mercoledì 8 marzo 2017

JULIO CESAR

Classe 1963, da Bauru, Julio Cesar rinverdisce, tre lustri dopo l’addio di Altafini, la tradizione dei brasiliani importanti della Juventus. Esploso con la maglia verdeoro ai Mondiali messicani del 1986, Julio Cesar strappa un buon contratto in Europa ai francesi del Montpellier e non si capisce come italiani, tedeschi e spagnoli se lo facciano scappare. In Francia, il ragazzo inizialmente patisce il clima e solo dopo un paio di stagioni torna ai livelli del 1986. Quanto basta per richiamare l’attenzione della Juventus appena affidata all’estroso Maifredi, che ha fatto man bassa di campioni all’attacco (Baggio, Häβler, Di Canio) ma che dietro appare piuttosto fragile. In extremis, dunque, arriva il difensore brasiliano: passo felpato, buona visione di gioco, lancio lungo all’occorrenza e un tiro portentoso.
È decisivo in Coppa delle Coppe quando, nella partita di ritorno della semifinale, incontra il Barcellona in un Delle Alpi stracolmo: annulla da solo le folate dei catalani e propizia l’episodio decisivo, la punizione di Roberto Baggio per il goal dell’1-0 che, peraltro, non basta a proiettare la Juventus verso la finalissima. Tornato al timone bianconero Giovanni Trapattoni, Julio Cesar è confermato e inizia una nuova vita: in una squadra più bloccata, con uno stopper vero (Carrera), diventa un libero molto elegante e la Juventus riprende immediatamente quota, arrivando seconda alle spalle del Milan e sfiorando la vittoria in Coppa Italia.
«A Torino mi sono ambientato subito – confessa – la città la sento oramai mia; bella e storica, praticamente unica. La Juventus? Nessuno ha il fascino di questo club. Per non parlare, poi, dei nostri tifosi; in qualsiasi città o stadio d’Europa, anche il più piccolo e impensabile, non siamo mai soli. Ho modificato il mio modo di giocare, adattandomi al campionato italiano. Prima cercavo di uscire dall’area di rigore con il pallone tra i piedi e di impostare una nuova azione, anche quando mi trovavo in una posizione difficile; adesso gioco sempre di prima, ma quando vengo assalito dagli avversari e la mia area di rigore è piena di giocatori, non ci penso due volte e lancio via il pallone».
È il preludio alla miglior stagione del brasiliano, il 1992-93, l’anno della conquista della Coppa Uefa. Julio Cesar forma, con Kohler Eisenfuß (piede d’acciaio), la miglior coppia difensiva del nostro campionato, nonostante la frattura di una gamba, che lo tiene fermo per ben quattro mesi. Era l’inizio di ottobre, a Napoli, il giorno del primo successo esterno bianconero del campionato: «Rompersi una gamba è scioccante, ma lo è ancora di più rimanere fuori dal giro, camminare con le stampelle, vedere gli altri che giocano e non poter fare nulla per contribuire. Nella disgrazia, mi ha aiutato molto stare in famiglia a Campinas. Lì, con i miei amici, ho accelerato i tempi di recupero; ho svolto decine di sedute fisioterapiche, mi sono dannato l’anima per recuperare. Posso garantire che il primo allenamento a Torino, con i compagni e Trapattoni, è stato emozionante».
A trentun anni, nel 1994, è ceduto al Borussia Dortmund, dove raccoglierà altra gloria. In bianconero, comunque, si fa ricordare assai bene, con 125 partite e sei reti, di cui due nelle coppe europee.


VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1991
Non ho mai avuto dubbi nell’indicare in Julio Cesar un autentico asso. Perché scarpinando si impara e Mexico City non poteva mentire. Sull’altura avevo visto all’opera quel fortissimo, altero “centre half”, quel formidabile autentico artista della difesa, che sa tramutare in offesa, con un piede calibrato e potente, all’altezza di un piazzamento sempre magico. Non sto ingannando il lettore. Sto piuttosto narrando uno dei più grandi difensori naturali del calcio mondiale. Se il lettore consente, Julio Cesar attinge al piazzamento ed esprime nel campo una lievitante forza fisica. Che ha qualcosa di belluino, di magnetico, ma sempre su piani di euclidea espressività.
Il suo apparire nella Juventus è stato accompagnato da critiche che definire cattive è davvero poco. C’era una punta, e comunque un’ombra di razzismo, in quei giudizi estivi, ed anche successivi alle prime partite in coppa e campionato. Era vero, invece, che Julio Cesar stava ancora guardandosi in giro, si ambientava nella nuova maglia, cominciava appena a conoscere i nuovi compagni, era tutto nuovo per lui dopo gli anni, diciamolo pure, romanzeschi e pionieristici di Francia. Parma-Juventus gli do sette. Cesena-Juventus, io lo trovo fortissimo. È troppo lento per giocare in Italia, è il refrain dei media. Una colossale balla.
Julio Cesar, classe 1963, di Baurù, ex asso del Guarani, già del Brest e del Montpellier, può iscriversi ai ruoli dei grandissimi difensori brasiliani di ogni tempo, uno come i magici Nílton e Djalma Santos, uno con tutte le stimmate della classe. Non vedete l’eleganza sontuosa della sua corsa, la sicurezza luciferina del suo anticipo, la cattiveria leale del suo tackle? V’è forse in Italia, a parte Franz Baresi, un difensore con il suo stacco, con la sua belluinità e la sua eleganza? Eppure il trapianto di Julio Cesar nella Juventus non è stato facile visto che, molto superficialmente, certi commentatori (ad esempio Sivori, e lo scrivo con malinconia) sostenevano che mai il Brasile ha avuto grossi difensori. Si tratta di un’affermazione un po’ settaria, se ci è consentito scriverlo, a proposito di un giocatore che abbiamo molto amato, ma non il commentatore televisivo. Non è vero, poi, che il Brasile mai abbia avuto grandi difensori. La storia bisogna conoscerla, e Sivori non la conosce. Io me la coccolo, la storia, me la bevo nelle mie letture lunghe e interminabili. Io penso che la storia sia tutto per uno scrivano di calcio.
E so che Julio Cesar ha avuto un antenato in Domingos da Guia, il quale senza essere insuperabile come difensore puro, era insuperabile come artista, fu il più pagato dell’America ai suoi tempi, era alto e agilissimo, era un pennello come tocco di palla, era un virtuoso. Ecco, per me Julio Cesar è ancora meglio. Domingos giocava nei giorni del nostro Mondiale in Francia, rimane agli archivi come proverebbe la grande partita che nel 1938 Domingos giocò contro la Cecoslovacchia. Il Brasile vinse 2-1, e stiamo parlando della Cecoslovacchia dei Plánička. Non si improvvisa nulla.
Julio Cesar è arrivato nella Juventus nel momento giusto. Egli ha maturato in Francia esperienze composite che non gli hanno poi dato nulla. Gli hanno invece tolto. Lo hanno fuorviato sul piano tattico e dell’impegno professionale e quel certo dilettantismo, o goliardismo tattico, che oggi cerca di curare Platini commissario unico, lo aveva un tantino sminuito, e tutto considerato emarginato dal novero dei grandi giocatori mondiali, quale sacrosantemente è.
C’è tanta spocchia in giro, ed anche i tanti procuratori mica sanno vedere e capire. Doveva intervenire la Juventus. Vedete? La Juventus non si smentisce. E oggi con Luca Cordero di Montezemolo e Bendoni procede per la stessa strada seguita da Boniperti. Serietà, professionalità, capacità di scelta fuori dagli schemi seguiti da chi non ha idee nuove. La Juventus nuova è anche splendidamente Julio Cesar, l’erede, con qualcosa di più, di Domingos da Guia.

3 commenti:

Stormy ha detto...

Ricordo ancora una sua bomba che colpì la traversa e palla che rimbalzo fino quasi a metà campo...
DEVASTANTE

ginkers ha detto...

Un difensore tremendo, formava una coppia con Kohler di ottimo livello.

Giuliano ha detto...

Lo ricordo ai mondiali col Brasile, elegantissimo e potente.
Qui da noi avrebbe meritato di più, e Maifredi gli fece fare delle brutte figure con un assetto di squadra scriteriato.
Poi si è "vendicato" col Dortmund, pieno di ex juventini frettolosamente scaricati...