giovedì 7 settembre 2017

Luigi PASETTI

Arriva alla Juventus ventiduenne dalla Spal, che è da sempre fucina di campioni – racconta Gianni Giacone – e dimostra subito di saperci fare, tanto da essere convocato da Bearzot, tecnico dell’Under 23. Il suo è un arrivo quasi in punta di piedi; i tifosi parlano degli acquisti boom, di Haller e di Anastasi ed è naturale che il nome di Pasetti compaia solo in secondo piano. I tifosi, però, si rendono conto che si sta forgiando una Juventus tutta nuova. Arrivata l’anno prima, campionato 1967-68, al prestigioso traguardo della semifinale di Coppa dei Campioni, la società bianconera chiude un ciclo di transizione e ne apre un altro che si vorrebbe pieno di trionfi, naturalmente. In questa squadra dal tessuto nuovo per cinque undicesimi Pasetti, difensore che non disdegna le sgroppate fluidificanti, cerca con impegno un posto al sole. È tutt’altro che semplice, perché il reparto arretrato è il meno toccato dalle novità. A parte l’anziano e pacato Giuliano Sarti, portiere alla terza o quarta giovinezza, l’unico nuovo è praticamente proprio lui, Pasetti. Gli altri, dal libero Tino Castano allo stopper Roccia Bercellino, sono ancora quelli del tredicesimo scudetto. È naturale che Heriberto confermi il blocco, almeno in partenza.
Per Pasetti, non tarda ad arrivare il momento buono: infortuni in serie tolgono di mezzo qualche titolare sin dalla fase del precampionato, così a Bergamo, alla prima giornata di campionato, Pasetti è il terzino destro della Juventus che fa intravedere mirabilie all’attacco (Anastasi realizza una doppietta memorabile) ma che è traballante proprio in difesa. Finisce 3-3, e i tifosi sono scontenti; prima, difesa imperforabile ma poca forza penetrativa davanti, adesso problemi opposti. Chiaro che la responsabilità non è solamente dei difensori, men che meno di Pasetti: è il centrocampo, che delude tantissimo, la mancanza di un uomo che sostituisca degnamente Cinesinho si fa sentire e invano si chiede all’uno o all’altro di svolgere l’ingrato compito di giocare a tutto campo. Benetti e lo stesso Haller non trovano la giusta posizione, sicché si va avanti alla meno peggio, anche se la classifica è più che dignitosa.
Heriberto lo avvicenda per qualche partita con Roveta e lo porta al suo fianco in panchina. Due, tre partite come tredicesimo inutilizzato e poi, finalmente, il rientro. Che coincide con un derby vinto: 17 novembre, Juventus subito in vantaggio con Menichelli e Torino arrembante, che non riesce a pareggiare. E quando riesce a farlo, con l’ex Combin, ecco che si scatena Anastasi; il suo goal risolve la partita allo scadere, ma c’è stata gloria anche per Pasetti, che ha svolto su Facchin un lavoro niente male. La gente comincia ad apprezzare questo oscuro faticatore che corre in modo atipico, pare quasi che inciampi ad ogni passo, ma costringe la sua punta a recuperi avventurosi. Sette giorni dopo c’è la matricola Pisa al Comunale: è un incontro facile facile sulla carta, ma i toscani difendono bene, guidati dalla grande esperienza di Gonfiantini. Le punte bianconere sono in crisi. Ci pensa El Paso con una delle sue discese, conclusa da un tiro cross che beffa il portiere pisano. Roba da non credersi!
Ma intanto non è che la fortuna lo assista, considerato che proprio nell’incontro che lo scopre nell’inedita veste di realizzatore, gli capita di prendere qualche calcione di troppo. Niente di grave, ma la caviglia malconcia gli impedisce di giocare a Napoli e quando rientra, contro il Milan, le cose si mettono di nuovo male, per lui e per la Juventus. Deve marcare Hamrin ma El Paso davvero non c’è, lo scadimento di forma è addirittura incredibile, o forse è solo questione di concentrazione. Fatto sta che, quando finalmente l’ex-spallino riesce a prendere le misure del milanista, Hamrin ha già avuto tempo e modo di segnare la rete decisiva. Per Pasetti è proprio un momento negativo; la domenica dopo tocca a Bui, a Verona, metterlo nei guai. Fortuna che il momentaccio finisce qui: la parte centrale del torneo, infatti, lo vede rigenerato in una difesa che riacquista poco per volta l’antica solidità e, per Pasetti, non mancano le occasioni per meritarsi elogi. A Firenze, per esempio, in una giornata in cui molti juventini giocano maluccio e pasticciano, Pasetti è tra i migliori in campo. Si comporta bene anche la domenica successiva, nel turno casalingo con la Sampdoria.
