lunedì 13 gennaio 2014

Giacomo BULGARELLI

Era un calcio corsaro, ci si riconosceva dagli sguardi. Le bandiere erano un valore, la fedeltà era una scelta di vita. Giacomo Bulgarelli, nelle foto d’epoca, ha le labbra sottili, appena increspate in una linea dolce, gli occhi intelligenti che lasciano balenare lo scintillio di un sorriso, ma di quei sorrisi volutamente distratti che lasciano sempre immaginare che ci sia dell’altro, dietro la foto. C’era molto altro, dietro la figurina da leggenda dell’onorevole Giacomino, schiena dritta, fascia da capitano e gagliardetto in mano quando entrava al Dall’Ara in certi pomeriggi di un sole che non c’è più. Si stava nei Sessanta, Bulgarelli era il Bologna ed il Bologna si riconosceva in lui. La diversità di un campione, l’unicità di un uomo.
«Non è un’immagine, perché in quel momento avevo gli occhi chiusi. Quel che mi resta del 7 giugno 1964, del mio 7 giugno, è una sensazione paradossale, un brivido freddo: l’arbitro Lo Bello ha appena fischiato la fine ed è il migliore dei finali possibili. Il Bologna è Campione d’Italia: abbiamo vinto, una presa di coscienza tutt’altro che istantanea, al termine di una stagione irripetibile, esaltante e terribile al tempo stesso. Siamo sopravvissuti alle accuse infamanti di doping, abbiamo lottato sul campo, ma anche nei tribunali, sui giornali, nelle piazze. Nemmeno la morte del presidente Dall’Ara, appena quattro giorni prima dello scudetto, ci ha piegato: sarebbe stato ridicolo, come sosteneva Bernardini, accettare la proposta dell’Inter e della Federazione di uno scudetto ex aequo. “Ex cosa?” avrebbe riso il presidente, che amava i compromessi solo quando convenivano a lui. Ora era finita per davvero e c’era chi piangeva; chi correva senza meta, perché non sapeva che cos’altro fare; chi cercava con gli occhi la moglie in tribuna; chi voleva l’abbraccio dei tifosi. Bernardini si teneva una mano sul cappello, quasi fosse l’ultimo disperato tentativo di non spiccare il volo. Ed io? Io non trovai di meglio che abbandonarmi a terra. Così, sdraiato sulla schiena, gli occhi socchiusi, ascoltavo il frastuono e cercavo in tutti i modi di essere felice. Ancora oggi non so se ci riuscii, ma so che ad un certo punto si fece strada in me quella sensazione fredda, forse stonata, col senno di poi sicuramente premonitrice. “Non vivrò mai più un momento così”, ecco cosa pensavo, mentre Bernardini si ancorava al cappello ed i miei compagni si abbracciavano, cantavano e piangevano. Mai più: chissà perché certi pensieri sbucano quando non dovrebbero e, soprattutto, perché il tempo non si premura di smentirli».
394 furono alla fine le partite (in campionato) di una storia irripetibile. Quella decisiva non è sugli almanacchi. È nella memoria dei bambini che giocavano all’oratorio di Portonuovo, il paesino della bassa, 3.000 anime sì e no venti chilometri da Bologna. Lì era nato Giacomino il 24 ottobre del 1940. Vita serena ed agiata, nonostante la guerra.
Fu un film, è proprio il caso di dirlo, a far scoccare la scintilla del pallone. Tutti ne parlavano estasiati, così Giacomino ed un suo amichetto, alla bella età di sei anni, si mettono a giocare a “L’inferno a Chicago”: appiccano il fuoco a due baracche di legno e si appostano per vedere l’effetto che fa. Arrivano tutti gli abitanti del paese: lì a due passi sono sepolte chissà quante mine. L’amichetto prende quattro cinghiate dal padre, mentre Giacomo si nasconde braccato da papà Leando: «Me la cavai con due mestolate nel sedere», raccontava con gli occhi lucidi. Fu così, come ha scritto Sergio Perbellini, che papà Leandro e Don Dante Barbiani, entrambi alle prese con i ragazzini terribili, decisero che era arrivato il momento di dare un senso a tanta esuberanza.
Ed un senso poteva darlo solo una squadretta di calcio. Fu amore a prima vista, amore vero, sconfinato. Giacomino non faceva altro e sai come sono i padri: senza pallone non andava bene, con troppo pallone non andava bene lo stesso. È che il dottore, sottovoce, aveva detto a mamma e papà che Giacomino doveva andarci piano: aveva il soffio al cuore! Va ricordato: in quegli anni di diagnosi al buio, la metà dei bambini ha il soffio al cuore. Giacomo se ne infischiò e fece bene.
Nel frattempo la famiglia di Giacomo si trasferì a Bologna per stare vicina alla sorella Luigina che voleva studiare. Quando il ragazzino compì undici anni, il padre lo iscrisse alle medie al San Luigi, retto dai padri Barnabini, scuola per rampolli di buona famiglia. Giacomo con i suoi abitava in via Montanari, zona Mazzini e quando si dice il destino: dalla finestra di casa sua Stefano Mike detto Pista, ungherese, prima giocatore poi passato alla guida del settore giovanile del Bologna, vede i ragazzi giocare a pallone.
