martedì 8 settembre 2020

Marco Antonio DE MARCHI


Cinque anni fa giocava riserva nell’Ospitaletto, in C2 – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” del febbraio 1991–. Dodici presenze in tutto, prospettive di carriera quasi nulle, un allenatore (l’herreriano Mauro Bicicli) che non lo filava proprio. Eppure basta un niente, nel calcio, a proiettare un giocatore nel vivo di una realtà mai sognata fino in fondo.
Questione di fortuna, di occasioni, ma anche di feeling. Il feeling subito scattato con Gigi Maifredi, per esempio. Il feeling che ha proiettato Marco Antonio De Marchi al centro di una realtà scandita in bianco e nero ma filtrata (perdonateci l’evidente, persino troppo elementare paradosso) in technicolor.
Gigi Maifredi uomo della provvidenza, hanno scritto i biografi frettolosi. Ma ai regali piovuti dal cielo sono in pochi a credere e tra i pochi c’è anche De Marchi, che la sua fetta di popolarità se l’è ritagliata a suon di sacrifici, e di rivincite consumate in fretta. Ma è fuori di dubbio che a propiziarle, queste rivincite, abbia contribuito in maniera determinante proprio Maifredi fornendo al momento giusto stimoli e occasioni. Non è vero, De Marchi? «Se penso a Maifredi penso a un padre, a un amico, o a tutte e due le cose insieme. Lui è davvero unico nel suo genere. Di mio ci ho messo invece la volontà, il desiderio di arrivare. Sono un tipo determinato, anche se non mi scaldo facilmente, anche se posso apparire un po’ freddino».
Determinato in che senso? «Nel senso che so quello che voglio e so come ottenerlo. Credo che il mio piccolo segreto stia nella capacità di adattarmi alle situazioni. Accetto la realtà: non la subisco ma non cerco di cambiarla, visto che cambia da sola...».
E la tua quando è cambiata? «A Ospitaletto. Ho sempre creduto in me stesso, anche nei momenti grigi, ma improvvisamente ho avuto la sensazione di avere imboccato la strada giusta. Mi riusciva tutto facile. Mi impegnavo al massimo ma arrivavano anche i risultati».
Era arrivato anche Maifredi, in effetti. «È il quinto anno che sono con lui. Gli devo moltissimo. E pensare che a Ospitaletto non ci volevo proprio andare. Mi sembrava una scelta fuori luogo. Ero cresciuto nel Como, sognavo la Serie A e mi ritrovavo a fare la riserva in C2».
Al Como non hai avuto spazio. Perché? «Da un lato la concorrenza, dall’altro l’età troppo verde. In compenso ho avuto ottimi maestri, da Pereni a Bianchi. Sono entrato anche nel giro della prima squadra senza andare però oltre la panchina. Era Bianchi, l’allenatore».
Eppure Como sembrava la squadra del destino, non è così? «Sono nato a Milano, ma sono passato al Como che avevo ancora i calzoncini corti. Però ero troppo giovane per firmare un cartellino vero e proprio, così mi dirottarono alla Garibaldina, una squadra-satellite. Rimasi lì per sette stagioni prima di passare con Pereni e poi con Bianchi. Nel frattempo, naturalmente, continuavo a studiare. Sono arrivato al diploma magistrale e considero questo traguardo una mia piccola conquista».
In famiglia hai trovato ostacoli? «Ho trovato un sacco di comprensione, invece. Mio padre Giovanni lavorava alle Poste, adesso è pensionato. Mia madre Albina faceva la cameriera alla mensa dell’Intendenza di Finanza. La logica mi suggeriva di pensare allo studio prima di tutto, poi al calcio. Ma non era facile: abitavo a Milano, mi allenavo a Como, si imponevano delle scelte e i miei, devo dire, mi hanno sempre lasciato libero di decidere senza condizionamenti».
A Ospitaletto, invece, le prime delusioni... «Non è del tutto vero. Ero molto giovane, anche per questo mi facevano giocare poco. Ma siccome avevo un sacco di tempo libero mi è stato facile incontrare Katia, la donna della mia vita. Ci siamo spostati il 4 giugno scorso, pochi giorni prima di trasferirci a Torino. Il nostro rapporto però si era consolidato durante i tre anni di permanenza a Bologna, tre anni cominciati in salita, almeno sotto il profilo calcistico».
Per via dell’infortunio? «Ero arrivato a Bologna con la patente di “cocco” di Maifredi, come Cusin e Monza del resto, e sapevo di dover sfruttare l’occasione fino in fondo, facendo leva sulle mie sole forze. Ma dopo sei o sette partite, ecco la mazzata: un crac al ginocchio e i legamenti crociati da ricostruire. Altri si sarebbero messi le mani nei capelli, io ho avuto invece la fortuna dalla mia parte».
In che senso? «Mi si prospettavano due soluzioni: avrei potuto farmi operare dal professor Perugia a Roma, con tempi di recupero molto lunghi, dieci-dodici mesi, oppure dal professor Pizzetti a Torino, con tempi inferiori ma con qualche rischio in più. Però la proposta del professor Pizzetti mi era sembrata subito affascinante per gli elementi di novità che conteneva, e così mi sono affidato all’istinto».
