venerdì 9 settembre 2016

Fabrizio MICCOLI

Nasce a San Donato, in provincia di Lecce, il 27 giugno del 1979. Nell’estate del 2002, Miccoli è acquistato dalla Juventus, che però, già ricca di alternative in attacco, lo gira in prestito al Perugia. Fabrizio non è più un giovane di belle speranze, ma è diventato una realtà; indossa la maglia numero dieci e colleziona medie voto altissime. Nel capoluogo umbro è già un idolo; sono sue le magliette che vanno più a ruba e gli autografi più ricercati. A stagione conclusa, Miccoli colleziona un bottino di quarantasette incontri giocati e quindici reti realizzate. È proprio contro la Juventus, in Coppa Italia, che Miccoli gioca le sue partite più belle; infatti, realizza due reti nella partita di andata e una al ritorno, eliminando la squadra che ne detiene il cartellino.
L’estate successiva approda alla Juventus: la concorrenza è spietata ma Fabrizio, sfruttando i numerosi infortuni dei suoi compagni, riesce a disputare un discreto campionato. Si mette in evidenza anche nella Champions League, realizzando una rete nella goleada contro l’Olympiakos. Purtroppo, la stagione bianconera è molto deludente e la società decide di prestare Miccoli alla Fiorentina, appena promossa in Serie A. Comunque sia, riesce a totalizzare trentotto presenze e dieci reti.
Nel campionato 2005-06 ritorna in bianconero; è arrivato Fabio Capello, il quale vuole assolutamente Ibrahimović. Per far spazio allo svedese, Fabrizio è mandato in prestito al Benfica; con la squadra portoghese si mette in luce fin da subito, diventano un idolo dei tifosi lusitani. Al termine della stagione, la Juventus decide di rinnovare il prestito al Benefica; dopo un’altra stagione in Portogallo, Fabrizio ritorna in Italia, precisamente al Palermo. Le strade fra Miccoli e la Juventus si sono definitivamente separate.
«I miei errori quando ero alla Juventus? Io all’inizio sono stato bene, nel senso che ho giocato diverse partita da titolare. Poi si venne a creare questa staffetta tra me e Del Piero, che comunque poi non c’era effettivamente, perché io stavo bene con Ale, avevamo un buon rapporto. Comunque in ventidue presenze avevo fatto nove goal, quindi non è stato un brutto campionato, anche perché io tutt’ora ho grande rispetto verso i giocatori della Juve. Ancora mi sento con tanti di loro: Buffon, Camoranesi, Trézéguet, ecc. Quindi il problema magari è stato più con la società di allora. Diverse scelte non mi piacevano e non le ho accettate. Sono cose che succedono. Non c’è nessun problema, per me oramai è finita lì».


SALVATORE LO PRESTI, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 2003
È alto 168 centimetri, come Diego Armando Maradona e come Gianfranco Zola. È in buonissima compagnia dunque, anche se, confessa candidamente, non gli sarebbe dispiaciuto se Madre Natura gli avesse elargito una decina di centimetri in più. Ma convive serenamente con un fisico che non gli ha impedito di conquistarsi, quando non aveva ancora ventiquattro anni, due maglie prestigiose come quella della Nazionale e quella della Juventus. E provata l’altra grande gioia di diventar padre di una bellissima bambina, vuole continuare la scalata. Un posto da titolare, lo scudetto, la Champions League, un goal al Bernabéu: i suoi progetti sono tangibili ad ambiziosi e li confida a “Hurrà Juventus” nel corso di una lunga e cordiale chiacchierata senza peli sulla lingua.
Allora, ti sei reso conto che sei davvero alla Juve, che non è tutto un sogno? «Sì, e sto vivendo una realtà straordinaria. Ho avuto la fortuna di arrivare qui per gradi: dalla Ternana al Perugia, poi l’avventura della Nazionale, infine la conferma delle promesse. Ed ho trovato, devo dirlo, un gruppo straordinario che mi ha accolto subito come fossi sempre stato uno di loro».
