lunedì 28 agosto 2017

Michele PADOVANO


«Ha dinamite nelle gambe – scrive di lui Renato Tavella – e cervello fino. Intuisce, scatta, sa smarcarsi. Tira e segna. Poi ha dalla sua un’altra molla decisiva che lo agita al meglio: il desiderio di imporsi, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione arrivata. Giocare nella Juve, un una grande squadra, dopo una carriera dura e sempre combattuta nei ranghi di società minori. Onore al merito, quindi, alla valorosa grinta di Padovano, torinese cresciuto al calcio nel Barcanova, una delle più gloriose società dilettantistiche piemontesi. L’uomo è temprato e conosce il senso della fatica e dell’impegno. Niente di meglio per Lippi, sempre alla caccia, dentro l’animo dei suoi giocatori, di motivazioni forti e nuove».
Stagione 1994-95: la compagine bianconera ha appena vinto il campionato, dopo lunghi anni di digiuno; la concorrenza è terribile: Vialli, Ravanelli e Del Piero sono stati i protagonisti dello scudetto e la strada del campo sembra inesorabilmente chiusa. Michele, però, non si scoraggia, comincia a lavorare duramente, con un solo pensiero nella mente: il posto in squadra.
«Sono felicissimo di essere qui, è ovvio – dice il giorno della presentazione – questa è la più grossa occasione della mia carriera e spero di riuscire a sfruttarla al meglio. Il mio primo traguardo è quello di farmi trovare pronto, quando Lippi avrà bisogno di me; so di avere davanti attaccanti fortissimi e che hanno disputato una stagione eccezionale ed è giusto che partano titolari. Starà a me riuscire a farmi valere e apprezzare, quando sarò chiamato in causa. Questa situazione non mi penalizza, anzi mi fornisce una motivazione in più, da aggiungere alle tante legate al semplice fatto di giocare nella Juventus».
L’esordio è di quelli da incorniciare: prima partita della Champions League, la Juventus scende in campo a Dortmund, contro il Borussia. Mancano Vialli e Ravanelli, squalificati, e Lippi punta tutto su Michele; l’inizio è da brividi: dopo pochi secondi Möller beffa Peruzzi, 1-0 per il Borussia. La Juventus reagisce alla grande e, su un cross dalla sinistra, Padovano sale in cielo per colpire di testa e infilare il pallone nella porta del portiere tedesco; 1-1 e palla al centro. Ci penseranno poi Del Piero, con un goal strepitoso, e Conte a dare la vittoria alla squadra bianconera: «Quando tornammo dalla trasferta Champions di Dortmund, alla ripresa degli allenamenti venne a complimentarsi con noi, come spesso accadeva, l’Avvocato. Si avvicinò a me e disse: “Caro Padovano, se ci fossi stato io in porta quel goal non l’avresti fatto”. Beh, all’avvocato tutto era permesso. Ecco, a proposito di carisma una figura come quella dell’Avvocato mi manca tantissimo; lui si che era carismatico. Il più carismatico che abbia mai conosciuto».
La stagione della Juventus è memorabile: in campionato il cammino è pieno di incertezze, ma in Champions la squadra vola. Unica pecca, la sconfitta al Bernabéu, per 1-0, nei quarti di finale, contro il Real Madrid; per qualificarsi, la Juventus, dovrà giocare una partita perfetta a Torino. Manca Ravanelli, squalificato, e Michele lo sostituisce: non deluderà le aspettative, realizzando il goal del 2-0, quello della qualificazione. A Roma, nella finale contro l’Ajax, entra a partita iniziata, al posto di Ravanelli; realizza il proprio rigore e può sollevare la coppa dalle grandi orecchie con pieno merito: «Effettivamente non ero male a tirare i rigori. In Serie A ne ho sbagliato solamente uno. Quella sera a Roma, è vero che Van der Sar intuì il mio calcio di rigore, ma io ero talmente sicuro di fare goal che non mi sono preoccupato per niente, perché in quei momenti ciò che più conta è la sicurezza che hai sul viso e a me non mancava. A livello professionale è stata sicuramente la più importante della mia carriera, ma quando mi chiedono di descrivere cosa ho provato mi rendo conto che non riesco a esprimere le mie emozioni, perché sono sensazioni troppo personali per poterle raccontare».
