giovedì 2 febbraio 2017

Bruno GARZENA

«Volto e fisico da guerriero mitologico distinguevano Bruno Garzena – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – altro ragazzo della Juve, detto il Falco di Venaria. Del paesino sull’orlo di Torino in cui era nato portava le stimmate e, con orgoglio, se ne faceva vanto. Sembrava costruito in acciaio il coriaceo terzino. Protetto dalla linea del fuori, gambe divaricate e braccia pure, saltellava sulla punta dei piedi, sempre pronto a contrastare l’avversario. Ad azzannare se necessario, a picchiare anche, se era il caso. Ma alcune volte non gli riusciva di tenersi controllato e magari “si smontava”, come si dice in gergo. Passato il momento, schiuma alla bocca, si riprendeva e tornava a giostrare concentrato, senza più sbavature».
«Bruno Garzena è stato l’archetipo del terzino – ammette Boniperti – se devo dire che cosa è un terzino non posso non parlare di Bruno».
«Sono all’Oratorio della Speranza a Torino un giorno – racconta – è l’una e mezza, vado a cercare i miei compagni e trovo il deserto. Dove sono andati? “Sono in prova alla Juve”, mi dice il custode. Che cosa faccio? Salto sulla bicicletta, il nostro attrezzo preferito dopo il pallone, e vado a provare anch’io. Abitavo con i miei genitori in Corso Vercelli, avevamo un negozio di frutta e verdura in Via Rondissone. Sì, lo so, stavo dall’altra parte della città. Ma venire in bicicletta fino in Piazza d’Armi, dove all’epoca ci si allenava, era un gioco. Non tenevo nemmeno le mani sul manubrio e avevo una scarpa diversa dall’altra, tanto per far capire come sono cambiati i tempi. Per me, le scarpe sono sempre state un’afflizione con i piedi che mi ritrovo. Le spaccavo in continuazione e, siccome non succedeva mai che ne rompessi due insieme, quella sana la utilizzavo lo stesso e sostituivo solo quella rotta. Dovevo fare i conti con mia madre, a cui non piaceva che distruggessi scarpe in serie. Eravamo appena usciti dalla Guerra Mondiale. Ma torniamo al provino. Sono tornato un po’ di volte e, dopo tre o quattro mesi, mi hanno fatto firmare la famosa cartolina verde, allora simbolo di un legame. Legame di cui vado fiero, perché continuo a essere innamorato della Juve».
Esordisce nella Juventus nel 1952, ha diciannove anni: «Carver è il nostro allenatore. Ci sono ancora Viola, Manente, Mari, Muccinelli, Parola, Præst, John Hansen e, ovviamente, Boniperti. Lo squadrone che vinse due fantastici scudetti! Anche se, quell’anno, lo scudetto passò all’Inter di Ghezzi, Nyers, Lorenzo, Armano e Skoglund. Noi secondi a due punti, una miseria. Esordisco proprio contro la squadra di Alfredo Foni, un tattico pignolo e preparatissimo. Presi il posto di Bertuccelli, che non stava bene. C’era anche Vivolo, grande talento, però rincalzo in quella Juve di grandi firme. Vincemmo 2-1. Io marcavo Nyers. Mi ricordo un dettaglio, non so fino a che punto bene augurante: dopo un quarto d’ora, minacciavo già l’ungherese con le torture più terribili di questo mondo. Era una specie di training autogeno. Anche i neroazzurri erano formidabili: in attacco avevano Armano, Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers. Eppure, vincemmo noi».
Gioca anche con Boniperti, Charles e Sivori: «Credo che quell’attacco se decideva di spingere e fare goal ci riusciva. Il risultato dipendeva solo da quanti goal beccavamo, perché farne non era un problema. Non esisteva tattica, giocavamo uno contro uno, duelli epici, e il nostro schema era dare la palla a John, Omar e Giampiero. Il football dei miei tempi era molto romantico, più divertente e noi ci sentivamo come degli artisti. Era fatto di personaggi mitologici. Mi ricordo che quando andavo al circolo e arrivavano i vari Rosetta, Combi, Depetrini, i fratelli Varglien, mi alzavo in piedi e li salutavo con rispetto e venerazione. Orsi e Cesarini vivevano in una casa col maggiordomo, avevano una collezione di Borsalino da far invidia a chiunque. Piccinini accumulava giacche e camice, ne aveva più di cento. Oggi è tutto completamente diverso, io potevo camminare tranquillamente per la strada e, spesso, non venivo nemmeno riconosciuto».
Sono 185 le presenze in bianconero, senza segnare, però, nemmeno una rete: «La cosa non mi ha mai creato nessun problema. Anche perché, a quei tempi, ben difficilmente chi giocava in difesa poteva avventurarsi in avanti alla ricerca del goal. E poi, per me, l’importante era impedire al mio avversario diretto di segnare; quello era il mio compito. Personalmente, pur di giocare, avrei rinunciato anche all’ingaggio. Potevo giocare indifferentemente sia terzino desto che sinistro, ma il mio sogno era quello di fare il centromediano. Ero molto veloce e bravo nello stacco aereo, saltavo quasi un metro e ottanta. Broćić, vedendomi saltare, disse che dove arriva il falco non arriva nessuno. Da lì, nacque il mio soprannome».
Volto e fisico da guerriero mitologico, sembrava costruito in acciaio; caparbio, astuto e intelligente. «Ho avuto la fortuna, o la sfortuna di incontrare praticamente tutti i più forti giocatori dell’epoca: mi riferisco ai vari Di Stéfano, Schiaffino, Pelé, Garrincha, Matthews, Ghiggia, Cszibor e Hamrin. Ma quello che, forse, mi ha dato i maggiori problemi è stato Julinho, fenomenale campione del brasiliano. A qualunque velocità andasse e qualunque fosse il modo di dribblare scelto nella circostanza, il pallone si staccava dai suoi piedi al massimo una ventina di centimetri. Impossibile toglierla al suo controllo. Era fantastico, un po’ malato di nostalgia per il Brasile, fatto abbastanza normale per chi è abituato a vivere a Rio de Janeiro oppure a Bahia. Forse, era superiore a Garrincha. E penso che fosse più bravo di lui solo Matthews, che io ho incontrato in un’amichevole quando, però, aveva già più di quarant’anni. E allora, non c’erano raddoppi di marcature, né si usava il libero, dovevi sbrigartela da solo. I miei duelli con Ghiggia sono passati alla storia. In verità, è nata un pochino di letteratura sull’episodio, forse i giornali hanno esagerato. Era una partita contro la Roma che io volli giocare a tutti i costi, nonostante avessi la febbre. Le gambe non mi reggevano più di tanto, io stringevo i denti e Ghiggia mi dribblava, mi aspettava e mi dribblava di nuovo. Non ho mai capito quell’atteggiamento. Lui era un’ala straordinaria, che ti faceva secco anche se stavi bene. Ma quel giorno non ho capito l’insistenza nel saltarmi, aspettarmi e passarmi di nuovo, palla al piede, sotto il naso. Mi avrà dribblato cento volte, però la partita la vincemmo noi 3-0 e Ghiggia non segnò. Mi legai al dito quella bravata e, negli anni a venire, gli ho fatto passare la voglia di fare il furbo e non proprio con le buone. Si sa, a me piaceva il gioco fondamentalmente maschio, ma mai esasperato e privo di una certa etica. Ero un giocatore grintoso, spesso mandavo fuori dal campo sia la palla che il calciatore, ma non entravo mai per fare male. C’è un episodio curioso legato a Julinho: in un Juventus-Fiorentina, l’avvocato Agnelli, venuto apposta allo stadio ad ammirare il brasiliano, appena saputo che lo avrei marcato io, mi chiese di non maltrattarlo troppo e di lasciarlo giocare con libertà. Cosa che, ovviamente, non feci».


