martedì 13 settembre 2016

Luigi BERTOLINI

«Sono nato a Busalla, nel 1904, per caso. La mamma, prossima all’evento, abitava ad Alessandria, dov’era nata. Mio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. S’imbarcò per l’America che ero ancora bambino. Faceva il pittore e si aggiustava a suonare la chitarra. Un fratello di mamma aveva un negozio di frutta e verdura. Come ebbi l’età e la forza di lavorare mi volle con sé. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino presto, verso le quattro, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera, a sera, andava a scuola. Diploma di Arti e mestieri, licenza commerciale, medaglia d’oro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in piazzetta a giocare alla palla. Di stracci, mica con il pallone vero. Ci davo dentro un paio di ore, poi la fame e il sonno mi inducevano a smetterla.
Mi ero fatto, con gli anni, lungo e secco. Abile comunque per il servizio di leva nel 22° Fanteria. Si era nel 1924 e il football cominciava davvero a fare strada. Si disputò persino un torneo militare ed ebbi, con la squadra reggimentale, il mio primo titolo italiano: campione militare di calcio. Da notare che giocavo centravanti, segnando fior di goal con la testa, già ricoperta dalla benda bianca che poi mi fu quasi d’emblema per il resto della carriera. Finito il servizio di leva raggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro e in due la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo. Un giorno l’amico mi avvertì di aver parlato di me ai dirigenti del Savona, che a quel tempo militava in Serie B. Gli chiesi se era impazzito. Mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte giocare ad Alessandria sulle piazze o nella Borsalino che era convinto di non sbagliare. Piuttosto incerto mi recai alla prova. Un’ora dopo firmavo un contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: venticinque lire al mese, oltre ad un lavoro all’Ilva acciaierie d’Italia. Finii il torneo come capocannoniere».
Proprio i suoi goal lo resero famoso e i dirigenti dell’Alessandria, che se lo erano lasciato scappare nel 1925, lo riebbero per la cifra di 1.000 lire, con l’intenzione di farne il centravanti di riserva. Gli avevano anche promesso un lavoro, ma questa promessa non fu mai mantenuta; così, per tirare avanti, il nostro Luigi si adattò a molti umili espedienti di modestissimo guadagno, come vendere giornali o aggiustare biciclette. Una vita di sacrifici. Numerose volte, forse per dare una dimostrazione non necessaria della sua forza d’animo, Bertolini raccontò incredibili avventure legate al tempo della sua giovinezza.
«Allenatore dell’Alessandria era Carcano. Vedendomi all’opera nelle riserve si chiedeva perché mai giocassi bene il primo tempo e nel secondo non facessi altro che cadere a terra. Venne finalmente a domandarmelo e gli risposi che con venticinque lire alla settimana non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioche. Il giorno dopo venivo messo a pensione all’albergo Croce Verde dove iniziai un duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le più grosse bistecche che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore e in pochi mesi passai alla prima squadra».
Non avendo il posto di titolare in prima squadra, Bertolini doveva provvedere alla propria attrezzatura di gioco; lo faceva abitualmente, acquistando scarponi militari alla Cittadella e sostituendo i bulloni ai chiodi, in modo da essere a posto con il regolamento calcistico. Ma quando, imponendosi con le armi della tecnica e del coraggio, conquistò il posto in prima squadra, le scarpe cominciò a riceverle dal magazziniere.
L’esordio avvenne presto. «Era di scena ad Alessandria il fortissimo Torino, quando si ammalò il mediano Papa. Carcano mi cercò (era di sabato) e mi avvertì che il giorno seguente avrei esordito in serie A. “Giocherai mediano” mi disse svelto e se ne andò. Gli corsi appresso: “Come mediano? Ma se sono il centravanti delle riserve. Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino”. “Non ti preoccupare” fu la risposta “gioca come sai e andrà tutto bene”. Vincemmo per 3-1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni e impararono a conoscermi. Divenni, in un’ora e mezzo, l’idolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d’estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno».
