giovedì 17 luglio 2014

Henry GOODLEY

1903, la Juventus veste per la prima volta il bianconero, i colori delle divise fatte venire da Nottingham. Alfred Dick, industriale svizzero nel ramo tessile, diventa presidente e immette nella squadra i suoi dipendenti stranieri che già hanno maggiore famigliarità con la sfera di cuoio. Tra questi, l’inglese Goodley, che con il connazionale Savage insegna football agli ex ginnasiali juventini in Piazza d’Armi e gioca alcune partite nella prima stagione importante della storia juventina: quella che porta la squadra alla finale con il Genoa, persa (a Genova) per 3-0.

MARIO PENNACCHIA, DA “GLI AGNELLI E LA JUVENTUS”
Sono passati trentatré anni da quando, su una panchina di Corso Re Umberto, alcuni studenti del liceo-ginnasio D’Azeglio hanno dato vita alla Juventus. La radice del club nasce al Valentino, dove Luigi di Savoia, Duca degli Abruzzi (avendolo scoperto attraversando gli Stati Uniti di ritorno dalla scalata dei 5.514 metri del Sant’Elia in Alaska) ha introdotto alla fine dell’ottocento questo nuovo gioco che si chiama football nel gruppo degli amici, fra i quali Enrico Canfari, primo presidente juventino, suo fratello Eugenio, Malvano, Hess e gli altri fondatori del club bianconero. Del football è maestra la Gran Bretagna e a Torino di inglesi, scozzesi, irlandesi c’è discreta rappresentanza nel ramo del commercio. Perciò, trovare qualche Mister fra i giovanotti della prima Juventus non costituisce motivo di meraviglia. Anzi, sono accolti e circondati da premure e attenzioni che non potrebbero spiegare meglio l’ansia di apprendere o di perfezionarsi che anima questa brigata di adolescenti torinesi.
In particolare due sudditi di sua maestà la Regina Vittoria conquistano non solo la stima, ma presto anche l’affetto degli juventini: John Savage e Henry Goodley. Sono essi che ordinano a Nottingham, loro città di origine, le prime maglie che con ingenuo disappunto gli juventini scoprono bianconere a strisce (all’origine indossavano addirittura camicie rosa con cravatta nera!); sono essi che ammaestrano di giorno in giorno nelle regole e nella tecnica gli impazienti allievi; sono ancora essi che dirigono anche le partite ufficiali nei primi anni del ventesimo secolo, quando ogni società all’atto dell’iscrizione al campionato deve presentare uno o più soci-arbitri e aggiungerli all’elenco dei soci-giocatori.
Mister Goodley conosce il regolamento del football alla perfezione ed è un gentiluomo, dunque non si potrebbe sperare di meglio. E quando è chiamato ad arbitrare all’Arena di Milano, il 15 maggio 1910, la prima storica partita della Nazionale italiana (Francia travolta per 6-2), è comprensibile che tale scelta sia interpretata dai dirigenti e soci della Juventus come un onore. Henry Goodley si conferma così in gamba che ancora a lui si ricorre quando l’Italia replica con l’Ungheria, sempre all’Arena milanese, il giorno della Befana 1911. I magiari vincono per 1-0, ma alla fine della partita per Goodley ci sono soltanto ringraziamenti anche da parte degli sconfitti. E proprio un gentleman, gli juventini lo sanno bene e quindi non si sorprendono quando Mister Henry è invitato ad arbitrare, sempre a Milano, il 7 maggio 1911 contro la Svizzera, anche la terza partita interna che la nostra Nazionale conclude con un pareggio, 2-2. Tre partite interne, le prime tre della storia azzurra, una vittoria, una sconfitta e un pareggio: anche questi risultati sembrano voler sancire l’imparzialità di Mister Goodley che ha tuttavia un solo rammarico: non aver potuto arbitrare la Nazionale nella sua città di adozione, Torino.
Ma questa gioia (che l’austero inglese tuttavia riesce benissimo a mimetizzare con la sua innata impassibilità) gli viene concessa il 10 maggio 1913, quando sul campo torinese di Piazza d’Armi l’Italia ospita il Belgio. Segna un vercellese, Ara, l’unico goal ed è del resto più che logico dal momento che, fatta eccezione per il doriano Fresia, i vercellesi in campo sono dieci! Quando Goodley sanziona la fine della partita, gli juventini sono i primi a corrergli incontro per rallegrarsi con lui, ma Mister Henry ha un modo a dir poco strano di ringraziarli: «Sono contento – li gela – di aver concluso in questo modo la mia permanenza a Torino. Ora posso tornare soddisfatto nella mia patria».
