venerdì 16 giugno 2017

Giuseppe Oscar DAMIANI


È stato un ottimo giocatore e, forse, avrebbe avuto maggiore fortuna, se soltanto avesse adoperato quella diplomazia che oggi, dopo una lunga carriera come manager di calcio, gli è caratteristica e che anni fa sembrava invece fargli difetto. È stato probabilmente l’ultima ala destra dei tempi moderni, con il suo frenetico svariare sulla fascia destra del terreno di gioco. Damiani è stato, nel calcio italiano, l’ultimo interprete di un tipo di gioco offensivo che oggi tecnica e tattica non permettono e non concepiscono più. Ala destra pronta a scattare e poi a crossare oppure a saltare al limite dell’area il difensore per poi andare al tiro, era soprannominato Flipper proprio per il suo modo di giocare che ricordava per rapidità, scatto, vivacità e imprevedibilità, la pallina di uno di quei giochi che oggi sono finiti nei depositi di rottami per far posto ai più moderni video game. «Fu Invernizzi a chiamarmi così, quando giocavo nei ragazzi dell’Inter. Ero un peperino tutto scatti, mi fermavo e ripartivo come una molla e così arrivo, puntuale, il soprannome».
Oscar veste la maglia bianconera per due stagioni. Arrivato nell’estate del 1974 e vince subito lo scudetto, con Carlo Parola in panchina, disputando settanta incontri. Buono il numero di reti segnate: sedici in campionato, sei in Coppa Italia e due in Europa.
Di Damiani stupisce la carriera e il numero di squadre in cui ha giocato: dopo le giovanili del Brescia, dov’è nato il 15 giugno del 1950, ecco l’Inter, il Vicenza, il Napoli, di nuovo il Vicenza, quindi la Juventus, il Genoa, ancora il Napoli, il Milan, un’esperienza nel soccer con il Cosmos, il Parma e infine la Lazio. In tanto girovagare anche il tempo per rispondere a due convocazioni azzurre, due nella Nazionale B e quattro nella Giovanile. Una carriera lunga, ricca di soddisfazioni e venata da un rimpianto: quello di non aver potuto restare più a lungo nella Juventus. Una squadra e una società che affascinò Damiani in maniera totale da spingerlo, ogni volta che l’incontrava da avversario, a dare il meglio di sé per dimostrare che la sua cessione era stata un grande errore. Damiani aveva dato ciò che doveva dare e poteva dare e la società bianconera aveva altri obiettivi, puntando ad altri giocatori.
Il rapporto fu chiaro e paritario e resta, per Damiani, sicuramente il più importante della carriera, anche se maglie come quella del Napoli e del Milan devono e possono offrire grandi emozioni a un professionista. E ai tifosi juventini che lo ricordano resta il rimpianto per il suo modo di giocare che, a volte, era persino troppo agitato ma che, difficilmente, si potrà rivedere, in tempi brevi, nei nostri stadi.
«Foresto sotto certi aspetti è Damiani detto Oscar o Flipper – scrive Caminiti – parlatore agguerrito nella fattispecie del rapporto col giornalista. Ala disposta a sgroppare e sudare, non a rischiare, fine, eccentrico, con le fatiche dell’emigrante nelle ossa e la protesta sociale nelle vene, riprese nella Juventus del collettivo un discorso di sopravvissuti, la corsa lungo l’out e il cross, il dribbling pur fine a se stesso, avendo dirimpettaio il lezioso ed estroso leccese Causio detto Brazil. Non gli credeva Vycpálek, lo osteggiavano Capello ed anche Bettega, gli era amico Furino e peranco Causio. In verità, Damiani correva molto, mai aveva corso tanto nel Napoli dove Chiappella gli dava dal pavido. Ragazzo che vive non soltanto di calcio, Damiani ha educazione di emigrante, sa soffrire, sa aspettare, sa mettersi da parte. E sa segnare goal decisivi, di piede e di testa, soprattutto di testa, perché non gioca solo coi piedi. All’appuntamento non tarda mai. È uno che ha imparato a vivere prima di imparare a giocare. Un ragazzo serio riuscirà sempre a domare, si fa per dire, un pallone di cuoio. Chi conosce i propri limiti va lontano».


