martedì 2 maggio 2017

Ernesto CASTANO

Per ben due volte rischiò che la sua carriera fosse finita, per ben due volte tornò in campo, nonostante i medici gli avessero detto che non avrebbe più potuto farlo. È la storia di uno straordinario uomo di calcio, Ernesto Castano, per tutti Tino, «Il terzino di maggior classe mai avuto dalla Juventus», garantisce chi ha giocato con lui. Cominciò, appunto la sua carriera come terzino per diventare, nelle ultime stagioni, un libero di grande stile, diventando un ostacolo invalicabile per gli avversari, nonostante sembrasse reggersi precariamente sulle gambe: «Molti pensano che giochi pesante, ma è sbagliato. Gioco con vigore, ma in maniera corretta. Forse è il mio atteggiamento, il mio volto spesso imbronciato che mi fa passare per un duro». Un giornalista, dopo l’ultima lunga convalescenza e il ritorno alle partite gli chiese quale fosse il sogno più bello che avrebbe voluto veder realizzato. Lui rispose sorpreso: «Ma è la realtà di oggi; tutto quello che ho è già un magnifico sogno realizzato».
Nato a Cinisello Balsamo, paese alle porte di Milano, il padre era proprietario di un negozio di biciclette e avrebbe sognato per lui un futuro da ciclista. Invece, Tino, scelse il pallone: prima all’oratorio, poi nella squadretta locale in seconda divisione, quindi al Legnano in Serie B e retrocesso, subito dopo alla Triestina pure in Serie B.
Tino arrivò alla Juventus nel 1958: la sua prima maglia bianconera aveva lo scudetto e la prima stella, appena conquistati. Debuttò in novembre, al posto di Ferrario nella trasferta di Bari, la domenica dopo un’epica partita che la Juventus aveva perduto in casa con il Milan, con la gente assiepata ai bordi del campo: un incredibile 4-5, causato soprattutto dalle clamorose distrazioni della difesa bianconera. Giocò, in quella stagione, sedici partite sia come centromediano sia come terzino e diventò subito una delle rivelazioni di quel campionato.
Il grande Viri Rosetta, che lo seguiva da tempo, aveva capito che quel ragazzo avrebbe fatto molta strada; lo aveva visto affrontare, deciso e scattante, il temibile Montuori, ala della Fiorentina, un tipo tutte finte, trucchi e scatti, difficilissimo da fermare. Di Tino disse, nella primavera del 1959: «In campo non scherza mai; sia contro una prima linea di grandi assi come quella viola, sia in allenamento contro i ragazzini, Castano “entra” con la stessa decisione, la stessa grinta. Di testa è un ottimo colpitore e la stessa statura lo aiuta insieme a doti di elevazione notevoli».
A chi gli chiedeva se sarebbe diventato un futuro titolare nella Juventus, Rosetta rispondeva, con la cautela del grande esaminatore: «È serio, forte di carattere, vuole arrivare. Ha insomma molte possibilità di riuscire».
Sette mesi più tardi Castano era il terzino destro della Juventus, avviata a vincere l’undicesimo scudetto, e debuttava in Nazionale. Firenze, 29 novembre 1959, Italia-Ungheria. Non era più l’Aranycsapat, non c’erano più Puskás e Kocsis, Boczik e Czibor, ma i giovani che li sostituivano erano i degni successori di quella fantastica squadra. Uno dei più temibili era Fenyvesi, ala sinistra: il ventenne Castano seppe affrontarlo in una gara impeccabile per stile e freddezza. Gli attaccanti ungheresi giurarono che raramente si erano trovati di fronte un difensore tanto deciso; gli addetti ai lavori dissero che la Nazionale italiana aveva scoperto un terzino di classe completa, gran battitore, acrobata, incontrista di brusca fermezza.
Castano giocò altre sette partite di campionato e alla fine di gennaio dovette farsi togliere il primo menisco al ginocchio destro; i medici gli dissero che difficilmente avrebbe potuto continuare a giocare. Undici mesi dopo, a Lecco, scese di nuovo in campo. Giocò un’altra serie di partite, ancora una rincorsa allo scudetto (il dodicesimo), poi, un giorno, quella dolorosa fitta che oramai conosceva bene: di nuovo in clinica, stavolta per operare un menisco, quello esterno, del ginocchio sinistro.
