venerdì 28 luglio 2017

Ermes MUCCINELLI


Fu Piero Dusio, industriale torinese, presidente dal 1941 al 1947 a scoprire Muccinelli: «Ho visto un ragazzino tutto pepe, un romagnolo che gioca già con la Biellese. Quello è un piccolo grande giocatore». Dusio che, oltre ad essere presidente aveva militato nelle file della Juventus, di calciatori se ne intendeva e, sicuro di non sbagliare, portò Muccinelli alla Juventus. Mucci esordì il 29 dicembre 1946 al Comunale contro il Brescia, due mesi esatti prima dell’esordio di Giampiero Boniperti, che di Muccinelli sarebbe diventato inseparabile amico. Muccinelli conquistò immediatamente i tifosi, perché sembrava uno scoiattolo, una pulce, era l’antiregola per definizione. Era sempre dove nessuno se lo aspettava, un ribelle alle norme convenzionali e programmatiche della tattica di gara. Aveva l’istinto dell’evasione, e si comportava sempre un autentico Peter Pan delle favole calcistiche, una sorta di bambino che volava via dalla finestra della sua casa, in cerca di avventure. Rappresentava, insomma, la rivincita dell’istinto e dell’estro sulle regole che il calcio di quell’epoca esigeva.
Mucci era una vera trottola, sapeva correre senza palla ed era facile, per il compagno, raggiungerlo con un lungo lancio; si spostava continuamente, era in difesa per aiutare i compagni in una situazione critica e subito dopo in attacco per sfruttare al meglio il contropiede. Aveva uno scatto e una velocità sufficiente a mettere in crisi i difensori avversari, il controllo di palla perfetto e una visione immediata del gioco offensivo.
Era pronto a precipitarsi verso il portiere avversario, per sfruttare ogni possibile errore, ogni qualvolta i suoi compagni tiravano verso la porta avversaria. La sua vitalità eccezionale e il suo coraggio lo portavano a essere la vittima designata dei difensori avversari; nonostante ciò, solo in due circostanze e sempre a Genova, Muccinelli fu costretto a uscire dal campo in barella.
Nella stagione 1955-56, Ermes se ne andò alla Lazio e così, Boniperti e Muccinelli, due amiconi, due grandi giocatori che avevano costruito la fortuna di una Juventus irresistibile, si ritrovarono in campo come avversari. Nella partita giocata a Torino, la Juventus vinse sulla Lazio per 1-0 e fu proprio Boniperti a segnare il goal decisivo; a Roma, invece, nel girone di ritorno, Muccinelli fu il protagonista della vendetta laziale (2-0) e segnando la prima rete dei biancocelesti. Muccinelli giocò ancora tre stagioni meravigliose nelle file della squadra romana e poi fece ritorno alla Juventus, dove concluse la carriera.
Anche la Nazionale si accorse, inevitabilmente, di lui. Esordì il 5 marzo 1950 a Bologna contro il Belgio. La nostra formazione era composta da giocatori esordienti (il più anziano, come attività, era Carapellese, con dieci presenze) e fu messa in difficoltà più volte dalla velocità dei belgi che passarono presto in vantaggio. Boniperti si infortunò e al suo posto entro proprio Muccinelli, che, dopo pochi minuti, segnò la rete del pareggio e, all’inizio della ripresa, siglò anche il goal del raddoppio azzurro. Poi Amadei mise definitivamente al sicuro il successo italiano con la terza rete.
Fu protagonista anche in Egitto, il 13 novembre 1953, nel corso di una gara valevole per la qualificazione ai Mondiali svizzeri, che si sarebbero disputati l’anno successivo. La nostra Nazionale giocò malissimo e alla fine del primo tempo era sotto di un goal, realizzato del centrattacco Diba. Nella ripresa Frignani segnò il goal del pareggio e Muccinelli firmò quello della vittoria. In totale Muccinelli vestirà undici volte la maglia azzurra, realizzando quattro goal.
Di lui disse una volta Boniperti: «Quando giocavamo in casa, la sua domenica sera era già stabilita: cascasse il mondo, andava al night di Via Saluzzo dove, lui che era un tappo, ballava esclusivamente con ragazze altissime. C’era da divertirsi soltanto a guardarlo. Il conto lo faceva mandare sempre allo stesso indirizzo: “Giovanni Agnelli, Corso Matteotti”. Il segretario dell’Avvocato quando si trovava tra le mani quelle note spesa chiedeva preoccupato: “Cosa dobbiamo fare?” “Ah, è quel puttaniere di Muccinelli!” commentava l’Avvocato. E saldava».
«Ai miei tempi – diceva – sia la Juventus che il campionato erano un’altra cosa. Si dava più spettacolo, il pubblico si divertiva veramente e il gioco era meno sacrificato sull’altare delle tattiche. La nostra prima linea composta dal sottoscritto, Boniperti, Martino, John Hansen e Præst giunse a segnare cento reti in un campionato».