Già, uno che, tanto per cominciare, l’anno scorso li ha eliminati dalla Coppa Italia! Ma cosa significa adesso per te essere qui, alla pari con tanti grandissimi campioni? «Innanzitutto l’anno scorso giocavo col Perugia e quindi ho solo fatto il mio dovere. Stare qui per me è motivo di grande orgoglio. Oltre che bello, è molto importante per un giovane come me allenarsi e confrontarsi tutti i giorni con gente che ha vinto tanto».
Ma secondo te perché sei qui? Quale o quali delle tue qualità ti hanno consentito di fare il salto triplo passando per Ternana e Perugia? «Più che per le mie qualità, credo che sia successo per l’annata che ho vissuto l’anno scorso a Perugia, dove ho disputato un bellissimo campionato. Dovevo dimostrare di essere all’altezza della Serie A, di saper fare nel massimo torneo le cose che avevo fatto in Serie B. E ci sono riuscito. Ora però mi aspetta un altro esame ancora più difficile: devo dimostrare di saper fare anche nella Juve le cose che ho fatto a Perugia. Ma tutta la vita è piena di esami, uno dietro l’altro. Guai a fermarsi».
Da ragazzino per te, che vivevi nella juventinissima terra di Puglia, cos’era la Juve? «Solo una grande avversaria della mia squadra del cuore, il Lecce. Ho cominciato a giocare a dodici anni ed ho sempre tifato Lecce, anche se dalle mie parti la maggior parte degli appassionati tengono per la Juve, anche quando sono andato a Milano e per due anni ho giocato nel settore giovanile del Milan».
Già, oggi potresti stare dall’altra parte, da quella rossonera intendiamo. Ma perché sei tornato indietro da Milano? «Perché avevo sbagliato ad andare: a dodici anni si è troppo piccoli per tentare un’avventura così grande. È difficilissimo andare avanti lontani da casa. Io ero solo: stavo nel collegio vescovile di Lodi con Enzo Maresca ed alcuni altri ragazzi, come Corrent, che giocano in B od in C. Ma tornando a Lecce non mi sono mai sentito uno sconfitto. Ho sempre continuato a crederci ed a lavorare per realizzare il mio sogno: diventare un giocatore. L’età giusta per cominciare a tentare la grande avventura credo sia quella dei quindici anni».
Com’era cominciata la tua avventura calcistica? «Ho iniziato a giocare a San Donato, da bambino, per passare poi al Lecce Club, una succursale del Lecce. A dodici anni ho fatto un provino e sono stato chiamato a Milano. Come ho detto però era troppo presto e così sono tornato a casa. Ho fatto tre anni nel settore giovanile del Casarano ed a diciassette anni ho esordito in C1. Lì mi ha visto e voluto la Ternana ed ho giocato quattro anni con gli umbri. Il resto, da quando mi ha preso la Juve, lo sanno tutti».
Qual è stata la svolta della tua carriera, quella che da uno dei tanti ti ha fatto diventare un giocatore importante? «Credo che un grosso impulso me lo abbia dato il campionato di due anni addietro con la Ternana quando, malgrado la retrocessione, io ho giocato molto bene ed ho segnato quindici goal».
Hai mai pensato che la tua statura potesse essere un handicap nella tua carriera? Generalmente i grandi club cercano attaccanti grandi e grossi. «Sinceramente no. Perché ho delle caratteristiche che certamente non potrei avere se fossi grande e grosso. Però, anche se di grandi campioni alti come me il calcio è pieno, una decina di centimetri in più non mi avrebbero dato fastidio!»
Cos’hai pensato quando la Juve lo scorso anno ti ha acquistato dalla Ternana ma ti ha detto che ti avrebbe dato in prestito al Perugia? «Sono andato convinto, sicuro, anche perché sapevo di andare a lavorare con un bravissimo allenatore come Cosmi ed in una società molto ben guidata e che ha sempre creduto nei giovani. Ero consapevole che per me si trattava di una grossa occasione. Sarebbe stato il mio primo campionato di Serie A. Onestamente, pur avendo una gran fiducia nei miei mezzi, penso che il salto dalla Ternana alla Juventus sarebbe stato troppo lungo».
Quando Luciano Moggi ti ha garantito che saresti rimasto alla Juve, cosa hai provato? «Molta soddisfazione, ma anche la coscienza di aver fatto le cose per bene».