Era il 1961, un anno che Castano non avrebbe dimenticato facilmente; fece appena in tempo a tornare in campo e si trovò nuovamente in sala operatoria, ancora il ginocchio sinistro per togliere il menisco che restava. L’intervento, purtroppo, non riuscì bene e si rese necessaria un’altra operazione in Francia. Questa volta era finita davvero: «Il suo ginocchio non potrà guarire completamente, deve rassegnarsi», gli dissero i medici, «l’arto non avrebbe potuto più reggere allo sforzo di una gara».
«Sembrò che il mondo fosse diventato buio», disse. Aveva solamente ventidue anni, ma ricominciò ad allenarsi, nonostante dolori lancinanti, senza mai arrendersi: corse, ginnastica, palleggi, l’aiuto materno della società, le prime partite non impegnative. Il libero con le ginocchia di vetro tornò in campionato, stavolta per giocare interi campionati. Si erigeva in mezzo all’area, in precario equilibrio, ma usciva autoritario dalle mischie, fermava gli avversari, spediva splendidi palloni con nitidi allunghi di quaranta metri ai compagni dell’attacco.
Era seguito dall’ammirazione e dall’incredulità per quelle due fragili ginocchia che sembravano mandare sinistri scricchiolii a ogni improvviso e brusco scatto: «Giocare con le ginocchia a posto vuol dire poter fare tutti i movimenti voluti; invece, io, per ottenere ciò, devo sottopormi a un attento studio. Adesso, comunque, proprio grazie a questi sacrifici, il mio rendimento è tale e quale quello ante operazioni».
Fece in tempo a vincere un altro scudetto, quello di Heriberto, nel campionato 1966-67: lui e Salvadore, al centro della difesa, erano l’anima di una squadra che non si arrendeva mai, proprio come il suo capitano: Tino Castano. Rientrò anche in Nazionale, nove anni dopo quella domenica fiorentina contro gli ungheresi. Fu a Napoli, contro la Bulgaria: in porta aveva lasciato Buffon e ora trovava un debuttante che sarebbe entrato nella leggenda: Dino Zoff. Giocò ancora cinque partite, diventando anche Campione d’Europa.
La prima domenica di aprile del 1970, l’anno dello scudetto del Cagliari, a Torino contro il Brescia, giocò l’ultima partita in maglia bianconera; aveva trentuno anni. Aveva cominciato tra Emoli e Fuin, chiudeva tra Morini e Cuccureddu, ma dietro questi dati storico statistici c’era una stupenda lezione di vita, una straordinaria rivincita sul destino.


ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 1969
Se al professor Nobel fosse venuto in mente di istituire un premio anche per la sfortuna, crediamo che Tino Castano sarebbe fra i più autorevoli candidati: infatti, nella sua carriera calcistica, vale a dire in una decina di anni, ha subito ben tre dolorose asportazioni di altrettanti menischi, e tutti sanno che togliere il menisco a un giocatore è come levargli il pane. Per cui il libero bianconero e della Nazionale è costretto a giocare con un solo, autentico menisco d’oro. Nonostante tutte queste passate avversità, Tino non si è mai dato per vinto, ha lottato a denti stretti per superare la cattiva sorte e, ancor oggi, a trent’anni compiuti, è un grosso giocatore, esempio per tutti i compagni. Farà certamente piacere a tutti i tifosi juventini conoscere qualcosa di più del nostro, come giocatore e come uomo. Tino, tutti dicono che sei vecchio, tu cosa rispondi? «Come carriera magari, come atleta certamente no; adesso, e lo dico senza falsa modestia, mi sento fisicamente fresco come un ragazzino di vent’anni; quando sarò veramente da buttare sarò io il primo a dirlo».
In tutti questi anni cosa hai dato alla Juve? «Nulla di più di tanti altri giocatori; oltre a questi tre menischi».
