venerdì 16 dicembre 2016

Giuseppe MONTICONE

Noto con il nomignolo di Nabo, ebbe purtroppo una carriera brevissima, perché un crudele destino lo tolse alla Juventus e ai molti amici che in poco tempo si era creato. Eppure nulla poteva far supporre che la vita di Giuseppe sarebbe stata stroncata in così breve lasso di tempo: la natura non era certo stata avara con Nabo, dotandolo di struttura fisica quasi perfetta, per non dire eccezionale. Era un combattente nato, che eseguiva il suo lavoro senza disperdersi in azioni confuse e avventurose, ma incanalando la sua condotta tra le sponde della sagacia, dell’ordine e del rendimento completo. Morfologicamente era un longilineo dalla muscolatura compatta. Giocava guidato da un insuperabile istinto e da un felice tempismo; aveva uno stile che lo metteva immediatamente in evidenza nel corso della partita. Il suo migliore campionato fu senza dubbio il 1923-24, quando la Juventus, senza i sei punti che le furono tolti a tavolino in seguito alle note vicende del caso Rosetta, avrebbe certamente vinto il titolo. E quell’anno la squadra bianconera non sola perse il campionato, ma anche il suo amatissimo Monticone.
Era una fredda domenica il 28 dicembre e la Juventus doveva giocare a Torino contro l’Andrea Doria, che aveva in porta il povero Seghesio, morto poi di tisi poco tempo dopo. Improvvisa e atroce giunse sul campo la notizia che, nella notte, era spirato Nabo, a causa di un aneurisma aortico. Aveva appena ventiquattro anni. Scese, sul campo di Corso Marsiglia, un senso di gelo e di sgomento che si diffuse tra gli spettatori alla terribile notizia. I suoi compagni in atteggiamento simbolico, attesero per circa un quarto d’ora l’arrivo del loro compagno, del quale sapevano che non avrebbe mai potuto più raggiungere lo stadio per disputare insieme a loro la consueta domenicale partita di campionato. Fu un’attesa vana e dolorosa. Si videro alcuni volti tesi nel dolore e qualcuno solcato da alcune lacrime furtive che venivano asciugate di nascosto agli altri, tanto per darsi ognuno un contegno coraggioso, anche se, in effetti, il dramma li toccava tutti veramente nel cuore.
Riportiamo alcuni passi da “Il Calcio”, un settimanale di Genova dell’epoca: «La morte improvvisa di Monticone, l’aitante centro sostegno dei bianconeri juventini, ha gettato nella costernazione i suoi compagni di squadra, che hanno giocato la partita odierna per puro spirito di disciplina, ma con l’angoscia nel cuore. E l’andamento del gioco, come ognuno può immaginare, ha risentito delle condizioni di animo di tutti i giocatori in campo, poiché è doveroso rilevarlo, anche i doriani diedero dimostrazione palese della loro sensibilità al dolore degli avversari».
La Juventus pianse la perdita di un atleta di sicuro avvenire, ma soprattutto la scomparsa di un caro e simpatico ragazzo.


“LA STAMPA” 29 DICEMBRE 1924
Un grave lutto della Juventus! La Juventus è stata tragicamente colpita! Monticone è morto! Nel pomeriggio di sabato essa inviava ai giornali la composizione della sua squadra per la partita dell’indomani contro la Doria, allineando Giriodi al centro-attacco e Barale I all’ala sinistra e mantenendo alle spalle degli attaccanti l’ottimo trio di sostegno Viola, Monticone, Bigatto. Nella notte Monticone moriva per aneurisma.
Era uno dei migliori elementi della Juventus, come giocatore e come carattere. Giovane simpatico, aitante, aveva fatto le sue prime prove nei “liberi”. La squadra Donatello dovette specialmente a lui molti suoi brillanti successi. Passato agli juventini vi trovò una famiglia. Tutti gli volevano bene. I competenti pronosticavamo in lui il futuro centro half della Nazionale. Aveva bisogno di “farsi le ossa” ancora un po’ e sarebbe diventato uno dei più brillanti giuocatori. Károly lo curava, con particolare amorevolezza, gli insegnava i segreti del bel giuoco. Ogni vittoria juventino aveva in sé un po’ dell’anima del giovane campione. Un soffio traditore l’ha spento.
Erano le dieci e mezza di sera. Stava con il padre. Disse: «Voglio bere ancora un bicchiere di vino con te». Toccarono, bevvero. Si alzò. «Ora vado a letto, perché domani voglio giuocar bene. Gli austriaci del Rapid hanno detto che verranno a vederci e voglio fare una bella partita». Che cosa avvenne nella notte? Diede un urlo. Il padre si precipitò e il figlio rantolando gli spirò tra le braccia. Una paralisi cardiaca?
Era il giuocatore italiano che divideva con Cevenini III il privilegio di “avere più fiato”. Dopo una partita, era pronto a ricominciarne una seconda. Nella mattinata di domenica la notizia corse sui fili del telefono nei centri sportivi, lasciando tutti sgomenti. Non ci si voleva credere. Pareva un macabro scherzo. Ma i dirigenti juventini comunicavano la ferale novella con il singhiozzo in gola. Alle quattordici e trenta il campo era affollatissimo. La Juventus aveva formato una squadra di ripiego. Essa entrò sul terreno con il lutto al braccio. A metà del primo tempo, mentre il giuoco era a metà campo, l’arbitro diede tre colpi secchi di fischietto e si scoprì. I giuocatori si formarono di scatto, si irrigidirono sull’attenti. Tutto il pubblico si levò in piedi a capo scoperto. Un cagnolino uggiolò, poi il campo fu avvolto dal pieno silenzio. Per un minuto le migliaia di persone presenti rivolsero un mesto pensiero al povero giovane esangue, laggiù, in un bianco lettuccio, con le vene spezzate. Molti amici del morto avevano gli occhi pieni di lagrime. Un colpo di fischietto: lo sport, dopo il muto e malinconico omaggio, riprendeva il suo dominio.

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