lunedì 6 agosto 2012

LA ZONA CESARINI

Al giorno d’oggi si parla di goal segnato nei minuti di recupero ma, quando questi non esistevano ancora, un goal realizzato allo scadere era una rete segnata nella “Zona Cesarini”.

Renato Cesarini, il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America.
L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, come era anche logico.
Gli aneddoti sulle mattane di Cesarini si sprecano, nemmeno il tempo li ha cancellati o scoloriti. Perché il Cé (così lo chiamavano nella squadra in cui il solo Combi non tollerò deformazioni al proprio nome), adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente (come l’avvocato Tapparone, suo grande ammiratore), finisse per pagare la multa.
Alla Juventus la disciplina veniva osservata e fatta osservare secondo una prassi ben precisa. In generale Carlo Carcano non interveniva mai di persona, limitandosi, in caso di necessità, ad attizzare lo sdegno dei dirigenti od addirittura della presidenza, fornendo gli estremi dei misfatti compiuti ed accertati. Queste notizie o queste prove, Carcano se le procurava attraverso una fitta rete di informatori reclutati tra i ragazzini che prezzolava alla somma di un paio di lire per prestazione. I piccoli stavano appostati per ore in vicinanza delle abitazioni dei calciatori, attentissimi a riferire ogni entrata od uscita fuori ordinanza. Era una bella lotta, perché Cesarini aveva saputo la faccenda dei ragazzini e riusciva sovente a neutralizzarne l’opera, offrendo più soldi di quanto non facesse Carcano!
Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del Cè, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in funzione il vicepresidente con un primo avvertimento amichevole verso chi aveva mancato. Se tale avvertimento cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale, gelidamente formulato sotto l’invito a presentarsi in sede in tal giorno, di solito alle ore 18:00, per comunicazioni «che La riguardano». Proprio con la “L” maiuscola.
Le multe per le infrazioni più gravi erano di mille Lire. Cesarini le pagava senza battere ciglio, ma qualche volta riusciva a scendere a patti. «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (ed in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!»
E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere la cancellazione della punizione, perché sul terreno di gioco, Cesarini sapeva essere protagonista. Innanzitutto non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era, insomma, un campione completo. Era solito dire ai ragazzini: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!»
Una fedele descrizione della personalità di Renato Cesarini è stata fatta dalla scrittrice e tifosa Piera Callegari nel libro “La Juventus (storia, personaggi, vittorie di una grande squadra di calcio dal 1897 ad oggi)”: «Cesarini escogitava a getto continuo iniziative che parevano fatte apposta per togliere il sonno a Mazzonis. Giunse persino ad aprire un locale da ballo molto lussuoso in piazza Castello, sopra il famoso Bar Combi, che apparteneva alla famiglia del portiere bianconero. Due orchestre vi si alternavano per buona parte della notte, offrendo al pubblico infinite serie di tanghi, la danza che a quei tempi furoreggiava. Facendosi interprete di tanto fervore per il ballo argentino, Cesarini vestiva gli orchestrali da “gauchos”. Naturalmente, dato che spesso viveva la notte sino in fondo, poteva succedere che il Cé in mattina fosse in ritardo agli allenamenti e lo vedessero arrivare quando già i compagni sgambavano in campo. Accadeva di scorgerlo che si buttava giù dal taxi con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Era generosissimo. Dava 5 lire di elemosina, quando la gente elargiva 20 o 50 centesimi, e nessuno che gli aveva chiesto denaro a prestito se ne andava a mani vuote. Poiché era felice di vivere, gli piaceva avere intorno gente felice, che è il segno della generosità più genuina. Un temperamento del genere, tanto estroverso, lo spingeva spesso a creare imbarazzi a sé stesso ed ai compagni di squadra e nelle occasioni più disparate. Una volta, capitati in visita ad una piscina, dichiarò che si sarebbe buttato dal trampolino più alto, con vestito e cappotto, pur non sapendo nuotare. Non gli badarono, perché questo pareva troppo anche per uno come lui, che invece si buttò per davvero e dovettero intervenire in tre per tirarlo ai bordi della vasca mentre stava affogando!»
Un aneddoto raccontato dal suo compagno Bertolini: «In Nazionale giocai con Renato Cesarini, il più imprevedibile degli uomini che ho conosciuto. Rammento un fatto, tutto particolare, che serve forse ad illustrare il carattere di quel grande giocatore. Si doveva affrontare la Spagna a Bilbao, durante una tournée nella penisola iberica. Furoreggiava a quel tempo, nelle file spagnole, una mezzala di nome Cirri. Era una specie di Del Sol e Suarez messi insieme. Vittorio Pozzo, che era solito rifuggire dai ripieghi tattici e dagli accorgimenti difensivi, meditò la maniera di annullare la mente della squadra spagnola piazzandogli alle costole Cesarini con il compito di non perderlo mai di vista, di marcarlo a distanza ravvicinata. “Dove lui va, tu devi andare”, disse il Commissario Tecnico a Renato. Cesarini rispettò le direttive cancellando dalla gara il pur valido Cirri. Ma lo fece in un modo così deprimente per lo spagnolo che Cirri che, ad un quarto d’ora dal termine, con i nervi a pezzi, lasciò volontariamente il terreno di gioco. E Cesarini gli andò appresso, fra lo stupore di tutti, seguendolo negli spogliatoi. Pozzo, annichilito, a fine gara (0-0) tentò di rimproverare Cesarini con una certa durezza, ma ne venne disarmato da quel matto di Renato che replicò con angelico candore: “Quando una sentinella ha una consegna, deve rispettarla fino in fondo”».

