mercoledì 17 agosto 2016

Thierry HENRY

È uno dei più grandi rimpianti della gloriosa storia juventina; liquidato (dopo solamente mezza stagione) anche a causa di un clamoroso equivoco tattico. Infatti, era impiegato, spesso e volentieri, come esterno sinistro del centrocampo a cinque, in pratica da terzino, nonostante al Monaco si fosse messo in luce come un attaccante dotato di ottimi mezzi fisici, capace di svariare su tutta la zona d’attacco. Tecnico, rapido e dotato di grande senso del goal, nella squadra del Principato rende quasi inutile la presenza una seconda punta al suo fianco per la completezza del suo repertorio. Luciano Moggi, accusato di essere il colpevole di questo clamoroso errore, si difende: «Ricordo che Henry faticava a inserirsi per problemi legati alla giovane età, alla durezza del campionato italiano, alle difficoltà di mettersi in mostra in una grande squadra (peraltro in crisi): forse era troppo per lui in quel momento.
Le qualità tecniche non si potevano discutere, ma il giocatore aveva bisogno di spazio palla al piede e il suo gioco non si adattava a quello della squadra che giocava sempre in pressing sull’avversario. Faticava a rendersi utile alla squadra e si esponeva a critiche, che neppure meritava: quell’anno disputò sedici partite delle quali nove non portate a termine (ed io non ero certo l’allenatore). Visto e considerato che un po’ di esperienza l’aveva già maturata, pensai di darlo in prestito un anno in una squadra meno esigente nei suoi confronti, che potesse dargli l’opportunità di crescere e adattarsi al nostro campionato con più tranquillità. Individuai l’Udinese come soluzione opportuna, raccogliendo la disponibilità entusiasta dei Pozzo. Henry se la prese a male e, ancora oggi, non riesco a capire il perché. Questa storia si concluse con la partenza di Henry: fui costretto a cederlo e, nonostante la stagione non certo esaltante, riuscii a ottenere dall’Arsenal trentadue miliardi di lire. Comprato per diciotto e rivenduto poco dopo a trentadue. Una plusvalenza non da poco che non ha nemmeno sminuito il valore della squadra: infatti, nelle stagioni successive (quelle in cui Henry ha dato il meglio) la Juventus ha ripreso a vincere con regolarità. Più dell’Arsenal. E alla Juventus arrivò un certo Trézéguet».
La replica di Titì: «Quando arrivai alla Juventus c’erano tanti problemi. La squadra non stava andando bene. Giocavamo col 3-5-2, un modulo in cui non riuscivo a trovare la posizione in campo. Ho faticato all’inizio, poi però ho cominciato a segnare. Comunque sia, lasciai la Juventus per altri motivi . Loro volevano acquistare Marcio Amoroso, l’Udinese voleva me come contropartita. Mi rifiutai, perché questo significava mancanza di fiducia nei miei confronti. Ho chiesto di andare, loro sono stati d’accordo. Ancelotti non voleva cedermi, né lasciarmi andare in prestito. I dirigenti, invece, la pensavano in un’altra maniera. I giocatori sono stati grandi, mi hanno chiamato tutti, quando sono partito. Ancelotti pure. Non mi divertivo per niente, avevo l’impressione di aver perso la voglia di giocare. Sono andato via anche per questo».
Ancelotti, qualche anno dopo, reciterà il mea culpa: «Su Henry ho preso una cantonata: lo consideravo un giocatore di fascia, non mi sono accorto che era invece un fortissimo centravanti».
Quando arriva a Torino non ha ancora ventidue anni e in patria è considerato il talento emergente del calcio transalpino. «Sono onoratissimo di giocare in un club di grande prestigio come la Juventus – dice Titì nel corso della conferenza stampa di presentazione del 18 gennaio 1999 – appena il Monaco mi ha prospettato l’idea di venire a Torino, non ho avuto dubbi nell’accettare. Indossare la maglia bianconera è un privilegio che spetta a pochissimi ed io mi considero fortunato a fare parte di questo gruppo. Purtroppo, avendo già giocato in Uefa col Monaco, non posso disputare la Champions League in questa stagione. Vuol dire che in coppa farò il tifo per i miei nuovi compagni e la domenica cercherò di contribuire alla qualificazione nella Champions League dell’anno prossimo, facendo fare un grande finale di campionato alla Juventus».
Nato a Les Ulis, un sobborgo di Parigi, il 17 agosto 1977, Henry è di origini caraibiche; debutta in Serie A, nel Monaco, nell’estate del 1994 e, due anni dopo, si laurea Campione del Mondo Under 18 con la Nazionale transalpina, vincendo il premio di miglior giovane del calcio francese. Nel 1996-97 avviene la definitiva esplosione; Titì gioca alla grande, vince il titolo nazionale con il Monaco e le sue ottime prestazioni convincono Aimè Jacquet a farlo entrare nel giro della Nazionale. Il debutto con i Galletti arriva nel 1998, in una stagione che non riserva a Henry grosse soddisfazioni in campionato. Il giovane attaccante si riscatta in Europa, dove trascina il Monaco fino alle semifinali di Champions League; è il vice capocannoniere della manifestazione con sette goal e soltanto Del Piero, con dieci reti, fa meglio di lui. Quel Del Piero che, insieme ai compagni della Juventus, fa sfumare i sogni di gloria della squadra del Principato. Tutti i tifosi bianconeri in quella circostanza hanno la possibilità di imparare a conoscere e apprezzare il giovane bomber che, nella sfida di ritorno, segna un gran goal nella vittoria ininfluente del Monaco, per 3-2.
In estate arriva, poi, il successo più bello e significativo; Thierry diventa Campione del Mondo con la Francia e, nella fase finale del torneo iridato, l’attaccante mette a segno tre goal. È in panchina la notte del 12 luglio, durante la quale tutto il mondo si inchina ai piedi di Zidane. E Zizou è pronto a giurare sulle sue qualità: «È un giocatore intelligente, scaltro e rapido, che farà molto comodo alla Juventus». Non sarà così e dopo pochi mesi dal suo arrivo a Torino, sarà ceduto all’Arsenal, voluto dal suo mentore Arsène Wenger, che già lo aveva allenato nel Monaco.

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