E quando hai messo piede per la prima volta nello spogliatoio della Juventus che sensazione hai provato? «Il primo giorno ho provato una grossa emozione, lo confesso. Conoscere i nuovi compagni mi ha dato sensazioni particolarissime, anche se con alcuni di loro avevo già avuto modo di fraternizzare in Nazionale».
In maglia bianconera sono passati tanti leccesi: da Franco Causio a Sergio Brio, da Pasquale Bruno ad Antonio Conte: che ruolo hanno avuto nei sogni della tua infanzia? «Li ho sempre seguiti tutti, ma in particolare Pasquale Bruno, che è di San Donato, il mio paese. Quando lui giocava nella Juve ero un ragazzino e sognavo di percorrere la sua stessa strada. Oggi ci frequentiamo, quando viene a casa andiamo a cena insieme. Ai tempi di Causio e Brio ero troppo piccolo, non ero neanche nato forse».
Conte invece te lo sei trovato nello spogliatoio, insieme con Nicola Legrottaglie. Ancora oggi il clan pugliese nella Juve è piuttosto consistente. «Siamo in tre ed è molto bello. Credo che rappresentiamo un motivo d’orgoglio per la gente del Sud e della Puglia in particolare. Mi auguro che molti giovani possano seguire il nostro esempio ed avere la nostra stessa fortuna».
Ma cosa ti ha detto Antonio Conte, che nella Juve ormai è un grande vecchio, un’istituzione nello spogliatoio oltre che una guida in campo? «Poche cose ma importanti: mi ha detto di star tranquillo, di essere sempre me stesso perché la Juventus è una grande famiglia. Conte è un ragazzo eccezionale: ha una grande esperienza ma lo spirito e l’allegria di un ragazzino. Caratterialmente ci somigliamo molto e fra di noi parliamo quasi sempre in dialetto».
Ma chi è fuori dal campo Fabrizio Miccoli? «Un ragazzo tranquillissimo, tutto stadio e casa, felice di aver messo su famiglia e di avere una bellissima bambina di sei mesi che voglio godermi fino in fondo, cui voglio dedicare tutto il mio tempo libero».
Hai messo su famiglia molto giovane: è positivo per un uomo che svolge un lavoro così particolare come quello del calciatore? Ti aiuta? Ed in che misura? «Non lo so. Io l’ho fatto perché me lo sentivo, ero e sono convinto che fosse la cosa giusta, la cosa migliore da fare. E credo che mia figlia Swami sia stata il premio più bello che potessi sperare».
Già, Swami: un nome davvero inconsueto, esotico. Come vi è venuto in mente? «Lo ha scelto mia moglie. È un nome indiano che significa amore. È piaciuto anche a me e non abbiamo avuto dubbi. La sua nascita mi ha emozionato molto più dell’arrivo alla Juve o dell’esordio in Nazionale, naturalmente».
Com’è stato il tuo impatto con Torino? Che effetto ti ha fatto la città? «Me l’aspettavo peggio! Molto più caotica, intendo. Certo è molto diversa dalla mia Lecce, ma è tranquilla e mi ci sto trovando benissimo. Adesso ho anche trovato casa e finalmente potremo lasciare l’albergo e sistemarci come si deve. Ho solo una preoccupazione: il freddo. Vedremo come lo sopporterò».
Ha già conosciuto i dirigenti? «Sì, sono persone straordinarie. Purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere l’Avvocato. Piuttosto mi ha divertito quello che mi ha detto il presidente Grande Stevens quando mi ha svelato che era curioso di conoscermi, perché suo nonno è stato console inglese a Gallipoli».
Sostenendo i primi allenamenti con i nuovi compagni hai potuto vedere da vicino, e non più come avversari, alcuni autentici fuoriclasse: chi ti ha impressionato di più e perché? Cos’hai scoperto di loro che non sapevi, che non conoscevi? «Allenarsi con Alessandro Del Piero è fantastico, sappiamo tutti cosa sia capace di fare. Ma quello che mi ha impressionato davvero è stato Pavel Nedved. Sapevo che è uno dei più forti giocatori del mondo, ma non che fosse un tale fenomeno: ha tecnica, corsa, forza, estro e temperamento. Non gli manca davvero nulla. E poi Antonio Conte: vedere come corre ancora, alla sua età, è davvero incredibile!»
