domenica 10 maggio 2020

Gilberto NOLETTI


Chissà quanti si ricorderanno di questo difensore – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – che Amaral converte sin dall’inizio al suo 4-2-4 di tutto stile brasiliano? Al profano il modulo richiama prima di tutto confusione di numeri e di ruoli, a qualche tecnico pure, ma la Juventus formato sudamericano per un bel po’ è accattivata dalle trovate esotiche del suo trainer e la concorrenza guarda con curiosità, ma anche con una certa dose di rispetto, questa squadra che ci ha i centromediani interscambiabili e il terzino sinistro con il numero sei, Noletti il più delle volte.
Manco a farlo apposta, l’ex milanista interpreta il ruolo come il suo allenatore desidera, vale a dire con grinta ma anche con fantasia, e sa pure adattarsi al rivoluzionario marcamento a zona, che per i teorici del catenaccio a oltranza rappresenta una specie di pugno nello stomaco. Quattordici presenze totalizzerà alla fine di quel torneo atipico come le trovate di Amaral, e alcune sono davvero da ricordare.
L’esordio in bianconero è dei più felici; la squadra va a gonfie vele dopo un brutto inizio, Inter e Bologna dividono con la Juventus il primato in classifica. Il 25 novembre ‘62, al Cibali di Catania, i rossoazzurri etnei sono travolti dalla Juve, che pure ha Del Sol in giornata negativa: finisce 5-1 e Noletti ha avuto parte considerevole nel successo, giocando con disciplina e senso tattico encomiabile.
La conferma arriva quindici giorni più tardi, sempre in Sicilia, dove non si vince solo perché l’arbitro concede ai rosanero un gol che Borjesson ha segnato in macroscopico fuorigioco. Stavolta, a fianco di Noletti, gioca un altro ragazzo di belle speranze, Sacco Giovannino si chiama e ne risentiremo parlare, anche se non sempre bene. La brutta giornata di San Siro (0-1 con i nerazzurri, primo passo falso di rilievo nella lotta per il titolo) dice e non dice, ma Noletti se la cava bene con Jair, giocatore inafferrabile dal dribbling assurdamente sghembo. Così, infatti, lo giudica un giornale dell’epoca: «Può vantarsi di aver reso dura la vita a Jair, che costituisce una vera e propria impresa».
Segna anche un bel gol, nella vittoria casalinga contro il Genoa (2-0, il 20 gennaio ‘63), lasciandosi andare a un piccolo sfogo: «Forse era proprio necessario che segnassi – esclama nel dopo partita – perché qualcuno si accorgesse che c’ero anch’io, e perché smettessero di farmi piovere addosso tante critiche. Sono particolarmente contento anche per questo motivo».
Gli nuoce, forse, il fatto di essere alla Juventus soltanto a titolo di prestito (per un anno, alla pari, l’ala bianconera Rossano al Milan e Noletti alla Juve), sicché, quando si approssima la fine della stagione e lo scudetto è ormai all’Inter, gli capita di dover cedere il posto a qualche giovane del «vivaio» da provare in vista di eventuali lanci. Comunque, il commiato dai tifosi della zebra è pari al debutto, e cioè coronato da una prestazione più che buona nella vittoriosa partita casalinga contro il Vicenza (2-0).

Avevo 18 anni quando esordii con la maglia del Milan dopo le Olimpiadi – racconta al sito Grossetosport.com – che erano andate non troppo bene, perché non ero al meglio. Passai poi in prestito alla Lazio in Serie B e nella capitale disputai un’ottima annata che scatenò le voglie della Juventus. Il mio cartellino era di proprietà del Milan e quell’anno c’era già stato lo scambio tra Mora e Salvadore, così il mio passaggio avvenne in prestito; le due società si misero d’accordo per lo scambio tra me e Rossano, altro elemento della nazionale olimpica, e andai a Torino. In bianconero mi volle Boniperti ed è bene ricordare che a quei tempi i giocatori non avevano potere decisionale come adesso. Quell’anno ero militare e dopo il CAR iniziai a giocare in bianconero.
L’allenatore era Amaral e giocavamo a zona; questo mi agevolava per mettermi in mostra tecnicamente. In quella squadra erano molti gli elementi di qualità: c’era Sivori, che mi ha fatto da testimone di nozze, ma anche Del Sol, Leoncini, Salvadore e tanti altri. Dominammo il girone di andata battendo nettamente anche l’Inter di Herrera poi, a Natale, la Juventus chiese di rilevare il mio cartellino e Gianni Brera iniziò a prendere in giro il Milan, perché non andava molto bene e aveva molti elementi validi trasferiti in prestito nelle altre squadre. Il riferimento, chiaramente, era anche alla mia situazione e Gipo Viani rimase turbato da quest’articolo al punto che fermò la possibile operazione di mercato.
Ero arrivato al Milan a 15 anni, ma alla Juventus stavo davvero bene e sarei rimasto volentieri. Giampiero Boniperti, che era dirigente della Juventus in quegli anni, nel frattempo mi aveva fermato decidendo di non farmi scendere in campo per non far salire troppo le pretese del Milan, ma poi arrivò quell’articolo di Brera a sparigliare le carte in tavola. Sivori voleva che rimanessi. Mi consigliò alla dirigenza, stravedeva per me, perché voleva circondarsi di persone che comprendessero il suo modo di giocare. Mi diceva sempre: «Io vado contro quelli dietro, creo un muro, mi stacco due metri e prendo la palla da te. Tu sappi che devi darmi il pallone». Ero l’unico che si intendeva al volo con lui e con me andava a nozze.
Tornai al Milan malvolentieri, ma rimasi in rossonero 4 anni costellati da infortuni vari: il più importante dei quali fu a San Siro contro il Bologna. Quel giorno mi ruppi il tendine e stetti due anni fermo, poiché non esistevano le tecniche di adesso.

Mio papà è durato poco – ricorda il figlio Roberto – ma prima dell’infortunio era considerato uno dei più forti difensori-centrocampisti moderni. Ogni volta che incontro Trapattoni e altri suoi ex compagni me lo dicono sempre. Aveva solo un caratterino non facile e poi tanta sfortuna. A proposito di Jair, la Juventus giocava a zona, cosa troppo avanti per l’epoca, ma già efficace, infatti, arrivò seconda. Quindi un vero duello non c’è mai stato, il gol poi Jair lo fece grazie ad un rimpallo. Con Jair si incontrarono altre volte nei derby e, una volta rivisto in Canada a fine carriera, il brasiliano gli confidò che lo aveva sempre sofferto.
La Juventus lo volle comprare quell’anno essendo in prestito e fece solo poche partite, perché ormai non avevano più velleità di scudetto e lo tennero fuori per cercare di svalutarlo per poi comprarlo in estate. Il Milan non abboccò e tornò in rossonero. Lui alla Juventus stava benissimo e forse, se fosse rimasto come il suo amico Salvadore, avrebbe evitato quel grosso infortunio per l’epoca, oltre al menisco curato malissimo dal Milan e avrebbe potuto fare una carriera luminosa.

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