martedì 7 novembre 2017

Sergej ALEJNIKOV


Arriva alla Juventus nell’estate del 1989, sulla scia del suo connazionale Zavarov, dopo aver disputato ben nove campionati con la squadra della sua città natale, la Dinamo Minsk. «Da ragazzino ascoltavo a bocca aperta i consigli di Oleg Barzarlov; giocavo nel Dyussh 5, una specie di scuola di calcio, ma sognavo la Dinamo. Malofeev, il tecnico che mi ha fatto debuttare ventenne, è un mago del settore giovanile, un allenatore che è come un secondo padre; mi ha responsabilizzato, mi ha aiutato a dare il meglio di me, è stato importante per la mia maturazione. Lobanovs’kyj, invece, è diverso; è da lui che ho imparato a fare il soldato».
Non è certamente un fuoriclasse, Sergej, ma un buon giocatore, abbastanza dotato tecnicamente molto intelligente dal punto di vista tattico; è schierato da Zoff, come centrocampista davanti alla difesa, anche se in carriera, ha giocato anche come difensore centrale, come in occasione della finalissima del Campionato Europeo del 1988 nella quale, mancando i difensori titolari Bessonov e Kutnetsov, gli tocca l’improbo compito di marcare Marco Van Basten: «Perdemmo meritatamente contro l’olanda ma Van Basten, poiché lo marcavo io, ebbe una fortuna sfacciata, pescò l’asso con quel suo meraviglioso goal».
Racconta il giorno della sua presentazione: «Il trasferimento alla Juventus non è certamente un salto nel buio. Il mio atteggiamento nei confronti del lavoro che svolgo non cambierà; ce l’ho sempre messa tutta, i tifosi stiano tranquilli, continuerò su questa strada. Io arrivo a Torino per vincere e per farmi ricordare, non voglio passare inosservato. Le prove impegnative mi stimolano, sono una scommessa continua. Credo di essere un giocatore nell’anima; è questo il mio temperamento».
Con la squadra bianconera, disputa quarantanove presenze, mettendo a segno tre goal, contribuendo in modo determinante alla conquista della Coppa Italia e della Coppa Uefa. La stagione successiva, con l’arrivo di Maifredi, è ceduto al Lecce, dove giocherà con il futuro capitano juventino, allora giovanissimo, Antonio Conte.


VLADIMIRO CAMINITI
Sergej Alejnikov è qualcosa di importante, con il suo baffo è qualcuno. Sergej Alejnikov è un grande half tattico. Sergej Alejnikov è la prova provata degli sviluppi del calcio sovietico nella realizzazione di schemi vincenti. Sergej Alejnikov è quello che da noi, con espressione abbastanza tipica di un modo di spiegare senza spiegare nulla, si indica come universale. Ma forse Alejnikov, più che universale, è calciatore portato a proteggersi nel gioco di squadra, a dare ai compagni per ricevere, a illuminarsi nell’altruismo anziché nell’egoismo, considerando il calcio niente di più di un lavoro in cui ciascuno debba profondere il meglio che ha e Sergej profonde la sua corsa e il suo tocco di prima, il suo smistamento sempre tempestivo a cogliere e intuire il compagno meglio piazzato. Questo si può dire senza nessuna allusione: nel calcio, per Sergej Alejnikov, esistono solo compagni. Tutti eguali per lui, per ciascuno di essi è disposto a dare tutto nell’ora e mezzo di gioco. È stato Franco Scoglio a sottolineare l’eclettismo industrioso di questo compagno. Quando lo vedemmo esordire, fu a Vercelli, ebbe qualche colpo stilistico a effetto, non si riuscì a capire esattamente quale fosse la sua stoffa. Ma poi Alejnikov lentamente si calò negli schemi corali, arrivando a essere il giocatore poliedrico, polivalente, che può essere; pendolo tattico del gioco, avanti a Tricella, lateralmente a Tricella, pronto a subentrare a Marocchi, scavallante senza frenesia, sempre attento, riflessivo, ragionatore. Dice: il calcio d’oggi è pressing, è velocità al cubo. Va bene, ma il calcio di oggi, come di ieri o di domani, è sempre calcio, sapere essere essenziali, sapere risolvere nel passaggio più problemi possibili, essere veloci mentalmente, non indugiare mai, accelerare nel senso di smistare, di toccare sempre di prima. E credo che Sergej Alejnikov proprio per queste sue doti di eclettismo sia appena all’inizio dell’avventura italiana. Si tratta, infatti, di un giocatore assai raccomandabile per il senso pratico, per la dovizia di cuore, per l’intelligenza nel disporsi, nel mettersi a disposizione, nel correre, nell’aggregarsi. I progressi degli sviluppi tattici del calcio sovietico, questo che in patria è considerato un forte gregario, li esprime tutti. E non parliamo della sfera umana, per questo suo carattere sociale, il lampo degli occhi buoni sul suo baffo di artigiano carezzevole, che gioca calcio all’altezza del futuro, con un grande cuore.