In campo, Bertolini, dava l’impressione di spendere all’inizio tutte le energie che aveva in corpo. Spesso, a metà partita, sembrava già in riserva sfiancato e sfiatato; ma non era che un’impressione. Il giocatore alessandrino era come un motore con il compressore che gira più del suo regime normale e Bertolini recuperava sempre: all’ultimo minuto era ancora quello del primo tempo, sempre con l’aspetto di un atleta sfinito che, miracolosamente, era arrivato alla fine della partita. Dove giocava lui, la zona risultava effettivamente coperta, lì non c’erano falle o buchi, né vuoti improvvisi. Sembrava che catturasse palloni facendoseli calamitare sulla fascia bianca che gli legava la fronte.
Quando si trasferì alla Juventus, l’Alessandria mise nelle casse sociali la bellezza di 150.000 lire. A Bertolini non andò neppure una lira. Ma il barone Mazzonis, con esemplare magnanimità, gli pagò in anticipo lo stipendio di agosto, mese che di norma restava fuori dal contratto, poiché la paga correva da settembre a luglio, quando, cioè, si giocava. E Bertolini, nell’euforia del recentissimo ingaggio, si precipitò ad Alassio, a quei tempi rinomatissimo luogo di villeggiatura, spiaggia mondana e tentatrice, dove pullulavano le belle donne. Il neo bianconero ad Alassio dovette folleggiare non poco, perché era giovane, bello e felice. Ma il vice presidente Mazzonis, inevitabilmente, lo venne a sapere e nel giro di pochi giorni lo richiamò in sede con un telegramma, per rispedirlo di volata a finire le ferie a Forte dei Marmi, dove già c’erano Carlo Carcano e Giovanni Ferrari: al riparo, dunque, da ogni follia. E il buon Bertolini sorrideva, nostalgicamente, ogni qual volta rievocava queste cose.


INTERVISTATO NEL 1966
L’anno 1928 mi portò davvero fortuna. Fu per me una stagione meravigliosa che coronai con l’esordio in maglia azzurra contro il Portogallo. Vincemmo per 6-1, grazie anche all’apporto superbo della prima linea che contava sul fantastico Orsi, oltre che sul centravanti Sallustro. In due anni ero passato dai prati di piazza d’Armi agli stadi che ospitavano le vedette del calcio mondiale. Nel 1929 affrontai vittorioso la Juventus. Una gara memorabile. L’Alessandria schierò: Curti; Viviano e Casta; Lauro, Gandini e Bertolini; Cattaneo, Avalle, Canchero, Ferrari e Chierico. Vincemmo 1-0 con un goal di Chierico.
Al termine del campionato l’Alessandria iniziò la smobilitazione. Se ne andò l’allenatore Carcano (alla Juventus) portandosi appresso Ferrari. E fu proprio Gioanin a caldeggiare con Carcano il mio acquisto l’anno successiva. La cifra di cessione fu di 150.000 lire. Il mio stipendio passò di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili. Quando lessi il contratto mi parve di diventare matto. Di, cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare. E poi c’erano i premi di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi. Nelle file bianconere assaporai davvero l’ebbrezza della fama. Fu una specie di girotondo quasi fiabesco. Alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte d’Italia. Erano anni dorati. Vinsi in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935.
Ricordo con particolare emozione un campionato conquistato allo spasimo, dopo un estenuante inseguimento all’Ambrosiana che pareva irraggiungibile. A sette domeniche dalla conclusione eravamo cinque punti dietro i neroazzurri. All’ultima giornata il vantaggio dei milanesi era ridotto a un solo punto. Entrambe le squadre giocavano in trasferta: la Juventus a Firenze, l’Inter a Roma contro la Lazio. I neroazzurri furono sconfitti, noi vincemmo per 1-0 con un goal di Giovanni Ferrari.
