giovedì 21 luglio 2016

Helmut HALLER


Nato ad Augsburg, in Germania, nel 1939, dopo una lunga e onorata carriera nel Bologna, oramai grassottello e appagato, si trasferisce alla Juventus nel 1968, convinto di poter terminare la sua carriera in pace e tranquillità. A Torino, trova il Ginnasiarca Heriberto Herrera, che lo torchia come un’oliva e lo restituisce alla più invidiabile delle condizioni fisiche. Comincia, così, una nuova vita da attaccante di fascia al servizio di una squadra giovanissima che trascina, con la sua classe e l’innegabile mestiere, alla conquista di grandi successi; addirittura, ritorna in Nazionale per i Mondiali del Messico del 1970, dopo essere stato protagonista assoluto ai Mondiali inglesi del 1966, portando la Germania in finale. Lo scudetto del 1971-72, conquistato senza Bettega, lo vede grande protagonista, offrendo scampoli di grande classe: suo il goal che, all’indomani del derby perso, sconfigge il Varese e rida speranza all’ambiente juventino. Sua, ancora, la rete che sblocca il risultato nel giorno più bello, quello che permette di festeggiare lo scudetto, contro il Vicenza.
Haller è un tipo strano, molto simpatico: al primo posto dei suoi pensieri c’è il divertimento, è sempre a caccia della buona cucina, del buon bere e della risata sopraffina. Quando decide di giocare, in campo vola, unendo la forza tedesca alla classe brasiliana, accarezzando il pallone con perfezione a ogni tocco, dribblando, concludendo a rete oppure fornendo l’assist vincente al compagno meglio piazzato. Vycpálek, spesso, chiude entrambi gli occhi sulla vita non propriamente da professionista del tedesco. Scappatelle che costringono i dirigenti bianconeri a prendere, nei suoi confronti, provvedimenti anche severi e che vengono anche duramente censurate dalla moglie, la terribile signora Waltraud dalla quale oggi vive separato, ma che lo gestiva come procuratrice. Cercava sempre di fare gli interessi del suo eterno ragazzo e, se qualche volta Helmut non riceveva giudizi lusinghieri dalla stampa, prendeva il telefono e, con un tono che non ammetteva repliche, caricava di insulti il giornalista che si era permesso di censurare il marito.
E una volta, una di queste fughe gli costa molto cara. Era stato il migliore in assoluto nella Juve-baby battuta 2-1 sul campo del Wolverhampton, il 22 marzo 1972; su rigore, aveva trasformato il punto della bandiera. Poiché la qualificazione era già stata compromessa con l’1-1 dell’andata, Vycpálek aveva tenuto a riposo alcuni titolari, pensando al derby in programma la domenica successiva, sfida importantissima per la corsa allo scudetto. Per non mandare allo sbaraglio giovani come Piloni, Longobucco, Viola, Novellini e Savoldi II, l’allenatore aveva chiesto a Helmut di sacrificarsi in questo impegno internazionale di metà settimana. Haller fu ligio al dovere, fornendo una grande prestazione e strappando applausi agli stessi fan dei “Wolves”. Ritenendo di esserselo meritato, dopo cena chiese di fare un salto fuori albergo; richiesta bocciata, sia dal tecnico sia dai dirigenti.
Con la complicità di italiani residenti in Inghilterra, Haller preparò la fuga di soppiatto; ma Vycpálek e il Direttore Generale Giuliano vigilavano e lo sorpresero al night, con una coppa di champagne in mano. Il tedesco fu messo fuori rosa. Boniperti spiegò: «Haller ha sbagliato e deve pagare; so i rischi che correremo nel derby, ma debbo dare un esempio ai giovani che sono su questo aereo».
Sarebbe entrato di diritto nel Gotha dei grandissimi, se solo si fosse concesso qualche sacrificio in più. Nel 1999 è stato eletto Centrocampista tedesco del secolo, a testimonianza della sua grande classe. Aveva una visione di gioco totale ed era portato a deliziare il pubblico con autentiche magie; ai compagni che gli chiedevano il pallone, Helmut Haller replicava: «Tu non chiama. Io vedo e ti dà».
Lascia nel 1973 dopo aver contribuito a due scudetti e aver totalizzato 170 presenze e trentadue reti.


