venerdì 15 novembre 2019

Francesco GROSSO


La Juventus – scrive Sergio Barbero su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1980 – ha forse il torto – per la critica – d’essere stata la più bella ed elegante regina nella storia del calcio. Ma la sua storia e un insieme di severità e raffinatezza che si beve d’un fiato come un bicchiere di champagne. I racconti passano attraverso vecchie contrade torinesi che hanno visto il nascere di talenti colmi di finezze ma con il grande pregio della praticità.
In una di queste contrade, per esempio, nella cara ‘Barriera ‘d Milan’ – mensa popolare della Torino più vera -, è nato Francesco Grosso, attuale allenatore della Primavera bianconera, che in questi giorni festeggia i vent’anni di lavoro nel settore giovanile Dunque una vita, durante la quale ha contribuito con ritmo quasi mitragliante al rigoglioso sviluppo di quella regina di cui dicevamo poc’anzi. I ragazzi usciti dalla sua scuola sono stati, e parecchi lo sono tuttora, un coro gradevolissimo che affolla il massimo palcoscenico del calcio.
Con Grosso parliamo di questi suoi «vent’anni» nell’ameno salotto di Galleria San Federico. Mister, dovrebbe raccontarsi... «Alla Juventus arrivai intorno agli Anni ‘40. Allora giocavo nei “biberon” dell’ “Eridano”. Mi portò qui un certo Volpato, che aveva compiti di accompagnatore. Cominciai con i ragazzi, poi con le riserve fino all’esordio in A che avvenne a Firenze nella stagione 1940-41. Una giornataccia... Pensi che a mia madre avevo detto di ascoltare la radio... Perdemmo per 5-0 e quando tornai a casa mi disse: ma hai giocato? Guarda che alla radio il tuo nome proprio non si è sentito!».
Come ricorda il Grosso giocatore? «La mia era la Juventus dei Borel, dei Colaussi e dei Rava. Io giocavo mezz’ala, anche se nei ragazzi facevo il centromediano metodista, in prima squadra il ruolo era di Parola. Anzi, io e Parola esordimmo assieme. In pratica facevo il centrocampista, penso di essere stato tecnicamente valido, forse il mio handicap era il fisico, pesavo 62 kg! Avevo 18 anni... Oggi ci sono ragazzi che a questa età girano attorno ai 75/80 kg... Comunque, tecnicamente me la cavavo bene. Ricordo ancora le parole di Cesarini: mi definì, sotto questo aspetto, uno dei migliori giocatori».
Fra i compagni con i quali ha giocato, chi ricorda con maggiore simpatia? «Soprattutto Rava. Era un piacere giocare assieme a lui: ti dava sicurezza, anche in caso di errori sapevi che dietro avevi una garanzia. Eppoi Parola... Ecco, con Rava e Parola ero molto affiatato».
Una partita indimenticabile? «Più che una partita, direi che la stagione 1946-47 è stata per me veramente indimenticabile. A Vicenza, a Roma e Genova infilai una serie di prestazioni bellissime, ero sempre fra i migliori in campo. Quell’anno ero appena rientrato dal prestito al Casale, dove avevo trascorso tutto il periodo della guerra».
Come è arrivato al settore giovanile della Juventus? «Dopo la Serie A con la Juve, avevo militato ancora nell’Empoli e nello Stabia, in B, che incredibilmente fece fallimento! Passai quindi alla Valenzana con compiti di giocatore-allenatore, poi Rava mi chiamò a Padova: lui era l’allenatore ed io gli facevo da secondo. Fu a quel punto che mi chiamò di nuovo la Juventus: eravamo nella stagione 1959-60, vent’anni giusti giusti...».
Dal dopoguerra a oggi, secondo lei, cosa è cambiato nel calcio? «C’è stata una grossa evoluzione. Gli allenamenti diventano sempre più scientifici, il ritmo è superiore, c’è stato un totale cambiamento di tattiche. Sicuramente in passato abbiamo avuto giocatori validissimi, si vedevano anche più gol, però non saprei dire quanti di quei giocatori potrebbero giocare nel campionato attuale e rendere alla stessa maniera. Adesso si viaggia a una incredibile velocità. Basta dire che ai miei tempi si giocava con spazi di 20/30 metri a disposizione e quando facevi un lancio di 50 trovavi quasi sempre la tua ala libera!».