GAETANO MOCCIARO, TUTTOJUVE.COM 5 APRILE 2012
L’ex centrocampista bianconero Sergej Alejnikov apre i cassetti della memoria raccontando la sua esperienza alla Juve e le vicissitudini che lo portarono al trasferimento a Torino prima e a Lecce poi, facendo un paragone col calcio dell’epoca e quello attuale. Innanzitutto cosa sta facendo adesso? «Alleno il Kras, squadra di Eccellenza del Friuli-Venezia Giulia. È un ritorno, il mio, dopo esservi arrivato quattro anni fa e quest’anno in squadra c’è anche mio figlio Artur, classe 1991, che gioca un po’ come giocavo io anche se con caratteristiche più offensive».
Com’è arrivato ad allenare il Kras? «Come nella vita molte cose avvengono casualmente. Quando facevo il Corso Master a Coverciano ho conosciuto il presidente del Kras e abbiamo parlato un po’. Abbiamo deciso di provare a lavorare insieme, questo quattro anni fa. La società era giovane ed io come allenatore pure, essendo freschissimo di Coverciano. Comunque l’impatto fu positivo e siamo rimasti amici anche quando il rapporto è terminato. Poi ci siamo risentiti e quest’anno eccomi di nuovo al timone della squadra».
Lei è stato uno dei primissimi sovietici a lasciare il proprio paese per giocare all’estero. Era così difficile per voi pionieri avventurarsi in una nuova realtà? «Il discorso secondo me va spostato non tanto sul fatto che eravamo i primi a giocare fuori, perché se guardi bene anche oggi gente come Pavljučenko o Aršavin è tornata indietro dopo essere stata in Inghilterra. È una questione di carattere. Io ad esempio giocavo nella Nazionale sovietica da otto anni e ho avuto possibilità di viaggiare e vedere i paesi. Eravamo spesso a Coverciano, stavamo in ritiro e in qualche modo avevo già conosciuto l’Italia. Perciò non ho mai avuto problemi di ambientamento».
Non tutti sanno che in realtà in Italia non l’ha portata la Juventus ma un’altra società. «Esatto, è stato il Genoa a portarmi in Italia. All’epoca il professor Scoglio mi voleva nella sua squadra, sono arrivato a Genova per cominciare a discutere il contratto. Mentre aspettavamo i dirigenti per chiudere è intervenuta la Juve. E la storia è cambiata».
Insomma, un tradimento nei confronti del Genoa. «Non direi, perché hanno fatto tutto i dirigenti della mia ex squadra, la Dinamo Minsk. Anche se la situazione era ben più complessa, perché in Unione Sovietica la situazione era particolare. In pratica la Dinamo Minsk, come tutte le squadre denominate Dinamo erano sotto il Ministero dell’Interno, perciò qualsiasi cosa doveva passare da Mosca. Non c’erano le squadre professionistiche ed io stesso ero dipendente del Ministero dell’Interno. Erano loro a decidere, mi hanno detto: domani si chiude il mercato, firma qui. Ed io ho firmato».
Era il 1989. Un anno alla Juve che ha portato una vittoria in Coppa Italia e Coppa Uefa. Insomma, non male. «In realtà è andata male. Ho saputo che avevo firmato un contratto di tre anni, poi seppi che dopo un anno se la Juve non mi voleva più, c’era una clausola nella quale doveva pagare un indennizzo. In ogni caso non era certo la mia intenzione, dopo aver vinto due trofei al primo anno, di andarmene. Per quale motivo avrei dovuto? Anche Zoff fu mandato via dopo quello che aveva fatto. Dico io: vinci due coppe e anziché rinforzarti mandi via quasi tutti?».
