lunedì 5 dicembre 2016

Marcelo Danubio ZALAYETA

Novembre 1997: dal Peňarol alla Juventus il passo è immenso se a compierlo è un ragazzino di diciannove anni. Marcelo Zalayeta, attaccante dal fisico impressionante, sbarca a Torino insieme al suo connazionale Pellegrin e, mentre annusa l’aria dello spogliatoio della prima squadra, trova presto modo di dare una mano alla squadra Primavera. Debutta, in effetti, al Torneo di Viareggio e stupisce tutti per il tocco felpato e il passo apparentemente lento, ma imperioso e inarrestabile: «I primi mesi sono stati terribili, mi hanno aiutato tantissimo i miei connazionali, Fonseca e Montero a superare quei momenti; anche gli altri miei compagni, con i quali ho subito legato, mi hanno accolto molto bene. Poi, ho cominciato a imparare l’italiano, ho fatto qualche conoscenza e mi sono ambientato in fretta».
La Juventus, che veleggia in testa alla classifica del campionato a lungo, può permettersi di parcheggiarlo in tribuna o tutt’al più in panchina, ma è destino che il ragazzo debba presto avere il suo quarto d’ora di celebrità. Accade il 14 marzo 1998, in un Juventus-Napoli che dovrebbe essere di ordinaria amministrazione e, invece, si rivela gara ostica quanto poche altre. Zalayeta entra e, in mischia, segna un goal importante e pure bello.
Lippi, che può contare su Inzaghi e Del Piero, Amoruso e Fonseca, non ha fretta di spremere il ragazzo, ma quando lo fa, è ripagato: a Empoli si vince perché Pecchia è lesto a sfruttare un prodigioso assist di testa del giovane uruguagio. Insomma, sullo scudetto in arrivo c’è pure il marchio di questo ragazzo, presente per cinque spezzoni di gara.
Quel che segue è un lungo periodo in prestito di qua e di là a farsi le ossa. A stagione 2001-02 iniziata, Marcelo torna alla base e stavolta le presenze salgono a undici. Ma il bello sta per arrivare. La stagione successiva, tra campionato e coppe, Zalayeta è tra i più immediati rinforzi dell’undici titolare e mette insieme trentasei gettoni con otto reti. Una di queste lo fa entrare nel cuore dei tifosi, considerato che è quella che risolve, nei quarti di finale della Champions League, la sfida con il Barcellona al Camp Nou, nei supplementari. «Sono contento – afferma dopo la gara – ora spero che le cose per me continuino ad andare bene. La fatica? Quando si vince, la motivazione ti carica ancora di più. Dobbiamo continuare a lavorare».
Ora Marcelo sembra ad un passo dalla piena affermazione, ma è destino che si debba ancora sudare ogni spicciolo di gloria. In prestito al Perugia e alle prese con un serio infortunio, perde in pratica la stagione.
Il suo ritorno alla Juventus avviene nell’estate del 2004. Il ragazzo ha risorse impensate e, finalmente, la sorte dalla sua. Marcelo si fa trovare sempre pronto: il 3 ottobre 2004, Trézéguet si infortuna seriamente alla spalla a Udine, Zalayeta, subentra e segna il goal partita. L’assenza del bomber francese da più spazio a Zazà e lui ripaga con un rendimento eccellente e con reti d’autore, al Messina, alla Roma, al Chievo, all’Inter, al Bologna. Uno scudetto stavolta da protagonista, per non parlare della Champions League: la sua zampata al Real Madrid, ancora nei supplementari, lo fa entrare di diritto nella storia bianconera. «Un traguardo importantissimo, una vera impresa. Loro erano sicuri di farci fuori e di segnare addirittura tre goal, ma anche noi eravamo certi che avremmo giocato una grande partita. E così è stato. Il segreto di questa vittoria? Uno su tutti: l’umiltà. Per noi era come una finale, e non l’abbiamo fallita. Adesso faremo festa perché questo exploit lo merita. Di goal così ne voglio fare ancora. Più che una speranza, una certezza: io non mi fermo qui. Il mio periodo va avanti. Fuori non lo faccio forse vedere, ma dentro sono molto felice. Dentro ho l’inferno che brucia. Il mio sogno è un goal nella finale di Champions League. E ovviamente decisivo. Perché io la Champions la voglio vincere. Decide Capello chi resta fuori, ma non c’è nessuna sfida in atto fra me, David, Ale e Zlatan. Abbiamo fiducia nell’allenatore e o spogliatoio è unito, alla fine si vince per questo. La differenza è tutta lì. Ho sempre avuto un idolo: Dely Valdés, che ha giocato nel Cagliari. Non solo lui, mi piaceva anche Francescoli. Non li conoscevo bene, ho parlato solo un paio di volte con loro. Come detto, i veri maestri sul campo, quelli che mi hanno aiutato più di tutti, sono stati Montero e Fonseca. A Paolo e Daniel dirò sempre grazie».
La stagione 2005-06 non è così esaltante; comincia malissimo con quel rigore fallito con la maglia della Nazionale, che costa la mancata partecipazione della “Celeste” al Mundial tedesco. Il campionato prosegue sulla stessa falsariga; pochissime presenze e pochissime soddisfazioni, anche se arriva lo scudetto, il quinto della sua carriera.
Decide di rimanere alla Juventus anche in Serie B, nonostante sia consapevole che avrà poche possibilità di mettersi in evidenza; diciassette presenze e quattro goal, che sono tutti decisivi, come da sua abitudine.
Nell’estate del 2007, passa al Napoli; totalizza 170 presenze, trentaquattro goal e un posto di diritto nella storia bianconera.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Per me rimane grande il gol al Barcellona al Camp Nou in Champions,anche se poi la perdemmo ai rigori con il Milan;meno quel rigore per il Napoli con un suo evidente tuffo.