Molte volte voi che operate nel settore giovanile, avete precisato l’inesattezza del termine «allenatore», definendovi viceversa «istruttori». Ecco, qual è il vero significato in merito oppure quello che in realtà date al vostro lavoro? «Io direi che siamo allenatori, istruttori e educatori, particolarmente in una società come la Juventus dove esiste una certa disciplina. Non è sufficiente saper correggere i ragazzi a parole: bisogna prima di tutto dare esempi pratici. Ecco perché siamo anche educatori. Mentre invece durante gli allenamenti siamo istruttori e quindi allenatori durante la partita della domenica».
Cosa ritiene di aver portato nel calcio giovanile? «Ho avuto occasione di girare l’Europa quando facevo l’osservatore per la prima squadra, per cui ho imparato diverse cose. Inoltre, sono stato accanto a quel grande maestro che era Sturmer. E proprio da Sturmer ho appreso quelle idee sulla tecnica individuale cercando poi di aggiornarle. Le mie esperienze all’estero, tra l’altro, mi hanno permesso la conoscenza di moduli diversi di gioco. Per esempio, la Primavera applica un modulo inglese. Con questo non è che copiamo gli inglesi: semplicemente cerchiamo di imitarne la sostanza».
Ha mai pensato di fare il grande salto? Magari una panchina di B o di C... «No. Le occasioni non mi sono certo mancate, particolarmente in C, però non ho mai pensato di muovermi da Torino. Questo perché sto benissimo dove sono e poi perché devo anche rispettare alcune esigenze familiari».
Come giudica i «suoi» giovani? «Sono tutti elementi validi. Direi che cinque o sei di loro arriveranno sicuramente al professionismo».
Durante questi vent’anni di lavoro, qual è il ragazzo che le ha dato maggiori soddisfazioni? «Più che a me personalmente, ci sono stati giovani che hanno dato grosse soddisfazioni al settore giovanile della Juventus. Il nostro è un lavoro di gruppo: e da questo gruppo sono usciti tutti i migliori del campionato. Mi pare sia sufficiente ricordare i Bettega, i Rossi, gli Zanone, lo stesso Danova del Torino, e via dicendo».
Che cosa le piace e che cosa l’infastidisce della sua professione? «Mi piace tutto! Tant’è che vorrei continuare ancora per altri vent’anni... È la mia vita... ma purtroppo manca poco alla pensione. Mi infastidiscono invece quegli allenatori che criticano i propri giocatori: con certi atteggiamenti i ragazzi vengono spersonalizzati. Io dico che la prima cosa che un allenatore deve fare è insegnare, attraverso l’esempio, l’educazione in campo».
Lei è ottimista sul futuro del calcio italiano? «Nel calcio italiano ho fiducia, però ne avrei ancora di più con gli stranieri. Un aiuto esterno sarebbe un modo valido per riportare il calcio allo spettacolo che oggi vediamo in declino per un tatticismo esasperato».
Chi sarà il giovane degli Anni ‘80? «Io punto su Marocchino».
Quale deve essere la dote fondamentale per un calciatore? «Innanzi tutto una buona base tecnica accompagnata da fisico adeguato. Naturalmente, questo, comprende anche intelligenza e un certo carattere».
Ascolti: la Primavera, quest’anno, è stata messa fuori dalla Coppitalia e dal «Viareggio», mentre in campionato ha vissuto un’altalena di prestazioni a volte fulgide e a volte in affanno, come nell’ultimo derby. Pensa di avere qualcosa da rimproverare ai ragazzi o a se stesso? «Assolutamente no. Quella contro il Torino è stata l’unica sconfitta sulla quale non abbiamo nulla da recriminare. Per il resto teniamo presente che si trattava di una squadra tutta nuova: mi ci sono voluti due mesi e mezzo buoni per inquadrarla, per cercare di sfruttare al meglio le caratteristiche dei singoli. Abbiamo forse patito in continuità, è vero, però mi sembra anche comprensibile. Adesso, comunque, è tutto a posto e gli ultimi risultati ottenuti ne sono la conferma».
Senta Grosso, ma lei allenerebbe il Torino? «Non potrei mai... Ho molti amici al Torino, però io sono nato juventino e tale rimango!».

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