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1974
Sarebbe stato facile scriverne un anno fa, di questi tempi. Sarebbe stato facile, ma forse si sarebbe corso il rischio di lasciarsi influenzare da ricordi troppo vivi. Helmut Haller che dopo la finale di Coppa Italia a Roma contro il Milan, saluta e se ne torna nella sua Germania, è per la verità difficile da scordare anche adesso, men che mai adesso. Questione di personalità del soggetto, non certamente di romanticherie italiote: forse che in Germania, dopo dieci anni buoni di assenza, gli stuoli di suoi fan lo avevano dimenticato?
Ma è un preambolo assurdamente lungo e pretenzioso, questo, che vuole in fondo soltanto introdurre l’Haller juventino, e non già spiegare il complessissimo personaggio, gran fuoriclasse della “pelota” e strambissimo esemplare di vichingo quale mai si era visto dalle nostre parti.
Haller è juventino per cinque stagioni e sono tantissime, se si pensa che arriva quasi trentenne e quasi per caso. Non segna l’avvento di un ciclo, per il semplice fatto che di cicli bianconeri ne vede sorgere almeno tre, e non tutti lieti e trionfanti. Così come per nulla regolare e costante è il rendimento suo: gli umori di un fuoriclasse sono passeggeri, è risaputo, c’era Sivori il Cabezon che aveva giornate nerissime in stagioni di luminosa classe, e tornando ancora più indietro negli anni, c’era Cesarini, gran furbacchione nonché ira di dio quando tutto gli girava per il giusto verso, la qual cosa fortunatamente doveva capitargli sovente. Ecco, l’Haller juventino ha antecedenti illustri nei due tipi summenzionati, e dunque non fa che continuare un certo stile, una certa tradizione di “juventinismo” ad alto livello.
Ma come diavolo succede che Haller capiti alla Juve? Quasi per caso, abbiamo detto prima. Il che, naturalmente, non può essere del tutto vero, almeno per chi crede in una certa predestinazione o fatalità degli umani eventi. Con il Bologna che è stato pure protagonista scudettato con un distinto signore di nome Bernardini, Helmut è entrato nel modo giusto tra le cose del nostro campionato.
Mezzala di enormi mezzi tecnici, con due Campionati del Mondo alle spalle alla faccia dei soli ventitré anni, il tedesco ha trasformato la squadra rossoblu in una formazione di primissimo ordine, complici quel delizioso palleggiatore e regista nostrano che si chiama Bulgarelli e un centravanti grosso e virulento, capace però pure di fiorettare nelle aree infuocate con freddezza tutta nordica, Nielsen vale a dire.
Finché tra i tre le cose sono andate lisce, il Bologna ha conosciuto attimi di vera gloria: basterebbe ricordare lo scudetto strappato all’Inter già europea nello spareggio di Roma, per rendere l’idea. Ma piano piano affiorano dissapori, Nielsen cambia aria e non lo ritroveremo più su certi livelli, e nel 1968 tocca a Haller fare fagotto. Un cambiamento d’aria perlomeno esaltante, con la Juve che offre al Bologna ponti d’oro per accaparrarselo. Ma nel contempo, un carico non indifferente di responsabilità.
La Juve 1968-69 vuole lasciarsi dietro certi atteggiamenti di mediocrità tecnica e di modestia nei risultati, puntando a un rilancio immediato e in grande stile: Haller non è il solo arrivo importante, c’è Anastasi fresco di Nazionale e di titolo europeo e ci sono altri ancora a garantire un campionato di prim’ordine. Riuscirà Haller a non deludere le attese, e cioè a essere veramente Haller? Intanto, le premesse sono incoraggianti, con prestazioni rodomontesche in Coppa Italia, tanto che la gente di parte juventina si domanda chi mai potrà fermare quella Juve nuovamente fatta di super assi.
Ma presto qualcosa comincia a non funzionare a dovere, Anastasi è troppo solo, il centrocampo non lega, Haller si concede lussuose divagazioni di sottile arte pedatoria, ma pure arranca e sbuffa, e tiene la panza di chi si sente oramai divo arrivato. Non va, e il pubblico si spazientisce.