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE-DICEMBRE 1994
Con Ermes Muccinelli è scomparso lo scorso tre novembre uno dei campioni simbolo di una Juve tra le più belle e più grandi di sempre, quella capace di riconquistare il vertice del nostro calcio dopo anni difficili e vincere gli scudetti del 1950 e del 1952, con il fragore del tuono e la dolcezza di un assolo di violino. Piccolo, grande Muccinelli: appena un metro e sessantatré per sessanta chili di peso forma, ma tutto nervi e poesia al servizio di uno scatto proditorio e di un dribbling fiabesco.
Il suo curriculum parla di 241 presenze e sessantanove goal fatti, ma le statistiche non dicono quanti questo romagnolo, con tutti gli slanci, i pregi e i difetti della sua gente, ne abbia fatti fare a Boniperti, John Hansen e Præst, suoi degni compagni di una stagione felice e pure spensierata. Muccinelli era poesia, profilino di un calcio ancora romantico ancorché quasi professionale, l’ala destra tascabile per antonomasia: mai si era visto uno come lui, capace di gabbare stuoli di terzini con tinta e scatto, contro scatto e contro finta, fino a creare sconquassi nelle difese più abbottonate.
Debutta diciannovenne, nel 1946-47, e subito i tifosi lo notano, lo adottano. È un beniamino prima ancora di rivelarsi un campione. A vent’anni è già titolare fisso. A ventitré la Nazionale gli fa spazio e l’esordio è fragoroso. A Bologna, il 5 marzo del 1950, contro il Belgio, segna due goal. Sì, è arrivato all’apice. Il 1950 è il suo anno magico. Conquista anche il suo primo scudetto, incorniciato da trentaquattro partite e tredici goal. E chi lo ferma più?
In realtà. Muccinelli si concede qualche pausa, si gode la fama meritata e talvolta è come se non ci fosse. Il romagnolo, tanto simpatico alle fanciulle quanto inviso ai difensori grandi e grossi, che se lo vedono scappare da ogni parte, non è sempre al massimo. Ma chi lo è in quella Juve di rodomonte capace di segnare cataste di reti anche solo trotterellando?
Fa in tempo a vincere un secondo scudetto, nel 1952, con diciassette reti in trenta partite, e partecipare nel 1954 al suo secondo Mondiale, in Svizzera: ha dato il meglio di sé, quando nell’estate del 1955 lascia la Juve per chiudere la carriera nella Lazio.
Una generazione di tifosi juventini lo ricorda con immenso affetto e con la riconoscenza che si deve a chi, con il suo infinito campionario di mosse e mossette, ha regalato momenti di spettacolo spensierato in un’epoca di calcio danzato.


VLADIMIRO CAMINITI
Questo Pollicino che dopo ogni partita è in fuga, perfino più velocemente che durante la partita, si chiama Muccinelli e rappresenta il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. È un romagnolo simpatico che, fin dal primissimo match, ha legato con Boniperti, tecnicamente e oniricamente, nella realtà e nel sogno. Ha grandi occhi neri e piccoli piedi voraci di pallone. Chi è per l’abito che fa il monaco, lo scarti, non gli dia la maglia di titolare. Ad esempio, l’inglese Chalmers, tipo bizzarro assai, trovatore più che allenatore, con le sue trovate diverte pure il controllore dei treni che lo scopre all’opera con delle molliche di pane con le quali allena il tozzo Sentimenti IV sulle poltrone del treno in viaggio. Non parlategli di Muccinelli. Come ala destra gli preferisce perfino Angeleri. Muccinelli non se la prende. Attende la prima occasione per andare in fuga, dribblando terzini che sono il doppio di lui, aspettandoli, per dribblarli di nuovo, prima di eseguire il cross in modo che raggiunga il suo amicone Boniperti perché schiaffi il pallone in rete.
Mucci è un altruista nato. Il calcio lo diverte e lo appassiona, perfino le tattiche annesse e connesse, ma molto di più il dopo calcio. Allora può indossare il tight, e accompagnarsi a Boniperti, andando insieme al night o al tabarin. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fugge così velocemente la giovinezza.
Forte di tecnica, e spiritoso di carattere, Muccinelli esalta naturalmente il gioco della squadra nel campionato di tutte le rivincite, quando la Juventus si scuote d’indosso le fuliggini della nostalgia e rimescola il mondo con i suoi goal solari. Sembra finita quando il Milan viene a Torino e le infligge sette bastonate, ma si rifà la domenica successiva andando a vincere a Trieste, e non è successo niente, possiede in se stessa, in ogni suo giocatore, che è un capolavoro di tecnica e di spirito, le risorse per cancellare ogni delusione.
Così come questo piccolo romagnolo è l’araldo del calcio che fa giocare, di conquista degli spazi fisici ma anche di quelli morali e psicologici, con l’allegria dei suoi comportamenti, mai obbedienti a fini prosaici; è il calcio della libertà da ogni alchimia tattica; il calcio di chi è ricco di tutto, e getta nella lotta il suo entusiasmo; il calcio del piccolo Muccinelli, il cui dribbling semina il panico nelle difese, il cui cross è atteso da Boniperti perennemente in agguato per trasferirlo in goal meravigliosi, i goal della giovinezza.

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