E la Juve cosa ha dato a te? «Moltissimo; i dirigenti hanno sempre avuto fiducia in me anche nei momenti brutti, anche quando sembrava che dovessi dare addio al calcio; mi hanno permesso di riprendermi dagli infortuni e tornare integro ai campi di gioco; d’altra parte anche la Società mi deve qualcosa perché non ha perduto il suo capitale; diciamo che è stato, e lo è tuttora, un felice connubio».
Quando smetterai di giocare, ti piacerebbe fare l’allenatore? «Per piacermi sì, certo che in Italia è una professione molto difficile; penso comunque di avere tanta pazienza per insegnare; altre doti dovrò dimostrarle; adesso comunque, oltre che giocare, ho una ditta, in società con un amico, di recuperi metallici, che magari mi permetterà, fra qualche anno, di intraprendere la carriera del trainer senza trascurare gli affari».
Cosa proverai quando dovrai attaccare le scarpe al chiodo? «Spero che quel giorno sia il più lontano possibile; certo sarà un momento di infinita tristezza, quasi come perdere una persona amata; per ora non voglio nemmeno pensarci».
Anni fa hai subito tre interventi difficilissimi al ginocchio e temevi addirittura di non poter più giocare: chi ti ha aiutato maggiormente con parole e con fatti? «I miei familiari, la mia fidanzata, che adesso è mia moglie, e tutta la Juventus, dall’allora presidente Umberto Agnelli, a Giordanetti, al socio bianconero e amico Peyrani».
Quando entri sull’avversario non pensi qualche volta alle tue ginocchia scricchiolanti? «Se ci pensassi darei subito le dimissioni».
Cosa si prova a calciare, dribblare, scattare, con un menisco solo anziché quattro? «Beh, una certa differenza c’è; con le ginocchia completamente a posto puoi fare tutti i movimenti che vuoi; invece io, per ottenere ciò, ho dovuto sottopormi a un attento studio: adesso comunque, proprio grazie a questi sacrifici, il mio rendimento è tale e quale quello ante operazioni».
Se, naturalmente senza volerlo, ti capitasse di rompere la gamba a un avversario, cosa proveresti? «Non mi è mai capitato perché sono abituato a entrare sulla palla, magari duro ma, ripeto, sempre sulla palla e mai, assolutamente, con l’intenzione di fare male: anche perché ho tanto sofferto e non vorrei che un altro provasse ciò che ho provato io».
Quale avversario ricordi fra i più leali e simpatici? «Moschino e De Sisti».
E fra quelli più cattivi? «Uno solo e non me lo scorderò per tutta la vita, Cucchiaroni: è quello che mi ha rovinato la gamba».
Come si è svolto l’incidente? «Si giocava Juventus-Sampdoria; a un certo momento ho voltato le spalle al suddetto giocatore per passare la palla indietro a Cervato e quello mi ha tirato una pedata al ginocchio; negli spogliatoi mi ha poi chiesto scusa, ma intanto il male era fatto, e che male!»
Potessi tornare indietro c’è qualcosa che non rifaresti? «Girare le spalle a Cucchiaroni!»
Tino, quale è secondo te l’arbitro, più bravo e simpatico? «Sbardella: è preparato, severissimo, ma non ti fa sentire il comando; chiacchiera e discute senza mai salire in cattedra; in altre parole si fa obbedire senza usare il bastone, ma soltanto direi con il sorriso e la persuasione».
È vero che sei un musone? «Non sono chiacchierone, ecco; forse do l’impressione, a chi non mi conosce a fondo, di essere magari antipatico, ma non è assolutamente vero».
I giornalisti, lo sappiamo per esperienza personale, quando hanno da farti un’intervista o chiederti un parere su questa cosa o su quell’altra, ti possono telefonare a casa e tu ogni volta rispondi, oltre che con competenza, con cortesia. «Lo ritengo una cosa doverosa; siamo entrambi, in diversi campi, dei professionisti; mi chiedete un piccolo aiuto ed io ve lo do, ben volentieri».