La stagione si avvia al termine senza eccessivi scossoni e per El Paso arrivano momenti interessanti, come la partita con il Milan a San Siro, dove Heriberto, senza ali di ruolo da affiancare a Menichelli, lo schiera con il numero sette. Chiaro che Pasetti non può fare i miracoli, terzino era e terzino rimane, ma qualcuno pensa che, come jolly, potrebbe essere una buona soluzione per il campionato successivo. Non sarà così. L’anno dopo nuova rivoluzione, con la speranza che sia davvero la volta buona. E Pasetti è dirottato al Sud, da dove ritorna in bianconero Furino già detto Furia, che a Palermo si è consacrato come campione di rango. Per El Paso, l’avventura juventina si conclude così.


GIULIO C. TURRINI, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 1968
Questa volta, Heriberto tocca l’optimum. Vogliamo dire che lui, il profeta del “movimiento”, ha acquistato in Luigi Pasetti il movimento fatto uomo. Non sapremmo trovare una definizione più calzante per il ragazzo ferrarese; o ancora, potremmo indicare in Pasetti il sostituto più testuale che la Juventus potesse trovare per Adolfo Gori. È caldo, siamo a metà estate, il calcio sembra ancora un frutto acerbo, benché un po’ ovunque si stiano radunando (o si siano già radunate) le squadre, per le loro grandi manovre in collina; è presto, insomma; e parlare di partite, e soprattutto di tattiche e di formazioni sembra maledettamente fuori tempo. Eppure, ci vien l’uzzolo di predire a Pasetti un posto di titolare nella Juventus potenziata della stagione 1968-69, soprattutto perché del ragazzo conosciamo le qualità, singolarmente congeniali ai gusti di Heriberto Herrera.
La storia di Pasetti è la storia semplice, diciamo pure umile (e gli faremo un elogio), di un ragazzo che nasce pochi mesi dopo la fine della guerra, il 9 settembre 1945, a Francolino, che è un paese che dista cinque o sei chilometri da Ferrara, di fianco al Po. La sua famiglia è modesta, il papà divide il suo lavoro in settori che direste distanti migliaia di anni luce l’uno dall’altro: fa un po’ il calzolaio e un po’ il pescatore. Ed è questa seconda attività di pescatore, in cerca di qualcosa di commestibile nelle pigre anse del fiume, che papà Pasetti trasmetterà al figlio; se a Gigi Pasetti domandate quale sia il suo hobby, lui vi risponderà: «Caccia e pesca, soprattutto pesca». Lo ritroveremo a Ferrara (giocatore di Serie A esemplare per impegno e per rendimento) pronto tuttavia a scappare verso il fiume, trovando un comodo alleato nell’allenatore delle squadre minori della Spal che è Giambattista Fabbri, un uomo coscienzioso e riservato. Il secondo pigmalione di Pasetti, diciamo. Perché il vero pigmalione del ragazzo lo dobbiamo trovare, come spesso, in Paolo Mazza, indomito rabdomante di campioni. Se vogliamo restare alla similitudine, diciamo semplicemente che Mazza è un pescatore sornione che ogni anno butta le sue reti un po’ ovunque. Le lancia anche in direzione del Po, è ovvio. I pesciolini restano impigliati nelle reti, e vengono portati a Ferrara. Qui crescono, qui diventano merce pregiata.
