giovedì 12 maggio 2016

Massimo BRIASCHI

Diventa juventino all’inizio del luglio 1984, quando, il presidente del Genoa, Fossati, lo chiama mentre si trova in vacanza con la famiglia, dicendogli, in un linguaggio misterioso. «Tranquillo Massimo, oramai è fatta», senza fornire altri particolari. L’attaccante, poco incline a credere alle ricorrenti promesse del suo presidente, risponde con un «Va bene, allora devo tornare a Genova». Massimo Briaschi è reduce da una positiva stagione nel Grifone, contraddistinta da dodici goal ed è al centro delle attenzioni di tante squadre di Serie A. La mattina dopo Boniperti, cioè la Juventus in persona lo chiama. «Subito non mi sono reso conto – racconta Briaschi – poi ho capito. La Juventus mi vuole, è la mia grande occasione!». Il presidente bianconero comunica all’attaccante che lo attendono nel pomeriggio a Torino per firmare il  contratto. Nella Juventus arriva al posto di Bruno Giordano, dopo che l’attaccante della Lazio rifiuta il contratto propostogli da Boniperti. La Juventus offre parecchi soldi ma Giordano, tramite il manager, l’avvocato Canovi, pretende una cifra troppo alta per i parametri bianconeri. Così Briaschi diventa juventino. «È come uno di quei sogni che sai che non si potranno mai realizzare e, di colpo, diventano realtà. Ammetto di avere avuto una fortuna sfacciata e di aver rischiato; ho rifiutato la Lazio, perché volevo una sistemazione migliore, ma potevo anche rimanere in Serie B e, magari, perdere il treno del grande calcio. Ho, forse, aiutato il destino, perché puntavo in alto. Sono bianconero, cioè ho raggiunto quella che è la migliore società d’Italia e, forse, di tutto il mondo».
Attaccante completo, molto veloce, opportunista sotto porta, ma anche dotato di un buon tiro, disputa la prima stagione bianconera in modo molto positivo. Nella Juventus, che fatica in campionato, Briaschi lega a meraviglia con tutti: con Rossi, con Platini, con Tardelli, con Boniek. Tredici goal sono il suo bottino personale, ma la sfortuna è in agguato. Il 24 aprile a Bordeaux, nella gara di ritorno per le semifinali di Coppa dei Campioni, uno scontro a centrocampo con Battiston gli è fatale: salta il ginocchio sinistro, con lesione del legamento crociato e della capsula articolare. Un dolore atroce ma Briaschi non si rende subito conto della gravità dell’infortunio.
La domenica dopo, il 28 aprile, la Juventus deve giocare contro la Fiorentina, al Comunale di Torino: Rossi si infortuna durante il riscaldamento pre-partita e Briaschi entra in campo col ginocchio fasciato, pur non essendo a posto fisicamente. Dopo tre minuti segna uno splendido goal, ma poi il male si acuisce; rimane in campo fino alla fine della partita, anche se zoppo. Nella notte di Bruxelles, contro il Liverpool, si batte come un leone, ma l’intervento diventa necessario a stagione finita. Lo opera il professor Bousquet, a Saint-Étienne e Massimo è pronto al rientro nel campionato successivo; la Juventus, però, ha cambiato pelle, sono arrivati Laudrup e Serena, Mauro e Manfredonia e per Briaschi gli spazi si riducono.
Il bruttissimo incidente ne interrompe la carriera ad alti livelli, permettendogli, nei due anni a venire, di spigolare solo una ventina di presenze; il suo gioco, rapido e scattante, risulta, infatti, decisamente penalizzato dai problemi al ginocchio: «Non è stato un infortunio da poco, tant’è che ci vollero moltissimi mesi per riprendermi e il rendimento dell’ultima stagione a Torino ne ha in parte risentito. Così, dopo due campionati con il Genoa e un’esperienza di quattro mesi in Canada, decisi, a soli trentuno anni, di mollare il calcio, sperando di avere lasciato un buon ricordo. Dopo aver vinto tutto con la Juventus, non volevo accettare di scendere in categorie inferiori».
Rimane in bianconero fino all’estate del 1987, collezionando ottantaquattro presenze, condite con ventiquattro goal. Nel suo palmarès, troviamo uno scudetto, una Coppa Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Europea.


MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1988
In tre anni (dal 1984 al 1987) ha vinto quello che altri calciatori neppure riescono a sfiorare in tutta una carriera. Un palmarès esaltante, quasi unico nella storia del calcio tanto è concentrato e meritato, non fosse altro per il prezzo pagato da Briaschi. A ogni vittoria, infatti, si è accompagnato un infortunio e a ogni faticosa convalescenza un ulteriore incidente e il relativo, faticoso, recupero. Se, quindi, Briaschi ha avuto molto dal calcio, altrettanto ha dato in termini di sfortuna e soprattutto ogni vittoria è stata duramente ridimensionata da incidenti assortiti. Così Briaschi non ha potuto lasciare nella storia juventina una traccia maggiore di quella abitualmente concessa a coloro che da comprimari contribuiscono al successo finale. Poteva, però, essere un leader, il bravo Massimo. Poteva e voleva dare di più e non lasciare la Juventus in silenzio, quasi in punta di piedi e con la certezza di essere assai poco rimpianto dai tifosi.
E neppure al Genoa, dove Briaschi si è trasferito dalla scorsa estate, c’è stato quell’atteso quanto oramai sempre più desiderato, ritorno ai livelli di rendimento accettabili. Oggi c’è soprattutto da augurare a Briaschi un futuro migliore del recente passato; e cioè un futuro che permetta al buon Massimo di ritrovare quella forza e quella grinta che il fisico ritrovato nella sua efficienza gli permetterebbe nuovamente di mettere in mostra, ma che probabilmente sono frenate e coperte da strane remore psicologiche. Briaschi, forse, è quindi da recuperare nel morale più che atleticamente. L’augurio è quello di farcela a tornare quello di un tempo. Un tempo, oltretutto, neppure troppo lontano.
Nato il 12 maggio del 1958 a Lugo di Vicenza, Massimo Briaschi inizia a giocare a calcio nelle giovanili del Vicenza. In maglia biancorossa si conquista presto il nome di nuovo Rossi e molti pronosticano una carriera anche migliore (squalifica a parte, ovviamente) di quella del Pablito nazionale che a Vicenza aveva ed ha ancora oggi più di un amico ed estimatore. Dal 1975 al 1981 Briaschi entra nei ranghi della prima squadra del Vicenza. Punta abile sia sulle fasce sia al centro dell’attacco, buon rapinatore d’area dal tiro secco e bruciante, Briaschi si fa valere anche nel gioco aereo nonostante non sia dei più alti. Il fisico è ottimamente costruito, armonico, con leve proporzionate e adatte sia allo scatto breve sia alla corsa lunga. Il periodo vicentino di Briaschi termina nel 1981 quando è trasferito a Genova. Briaschi ritrova il rossoblu, lo stesso colore che aveva vestito con il Cagliari, in una breve parentesi nel 1979-80. Nel Genoa, Briaschi mostra ancora molte qualità, ma soprattutto diviene ciclicamente l’uomo del mercato estivo. Sono molte, infatti, le società che cercano di assicurarsi il bravo Massimo.
Alla fine ci riesce la Juventus che nel 1984 chiama Max alla sua corte. Intanto Briaschi è diventato titolare della Nazionale Olimpica che a Los Angeles conquista un quarto posto di assoluto prestigio (e, certamente, il piazzamento avrebbe potuto essere migliore se l’avventura olimpica fosse stata intesa da tutta la squadra azzurra con uno spirito meno turistico). Così Briaschi a causa degli impegni azzurri arriva alla Juve a preparazione già iniziata. Ricordo di essere stato tra i primi a intervistarlo e ancora mi viene in mente quella sua concreta umiltà, che subito lo fece apprezzare da Trapattoni e dai compagni. Diceva, infatti, Massimo: «Vada come vada. Alla Juve sono per imparare e soprattutto sono convinto di essere arrivato al top della mia professione».
Molti, come detto, gli infortuni: addirittura a Bruxelles, contro il Liverpool, gioca con un ginocchio che in altri momenti sarebbe immediatamente da operare. Ma Briaschi stringe i denti e scende in campo. Così avviene in tante altre occasioni. Il rendimento, inizialmente scintillante, cala sempre di più. Briaschi conosce la panchina, la accetta in silenzio e con disciplina. Quando scende in campo, oramai, il pubblico accompagna ogni sua giocata con un boato di disapprovazione. Il giocattolo si è rotto. È tempo di andare via, anche perché la Juve cerca ed ha cercato altre strade in attacco. Per Briaschi di nuovo illusioni e molta, cruda e spietata, realtà.


NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2011
Massimo Briaschi oggi ha cinquantatré anni e di mestiere fa l’agente di calciatori. Il nazionale del Napoli Christian Maggio e la giovanissima promessa Amidu Salifu della Fiorentina sono i suoi fiori all’occhiello. Vicentino di nascita e di formazione calcistica, Briaschi nel 1984 fu acquistato dalla Juventus in cerca di una seconda punta da affiancare a Paolo Rossi. Piccolo, guizzante e rapidissimo nel breve, Massimo ha scritto pagine importanti in maglia bianconera. Non solo goal per Briaschi, ma anche sponde vincenti e assist decisivi. Tre stagioni a Torino, uno scudetto, la Supercoppa Europea, la Coppa Campioni e la prima Intercontinentale a Tokyo. Ottantaquattro le presenze complessive e ventinove i goal, tre dei quali alla sua prima partita ufficiale con la Juventus, il 22 agosto 1984, contro il Palermo in Coppa Italia. Una partenza boom.
Che ricordo conservi di quell’eccezionale debutto? «Una grande tensione fino a un minuto prima dell’inizio. Sai, era la mia prima volta al Comunale. Giocavo nella squadra più importante al mondo. Non ero abituato a certe emozioni, in fondo venivo dalla provincia. E non ero un grandissimo».
Insomma sentivi di dover dimostrare qualcosa al pubblico. «In un certo senso sì, anche se venivo da due stagioni molto positive con il Genoa e il mio nome era conosciuto. Ma sai, alla Juve era un altro mondo».
A proposito, com’è nato il tuo passaggio in bianconero? «La storia è stata un po’ rocambolesca. Mi volevano diverse squadre. Il Genoa aveva chiuso con la Lazio, ma dissi di no, rinunciando a molti soldi. A un certo punto arrivò anche una proposta del Torino, che rifiutai. Nel frattempo, per mia fortuna, saltò l’affare tra la Juventus e Giordano».
Come hai saputo del trasferimento a Torino? «Ero in vacanza a Ischia con la famiglia. Mi chiama il presidente del Genoa. “È fatta, stai tranquillo”. Ma oramai io non ci credevo più. Ero convinto che sarei rimasto a Genova. E mi rodeva. Poi all’improvviso, ecco la telefonata di Boniperti. All’inizio pensai a uno scherzo. Ricordo che gli dissi: “Sono a mille chilometri di distanza, ma se vuole parto anche adesso a piedi!”. A ventisei anni coronavo il mio sogno di indossare la maglia della squadra per cui tifavo».
Il primo impatto con Boniperti? «È avvenuto due giorni dopo la telefonata. Prima di andare da lui, su consiglio del direttore sportivo Francesco Morini, ero passato dal parrucchiere per dare una spuntatina ai capelli. Ma non bastò: la prima cosa che mi disse fu di tornare dal barbiere».
E la seconda? «Aggiunse: “Ricordati che qui alla Juve se arrivi secondo hai perso”. Poi, tempo quattro minuti, ho firmato il contratto. Ero al settimo cielo, anche se c’era una cosa che mi tormentava».
Ossia? «Ero tra i convocati della Nazionale Olimpica per i giochi di Los Angeles, ma sinceramente io non ci sarei voluto andare. Fu Trapattoni a togliermi ogni dubbio. Mi parlò della sua esperienza nel 1960 e, soprattutto, mi tranquillizzò dicendomi che per lui ero uno dei titolari e che non avrei dovuto temere nulla».
Un attestato di fiducia fondamentale per un nuovo acquisto. «Devo dire che alla Juve mi sono sentito subito uno di casa. I compagni sono stati fantastici, specialmente i big».
Bene, possiamo tornare a quel 22 agosto 1984: tre goal in meno di un’ora e l’esame pubblico è superato a pieni voti. «È andata benissimo. Ricordo che per ben due volte sono finito anch’io dentro la rete insieme al pallone. Una serata fantastica, anche se giocare in quella squadra lì per un attaccante era facile. Con gente come Platini, Boniek, Tardelli, Scirea, bastava sapersi smarcare che, prima o poi, la palla giusta ti arrivava».
Hai qualche ricordo personale di Platini? «La cosa più bella successe quella volta che mi prestò la sua Ferrari. Era una domenica ed io ero squalificato. Ho sempre avuto la passione per le automobili e chiesi a Michel di prestarmi la Rossa per andare a Milano a vedere una partita. Mi disse, vai a casa mia, suona e dì a mia moglie di darti le chiavi. A parte il fatto che non aveva detto niente a sua moglie, la cosa triste fu che venne giù un acquazzone terribile. Feci Torino-Milano a quarantacinque chilometri all’ora. Con la Ferrari di Michel».
Tre anni di Juve: molte vittorie, ma anche momenti dolorosi, come l’infortunio al ginocchio contro il Bordeaux. «L’entrata di Girard fu cattiva. E pensare che pochi minuti prima il Trap mi aveva chiesto di uscire. Il ginocchio non si gonfiò subito, giocai anche la domenica successiva. Poi più niente fino alla finale dell’Heysel».
Già l’Heysel: una serata maledetta. «E pensa che io pur di giocare feci sette-otto infiltrazioni. Comunque vorrei chiarire due cose: la prima è che noi abbiamo saputo in albergo la vera entità di quello che era accaduto. La seconda è che siamo usciti con la coppa e siamo andati verso i tifosi, per motivi di sicurezza ci era stato detto di andare sotto la curva».
Nel 1987 dici addio alla Juve e pochi anni dopo chiudi la carriera, hai qualche rimpianto? «L’infortunio che mi ha tagliato le gambe, fino a quel momento ero uno dei titolari della Juve. Altro rimpianto è non aver indossato la maglia della Nazionale maggiore. Davanti a me in quegli anni c’era Galderisi. Ci sarei potuto stare anch’io».

1 commento:

Lucabon ha detto...

Finalmente qualcuno che riparla di Briaschi. Io di lui ricordo anche uno dei più bei goal mai visti in vita mia, peccato non fosse in una partita ufficiale. Era la partita di addio di qualcuno, non so se proprio di Michel Platini o forse quella di Tardelli. UNa mezza giravolta dall'incrocio delle righe dell'area di rigore e palla dritta nel set, uno spettacolo. Fosse stato fatto in una partita di campionato o coppa lo rivedrremmo ancora oggi. Io però lo ricordo ancora. Luca da Torino (uno che di Juve ne sa abbastanza, dal '76 in poi)