volta dal Milan, ma riesce a conquistare la Coppa Uefa, grazie alle grandissime giocate di Roberto Baggio. De Marchi parte spesso dalla panchina, ma riesce a ritagliarsi una fetta di gloria; infatti, sono 29 le partite disputate, con la realizzazione di un goal, nel 5-1 casalingo contro l’Ancona.
La storia bianconera di Marco Antonio De Marchi finisce qui; alla fine di quella stagione sarà ceduto definitivamente.

1 commento:

supermfz ha detto...

povero de marchi.... nn mi sembra che abbia fatto un grande carriera, grandi squadre ma mai oltre alla sufficienza