Di che cosa si trattava? «L’articolazione del ginocchio non sarebbe stata toccata. Più semplicemente, il professor Pizzetti mi avrebbe applicato dei supporti laterali senza ricostruire il legamento crociato anteriore. Una tecnica d’avanguardia che ha dato frutti eccezionali. Dopo quattro mesi soltanto tornavo in campo: un record, ma anche una necessità».
Necessità per il Bologna? «Non ho detto questo. La necessità era soltanto mia, molto più egoisticamente. Mi sentivo sotto esame ma ancora non avevo avuto la possibilità di esprimermi al meglio. La società, peraltro, aspettava garanzie concrete prima di riconfermarmi. Insomma: in quei pochi mesi mi sono giocato la carriera. Mi è andata bene, per fortuna. L’anno successivo debuttavo addirittura in Serie A con Cusin e con il mio amico Luppi».
Tu e Luppi avete storie parallele... «Siamo coetanei e ci conosciamo da quando avevamo 16 o 17 anni, prima da avversari e poi da compagni nelle varie “under”. A Bologna siamo diventati come fratelli, dividevamo la stessa camera, frequentavamo gli stessi amici. Bologna è una città stupenda, una città che ti consente di vivere in una dimensione speciale. Proprio a Bologna ho aperto anche un’attività commerciale, un negozio di articoli per telefonia che gestisco con il mio socio Jader Zuppiroli. È anche per seguire i miei affari che torno spesso a Bologna, dagli amici».
E a Torino come sei stato accolto? «Splendidamente. Si è creato subito un rapporto eccezionale tra i giovani e i «vecchi». E a creare il clima giusto hanno contribuito di certo anche Baggio e Schillaci, due campioni nella vita, non solo nel calcio. La loro qualità migliore? La semplicità, l’umiltà. Sono giovani ma possono rappresentare ugualmente un esempio per tutti».
Sia te che Luppi, però, avete avuto problemi di ambientamento. «Siamo stati costretti a lottare, ma questo è normale. Quando un giocatore arriva alla Juve è caricato a molla, però i galloni deve conquistarseli sul campo. È capitato a me ed è capitato anche a Luppi, che tra l’altro aspettava di diventare padre ed era un po’ scosso all’inizio della stagione...».
La Juve ha cominciato un ciclo. Non credi che molte delle difficoltà siano nate proprio dall’esigenza di cambiare a tutti i costi? «Come per tutte le cose nuove, serve un po’ di tempo in più. Basta l’assenza di un giocatore e i meccanismi saltano».
Julio Cesar? «Quando manca lo si avverte. È un grosso campione. Uno da Juve».
Come chi, per esempio? «Come Montezemolo. L’avvocato ci è molto vicino, ci carica. È un personaggio assolutamente eccezionale, un vincente. Ha una grinta incredibile».
E l’altro avvocato, Gianni Agnelli? «Lo abbiamo visto meno. È venuto a Lucerna in occasione della prima uscita: mi ha dato l’impressione di possedere un carisma davvero unico. Boniperti? Purtroppo non l’ho conosciuto. Ci siamo fermati al saluto».
E la Juve, come squadra, non come società, che impressione ti fa? «Ha grosse potenzialità che deve ancora esprimere. Non siamo riusciti a ingranare del tutto, però ci stiamo sbloccando. È una questione di schemi: basta provare e riprovare…».
Per molti di voi, soprattutto i giovani, la Juve rappresenta l’occasione della vita. Ne siete coscienti? «Io sì. E so anche di non aver dato ancora il meglio. In alcune occasioni mi esprimo su livelli discreti, in altre sono sotto la media».
Che cosa ti manca? «La sicurezza che deriva dall’esperienza. Ma è una questione di tempo. Devo essere più continuo: tutto qui».
In quale occasione pensi di aver dato il meglio di te? «Contro il Torino, nel secondo tempo. Lì mi sono piaciuto».
E la tua prova peggiore? «Ogni tanto penso al pareggio interno con il Cagliari. Davvero assurdo. Ci siamo fatti rimontare con una punizione un po’ così e con un gol che avremmo dovuto e potuto evitare. Il tutto aggravato dal fatto che il Cagliari era sembrato quasi impotente...».
Qual è il vostro difetto più evidente, dunque? «La mancanza di concentrazione. Ma è un difetto che stiamo perdendo per strada».
E la virtù più rimarchevole? «Lo spirito di gruppo. E la voglia di vincere».
Chi arriva a giocare nella Juve, di solito, fa un pensierino pure alla Nazionale. È così anche per te? «Non arrivo a tanto. Ci sono giocatori, nel mio ruolo, troppo forti. Mi basterebbe essere all’altezza della Juve: per ora la mia motivazione è questa. E mi basta».
L’impressione che offri è quella di un grande equilibrio. È un’impressione fittizia? «È vicina alla realtà. Non sono il tipo da emozioni violente, né nel calcio, né nella vita».
Un tipo rilassato e rilassante: è così? «Credo di sì. Ho gusti semplici persino nella musica. Non mi piace il rock duro, tanto per chiarire».
Ma la vita di Torino ti costringerà a cambiare qualcosa, non pensi? «Per ora ho cambiato la macchina. Sono passato dalla Mercedes 250 diesel alla Thema 16 valvole. Una scelta naturale. In pieno stile Juve...».