ANGELO CAROLI, “LA STORIA DELLA JUVENTUS”
Anche se non appartiene alla specie dei falconidi, non ha artigli, becco arcuato e non vola ad alte quote, è chiamato Falco di Venaria. È Bruno Garzena, calciatore della Juventus a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Bruno nasce a Venaria, nel 1933, e si sviluppa calcisticamente nella Juventus, dove approda giovanissimo. Sono anni ruggenti, pieni di sogni e di ambizioni. È una Juventus giovane, e c’è spazio per tutti. Bruno Garzena arriva agli allenamenti in bicicletta, è ricco di entusiasmo e di vigore atletico. Dotato di un fisico eccezionale e di volontà ferrea, in poco tempo si fa strada nel difficile mondo della Serie A. Il lancio avviene dopo un’annata in prestito trascorsa da protagonista nelle file dell’Alessandria. Nella Juventus dei “puppanti”, Bruno conferma le proprie capacità di combattente, per ribadirle anche in epoca successiva, con la conquista degli scudetti 1957-58 e 1959-60, ai tempi di Boniperti, Charles e Sivori. Caparbio autodidatta, astuto e intelligente, è capace di gestire se stesso come un manager fa con la propria azienda. Già in età giovane pensa a come investire i guadagni. A diciotto anni ha la maturità di un anziano padrone di fabbrica. Come calciatore è terzino rapido e grintoso; fa parte anche della Nazionale e della rappresentativa militare. E nasce il nome di Falco di Venaria, che ricorda il paese (appena fuori della cintura di Torino) dove è nato, e che mette a fuoco le caratteristiche di gioco e di temperamento. Quando appende le scarpe al chiodo entra negli affari e sa costruire per sé e per la famiglia un futuro tranquillo e agiato, grazie all’impegno continuo e al senso degli investimenti, che non gli viene mai a mancare.

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