Hai avuto un inizio di stagione eccellente, mettendo già in mostra le tue qualità, anche se l’esordio in campionato non è stato felicissimo ed è finito in ospedale, sotto i ferri. Come hai vissuto quella che normalmente è considerata una giornata molto importante nella carriera di un calciatore? «Sono felice di aver subito vinto un trofeo importante come la Supercoppa di Lega. Non capita a tutti di riuscire ad essere protagonista e vincente appena arrivato in una grande squadra. Tanto meno ad un giovane come me. Ed anche sul piano tecnico le prime partite sono andate bene. Poi è arrivato questo imprevisto, questa cosa inaspettata. Mi è dispiaciuto sia perché sognavo un altro esordio in campionato, sia perché ci ho rimesso anche la Nazionale in occasione di due appuntamenti importanti come quelli contro Galles e Serbia/Montenegro. Per fortuna non si è trattato di una cosa lunga né grave».
Qual è stato il momento più bello di questi pochi mesi juventini? «Credo che la partita più bella sia stata l’amichevole di Napoli: una serata così, con due goal all’attivo per giunta, non capita facilmente».
Ti ha aiutato aver esordito, e con successo, in Nazionale ancor prima di indossare la maglia bianconera? «Non saprei, anche perché si è trattato di due cose completamente diverse. L’esordio in Nazionale è stato una cosa improvvisa e mi ha dato un’emozione straordinaria, tutta particolare. Alla Juve sono arrivato per gradi e con la serenità giusta per aver salito tutti i gradini uno per uno, consapevole di aver fatto tutto per bene».
Ma dal punto di vista cromatico, ti sta meglio la maglia bianconera della Juve o quella azzurra della Nazionale? «Tutte e due. Sono entrambe due maglie molto ambite e sono stato fortunato ad aver avuto l’opportunità di indossarle così giovane. Prima di finire la carriera però vorrei indossare una maglia giallorossa. Non fraintendete, per carità: parlo esclusivamente di quella a righe verticali del mio Lecce, la squadra per cui ho tifato fin da bambino e che non ho mai indossato a livello professionistico».
Come ti immagini l’esordio in Champions League? Come te lo aspetti? «Sarà una grandissima emozione anche quella. Purtroppo per la prima in casa, con il Galatasaray, non sarò ancora pronto. Ma spero di essere della partita, a disposizione di Lippi, il più presto possibile».
C’è uno stadio in cui sogni di giocare? «Il Santiago Bernabéu: su di me ha sempre esercitato un grande fascino, per le imprese epiche di cui è stato palcoscenico. Sarà emozionante, certamente, ma spero di provarla presto quest’altra emozione».
Il tuo sogno calcistico, ora che sei arrivato alla Juve, qual è? «Vincere qualcosa di importante: lo scudetto o la Champions League».
Ma cosa metti sul gradino più alto del podio dei tuoi desideri? «Gli altri possono anche permettersi di scegliere, beati loro! Io che non ho vinto ancora nulla di importante non posso andare troppo per il sottile».
Ed il goal che sogni di fare? «Un goal in una finale di Champions League. Ovvio, no?»
Ed un goal al Lecce? «No, per favore! Visto cosa è successo a Conte qualche anno addietro?»
Roberto Baggio, ad un certo punto della sua carriera sognava un goal di testa ed uno realizzato entrando col pallone nella porta vuota. «Un goal di testa, per uno alto come me non è male, ci sono andato vicino contro il Milan, nel recente Trofeo Berlusconi. Ecco, a me piacerebbe segnare con un tiro da fuori area che s’infilasse nel sette, proprio come è successo nella passata stagione, sempre contro il Milan, a Perugia. Ma io sono anche altruista, mi piace molto far fare goal ai compagni».
Ed il goal che non avresti voluto sbagliare? «Quello sul cross di Zambrotta nei primi minuti della partita con l’Empoli. Segnare all’esordio in campionato con la maglia della Juve non sarebbe stato male. Avrò tempo per rifarmi».

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