I bianconeri restano di sasso. Poi cercano nell’incredulità l’ultimo disperato rifugio. Che Mister Henry abbia voluto sfoderare un altro esempio del suo humour? Ma non è così: Goodley lascia sul serio Torino e l’Italia, se ne torna a casa, forse anche perché il cielo politico d’Europa tende sempre più a caricarsi di nuvole minacciose. Con Umberto Malvano in testa, i soci della Juventus decidono allora di donare al grande amico e benefattore un ricordo tangibile della loro riconoscenza e del suo soggiorno a Torino. Si pensa a un orologio d’oro. Ma occorrono molti soldi. Ed ecco l’idea: aprire una sottoscrizione di venticinque centesimi a persona che in definitiva corrisponde alla rinuncia a comperare per una volta il giornale. Alla “Gazzetta del Popolo” vengono a sapere di questa iniziativa, l’apprezzano, si dicono pronti a patrocinarla.
Lo schivo Henry Goodley parte così alla svelta che i suoi grati e affezionati allievi juventini non fanno purtroppo in tempo a consegnargli l’orologio d’oro. «E ora che l’abbiamo acquistato – si chiedono – che ne facciamo?» «L’orologio non si tocca, oramai è di Mister Henry»: su questo sono tutti d’accordo. E allora cominciano a scrivere agli indirizzi inglesi di Goodley, dei parenti di Goodley, degli amici di Goodley. Ma passano giorni, mesi, anni, l’Europa precipita nella Grande Guerra e di Henry Goodley si perde ogni traccia. Delusi, amareggiati, gli juventini tuttavia non sono nemmeno sfiorati dalla tentazione di disfarsi dell’orologio. Piemontesi incrollabili, decidono di aspettare che finisca la guerra per riprendere le ricerche dell’indimenticabile Goodley. E così puntualmente fanno, sino al doloroso giorno in cui nella sede del club arriva una funesta notizia: «Goodley è caduto sul fronte francese».
Gli juventini sono oramai affascinati da quest’orologio d’oro, per loro è di Henry Goodley e basta. E perciò ci attaccano un’etichetta con sei parole: «Destinato a Mister Goodley, forse morto». Quindi si recano dagli amici giornalisti che hanno patrocinato la sottoscrizione e l’affidano alla loro custodia. Così, l’orologio acquistato nel 1913, finisce qualche anno dopo in fondo ad un cassetto nella redazione della “Gazzetta del Popolo”. Torinesi tutti di un pezzo: o di Goodley o di nessuno.
La Juve di Edoardo Agnelli ha appena accolto lo scanzonato Cesarini, in quest’apertura del 1930, quando alla sede si presenta un giorno un distinto e attempato signore. Dice di chiamarsi Henry Goodley e per quanto il suo italiano sia ottimo, pure si capisce benissimo che a parlarlo è uno straniero: «Goodley?» «Proprio Henry Goodley?» «È tornato Mister Goodley!» «È tornato il nostro Henry!» Così, saltando dal bisillabo pronunciato con tono stupito al nome e cognome scandito con crescente, affettuosa intensità; scuotendosi dall’interrogativo all’affermativo e all’esclamativo, gli juventini si passano la voce e in un baleno tutta la città sa che è tornato Goodley. Alla Juventus fioccano chiamate, alla “Gazzetta del Popolo” si scatena una bagarre. La sede si affolla. Gli abbracci si sprecano. I ricordi vengono su tra un bicchierino di vermouth, un pasticcino e una lacrima che scivola piena di pudore. Goodley rivela una vicenda che sarebbe piaciuta a Giulio Verne o a Emilio Salgari: è finito nientemeno che in Russia, sperduto, travolto da una rivoluzione. Gli ci sono voluti parecchi anni prima di poter tornare nella sua Inghilterra. «Ma come vedete – si lascia scappare, riuscendo tuttavia a confermare il suo tante volte ammirato self control – non vi ho dimenticati».
Gli juventini stanno ad ascoltare ancora tutti emozionati, quando un grido si leva all’improvviso in mezzo a loro: «L’orologio!» Sono passati diciassette anni da quando fu acquistato, chissà che fine avrà fatto! Ma qualcuno, testardo, vola ugualmente nella sede della “Gazzetta del Popolo”, fruga eccitato nei cassetti ed eccolo lì, sempre lì, l’orologio d’oro con la sua etichetta: «Destinato a Mister Goodley, forse morto».
Anche gli inglesi scoprono questa Juventus che Edoardo Agnelli sta portando al rango di un club sovrano e a quelli che già la conoscevano si rivela il carattere dei piemontesi: Il giornale “Observer” di Londra, infatti, non si fa sfuggire la vicenda e accende la curiosità di milioni di flemmatici sudditi di Sua Maestà: «Mister Henry – così il famoso giornale conclude la corrispondenza da Torino – è riuscito a rimanere imperturbabile fino alla consegna del dono, ma poi si è commosso ed ha dichiarato: “Quest’orologio mi ricorda i giorni più belli della mia vita”».
«La vittoria è del forte che ha fede», è il motto che alla Juventus ha lasciato il poeta Corrado Corradino, presidente del club bianconero a cavallo della Grande Guerra. Chissà che non l’abbia ispirato proprio l’orologio di Goodley. O, più semplicemente, solo due di quelle sei parole scritte sull’etichetta: “Forse morto».

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