Cosa successe? «Io posso parlare per me. Non sapevo niente del fatto che sarei andato a fine stagione al Lecce. Mi gestiva una società di Padova che controllava i cartellini dei giocatori che erano all’epoca alla Dinamo e li piazzava dove voleva. Io come molti altri sovietici non avendo mai avuto un contratto prima d’ora non sapevamo come funzionasse, non conoscevamo i nostri diritti».
Parlando di calcio giocato che ricordi le ha lasciato l’esperienza alla Juve? «Come il primo amore. Nel bene o nel male ti resta nel cuore. Ho trovato persone squisite, su tutti Gaetano Scirea che mi stette vicino durante i miei primi giorni. È stato importantissimo nell’aiutarmi a inserirmi nella squadra. Ho conosciuto la moglie e il figlio che ogni tanto sento ancora».
A differenza sua il connazionale Zavarov non si ambientò. Perché? «Non voglio entrare troppo nello specifico, certamente il problema è stato di tipo caratteriale. E poi i giornalisti sono in grado di portare un giocatore tanto in alto quanto in basso. Nel senso che se vedono un giocatore che finito l’allenamento scappa subito a casa e lo fa una volta, lasciano passare. Poi, lo rifà la seconda, la terza, la quarta e allora cominciano a ricamarci su. Il punto è che bisogna distinguere l’uomo dal calciatore e come calciatore su Zavarov penso non ci sia molto su cui discutere».
Forse le aspettative su di lui erano alte, per questo ha suscitato clamore. «Vero anche questo, ma d’altronde doveva sostituire un mito come Michel Platini ed era una cosa davvero difficile».
Lei l’ha più sentito? «Pochissime volte, da quando ha lasciato la Francia, che è stata la sua tappa successiva all’Italia, è tornato in Ucraina. Mi capita di rivederlo per qualche partita di beneficienza. Il rapporto fra noi è molto buono e adesso so che si occupa dell’organizzazione degli Europei del 2012».
Meglio Torino o Lecce? «Dal punto di vista calcistico passando dalla Juve al Lecce ci ho rimesso ma dal punto di vista umano nel Salento mi sono trovato benissimo, è un posto stupendo».
È più tornato a Torino? Possiamo definirla italiano, oramai. «Quando mi capita vengo spesso alla Juve, anche perché c’è mio figlio. Più che italiano sono cosmopolita. Oltre all’Italia ho visto altri paesi, come il Giappone, dove vi ho giocato quattro anni, o la Svezia. Mi spiace solo non essere stato negli Stati Uniti».
Rispetto ai suoi tempi che differenze trova nel calcio? «Vedo un calcio malato. Purtroppo prevalgono i soldi, gli interessi.  E poi non per caso succedono casini, come quello delle scommesse. Ai miei tempi allo stadio vedevi tante persone, genitori con i figli, un’atmosfera diversa. Ora c’è paura ad andare allo stadio e si guarda la partita in TV».
Il nuovo stadio della Juve ha dato una spinta importante nel riportare la gente allo stadio. «Ed è questa la cosa più importante. Se poi arriva anche il business non c’è niente di male. Ma l’importante, per il bene del calcio, è che si riempiano di nuovo gli stadi».

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