Quella Juventus sembrava avesse tutte le carte in regole per aprire un ciclo vincente; Maifredi e il suo calcio champagne, Schillaci e il suo titolo di capocannoniere del Mondiale, Roberto Baggio e la sua immensa classe. La stagione, invece, parte malissimo con la sconfitta per 1-5 contro il Napoli, nella Supercoppa Italiana; finisce peggio, con l’esclusione dalle Coppe Europee dopo 25 anni!
In quel campionato, Marco Antonio disputa 25 incontri, ma le sue prestazioni non sono sufficienti a garantire la conferma; così, è prestato alla Roma. Una stagione in giallorosso e il ritorno a Torino.
Campionato 1992-93, il secondo di Trapattoni bis; la Juventus, in campionato, è battuta ancora una volta dal Milan, ma riesce a conquistare la Coppa Uefa, grazie alle grandissime giocate di Roberto Baggio. De Marchi parte spesso dalla panchina, ma riesce a ritagliarsi una fetta di gloria; infatti, sono 29 le partite disputate, con la realizzazione di un goal, nel 5-1 casalingo contro l’Ancona.
La storia bianconera di Marco Antonio De Marchi finisce qui; alla fine di quella stagione sarà ceduto definitivamente.

1 commento:

Anonimo ha detto...

povero de marchi.... nn mi sembra che abbia fatto un grande carriera, grandi squadre ma mai oltre alla sufficienza