mercoledì 9 settembre 2020

Luigi PASETTI


Alla Juve arriva ventiduenne – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del novembre 1972 – dalla Spal, che è da sempre fucina di campioni: come terzino ha dimostrato subito di saperci fare, tanto che il suo nome figura nella lista di Bearzot tecnico della «Under 23». Ma il suo è un arrivo quasi in punta di piedi: si capisce che i tifosi parlano degli acquisti-boom, di Haller e di Anastasi vale a dire, e che il nome di Pasetti compare solo in secondo piano.
Il fatto è che si sta forgiando una Juve tutta nuova: arrivata l’anno prima (‘67-68) al prestigioso traguardo della semifinale di Coppacampioni, la società bianconera chiude un ciclo di transizione e ne apre un altro che si vorrebbe subito di trionfi almeno caserecci.
In questa squadra dal tessuto nuovo per cinque undicesimi Pasetti, difensore che pure non disdegna le sgroppate fluidificanti, cerca con impegno un posto al sole, e talvolta lo trova. Ma è tutt’altro che semplice: il reparto arretrato è il meno toccato dalle novità, a parte l’anziano e pacato Giuliano Sarti, portiere alla terza o quarta giovinezza, l’unico nuovo e praticamente proprio lui, Pasetti. Gli altri, dal «libero» Tino Castano allo stopper «Roccia» Bercellino, sono ancora quelli del tredicesimo scudetto.
Naturale che Heriberto confermi il blocco, almeno in partenza. E tuttavia per Pasetti viene il momento buono: infortuni in serie tolgono di mezzo qualche titolare sin dalla fase precampionato, sicché a Bergamo, «prima» di campionato, Pasetti è il terzino destro della Juve che fa intravedere mirabilie all’attacco (Anastasi realizza una doppietta memorabile) ma che è traballante alquanto, ohimè, proprio in difesa. Finisce tre a tre, no, non ci siamo proprio; prima, difesa imperforabile ma poca forza penetrativa davanti, adesso problemi opposti.
Chiaro che in questo non c’è solo la responsabilità dei difensori, men che mai di Pasetti: il centrocampo, quello delude alquanto, la mancanza di un uomo che sostituisca degnamente Cinesinho si fa sentire, e invano si chiede all’uno o all’altro di svolgere l’ingrato compito di giocare a tutto campo. Benetti e lo stesso Haller non trovano la giusta posizione, sicché si va avanti alla meno peggio, anche se la classifica è più che dignitosa. E Pasetti? Heriberto lo avvicenda per qualche partita con Roveta, e lo porta al suo fianco in panchina. Due, tre partite come tredicesimo inutilizzato e poi, finalmente, il rientro. Che coincide con un derby vinto, niente di meno. Diciassette novembre, Juventus subito in vantaggio con Menichelli e Toro arrembante che non passa fino all’intervallo. E quando finalmente riesce a segnare con l’«ex» Combin, ecco che si scatena Anastasi: il suo gol risolve la partita all’88’, ma c’è stata gloria anche per Pasetti, che ha svolto su Facchin un lavoro niente male.
La gente comincia ad apprezzare questo oscuro faticatore che corre in modo atipico, pare quasi che inciampi ad ogni passo, e intanto costringe la «sua» punta a recuperi avventurosi. Sette giorni dopo il derby c’è la matricola Pisa al Comunale, è un incontro facile facile sulla carta, ma i toscani difendono bene, guidati dalla vecchia volpe Gonfiantini. Le punte bianconere pare proprio che non riescano a passare: ma tranquilli, ci pensa «El Paso» con una delle sue discese «alla Furino» conclusa da un tiro-cross che beffa il portiere pisano. Roba da non credersi: ma intanto non è che la fortuna lo assista, visto che proprio nell’incontro che lo scopre nell’inedita veste di realizzatore gli capita di buscarsi qualche calcione di troppo. Niente di grave, ma la caviglia malconcia gli impedisce di giocare a Napoli, e quando rientra, contro il Milan, le cose si mettono di nuovo male, per lui e per la Juve. Deve marcare Hamrin, ma «El Paso» davvero non c’è, lo scadimento di forma è addirittura incredibile, o forse è solo questione di concentrazione, il fatto è che quando finalmente l’ex-spallino riesce a prendere le misure del milanista, questo ha già avuto tempo e modo di segnare la rete decisiva.