Nelle tue interviste sei sempre sincero? «Quasi sempre; a volte è più opportuno non dire la verità, attenuarla, specie se ciò che si dovrebbe dire farebbe del male alla Società oppure a qualche compagno».
Sei mai stato squalificato? «Sì, alcuni anni fa, quando allenatore era Monzeglio. Si giocava Juventus-Torino ed io scesi in campo particolarmente nervoso; come del resto un po’ tutta la squadra, in quel periodo; fatto sta che persi il controllo dei nervi e mi feci sbattere fuori».
Aveva ragione l’arbitro di espellerti? «Mille e una».
Sappiamo che tua mamma e tua moglie, ogni volta che giochi allo stadio, ti vengono a vedere; non hanno paura? «Nei primi tempi sì; adesso si sono abituate al gioco».
Se fai una brutta partita, a casa ti criticano? «Critiche feroci, ti assicuro! Peccato che di calcio capiscano poco!»
C’è qualcosa delle regole del calcio che vorresti cambiare, sul fuorigioco, oppure allargare le porte per vedere di segnare più goal? «Io lascerei tutto come sta; se abolissero il fuorigioco troverebbero subito una contro tattica: in quanto alle porte cosa vuoi allargare? Se nessuno tira in rete come si fa adesso in Italia, a cosa serve?»
Tino, cosa pensi dei tifosi bianconeri? «A mio parere sono un po’ troppo freddi; se ci incoraggiassero sempre come lo scorso anno in Coppa dei Campioni, le cose andrebbero certamente meglio».
Sei soddisfatto della tua carriera? «Al cento per cento; dieci anni fa non pensavo di arrivare a tanto».
Sulla guida telefonica non è segnato il tuo nome, come mai? «È sotto quello di mia moglie; prima mi capitava che nel cuore della notte un tifoso mi svegliasse per chiedermi cosa pensavo di Mazzola, oppure mi pregava di vincere la partita perché lui aveva scommesso una cena; cose di questo genere: di giorno tutto va bene, ma la notte è sacra».
Come si chiama la tua bambina? «Stefania, ha tre anni».
Ne farai una calciatrice? «Assolutamente no; se come mi auguro avrò un maschio si, la femmina lasciamola a lavori e a svaghi più delicati».
Tu vuoi molto bene ai bambini; sappiamo che vai spesso a visitare istituti e collegi che ospitano piccoli infelici, spastici, orfani, poliomielitici. «Costa così poco donare un’ora di felicità a tanti esseri disgraziati; forse è un modo come un altro per ringraziare il buon Dio della sua protezione nei miei riguardi. Vuoi sapere una cosa? Quando esco da quei luoghi sono più contento io di loro».


ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT, 14 DICEMBRE 2012
Si è trascinato le sue ginocchia di vetro per tanti anni alla Juve, il suo è stato un esempio di tenacia, di resistenza al dolore, a quattro menischi asportati, a cartilagini erose dalla fatica, dai tackle, dai contrasti, dalla marcatura sull’uomo più pericoloso della domenica. Perfino lui stesso si è meravigliato di come fosse riuscito a fare tanta strada, a durare così a lungo nel calcio e, soprattutto, nella Juventus, di un dottor Umberto Agnelli, che, una volta intuito la sua straordinaria voglia di giocare, lo circondava di attenzioni e convocava a Torino i più grandi luminari dell’ortopedia europea. Tino, dunque, sorretto da tante “fedi”: quella verso se stesso («La morte di mio padre quando ero adolescente deve avermi temprato il carattere»), quella verso Dio («Anche quando giocavo, alla domenica non perdevo mai Messa!») e quella verso la Juventus. Castano, ma cos’è che l’ha fatta resistere a tanti infortuni? «La passione, la quale mi aveva accompagnato quando giocavo da bambino all’oratorio. E’ stato difficile, non lo nascondo, andare avanti, ho lottato, e qualcosa ho fatto».