Due incidenti piuttosto seri mi capitarono nel periodo juventino. La frattura di una tibia contro la Triestina per un violento colpo subito ad opera dell’ala giuliana Mian. La frattura di due costole in un match internazionale contro l’Ungheria, da noi vinto. L’ala magiara Markos, un tracagnotto veloce e grintoso, per difendersi da una mia carica mi piazzò il gomito dritto nel petto. Sentii un dolore acutissimo, credetti di svenire. Mi ripresi subito, ma finii la gara piegato in due per il dolore.
Tra i miei ricordi più belli, la gara oramai famosa di Londra, quando l’Inghilterra ci sconfisse per 3-2 dopo averci inflitto tre reti (a zero) nel primo tempo. Lo stadio di Highbury ribolliva come un vulcano. Poco prima dell’inizio Pozzo mi ordinò di togliermi la benda bianca che mi cingeva la fronte, alla quale era abituato oramai da anni. Gli inglesi, mi spiegò Pozzo, non accettavano quella piccola mania, definendola esibizionistica. Me la tolsi a malincuore. Senza quella benda candida sulla fronte mi pareva d’esser nudo di fronte a 100.000 spettatori. Nel clima rovente della battaglia di Highbury scordai benda e ogni altra cosa. Monti si fece male, frattura a un piede, dopo pochi minuti. Gli inglesi, che volevano ad ogni costo travolgere gli azzurri appena reduci dall’alloro mondiale di Roma, attaccarono con una violenza impressionante: Ridotti in dieci replicammo colpo su colpo e nella ripresa, con il pubblico che man mano si azzittiva, cominciammo la rimonta. Due volte Meazza fece centro e a trenta secondi dalla fine Guaita, solo davanti al portiere britannico, colpì il palo con un tiro irresistibile.
Persi una sola partita, in maglia azzurra, e la triste storia mi toccò proprio a Torino, davanti al mio pubblico. Si giocava contro l’Austria dei Sindelar e dei Jenisalem. Andai completamente in barca, assieme a Combi e Caligaris. Perdemmo per 3-4 e il mio diretto rivale, l’ala destra Svoboda, fece centro due volte. Promisi solennemente ai miei compagni di squadra che se avessi incontrato altre volte Svoboda e quegli fosse riuscito ancora a segnare, io avrei abbandonato il football. Il duello si ripeté altre due volte, a Milano e a Roma nei mondiali. Svoboda non riuscì più a segnare. Io, continuai a giocare.
Nel 1938 (avevo trentaquattro anni) un dirigente juventino che aveva grossi interessi in riviera mi fece una proposta allettante: alle stesse condizioni della Juventus, dove oramai mi veniva rinnovato il contratto di anno in anno, mi avrebbe assunto come giocatore-allenatore del Rapallo per tre anni. Restai in Liguria anche dopo lo scoppio della guerra e ripresi l’attività sportiva come allenatore dell’Acireale nel 1946. L’anno seguente passai alla Reggina quindi, ritornai a Torino, anzi a Torre Pellice, dove avevo acquistato, a rate, un albergo.
Con la Juventus ripresi i rapporti accettando di dirigere la preparazione delle squadre minori e vidi crescere sotto i miei occhi atleti notevoli come Umberto Colombo, Flavio Emoli, Tortonese, Bruno Garzena. Nel 1952 divenni, assieme a Combi, responsabile della prima squadra dopo l’allontanamento di Carver. Nel 1953 Pietro Beretta mi volle a Brescia, ma fu un esperimento non troppo fortunato che m’indusse a piantarla definitivamente con lo sport attivo.
Inizia così, ancora una volta, una carriera. Assunsi una rappresentanza di sofà-letto, poi un’altra di mobili svedesi e danesi. Il giro seguì la corrente giusta e ora la mia azienda commerciale di Corso Giulio Cesare è solida ed efficiente. La mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di quattordici anni che pratica tutti gli sport. Per me c’è ogni tanto un tuffo nel passato quando corro ai raduni degli ex azzurri.
Mi resta in fondo al cuore un desiderio grande e struggente. Vorrei riabbracciare Luisito Monti, l’uomo tutto di un pezzo che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della Nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in quegli anni ruggenti ero l’unico che fosse riuscito a conquistarne l’amicizia. Monti era un tipo speciale: da una parte l’attività professionale come calciatore (e alla società, come alla Nazionale m dava il meglio di sé), dall’altra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico, nel senso più profondo della parola. Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre Uomo Roccia, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventus.