Con Pasetti, che ha un compromesso con il Francolino (squadra modesta che vive alla giornata) e che tuttavia gioca per una compagine ancora più piccola della quale nessuno ricorda il nome, Mazza realizza uno dei suoi prodigi. Se la Spal vive, è attraverso questi miracoli. Spal, lo sapete, vuol dire Società Polisportiva Ars et Labor, dove Ars significa ovviamente Arte, e dove Labor (il latino ce l’insegna) più che il concetto di lavoro esprime quello della fatica. La fatica di tirare avanti così, operosamente, a forza di salti mortali. Un altro miracolo di Mazza, dicevamo, che nel caso di Pasetti si traduce nel rapporto approssimativo di uno a tremila: acquistato per cinquantamila lire, venduto per milioni centoquaranta, sessanta subito, ottanta l’anno venturo. La carriera ferrarese di Pasetti è lineare. Allievo, De Martino, riserva, titolare. L’esordio avviene nel campionato 1963-64, un anno maledetto per la Spal, che costa alla squadra di Mazza la retrocessione in Serie B dopo tredici campionati di A. Pasetti viene lanciato in prima squadra a Bologna, in quello che viene chiamato il Derby del Reno. Adesso, arrivando a Torino, Pasetti troverà Haller, che fu il suo avversario di quella giornata, un avversario strapotente, al massimo della condizione. Il Bologna, oltretutto, quell’anno stava galoppando in testa al campionato e avrebbe vinto io scudetto, nella finalissima romana con l’Inter. La partita con la Spal si giocò fuori data, per un rinvio stabilito all’indomani dell’esplosione del clamoroso caso doping.
Pasetti contro Haller, dunque. Il ragazzo comincia benino, benché il panzer dilaghi un po’ ovunque. Si estenua all’inseguimento del tedesco, il nostro Pasetti, fa l’impossibile, lui che comincia proprio ora. C’è un pallone a metà campo, lo ricordiamo bene, e Haller scatta violentemente; Pasetti tenta l’inseguimento ingrato, si ferma subito. Stiramento; la partita è conclusa. Un inizio scoraggiante, se vogliamo. Ma Pasetti ha doti autentiche in serbo, e quando sarà il momento le butterà fuori. In Serie B, Pasetti partecipa attivamente al campionato della rinascita: in un anno, la Spal ritorna in Serie A. Poi, gioca intensamente i tre anni successivi, quasi novanta partite. Gioca terzino destro, gioca mediano, gioca stopper, gioca libero, gioca dove lo mettono. Gioca bene in ogni ruolo. È una delle forze più concrete della Spal. Va in tournée in Inghilterra. Va con gli Under 23. Gioca a Trieste contro gli inglesi, 1-1. È in quest’occasione che lo vede all’opera Heriberto Herrera. Heriberto è a Valmaura, e tutti vogliono indovinarne le intenzioni. Vieri? Riva? Cresci? Heriberto non dice nulla a nessuno. Gli piace Pasetti, ecco tutto. Nel suo gioco difensivo, Heriberto teme di avere perduto la carta Gori, tatticamente così importante. Questo Pasetti è forse meno scaltro, ma può essere che sia addirittura più dinamico e più continuo di Gori. È una logica sostituzione di pezzi e senza nemmeno cambiare casa produttrice.
Lui, Pasetti, è felicissimo. Tocca il cielo con un dito. Prima, lo trattava il Palermo, perché Di Bella è un allenatore che tiene gli occhi aperti. Il Palermo offrì cento, centocinque, centodieci; poi venne fuori la Juve a dire centoquaranta; e al Palermo non restò che prendere Reja, se proprio voleva uno spallino, e prendere Gori se proprio voleva un difensore di quel tipo. A Ferrara la partenza di Pasetti, enfant du pays, ha lasciato un po’ di amarezza; lo criticavano qualche volta per… quell’ultimo passaggio avventato, ma individuavano facilmente in lui lo spiritaccio della Spal, sempre viva, sempre disposta alla battaglia. Il giocatore ha una notevole base tecnica, una confortante conoscenza del pallone e delle esigenze del calcio moderno. Sa quel che vuole. Ha già rimesso a nuovo la casetta poco distante dal Po, dove vivono i suoi e la sorellina. È fidanzato con una ragazza del suo paese, una ragazza che sta per diplomarsi maestra. Nel suo fresco, breve passato c’è anche un segno, quasi una predestinazione. Il suo unico goal di Serie A, Pasetti l’ha segnato a Torino, nel settembre del 1966: con quel goal, portò in vantaggio la Spal, tuttavia battuta nel finale. Un solo goal fatto a Torino; ma con l’avvertenza di segnarlo al Torino, mica alla Juve…
Ma tutto sommato, la predestinazione la troviamo più facilmente nella comune radice padana. Pasetti è nato sul Po, a pochi chilometri dal delta. Nella sua vita, ha dovuto subito nuotare controcorrente, e l’ha fatto con robuste bracciate. Nuotando contro corrente, Pasetti ha risalito il Po ed ha toccato felicemente riva a Torino.

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