“HURRÀ JUVENTUS”, SETTEMBRE 2009
Damiani, che Juventus era quella in cui arrivò nel 1974-75? «Era una Juventus che fece molto bene vincendo il campionato. Fu un bell’anno, probabilmente il più bello di tutta la mia carriera. Ho ricordi stupendi legati a compagni meravigliosi con cui ancora oggi mi sento. Insomma, sicuramente il mio periodo più bello come giocatore».
La sua carriera in bianconero non è stata lunga. «Non ho avuto la fortuna di rimanere molti anni alla Juventus, perché la stagione successiva alla vittoria dello scudetto fummo superati per pochi punti e sul finale di stagione dal Torino. Avessimo vinto quel campionato probabilmente la mia carriera bianconera sarebbe cambiata. Credo che avrei potuto giocare sette o otto anni a Torino. Però non ho troppi rimpianti, mi sono rimasti solo bei ricordi».
Dopo quell’epilogo amara della stagione 1975-76 anche altri personaggi lasciano la Juventus, Parola, sostituito da Trapattoni, Capello e Benetti. «Sono andato al Genoa che ero ancora molto giovane. La Juventus mi mandò lì pensando poi di riscattarmi l’anno dopo e farmi tornare a Torino magari con Roberto Pruzzo, che all’epoca faceva il suo esordio con il Genoa. Io e Roberto disputammo un grandissimo campionato con la maglia rossoblu, facendo ventinove goal in due: diciotto Pruzzo e undici io. Purtroppo fece molto bene anche la Juventus con Bettega e Boninsegna, vincendo lo scudetto, con il record di cinquantuno punti, e la Coppa Uefa. Boniperti decise quindi di non riscattarmi e non prese neanche Pruzzo. Parlando della mia esperienza al Genoa, mi trovai molto bene e disputai ottime partite. Mi ricordo in particolare proprio i due goal che realizzai alla Juventus».
Due goal nelle due partite giocate a Marassi nelle stagioni 1976-77 e 1977-78. «Due bei goal, anche se sul primo le polemiche non mancarono. I difensori della Juventus mi accusarono, ingiustamente, di avere toccato la palla con il braccio. Fu una piccola rivincita e sicuramente una soddisfazione fare un goal da ex alla Juventus. E poi farlo a Marassi con un pubblico fantastico. Feci proprio due belle gare in quelle occasioni».
Ricordi particolari? «Giocare a Genova contro la Juventus è sicuramente una partita particolare. Il pubblico accorre in massa e lo stadio è sempre pieno. Tutta la settimana precedente la gara c’era una grande carica. Affrontare la Juventus per i genoani è sempre un impegno particolarmente sentito. Per me furono partite gioiose anche perché giocate contro ex compagni e una società con cui mi ero comunque lasciato in ottimi rapporti, in particolare con Boniperti e con il dottor Giuliano. Insomma feci un piccolo scherzo a Zoff e compagni, comunque entrambe finirono in parità».
Segnare non fu una novità. «Ero un’ala classica di quantità e di qualità ma davanti a me giocavano sempre due punte, quindi spesso fungevo da terzo attaccante, avevo una certa propensione alla finalizzazione e realizzavo anche parecchi goal. Segnavo anche di testa pur non essendo molto alto. Ero un giocatore abbastanza eclettico e veloce, ma non stavo solo sulla fascia: venivo a dare una mano anche in difesa, perché con Causio come mezzala avevo anche compiti di ripiegamento».
Due ali destre che giocavano assieme? «Forse anche per questo motivo non tornai a Torino: Trapattoni probabilmente pensava che saremmo stati troppo offensivi con me sull’ala destra e Causio mezzala, come invece giocavamo con Parola. E quindi scelse Causio, sulla fascia destra, anche se aveva caratteristiche diverse dalle mie: aveva più classe, più fantasia anche se non finalizzava quanto riuscivo a fare io. Quindi con lui mezzala ed io all’ala probabilmente per Trapattoni saremmo stati troppo sbilanciati in avanti. Comunque in quei due splendidi anni io e Causio sulla fascia destra riuscimmo a fare grandi cose».

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