martedì 28 luglio 2020

Ermes MUCCINELLI


«Ai miei tempi – diceva – sia la Juventus che il campionato erano un’altra cosa. Si dava più spettacolo, il pubblico si divertiva veramente e il gioco era meno sacrificato sull’altare delle tattiche. La nostra prima linea composta dal sottoscritto, Boniperti, Martino, John Hansen e Præst giunse a segnare cento reti in un campionato».
Di lui disse una volta Boniperti: «Quando giocavamo in casa, la sua domenica sera era già stabilita: cascasse il mondo, andava al night di Via Saluzzo dove, lui che era un tappo, ballava esclusivamente con ragazze altissime. C’era da divertirsi soltanto a guardarlo. Il conto lo faceva mandare sempre allo stesso indirizzo: “Giovanni Agnelli, Corso Matteotti”. Il segretario dell’Avvocato quando si trovava tra le mani quelle note spesa chiedeva preoccupato: “Cosa dobbiamo fare?” “Ah, è quel puttaniere di Muccinelli!” commentava l’Avvocato. E saldava».

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1994
Con Ermes Muccinelli è scomparso lo scorso 3 novembre uno dei campioni simbolo di una Juve tra le più belle e più grandi di sempre, quella capace di riconquistare il vertice del nostro calcio dopo anni difficili e vincere gli scudetti del 1950 e del 1952, con il fragore del tuono e la dolcezza di un assolo di violino. Piccolo, grande Muccinelli: tutto nervi e poesia al servizio di uno scatto proditorio e di un dribbling fiabesco.
Il suo curriculum parla di 241 presenze e 69 goal fatti, ma le statistiche non dicono quanti questo romagnolo, con tutti gli slanci, i pregi e i difetti della sua gente, ne abbia fatti fare a Boniperti, John Hansen e Præst, suoi degni compagni di una stagione felice e pure spensierata. Muccinelli era poesia, profilino di un calcio ancora romantico ancorché quasi professionale, l’ala destra tascabile per antonomasia: mai si era visto uno come lui, capace di gabbare stuoli di terzini con tinta e scatto, contro scatto e contro finta, fino a creare sconquassi nelle difese più abbottonate.
Debutta diciannovenne, nel 1946-47, e subito i tifosi lo notano, lo adottano. È un beniamino prima ancora di rivelarsi un campione. A vent’anni è già titolare fisso. A 23 la Nazionale gli fa spazio e l’esordio è fragoroso. A Bologna, il 5 marzo del 1950, contro il Belgio, segna due goal. Sì, è arrivato all’apice. Il 1950 è il suo anno magico. Conquista anche il suo primo scudetto, incorniciato da 34 partite e 13 goal. E chi lo ferma più?
In realtà. Muccinelli si concede qualche pausa, si gode la fama meritata e talvolta è come se non ci fosse. Il romagnolo, tanto simpatico alle fanciulle quanto inviso ai difensori grandi e grossi, che se lo vedono scappare da ogni parte, non è sempre al massimo. Ma chi lo è in quella Juve di rodomonte capace di segnare cataste di reti anche solo trotterellando?
Fa in tempo a vincere un secondo scudetto, nel 1952, con 17 reti in 30 partite, e partecipare nel 1954 al suo secondo Mondiale, in Svizzera: ha dato il meglio di sé, quando nell’estate del 1955 lascia la Juve per chiudere la carriera nella Lazio.
Una generazione di tifosi juventini lo ricorda con immenso affetto e con la riconoscenza che si deve a chi, con il suo infinito campionario di mosse e mossette, ha regalato momenti di spettacolo spensierato in un’epoca di calcio danzato.

SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO
Il piccolo Ermes Muccinelli («mi manca un millimetro a 1 e 65» precisava lui; a quei tempi bastava molto meno per essere abili al servizio di leva) veniva da Lugo di Romagna (patria di Baracca, uno, annotavano gli spiritosi, che di ali se ne intendeva), aveva giocato nella Biellese ed era arrivato alla Juventus lo stesso anno di Boniperti, acquistato per due milioni dal presidente Dusio, ala destra anche lui intorno agli anni ‘20.
Quel peperino ricordava un altro irresistibile piccoletto di una formidabile Juve, Pietro Sernagiotto (1 metro e 55) e dopo averlo visto all’opera, lo aveva definito senza sforzi di fantasia «un piccolo grande giocatore».
Per Muccinelli la conquista della maglia di titolare non era stata facile. Se ne raccontano di buffe a questo proposito: il custode che lo blocca all’ingresso del campo perché «hai sbagliato giorno, i ragazzini si allenano domani» a uno stravagante allenatore, lo scozzese Chalmers, che lo fa stare dietro la porta, durante gli allenamenti, a riprendere i palloni, proprio come un raccattapalle.
Nella Juventus, prima di diventare il popolare «Mucci», aveva trovato un amico, Boniperti, debuttante anche lui. Tra i due si era stabilita un’intesa perfetta che il biondo centravanti ha descritto così: «Muccinelli era l’unico di cui sentivo il fluido, da qualunque parte del campo fosse. Prima ancora di scorgerlo, sapevo in partenza dove trovarlo; posso dire che fra di noi non sbagliammo mai un passaggio».
Giunto ai fasti della prima squadra, trovò critici entusiasti: «Una saetta negli ultimi 10 metri. Un giocatore di astuzia e di talento. I suoi spunti rimangono nella retina come saggi di bravura». E Gianni Brera: «Fu una delle più classiche ali mai prodotte in Italia. Era l’omino-dovunque della maggior Juventus da me vista. Evoluiva per il campo, nel settore destro, dietro al suo istinto di incontrista sul tempo: balzava fulmineo sulle palle portate dagli avversari, smistava a un compagno o addirittura faceva dietro-front per iniziare l’attacco. In fase difensiva permetteva alla Juventus di fare un catenaccio irreprensibile: arretrava lui sull’interno, Mari si spostava per il primo tackle sul centravanti...».
Per altri (Roghi poeticamente diceva che «Muccinelli in campo è un gol che fluttua nell’aria») era l’ultimo grande interprete del ruolo di ala destra secondo gli antichi canoni di purezza offensiva. Di fatto era un’ala completa che non si limitava all’appoggio: sapeva dribblare in maniera irresistibile, sfuggendo (non sempre) con la sua eccezionale vitalità alle durezze dei difensori e anche battendo a rete come dimostrano le copiose segnature.
Tra i suoi gol è famosa la doppietta del debutto in Nazionale, nella primavera di quel magico 1950. A Bologna, contro il Belgio, Muccinelli era entrato con la tuta delle riserve, si era seduto ai bordi (la panchina non esisteva) tra la folla che straripava in campo, dopo neppure mezz’ora eccolo prendere il posto del suo amico Boniperti, infortunato. Mancavano pochi minuti al riposo, l’Italia stava perdendo per 1 a 0, quando «Mucci» si trovò in mezzo a due marcantoni in maglia rossa nel cuore dell’area, allungò fulmineo la gamba su una palla che sembrava persa, la vide infilarsi in rete prima di cadere lungo disteso sulla schiena. Nella ripresa, il gol della vittoria, bellissimo: un fulmineo scatto, i famosi «ultimi 10 metri», un passaggio di Cappello che sembrava già preda del portiere, il tiro violento, dal basso in alto, il pallone a squassare la rete, sotto la traversa.

VLADIMIRO CAMINITI
Questo Pollicino che dopo ogni partita è in fuga, perfino più velocemente che durante la partita, si chiama Muccinelli e rappresenta il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. È un romagnolo simpatico che, fin dal primissimo match, ha legato con Boniperti, tecnicamente e oniricamente, nella realtà e nel sogno. Ha grandi occhi neri e piccoli piedi voraci di pallone. Chi è per l’abito che fa il monaco, lo scarti, non gli dia la maglia di titolare.
Ad esempio, l’inglese Chalmers, tipo bizzarro assai, trovatore più che allenatore, con le sue trovate diverte pure il controllore dei treni che lo scopre all’opera con delle molliche di pane con le quali allena il tozzo Sentimenti IV sulle poltrone del treno in viaggio. Non parlategli di Muccinelli. Come ala destra gli preferisce perfino Angeleri. Muccinelli non se la prende. Attende la prima occasione per andare in fuga, dribblando terzini che sono il doppio di lui, aspettandoli, per dribblarli di nuovo, prima di eseguire il cross in modo che raggiunga il suo amicone Boniperti perché schiaffi il pallone in rete.
Mucci è un altruista nato. Il calcio lo diverte e lo appassiona, perfino le tattiche annesse e connesse, ma molto di più il dopo calcio. Allora può indossare il tight, e accompagnarsi a Boniperti, andando insieme al night o al tabarin. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fugge così velocemente la giovinezza.
Forte di tecnica, e spiritoso di carattere, Muccinelli esalta naturalmente il gioco della squadra nel campionato di tutte le rivincite, quando la Juventus si scuote d’indosso le fuliggini della nostalgia e rimescola il mondo con i suoi goal solari. Sembra finita quando il Milan viene a Torino e le infligge 7 bastonate, ma si rifà la domenica successiva andando a vincere a Trieste, e non è successo niente, possiede in se stessa, in ogni suo giocatore, che è un capolavoro di tecnica e di spirito, le risorse per cancellare ogni delusione.
Così come questo piccolo romagnolo è l’araldo del calcio che fa giocare, di conquista degli spazi fisici ma anche di quelli morali e psicologici, con l’allegria dei suoi comportamenti, mai obbedienti a fini prosaici; è il calcio della libertà da ogni alchimia tattica; il calcio di chi è ricco di tutto, e getta nella lotta il suo entusiasmo; il calcio del piccolo Muccinelli, il cui dribbling semina il panico nelle difese, il cui cross è atteso da Boniperti perennemente in agguato per trasferirlo in goal meravigliosi, i gol della giovinezza.

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