Tecnicamente, nessun mette in discussione Helmut, che difatti risolve da par suo partite importanti; ma il tedesco patisce una strana involuzione tecnica che lo porta a giocare in zone ibride, a estraniarsi dal contesto della manovra, a non giocare insomma per la squadra. L’apporto di Haller, alla sua prima stagione in bianconero è fatto di sporadici ancorché imperiosi guizzi di estro: 10 novembre 1968, per esempio, sconfitta interna con il Cagliari di Riva e Boninsegna con prodezza di Helmut che apre le marcature alla sua maniera.
O ancor meglio, 4 maggio 1969: Juve-Inter grandi deluse si affrontano al Comunale e vince la Juve, perché a un certo punto il suo strambo tedesco decide che deve fare goal, e non c’è neroazzurro che possa impedirglielo. Appena sette giorni dopo la prodezza, ecco subito il tonfo: Juve-Fiorentina 0-2, è il secondo scudetto dei viola, Haller nella ripresa letteralmente non tocca palla, il suo guardiano Esposito fa il bello e il cattivo tempo.
Tra l’Haller deludente del 1968-69 e quello incontenibile dell’inverno e della primavera successiva, capace di riprendersi il posto nella Nazionale tedesca per i Mondiali messicani, c’è di mezzo l’ennesima contraddizione tecnica. Il 1969-70 è cominciato con in panchina uno strano e attempato signore argentino, Carniglia si chiama costui, che ha idee assai personali sul conto del rodomonte e cerca di applicarle anche in casa juventina.
Dunque, dice questo signore a Haller e a Bob Vieri il “sivoreggiante”, di fresco arrivo, la classe è tutto, e chi ne ha da vendere (come per l’appunto i due “professionial” summenzionati) è a posto, non è indispensabile sacrificarsi per servire alla squadra. Perbacco, ma allora Del Sol il vecchio sivigliano e Furino già detto Furia stanno sbagliando tutto, a galoppare perpetuamente su e giù per il rettangolo di gioco!
Eppure, i risultati danno inequivocabilmente ragione a questi ultimi e torto al Mister. Haller e Vieri recitano a soggetto, qualche volta davvero bene, ma intanto la manovra ristagna e il centrocampo juventino deve chiedere sempre più apporto dinamico ai cursori, visto che gli artisti si rendono irreperibili in fase di interdizione. Dopo la doppia sconfitta con Torino e Vicenza, la situazione precipita e Carniglia lascia il posto a Rabitti. Tutti ricordano la stupefacente metamorfosi della squadra nel giro di un paio di settimane.
Ma che cosa avrà mai portato di nuovo o di diverso la nuova conduzione tecnica? Pochissimo: un ritocco di numeri e compiti tattici. Haller è il principale interessato, naturalmente. Nessuno si sogna di rinunciare al suo elevatissimo tasso di classe e men che mai Rabitti. Si tratta di incanalarne le genialità al servizio del collettivo. Il tedesco non si sente portato all’interdizione? Ebbene, giocherà di punta, come appoggio al centravanti Anastasi.
Con il sette sulle spalle, Helmut può finalmente spaziare a suo piacimento senza creare scompensi dietro. È naturale che le cose vadano subito meglio. Otto vittorie consecutive, record eguagliato, prestazioni ad altissimo livello di una squadra che ha nel tedesco il suo asso nella manica. Partita capolavoro all’Olimpico contro la Roma (3-0) con goal da antologia, e poi tanti altri episodi degni di essere ricordati.
Basta ricordare questo: 29 marzo, Juve-Milan 3-0, è una delle più limpide affermazioni della squadra bianconera. Sul 2-0, Helmut conquista la palla nella sua metà campo, allarga sulla fascia sinistra e semina uno dopo gli altri quattro difensori, per poi crossare al millimetro per l’accorrente Leonardi che sbatte dentro. È un’azione da ala vecchia maniera, Præst non avrebbe saputo fare di meglio. Resta solo il rammarico di uno scudetto compromesso dalla disastrosa partenza.
L’anno dopo, 1970-71, vede una Juve tutta nuova, ricostruita da cima a fondo con l’arrivo di giovani talenti in gran copia. In questa squadra rinnovata, Haller è più che mai punto di riferimento, pedina chiave. Si capisce che certi traguardi non si possono raggiungere subito, ma le premesse sono a dir poco incoraggianti. Se nel campionato c’è qualche battuta a vuoto di troppo, è però vero che in campo internazionale la giovane Juve si fa rispettare, portando in giro per l’Europa un gioco d’assieme di primissimo ordine.