Della “Zona” che lo ha reso famoso, ci testimonia lui stesso.
È per me motivo di giusto orgoglio aver legato il mio nome (pur senza eccezionale merito) a qualche cosa del calcio italiano. Se ne parlerà ancora per lungo tempo della “Zona Cesarini”. Cos’è? È quel periodo finale d’ogni incontro in cui è possibile risolvere le sorti di una contesa equilibrata. Com’è nata?
Modestamente sono sempre stato un po’ specialista nelle segnature all’ultimo momento. Già quando, ragazzo, militavo a Buenos Aires, nelle file del Chacarita Juniors, avevo avuto modo di distinguermi in tal genere di prodezze, se prodezze possiamo definirle. Venuto alla Juventus ricordo che riuscii talvolta a segnare reti nei minuti finali. In un’occasione, mi pare contro il Palermo, che allora faceva parte della Divisione Nazionale, segnai poco prima che la partita avesse termine. Ma il punto non aveva alcun valore. Lo stesso mi capitò a Budapest in una partita di Coppa Europa.
Anche in squadra nazionale potei raddrizzare un risultato che si stava mettendo male per noi azzurri, giusto mentre era quasi il momento di rientrare in spogliatoio. Fu a Berna, il 29 marzo 1931: incontro Svizzera-Italia, diretto dal prof. Stanley Rous, allora arbitro internazionale eppoi segretario della Federazione calcistica inglese. Al 35’ minuto della ripresa i rossocrociati avevano segnato con Abegglen III, ma su calcio di rigore che Rous, direttore severissimo, ci affibbiò per un banalissimo fallo del nostro indimenticabile Berto Caligaris sul medesimo Abegglen: un’entrata energica, ma senza cattiveria. Ma Rous fu inflessibile e Combi, per quanto abilissimo e non nuovo a parate sui rigori, nulla poté fare contro il tiro potente e ben indirizzato di Abegglen.
Mi parve un’ingiustizia. Non avevamo giocato in maniera eccelsa, ma ugualmente dimostrato una lieve superiorità. Perdere in quelle condizioni mi sembrava (e sembrava anche a tutti noi della squadra) un’immeritata mortificazione. Moltiplicammo gli sforzi: io mi prodigai. Mancavano oramai pochissimi minuti al termine. Occorreva una bravura per riportare tutto alla pari.
Riuscii a compierla. Eravamo tutti protesi all’attacco. Pasche, il portiere, i famosi Minelli e Ramseyer, terzini, avevano mani e piedi per tutti i palloni. Cinque minuti, quattro minuti. Già temevamo di tornare a casa sconfitti. Ad un certo momento, in area, ebbi una palla buona: una finta, uno scarto, un tiro di destro. Tutto a posto; per quel giorno non avremmo perso più. La fama di Cesarini, marcatore in extremis, era nuovamente confermata.
Ma la cosiddetta “Zona” nacque qualche mese dopo: il 13 dicembre del medesimo anno, a Torino, sul campo dei granata. L’undici azzurro era opposto a quello quadrato e solido degli ungheresi. Chiudemmo il primo tempo in vantaggio per 1-0, con una rete di Libonatti. Poi Avar, sfondatore emerito, pareggiò. Il mio compare Mumo Orsi ci riportò in vantaggio, ma Avar pareggiò di nuovo. Niente da fare. Non eravamo in grande giornata; qualcuno di noi era addirittura inefficiente.
Era piovuto in abbondanza ed il terreno pesante, vicino alle porte quasi pantanoso addirittura, non facilitava il nostro gioco più veloce e più tecnico di quello ungherese. Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. Ad un certo momento ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura; non potendo avanzare passai alla mia ala Costantino, che quel giorno non appariva pari alla sua classe. Faele la portò un po’ avanti, al limite dell’area e titubò. Allora ebbi come un’ispirazione: mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e Faele”schizzò lontano; fintai evitando Kocsis.
Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Io guardai verso sinistra, da dove arrivava a grandi falcate Mumo. Accennai un passaggio all’ala; il guardiano magiaro abboccò e si sbilanciò sulla sua destra, preparandosi a parare l’eventuale tiro di Orsi.
Allora io tirai, assai forte, per conto mio, alla sinistra del portiere. Il quale, bravissimo, fece ancora in tempo a gettarsi in tuffo dalla parte giusta, ma giunse troppo tardi. La palla gli sgusciò davanti; poté toccarla con le mani ma, data la forza con la quale era stata battuta, non riuscì a trattenerla. Vincemmo così per 3-2. E non si fece neppure in tempo a rimettere il pallone al centro del campo, poiché il cronometro svizzero del signor Mercet spaccò il 45’ minuto del secondo tempo.

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