Tino, perché? «Perché mia mamma mi chiamava Ernestino. Mamma Maria faceva la mamma. Abitavamo in un paese, Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, il papà, Ambrogio, invece, costruiva biciclette e gestiva un negozio artigianale. Mio papà, siccome costruiva biciclette, sognava che io corressi sui pedali. Ma, io ho continuato a giocare a calcio e a lui non piaceva tanto quello sport. Ad ogni modo, mio papà è mancato quando io avevo solo tredici anni. Avevo un fratello, Giuseppe, che ha giocato a calcio anche lui, finendo alla Juventus per poi smettere».
Balsamo, sotto il Comune di Cinisello Balsamo, sarà stato, allora, un paese di operai. «Sì, però, in quei due paesi sono usciti tantissimi giocatori perché eravamo provvisti di oratori e si imparava a giocare a calcio. Da questi sono venuti fuori Trapattoni, Prati (che era proprio del mio paese, Cinisello), Lodetti, tanti altri».
L’avversario più difficile da marcare, chi è stato? «Gento del Real Madrid. Era l’ala sinistra dei bianchi e aveva una velocità mostruosa. Non solo, ma ti puntava. Non c’era il libero e, allora, bisognava stare molto attenti, bisognava essere molto guardinghi in difesa».
Il più bravo al mondo, per lei? «Pelé! L’abbiamo incontrato, noi della Juve, una sola volta, a Torino, durante una tournée del centenario dell’Unificazione dell’Italia. Mi ricordo che era forte, ma, non mi impressionò più di tanto perché, essendo un’amichevole, i brasiliani quella volta presero la partita un po’ allegramente. Ciononostante, era un grande giocatore. Dei centravanti che mi hanno dato fastidio, comunque, ce ne sono stati: dall’inglese in forza all’Inter Gerald Hitchens ad Angelillo (molto bravo, un centravanti duro da marcare), e tanti altri che ora rischio di omettere, di non ricordare secondo i loro grandi meriti».
Perché venne definito, oltre che diligente sull’uomo, anche molto intelligente e colto? Era più avanti negli studi rispetto agli altri compagni bianconeri? «No, no, per me il calcio era tutto, per cui cercavo di fare tutto quello che si doveva. Infatti, quando sono arrivato alla Juventus, un mio grande maestro è stato Carlo Parola, è stato lui a farmi diventare un giocatore vero. Anche perché, con quattro menischi fatti, giocare ancora in Serie A come ho giocato negli ultimi anni, non è stato facile».
Lei ha un conto in sospeso con chi le ha fatto del male: Ernesto Cucchiaroni, l’ala sinistra argentina, prima al Milan, in forza poi alla Sampdoria. «Cucchiaroni, già, proprio lui! Sapeva che mi ero operato al ginocchio destro, però, lui mi ha fatto un’entrata cattiva, da dietro, e quella volta il ginocchio è proprio andato. Avevo già polverizzato due menischi, e avevo rotto il tendine principale, tant’è che ancora adesso, quando mi fanno le radiografie, gli ortopedici mi dicono: “Tu non hai più neanche la cartilagine”. Il ginocchio, causa le distorsioni riportate, continuava a gonfiarsi sempre, e, allora, giù valanghe di terapie. Che hanno finito per bruciare perfino i rimasugli della cartilagine e di quello che era rimasto del tendine. Ogni tanto anche adesso mi si gonfia il ginocchio».
Non le ha mai chiesto scusa? «No, ma la Juventus, nel corso degli anni, quando sapeva che l’argentino era in campo, aveva il buon senso di non schierarmi mai. Perché veramente non so come si sarei comportato contro di lui».