Le mansioni di Haller non sono cambiate che marginalmente: adesso, sulla fascia destra, si è formato un tandem nuovo di zecca, con il tedesco all’estrema e Causio interno, e i due dimostrano di intendersi alla perfezione. La stagione si chiude con le esaltanti e sfortunate imprese in Coppa delle Fiere: a Colonia, nelle semifinali, forse la migliore partita della stagione per Haller, che anche a Leeds fornisce un saggio, della sua classe, per di più correndo non poco dietro ai forsennati inglesi.
Il tempo vola e il meglio deve ancora venire. È la stagione successiva, 1971-72, a dare le soddisfazioni più consistenti alla squadra e, nello stesso tempo, a fornire la miglior versione del tedesco bianconero.
Anzi, Haller è in pratica il protagonista, in tutti i sensi, della stagione del quattordicesimo scudetto. Il cliché del rodomonte non potrebbe forse trovare espressione migliore che in quest’occasione. Un girone di andata esemplare, a livello mondiale, con partite capolavoro, come quelle interne con il Napoli e con la Fiorentina, o la trasferta trionfale di San Siro contro il Milan. Poi, qualche intoppo, viene a mancare Bettega e la squadra risente non poco della mezza rivoluzione tattica che la sua sostituzione impone di compiere. E c’è l’episodio di Wolverhampton, chi non ricorda il particolare, giusto alla vigilia di un decisivo derby, con Haller al centro della polemica, e che alla fine deve pagare.
E non giocherà con il Toro. Cesarini, poi Sivori, poi Haller: come si fa a non tentare l’accostamento? Cambiano soltanto i contorni, nel senso che adesso il rodomonte è pur anche e prima di tutto “professional”, cui non gli si può perdonare la scappatella in nome della classe cristallina. Il Toro batte la Juve priva del suo tedesco mattacchione e la gente mugugna, lo scudetto torna in discussione.
Ma no, non si getta alle ortiche una stagione così ben impostata: Haller rientra dopo l’assenza punizione e si prende una personale rivincita, da campione, battendo da solo il Varese in una giornata di grigiore generale per i compagni. E sul rettilineo d’arrivo, la sua classe risolve le ultime ansie bianconere: battuto il Cagliari con prestazione memorabile, battuto il Vicenza nell’ultimo assalto con rete capolavoro doppiamente importante perché rompighiaccio nel giorno della grande speranza e della grande paura di non farcela.
Siamo agli sgoccioli: la quinta stagione di Helmut bianconero conosce ancora momenti esaltanti tanto in campionato che in Coppa Campioni: ma è superfluo ricordare, tanto sono vicini alla memoria e al cuore del tifoso. Lascia la Juve e il calcio italiano, ma nessuno si stupisce nel leggere che, nella sua Augsburg, faccia ancora parlare di sé con entusiasmo le cronache calcistiche. Haller è un campione senza eguali, un rodomonte. E i rodomonti, si sa, non hanno età.


VLADIMIRO CAMINITI
Rappresentava il di più, come lo era stato Sivori, e più ancora di Sivori, se ci è consentito, a tutto campo, almeno quando la musa lo ispirava. Quale fosse questa musa, non è dato dubitare; si è saputo che, smesso di giocare, Helmut il giocoso, Helmut il fanciullone, Helmut il biondone rubizzo portato a divertirsi sempre e dovunque, tedesco ma di più wagneriano, strapazzato dagli agi ma di più dalla sua Santippe personale, la possessiva magrissima sanissima amministratrice Waltraud, ha voltato pagina. Ha cioè smesso di fare sacrifici e per prima cosa si è separato dalla sua Santippe. Verosimilmente la moglie ne sopportava le divagazioni extraconiugali quando erano giustificate dalle occasioni offerte dai continui viaggi sul cocuzzolo del mondo.
Una volta, Furino mi disse: «La squadra respirava e acquistava armonia, è stato con lui il nostro periodo più bello anche dal punto di vista perfettamente tecnico. Ricordo quella partita di Milano (31 ottobre 1971) con Rocco disperato, costretto a cambiargli sempre marcatura, fare delle cose eccezionali a profitto di tutti, che è il modo vero e assoluto di essere fuoriclasse».