Si accorge di quel mingherlino che li semina tutti e che fa goal quando ne ha voglia. Lo dice al capo allenatore, un altro ungherese che ha lasciato il segno (Coppa Europa del 1932 e salvezza miracolosa del 1952), Giulio Lelovich. Primavera del 1953: è l’ora del provino. Il Bologna da appuntamento a Bulgarelli al campo dei Ferrovieri. Giacomo usa solo il destro e non è veloce, neppure per i tempi di allora. Ma sta a testa alta e, dice Lelovich, «nessuno alla sua età gioca senza guardare il pallone. Prendiamolo».
È un’impresa. Giacomo, come la Cinquetti di Sanremo, non ha l’età. Per un anno è un giocatore clandestino del Bologna. Il 24 aprile del 1954, giorno del suo quattordicesimo compleanno, Giacomo Bulgarelli è a tutti gli effetti un membro della famiglia Bologna Football Club. Ne farà parte per oltre venti anni, conquistando il record di presenze, 486 in tutto, fra campionato e coppe.
All’inizio giocava all’ala, ruolo che impone la velocità che gli mancava. E segnava tanto. Ma era nato per giocare in mezzo al campo e si sentiva a disagio. In più il padre non voleva che diventasse professionista. Voleva che passasse l’esame di maturità e che si iscrivesse a legge. Nell’aprile 1959, Alfredo Foni, allenatore di un deludente Bologna, lo fece esordire contro il Vicenza: 1-0 per i rossoblu e parole d’elogio del burbero tecnico friulano. Giacomo nasce come mezzala di punta, ma l’intelligenza, il senso tattico non comune, la decisione nel tackle, ne fanno un centrocampista completo, cerebrale e di movimento.
Il 1959/60 lo vede partire riserva dei due nuovi acquisti del centrocampo, l’uruguaiano Hector De Marco ed il classico ma poco dinamico Sergio Campana, futuro presidente dell’Associazione Calciatori: a metà torneo De Marco, non dotato di grandi mezzi tecnici, cala vistosamente e Campana segna qualche rete ma gioca a ritmi troppo lenti. C’è bisogno di mordente, di forze fresche: così l’allenatore Allasio lancia in pianta stabile Bulgarelli a centrocampo ed in difesa da spazio ai due coriacei friulani Tumburus e Furlanis, future colonne della retroguardia dello scudetto. A fine stagione, assieme ad altri giovani di talento quali Rivera e Trapattoni, Bulgarelli e Tumburus saranno convocati da Rocco e Viani per la Nazionale Olimpica di Roma 1960. È fatta.
Nel 1960/61 Giacomo è titolare nel Bologna: accanto a lui giocano Vinicio, Campana, il redivivo Perani, rientrato dal prestito al Padova, ed il leccese Mimmo Renna, definito poi Garrincha dei poveri per il dribbling e per le frenetiche discese palla al piede. Bulgarelli giocherà nella Nazionale giovanile, l’allora Under 23, con buoni risultati. Nel 1961 Bernardini lo schiera mezzala di punta, perché a centrocampo c’è anche il nuovo acquisto Franzini, cremonese di pelo rosso che ballerà per una sola estate nonostante non sia davvero male, ed è in arrivo tale Helmut Haller. 26 le partite (e 8 le reti) di Giacomo ed a fine stagione la convocazione, insieme con l’amico Pascutti, Janich e Tumburus, per il Mondiale cileno dove debutta contro la Svizzera, realizzando due belle reti.
Nel 1962/63 il Bologna gioca come solo in Paradiso, dice Fulvio Bernardini dopo un 7-1 al Modena: 30 presenze (e 7 reti) per il ragazzo di Medicina che, nel frattempo, è passato in cabina di regia, perché Haller è più portato alle scorribande, fantasiose ed imperiose, in avanti e molto meno a contrastare gli avversari. Il Bologna si conferma quarto, ma comincia a delinearsi la squadra campione nel 1964. Manca un portiere di classe e Dall’Ara acquista Carburo Negri, numero 1 del Mantova e della Nazionale.
Nell’anno magico dello scudetto, Giacomo segna una splendida rete alla Fiorentina alla quarta giornata: parte come un treno da centrocampo, evita mezza difesa viola e fulmina Albertosi nella porta sotto la curva Andrea Costa. Un goal capolavoro. Un altro, splendido, lo realizza il 29 dicembre 1963 contro la Juventus (2-1 per i rossoblu), involandosi, invano tallonato da Leoncini e Castano, un po’ come aveva fatto in occasione della rete alla Fiorentina. Mattrel è inesorabilmente battuto.
Bulgarelli diventa un punto fermo anche della Nazionale, affidata a Edmondo Fabbri; Giacomo gioca accanto a campioni come Mazzola, Rivera, Mora e, quasi sempre, Pascutti. Archiviato il vittorioso spareggio del 1964 contro l’Inter, il successivo campionato dei rossoblu è condizionato dalla sfortunata eliminazione in Coppa dei Campioni contro i belgi dell’Anderlecht, promosso per sorteggio nel campo neutro di Barcellona. Sulla scia di quella batosta, raramente in quella stagione la squadra esprimerà tutto il potenziale tecnico di cui era in possesso.