Un caso? Macché, per Pasetti è proprio un momento gramo, la domenica dopo tocca a Bui, a Verona, metterlo nei guai. Fortuna che il momentaccio finisce qui: la parte centrale del torneo, infatti, lo vede rigenerato in una difesa che riacquista poco per volta l’antica solidità: per Pasetti non mancano le occasioni per meritarsi elogi; a Firenze, per esempio, in una giornata in cui molti juventini giocano maluccio e pasticciano, Pasetti è tra i migliori in campo. E bene si comporta anche la domenica dopo, nel turno casalingo con la Sampdoria.
La stagione si avvia al termine senza eccessivi scossoni, e per «El Paso» vengono momenti interessanti alquanto, vedi partita col Milan a San Siro, dove Heriberto, senza ali di ruolo da affiancare a Menichelli, lo schiera col numero sette. Chiaro che Pasetti non può fare i miracoli, terzino era e terzino rimane, ma qualcuno trova che come «jolly» potrebbe forse essere la trovata buona per il campionato successivo...
Macché; ricordate tutti come andò a finire, è storia di ieri. L’anno dopo cambia di nuovo tutto, con la speranza che sia davvero la volta buona. E Pasetti viene dirottato al Sud, da dove ritorna nel contempo all’ovile Furino già detto Furia, che a Palermo si è consacrato campione di rango.
Per «El Paso» la Juventus è già dietro l’angolo...


GIULIO C. TURRINI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1968
Questa volta, Heriberto tocca l’optimum. Vogliamo dire che lui, il profeta del «movimiento», ha acquistato in Luigi Pasetti il movimento fatto uomo. Non sapremmo trovare una definizione più calzante per il ragazzo ferrarese; o ancora, potremmo indicare in Pasetti il sostituto più testuale che la Juventus potesse trovare per Adolfo Gori. È caldo, siamo a metà estate, il calcio sembra ancora un frutto acerbo, benché un po’ ovunque si stiano radunando – o si siano già radunate – le squadre, per le loro grandi manovre in collina; è presto, insomma; e parlare di partite, e soprattutto di tattiche e di formazioni sembra maledettamente fuori tempo. Eppure, ci vien l’uzzolo di predire a Pasetti un posto di titolare nella Juventus potenziata della stagione 1968-69, soprattutto perché del ragazzo conosciamo le qualità, singolarmente congeniali ai gusti di Heriberto Herrera.
La storia di Pasetti è la storia semplice, diciamo pure umile (e gli faremo un elogio), di un ragazzo che nasce pochi mesi dopo la fine della guerra, il 9 settembre 1945, a Francolino, che è un paese che dista cinque o sei chilometri da Ferrara, di fianco al Po. La sua famiglia è modesta, il papà divide il suo lavoro in settori che direste distanti migliaia di anni luce l’uno dall’altro: fa un po’ il calzolaio e un po’ il pescatore. Ed è questa seconda attività di pescatore, in cerca di qualcosa di commestibile nelle pigre anse del fiume, che papà Pasetti trasmetterà al figlio; se a Gigi Pasetti domandate quale sia il suo «hobby», lui vi risponderà: «Caccia e pesca, soprattutto pesca». Lo ritroveremo a Ferrara (giocatore di Serie A esemplare per impegno e per rendimento) pronto tuttavia a scappare verso il fiume, trovando un comodo alleato nell’allenatore delle squadre minori della Spal che è Giambattista Fabbri, un uomo coscienzioso e riservato. Il secondo pigmalione di Pasetti, diciamo.
Perché il vero pigmalione del ragazzo lo dobbiamo trovare, come spesso, in Paolo Mazza, indomito rabdomante di campioni. Se vogliamo restare alla similitudine, diciamo semplicemente che Mazza è un pescatore sornione che ogni anno butta le sue reti un po’ ovunque. Le lancia anche in direzione del Po, è ovvio. I pesciolini restano impigliati nelle reti, e vengono portati a Ferrara. Qui crescono, qui diventano merce pregiata.
Con Pasetti, che ha un compromesso con il Francolino – squadra modesta che vive alla giornata – e che tuttavia gioca per una compagine ancora più piccola della quale nessuno ricorda il nome, Mazza realizza uno dei suoi prodigi. Se la Spal vive, è attraverso questi miracoli. Spal – lo sapete – vuol dire Società Polisportiva Ars et Labor, dove Ars significa ovviamente Arte, e dove Labor – il latino ce l’insegna – più che il concetto di lavoro esprime quello della fatica. La fatica di tirare avanti così, operosamente, a forza di salti mortali. Un altro miracolo di Mazza, dicevamo, che nel caso di Pasetti si traduce nel rapporto approssimativo di «uno a tremila»: acquistato per L. 50.000, venduto per milioni centoquaranta, sessanta subito, ottanta l’anno venturo.