Soprannominato Harley Davidson per la sua passione per quel tipo di moto: «Ne possiede due e sono bellissime – afferma la moglie Adriana – ma per me sono molto scomode quando si tratta di affrontare un lungo viaggio, anche se mi piace andare in moto con mio marito. Michele ha molta personalità e un carattere incredibile; è espansivo con gli amici intimi, ma rimane diffidente verso le persone che conosce superficialmente».
Il campionato successivo è quello della consacrazione: Vialli e Ravanelli emigrano in Inghilterra, arriva il croato Bokšić e due giovani di belle speranze, Christian Vieri e Nick Amoruso. La concorrenza non spaventa Michele che conquista presto il posto da titolare, diventando protagonista assoluto nella conquista della Supercoppa Europea, con due reti a Parigi, nella favolosa vittoria per 6-1, contro il Paris Saint Germain. In campionato il suo apporto è sempre considerevole e la Juventus corre spedita verso lo scudetto, grazie anche alla preziosissima vittoria allo Stadio Olimpico, contro la Lazio, dove Padovano mette a segno una doppietta: «Cosa aveva di speciale quella Juve? Il gruppo! Io ho girato tantissimo ma il gruppo che ho trovato in quella Juventus non l’ho trovato mai da nessun’altra parte. L’allenamento era alle quindici? Beh, alle tredici e trenta eravamo già tutti nello spogliatoio, con una voglia incredibile di migliorarci. Quando affrontavamo le partite gli avversari perdevano già nel tunnel che portava al campo; leggevano nei nostri occhi la voglia di vincere e non ce n’era per nessuno».
La Nazionale non può fare a meno di notare Michele e il commissario tecnico Maldini lo convoca per le due partite, valide per la qualificazione ai Mondiali in Francia, contro la Moldavia e la Polonia. Sembra l’inizio di un sogno, ma la sorte è in agguato: domenica 23 marzo 1997, la Juventus è impegnata al San Paolo contro il Napoli. La partita termina 0-0 e Padovano entra al 16’ della ripresa per sostituire Vieri; non può certamente immaginare che sarà l’ultima partita in campionato, per quella stagione. Sabato 29 marzo, la Nazionale batte la Moldavia a Trieste per 3-0: alla festa partecipa anche Michele, entrato al 23’ della ripresa, sempre in cambio di Bobo. Nonostante i pochi minuti, Padovano impressiona Maldini, il quale fa capire che lo juventino sarà titolare per la partita di Chorchow, contro la Polonia. Al termine di un normale allenamento, il commissario tecnico azzurro, chiede ai rigoristi di provare le loro esecuzioni; Padovano è il rigorista designato e si impegna più degli altri. Peruzzi, che è uno specialista, non ha mai scampo contro i tiri di Michele, ma all’ennesimo tentativo, anziché gli sberleffi del tiratore e le bestemmie del portiere battuto, si sente solamente un terribile crack; il ginocchio di Padovano ha ceduto.
Lui non lo sa ancora, ma in quel momento, la sua carriera di calciatore è finita: «Era la vigilia dei Mondiali del 1998 e il Mister Maldini mi teneva in grande considerazione. Dai, diciamo che sono stato la fortuna di Vieri. Perché, probabilmente, se ci fossi stato anch’io avrebbe giocato meno». La convalescenza è lunga, ritorna in campo per la Supercoppa Italiana, in agosto, contro il Vicenza e in Coppa Italia, contro il Brescello, ma il ginocchio gli fa ancora male, troppo male e non gli permette quegli scatti brucianti che lo rendevano imprendibile.
Domenica 14 settembre 1997, Stadio Olimpico di Roma: Padovano è sostituito al 26’ del secondo tempo da Amoruso e non vestirà mai più la maglia bianconera. Qualche settimana dopo, infatti, verrà ceduto al Crystal Palace, in Inghilterra. I suoi numeri in maglia bianconera: sessantatré presenze e diciotto goal, due scudetti, una Champions League, una Supercoppa Europea e una Supercoppa Italiana. Numeri che non rendono giustizia a questo sfortunatissimo campione.

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