Lei ha giocato nella Juventus del dottor Umberto Agnelli. «Sì, molto probabilmente quando il dottor Umberto aveva capito che, nonostante i gravi e numerosi infortuni non volevo smettere, è come se fossi diventato un po’ il suo pupillo. L’Avvocato veniva qualche volta nello spogliatoio, ma, il nostro presidente allora era il dottor Umberto. Mi ricorderò sempre quella volta a Milano, Milan-Juventus, con le mie ginocchia scricchiolanti, Liedholm mi si fa incontro, fa la finta, ed io mi faccio la distorsione al ginocchio. E, siccome non erano concesse le sostituzioni, sono stato in campo fino alla fine, stringendo i denti e con un ginocchio spappolato. Senza confidare al mister e ai compagni che subivo dolori lancinanti. E, al lunedì, in albergo, quando mi svegliai, mi ritrovai un ginocchio gonfio come un melone. Mi venne a trovare il dottor Umberto, che si sincerò sulle mie condizioni: “Presidente – risposi – mi sono fatto male dopo una ventina di minuti dall’inizio della partita, e non ho ritenuto valido manifestarlo ai miei compagni o al mister. “Ma, perché?” mi chiese il presidente. “A me piace stare in campo”. E lui, al martedì, mi chiamò in sede e mi consegnò una lettera (che ancora adesso ogni tanto mi diverto a rileggere) e una busta con dentro 100.000 lire, ovvero il premio doppio della vittoria. Se ho potuto giocare tutti quegli anni alla Juventus è stato proprio perché lui mi aveva considerato un uomo vero e, sempre lui, mi ha mandato in Inghilterra e in varie parti d’Europa per sottopormi a visite. Poi, quando in Italia giunse il “mago delle ginocchia”, l’ortopedico-traumatologo francese Albert Trillat, mi fece operare e lo faceva venire ogni volta alla domenica prima della partita. E, così per tutta l’annata: per legarmi il ginocchio e per approntarmi le migliori cure del caso, al fine di resistere in campo e di scongiurare ogni altra ricaduta o, alla peggio, per lenire il dolore. Sono convinto che, diversamente, avrei smesso di giocare prima, molto tempo prima, senza aver ricevuto tutte quelle attenzioni».
Con chi lei legava maggiormente in quella Juventus? «In quegli anni, con Sivori. Lui era sposato, io ero scapolo, durante la settimana passava di casa a prendermi, facevamo un giretto, insomma, era molto legato a me».
Lei ha anche giocato, in Coppa dei Campioni, contro Alfredo Di Stéfano. «Era bravissimo, ma a me davano fastidio coloro che giocavano un po’ alti, dal fisico potente. Di Stéfano era molto tecnico, possedeva notevole classe, ma si poteva giocargli contro».
Mai un’autorete? «Mai un’autorete, mai un goal. Quando giocavo terzino arrivavo al massimo fino a centrocampo. Guai passare la metà campo!»
Mai espulso? «Sì, una giornata dopo un derby contro il Torino. Avevo compiuto un intervento un po’ cattivo su Giorgio Ferrini e ho preso una giornata».
Rammarichi? «Sì, ne ho avuti, perché era dura giocare tutti quegli anni con le ginocchia senza menischi e senza tendini. E oltretutto sui campi che c’erano allora: fatti di fango, di croste di ghiaccio, stando sempre attento a girarmi, a come mettere giù il piede».
Quando è che ha pianto di commozione? «Nel calcio ho provato tante soddisfazioni e ho pianto di dolore ogni volta che entravo in sala operatoria. Adesso, oramai passati tutti questi anni, la commozione l’ho provata quando sono andato al funerale di Rino Ferrario, mio paesano di Balsamo. Mi ricorderò sempre che, quando arrivai alla Juventus, lui giocava centromediano ed io nella squadra Riserve. A un certo punto, dopo un paio di partite, lo vidi recarsi da Carlo Parola dicendogli: “Questo ragazzino di diciannove anni è più forte di me. Bene, mister, quando è che lo fai giocare al posto mio?” E, da quella volta, Parola mi impiegò come centromediano. Trovare un compagno di squadra e di ruolo che suggerisce la candidatura di un potenziale concorrente non esiste proprio oggi».
Lei e la Nazionale. «Ho esordito a diciannove anni, con già un menisco fatto. Poi, sono ritornato negli Europei vinti a Roma, e ho disputato la semifinale vinta a Napoli, contro l’URSS, con il lancio della monetina e poi ho disputato la prima finale contro la Jugoslavia, mentre la seconda non l’ho giocata perché mi ero fatto male».
La punta italiana più forte che ha dovuto marcare? «Riva, mi dava fastidio giocargli contro, perché era bravo. Calciava forte, saltava bene di testa, era potente. Quello sì che era forte, eh!»