VLADIMIRO CAMINITI
Nasce centravanti quest’half “anema e core”, amicissimo di Luisito Monti, e bello per destinazione. Nasce a Busalla, ed ha per destino di sgobbare, anche all’attacco. L’Alessandria l’acquistò per mille lire, che in quei giorni erano quasi mille milioni di oggi, e insomma rappresentavano una fortuna. La Juventus che andava a svecchiarsi, vinto già il primo scudetto, assoldò così quest’alessandrino lungo e biondo, dagli occhi azzurrissimi, e non se ne dovette mai pentire. Lo squadrone assoluto diveniva realtà con Luisito Monti, Varglien II e lui, al posto di Barale II, Rier e Vollono, e gli scudetti fioccarono. Due, tre, quattro, cinque, e Bertolini spicca nella mischia con il suo fazzoletto imbrattato di sudore attorno alla fronte, sempre in procinto di cedere e di nuovo alla rincorsa con “anema e core”, nonostante da centrocampista sia stato proprio inventato da un giorno all’altro, in un’amichevole contro il Torino, nei giorni in cui giocava nell’Alessandria, chiamato all’ultimo momento a sostituire Papa II che si era acciaccato.
La Juventus degli anni Trenta, grande programmatrice, non lasciava nulla al caso. Non era un caso che Bertolini colpisse i palloni sui traversoni anche al posto di Viri Rosetta e Caligaris, e di dovere spaziare e battersi là dove cuoce la frittata, nella padella ardente del centrocampo, era il suo compito, quasi la sua missione. Anche in Nazionale per questo, dentro gare di proverbiale rudezza, che ne tramandarono la scorza di podista eccezionale, sempre in procinto di cedere e indistruttibile.
Aveva esordito il primo dicembre 1929, ancora alessandrino, in Nazionale, nell’amichevole giocata a San Siro contro il Portogallo, con quell’altro alessandrino doc di Baloncieri capitano, Combi, Rosetta e Caligaris trio difensivo, e all’ala sinistra un altro juventino, il prodigioso oriundo Orsi. Dire che avrebbe giocato il suo capolavoro, il 10 giugno 1934 a Roma, stadio nazionale del PNF, contro la Cecoslovacchia di Plánička e Puč, è sommamente restrittivo. Certo, non si tirava indietro nemmeno nella vita quotidiana, lui il bello per antonomasia. Monti camminava, Rosetta intercettava con eleganza, Caligaris irrompeva bersaglieresco, Varglien I eseguiva in velocità, Sernagiotto si faceva fotografare accanto ad arbitri e guardalinee tre volte più grossi del mollichino che era, Cesarini dribblava facendo arrabbiare Orsi, ma nelle fasi stracche toccava a Bertolini togliere le castagne dal fuoco, come si suol dire, correndo per tutti, a costo di arrancare, salvando situazioni disperate. E quei suoi colpi di testa che sfioravano il sole!
«La mia Juventus era maestra del contrattacco», mi raccontò pochi mesi prima di morire. Io lo avevo scovato in un’angusta stanzetta, l’ufficio di segreteria nel mobilificio di Corso Giulio Cesare a Torino gestito dalla moglie giunonica e severa, e lo pensavo, ascoltando quel vecchio dalle occhiaie grinzose e la testa bianca, col fazzoletto attorno alla fronte, fulgente come un dio vichingo, nei giorni fugaci della gloria. Non è che anche lui avesse guadagnato tanto da una carriera di sovrumane rincorse. E mi parve ne avesse ereditato stanchezze e nevrastenie, lo rivedo ciondolare per Corso Giulio Cesare, le guance rubizze e cascanti, gli occhi azzurri smemorati. Nessuno lo riconosceva più, nessuno si ricordava in quell’amaro tramonto di Bertolini il bello.

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