Nel 1965/66 il Bologna di Carniglia arriva secondo dietro la solita, potentissima, Inter. A fine stagione Giacomo, insieme con Janich, Fogli, Perani e Pascutti, partecipa ai Mondiali d’Inghilterra del 1966. Sono i Mondiali della famigerata Corea del Nord, gara nella quale proprio Bulgarelli deve uscire anzi tempo per via di un incidente al ginocchio già malandato: non sono ammesse le sostituzioni, l’Italia perde 1-0 e va a casa tra fischi e pomodori. Nel 1967 Giacomo collezionerà l’ultimo dei suoi 29 gettoni azzurri (7 le reti), mentre in campionato le sue presenze saranno in tutto 392 (43 goal), tutte in serie A.
All’inizio del torneo 1967/68 viene operato al menisco del ginocchio “coreano” ed il Bologna, che ha le riserve contate, accusa il colpo. Poi c’è Clerici, che accusa la pressione psicologica di dover sostituire Nielsen nel cuore dei tifosi, mentre Haller è ormai in rotta con la tifoseria e vuole andarsene. I rossoblu termineranno quinti ed il “Grande Bologna” di Bernardini, che era nato nel 1961, chiuderà i battenti proprio nel 1968, anno di grandi tensioni un po’ dappertutto. Giacomo ritrova, nel 1969, Edmondo Fabbri, chiamato alla guida del Bologna: i rapporti tra i due sono ottimi e per Mondino il medicinese è l’allenatore in campo, l’uomo di cui si fida di più e che deve far girare la squadra.
Nel 1970 arriva per il Bologna la prima Coppa Italia, vinta in finale sul Toro (2-0, doppietta di Savoldi). Poi, durante l’estate, la ventilata cessione di Bulgarelli al Milan è sventata dal precipitoso ritorno di Fabbri, furibondo, dalla Romania: il presidente rossoblu Venturi rinuncia, obtorto collo, alla cessione e di lì a poco gli altri azionisti lo sostituiscono con il giovane Patrizio Filippo Montanari. Bello il campionato 1970/71 per il Bologna che sulla maglia porta la coccarda tricolore della Coppa Italia: la squadra è molto buona grazie ai nuovi acquisti Rizzo, Fedele e soprattutto Liguori, giocatore dai grandi mezzi tecnico/atletici nel quale molti vedevano, nel tempo, l’erede designato di Bulgarelli. Purtroppo, il 10 gennaio 1971 avrà la carriera stroncata da un durissimo scontro con il milanista Romeo Benetti.
Nel 1972 arriva Pesaola, sotto la cui sagace guida Giacomo vincerà un’altra Coppa Italia nel 1974, a spese del Palermo che al 90’ si vedrà raggiungere su rigore per un fallo proprio ai danni di Giacomo. Ai rigori poi il Bologna conseguirà , un po’ fortunosamente, la vittoria contro gli scatenati rosanero.
La lunga carriera di Bulgarelli volge all’epilogo: alle sue spalle preme il giovane romagnolo Eraldo Pecci, bel tipo di guascone, di cui colpevolmente il Bologna si sbarazzerà troppo presto salvo ricomprarlo usato a fine carriera. Per le ultime giocate di Bulgarelli, Pesaola gli inventa il ruolo di libero, un libero sui generis, che gioca davanti la difesa.
È il 1975 e Giacomo lascia il calcio giocato: da quel momento i bolognesi si sono sentiti tutti più soli. D’altra parte, a trentacinque anni e con le ginocchia martoriate, Bulgarelli preferisce lasciare il suo Bologna in serie A nel piacevole e grato ricordo di chi l’ha visto indossare con cuore ed orgoglio la nobile divisa rossoblù.

Giacomo Bulgarelli ci ha lasciato il 12 febbraio 2009.
La sua eredità è straordinaria. Con lui ci lascia un’Italia in bianco e nero. È l’Italia che Bulgarelli ha attraversato col passo della mezzala sapiente.
Ci lascia la bellezza di chi è riuscito a celebrare la poesia del calcio, cantare il gesto singolo, fissare l’istante inimitabile di un lancio od un dribbling, e sottrarlo per sempre ai danni del tempo e della memoria. «Così si gioca solo in Paradiso», disse Fuffo Bernardini dopo un Bologna-Modena 7-1.
Da quelle parti, paradisi di nuvole a rincorrersi e cieli larghi come campi silenziosi prima del calcio d’inizio ha sempre giocato Giacomo Bulgarelli da Portonovo di Medicina, che fece di sé stesso una bandiera e la lasciò sventolare a lungo nel vento di Bologna, per tutto il tempo che è stato e per quello che verrà, Giacomino entrerà in campo col gagliardetto in mano, la fascia da capitano e la schiena dritta, strizzando appena gli occhi per la frustata secca di un sole che non c’è più.



Tratto da: http://www.storiedicalcio.altervista.org/index.html

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sei il mio mito ciao Franco