Un derby particolare contro il Toro? «Mi ricorderò sempre il primo derby in cui ho giocato il centravanti granata che era stato preso dalla Fiorentina, Virgili: ebbene, al primo colpo, mi fece tre goal! È stato il più triste derby che ho disputato nella mia carriera».
E di Cervato, che ricordo ha? «Giocava allora centromediano, al posto di Ferrario, e guidava noi giovani della difesa con un “Copri di lì, fai questo, fai quest’altro!”, proprio come una chioccia. Io terzino destro, Benito Sarti terzino sinistro. Ci prendeva per mano come suoi figli ed è stato interessante per me e Benito giocargli assieme».
Ha giocato anche libero. «Ho iniziato come terzino poi, quando non c’era il libero ho fatto il centromediano, e infine il libero».
Era superstizioso? «Sì, abbastanza: alla domenica le stesse cose da indossare, gli stessi riti da svolgere, in ritiro anche. Ma un po’ tutti i giocatori nel calcio sono superstiziosi».
Crede in Dio, nell’Aldilà? «Credo in Dio, ci ho sempre creduto davvero. E credo anche nell’Aldilà. Non saprei dirle come me l’immagino, ma, sarà un bel vivere per coloro che si sono comportati bene nell’al di qua. Ho qui davanti a me un articolo di un mio compagno di squadra della Juventus che poi è diventato giornalista: Angelo Caroli. Era terzino delle Riserve, dietro di me, io giocavo sempre, lui poco. E in questo articolo che ha titolato “Quando il nonno di ferro si rompeva” è impressionante quello che riporta del modo con cui ha vissuto dietro di me, e per lui ero veramente un idolo. Sembro Sivori, da quello che scrive Angelo su di me. Io ci credo a quello che scriveva, perché Angelo era davvero un buon terzino. Giocava solo quando io mi facevo male al ginocchio”.
Cos’è che le dà fastidio? «Mi dà fastidio vedere certi bambini che vivono male, che sono senza cibo, non c’è un’armonia, un giusto equilibrio: ci sono troppi ricchi e troppi poveri, non una via di mezzo. E questo mi dispiace».
I bambini ammalati: so che lei, quando era alla Juve, quando poteva si recava a trovarli. «Infatti, andavo da tutti i bambini, anche a quelli che non stavano male, negli ospedali, ma che solamente mi venivano incontro. Mi piaceva sentire cosa dicevano. Adesso vivo i maggiori momenti di gioia quando ho i miei nipotini che girano per la casa».
Il più complimento ricevuto da un avversario? «Ricordo Renato Cesarini che è quello che mi ha fatto esordire in bianconero. Ebbene, quella volta eravamo a un pranzo della Juventus. Vicino a lui c’era il dottor Umberto Agnelli ed io ero poco lontano. Si parlava ovviamente di calcio. Si voltarono entrambi verso di me e Cesarini disse al dottor Umberto: “Scommettiamo quell’orologio che ha sul braccio che quel ragazzo là alla prima convocazione in azzurro, esordisce?” “Ma, Renato, lasci perdere, suvvia: lei ha sempre voglia di scherzare!” E, invece, il mio estimatore ebbe ragione. Cesarini, riteneva che fossi il più forte terzino che l’Italia potesse esprimere allora».


3 commenti:

Giuliano ha detto...

Càstano, mi raccomando! Io l'ho sempre sentito pronunciare così...
(anni ormai lontani, ero bambino ma mi ricordo che si puntualizzava: Càstano, con l'accento tonico sulla prima a).

Enzo Saldutti ha detto...

Se nella Juve vogliamo rintracciare l’antesignano di Gaetano Scirea anche nella signorilità e nel modo di vivere lo ritroviamo in un libero dalla classe limpida di nome Ernesto Castano e nato a Cinisello Balsamo: gioca in serie A appena ventenne, vince tre scudetti con altrettante coppe Italia e gli Europei del 1968.

luigino ha detto...

Campione indimenticabile. Che trio con Bercellino e Salvadore !