La carriera ferrarese di Pasetti è lineare. Allievo, De Martino, riserva, titolare. L’esordio avviene nel campionato 1963-64, un anno maledetto per la Spal, che costa alla squadra di Mazza la retrocessione in Serie B dopo tredici campionati di A. Pasetti viene lanciato in prima squadra a Bologna, in quello che viene chiamato il «derby del Reno». Adesso, arrivando a Torino, Pasetti troverà Haller, che fu il suo avversario di quella giornata, un avversario strapotente, al massimo della condizione. Il Bologna, oltretutto, quell’anno stava galoppando in testa al campionato e avrebbe vinto lo scudetto, nella finalissima romana con l’Inter. La partita con la Spal si giocò fuori data, per un rinvio stabilito all’indomani dell’esplosione del clamoroso «caso doping».
Pasetti contro Haller, dunque. Il ragazzo comincia benino, benché il «panzer» dilaghi un po’ ovunque. Si estenua all’inseguimento del tedesco, il nostro Pasetti, fa l’impossibile, lui che comincia proprio ora. C’è un pallone a metà campo, lo ricordiamo bene, e Haller scatta violentemente; Pasetti tenta l’inseguimento ingrato, si ferma subito. Stiramento; la partita è conclusa. Un inizio scoraggiante, se vogliamo. Ma Pasetti ha doti autentiche in serbo, e quando sarà il momento le butterà fuori.
In Serie B, Pasetti partecipa attivamente al campionato della rinascita: in un anno, la Spal ritorna in Serie A. Poi, gioca intensamente i tre anni successivi, quasi novanta partite. Gioca terzino destro, gioca mediano, gioca stopper, gioca libero, gioca dove lo mettono. Gioca bene in ogni ruolo. È una delle forze più concrete della Spal.
Va in «tournée» in Inghilterra. Va con gli «Under 23». Gioca a Trieste contro gli inglesi, 1 a 1. È in quest’occasione che lo vede all’opera Heriberto Herrera. Heriberto è a Valmaura, e tutti vogliono indovinarne le intenzioni. Vieri? Riva? Cresci? Heriberto non dice nulla a nessuno. Gli piace Pasetti, ecco tutto. Nel suo gioco difensivo, Heriberto teme di avere perduto la carta-Gori, tatticamente così importante. Questo Pasetti è forse meno scaltro, ma può essere che sia addirittura più dinamico e più continuo di Gori. È una logica sostituzione di pezzi e senza nemmeno cambiare Casa produttrice.
Lui, Pasetti, è felicissimo. Tocca il cielo con un dito. Prima, lo trattava il Palermo, perché Di Bella è un allenatore che tiene gli occhi aperti. Il Palermo offrì cento, centocinque, centodieci; poi venne fuori la Juve a dire centoquaranta; e al Palermo non restò che prendere Reja, se proprio voleva uno spallino, e prendere Gori se proprio voleva un difensore di quel tipo. A Ferrara la partenza di Pasetti, «enfant du pays», ha lasciato un po’ di amarezza; lo criticavano qualche volta per... quell’ultimo passaggio avventato, ma individuavano facilmente in lui lo spiritaccio della Spal, sempre viva, sempre disposta alla battaglia.
Il giocatore ha una notevole base tecnica, una confortante conoscenza del pallone e delle esigenze del calcio moderno. Sa quel che vuole. Ha già rimesso a nuovo la casetta poco distante dal Po, dove vivono i suoi e la sorellina. È fidanzato con una ragazza del suo paese, una ragazza che sta per diplomarsi maestra. Nel suo fresco, breve passato c’è anche un segno, quasi una predestinazione. Il suo unico goal di Serie A, Pasetti l’ha segnato a Torino, nel settembre del ‘66: con quel goal, portò in vantaggio la Spal, tuttavia battuta nel finale. Un solo goal fatto a Torino; ma con l’avvertenza di segnarlo al Torino, mica alla Juve...
Ma tutto sommato, la predestinazione la troviamo più facilmente nella comune radice padana. Pasetti è nato sul Po, a pochi chilometri dal delta. Nella sua vita, ha dovuto subito nuotare controcorrente, e l’ha fatto con robuste bracciate. Nuotando contro corrente, Pasetti ha risalito il Po ed ha toccato felicemente riva a Torino.

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