Haller aveva nel gioco un portamento tecnico-atletico trascendentale, in grado di ispirare dalle fasce l’azione con traversoni passanti di rara euclidea precisione e di far tutto con due piedi divini, dribblando l’avversario nel senso dell’anticipo e della velocità di base, né più mai vedrò giocare di prima intenzione verticalizzando come lui.
Allenava la Juventus, nei giorni in cui vi approdava Haller, per dotare finalmente la squadra di classe pura, il paraguaiano Heriberto Herrera; come tipo umano, come persona, tutto l’opposto di Helmuttone, quindi un disperato compare tutto ossa, dalle lunghe mani nodose e dagli occhietti neri cavallini. Helmuttone era grasso, troppo grasso. Le mani terribili di Heriberto lo torchiano e gli ridanno credibilità atletica. Però, non può bastare da solo, e Rabitti, subentrato a Carniglia, se ne accorge, bisogna riedificare la squadra e innestarvi il nuovo Haller così che risulti determinante.
Ci vuol il beato e bonario Cesto Vycpálek perché la Juventus cominci a vincere; lo ha detto Furino, l’ordito della manovra si realizza in modo perfetto soltanto quando Haller è ispirato. Non capita spesso; ne sa una più del diavolo; nelle trasferte di Coppa, quando gli salta il ticchio, lascia la comitiva e si infila al tabarin; senza sapere che con Boniperti è proprio cambiato il mondo; e puntualmente la paga.
Nelle giornate di vena accarezzava il pallone sprigionando perfezione in ogni impatto e ogni tocco, eseguire un disimpegno o un passaggio, laterale o frontale, indispensabile. Era tutto uno svolazzo senza esserlo in nulla. Si può dire che somigliasse all’acuto del tenore, quando tremano tutti i cristalli dei lampadari; all’assolo di Pavarotti.


ANGELO CAROLI, DAL SUO LIBRO “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA”
Haller era alla sua penultima stagione juventina, era grandissimo, ma non sempre. Faceva leva sulla straripante vitalità di Causio, per concedersi pause che spiegano la lunga carriera. Il suo astro aveva cominciato a brillare ai Mondiali cileni, nel 1962. In Coppa Uefa i bianconeri non fecero troppa strada, con il Wolverhampton caddero al ritorno in Inghilterra, dove Helmut fu al centro di un curioso episodio di vita notturna.
Quando all’ora della ritirata i bianconeri spensero le luci o si dedicarono alle letture, il fantasista tedesco uscì dalla stanza e se ne andò in giro, in compagnia di vecchi amici che aveva incontrato in Inghilterra. Cesto, placido come un monumento, volle dare un ultimo controllo ai suoi ragazzi. Appena vide il letto di Helmut vuoto, fu come scosso da un terremoto. Chiamò il dottor Giuliano. Pietro stava leggendo un libro giallo e fu sorpreso dall’irruzione inconsueta. Si vestì in fretta, si infilò con Cestmír in un taxi.
Dopo un quarto d’ora trovarono il night galeotto. Wolverhampton è una città piccola. Quando misero il naso dentro il locale, Vycpálek e Giuliano videro subito Haller. Era seduto con amici italiani, in mezzo ad una nuvola grigia di fumo e l’aroma inconfondibile del whisky. Helmut si accorse del tecnico e del dirigente, sorrise, non gli restava altro da fare, si alzò, salì sempre in silenzio sul taxi prenotato da Vycpálek e da Giuliano e rientrò con loro in albergo.
In Italia mi raccontò l’episodio, parlava e rideva era un picaro stravagante, con la risata a raffica sapeva farsi perdonare. La spiegazione di Helmut riportò il buon umore in Cestmír, il quale però propose il tedesco per una multa. Boniperti non si fece pregare due volte. Vincere e incassare erano, per lui, due hobby irrinunciabili.
Helmut era un tedesco fuori dagli schemi, aveva sempre voglia di parlare se la luna non gli andava di traverso, magari per ragioni banali ma, per lui, importantissime. Quando instaurava il black-out non c’era verso di cavargli una parola. Nei periodi di eclissi, lasciava che la bella moglie Waltraud rispondesse al telefono: «Helmut non parla!»
E riattaccava rumorosamente la cornetta, dopo aver salutato con tono molto scortese. Passavano ventiquattro ore e il sorriso tornava a splendere sul volto di tedesco nato ad Augsburg, città vicino a Monaco, ma che aveva le caratteristiche di un latino sfaccendato.


GIANFRANCO CIVOLANI, “GS” DICEMBRE 2012
Primavera del sessantadue. IL presidente del Bologna Renato Dall’Ara si innamora follemente di quel tedesco che nelle varie amichevoli pre Mondiali (i Mondiali cileni) fa sfracelli a tutto campo. Dall’Ara non ci pensa tanto. Invia il fido Raffaele Sansone, già campione del Bologna negli anni Trenta, a proporre a Haller (che vive ad Augsburg, in Baviera, e gioca lì) un precontratto al quale non si può proprio dire di no. E nel mese di maggio. Dall’Ara decide: si va a casa di Aler (Dall’Ara non sapeva aspirare l’acca e dimezzava le elle) per farlo firmare. «E ci vado proprio io di persona», dice.
Dall’Ara parte in Mercedes con l’autista, fa firmare a Haller tanto di contratto pluriennale, ma nel viaggio di ritorno l’auto si rovescia in un fosso e l’autista è disperato. Dall’Ara ha settant’anni ed è rotolato tra le erbacce. Sorpresa: il presidente rossoblu emerge dalla melma e urla: «Io sto benissimo e il contratto di Aler è salvo».
Ho seguito la carriera di questo tedesco funambolico e fracassone, diciamo pure un fantasista anarchico e spesso incontenibile fin da quando è arrivato a Bologna, luglio di quello stesso anno. Lui mi chiamava «giornalista di ciornale di Torino» perché io scrivevo per “Tuttosport” e chiaramente non mi considerava proprio uno di famiglia. Ma com’era possibile non fraternizzare con uno così? Napoletano di Baviera, scrivevamo e scrivevano tutti. Napoletano di giorno e di notte quando si concedeva qualche scappatella per sfuggire alle grinfie della terribile moglie Waltraud, una leggiadra signora che odiava tutti i giornalisti che non stravedevano per il suo augusto marito, una bollente e ruggente signora che a una giornalista bolognese diceva sempre: «Tu tifi per Nielsen, tu non vuoi bene a Helmut, tu puttana».
L’uomo era un po’ così, madornale nel bene e nel meno bene, ma il calciatoti era sublime, il miglior straniero arrivato a Bologna negli ultimi settant’anni, una delizia degli occhi e del cuore per chi lo ha visto giocare, ma giocare come e dove? Come e dove gli pareva perché il grande Fulvio Bernardini gli diceva solamente: «Lei giochi come sa».
Uno scudetto a Bologna, due alla Juve, tre Mondiali disputati con la sua Germania e vicecapocannoniere (nientepopodimeno dietro al grande Eusébio) ai Mondiali d’Inghilterra. E poi quella storia della feroce inimicizia con il danese Nielsen. Erano nati e sputati per giocare insieme, la fantasia al potere e il cinismo del bomberissimo. Ma una sera Haller con un giornalista (ebbene sì, con me) si sfogò contro il danese, io riportai pari pari e per un po’ di tempo scoppiò una tempesta che coinvolse meta squadra (l’allenatore Bernardini e Janich con il danese, Bulgarelli e Perani con il tedesco e Pascutti solissimo con i suoi pensieri e sentieri) prima di riconciliarsi la sera di quel magico settimo scudetto a Roma e di ridiventare amici quando si ritrovavano con i capelli bianchi per qualche allegra rimpatriata.
Helmut Haller detto il Panzer arrivò a Bologna nel mese di luglio e tre mesi dopo Bernardini annunciò urbi et orbi che quel suo Bologna giocava «come si gioca in Paradiso». E adesso in Paradiso o lì nei dintorni ci stanno Giacomo Bulgarelli e il Panzer, là seduti nel trespolo a guardare qui da noi cose più terrene e più tristi.
Chi fu Helmut Haller? Uno così, a Bologna, io non l’ho mai più visto.

1 commento:

pancrazio anfuso ha detto...

Certo che Haller non era proprio magro magro, eh? Saranno stati gli anni bolognesi... dicono che era un gran giocatore. Mi ricordo invece i pezzi di Camin sul Guerin Sportivo, erano belli. Era un ruvido, ma raccontava il calcio in un modo che è finito con lui e con Brera. Jeve e Palermo, Juve e Palermo, e l'amicizia con Scoglio, da lui detto Scoegiu. Altri tempi.