domenica 2 giugno 2024

Massimo STORGATO


Negli anni Cinquanta il Veneto è ancora una regione d’emigranti e non di piccoli-grandi industriali. Di soldi ce ne sono pochi e le famiglie del padre (dieci fratelli) e della madre (cinque) di Storgato si stabiliscono a Casale Monferrato. Poi, quando arriva il posto alla Fiat, Mariano Storgato va a Torino con la moglie Apollonia e il figlio. Sono gli anni del boom, la Fiat mette il paese su quattro ruote e papà Mariano pone i blocchi di acciaio negli altoforni, dopo averli sollevati con la sua gru: «Tornava a casa che sembrava reduce da una sauna».
Massimo va in bici con suo padre per i campi. Poi si fermano e via con i palleggi: «Per non giocare sempre da solo, mio padre mi portò all’oratorio di Don Orione alle Vallette».
L’oratorio, anche per Storgato, non è solo un campo da calcio, ma anche un luogo di incontro. Massimo incrocia sua moglie Manuela: «Si facevano gli incontri e, d’estate, si andava in vacanza in montagna, a Salice d’Ulzio». Il primo amore. Anzi i primi amori. Perché la signora Manuela si abitua subito a dividere Massimo col calcio: «Mi sono sposato lo stesso giorno di Prandelli. L’indomani cominciava una tournée negli Stati Uniti. Dovevano venire anche le mogli e invece le lasciarono giù. Mia moglie me lo rinfaccia ancora».
Storgato parte centravanti: «Segnavo otto, dieci goal a partita. Andai a fare un provino da Pedrale». Pedrale è una specie di istituzione. Riceve gli aspiranti bianconeri tutti i sabati al Combi: «Io ci andai con la maglia di Rivera. Ero milanista». Pedrale lo esamina e pronuncia il suo verdetto: «Torna il prossimo sabato». «Tornai per un mese e mezzo e alla fine mi presero. I miei genitori fecero tanti sacrifici. Ricordo ancora quando mio padre mi comprò le prime scarpe da calcio Magrini in una bottega di Corso Regina. C’erano ancora i tacchetti che si infilavano nel blocco di legno».
È un’Italia che si può permettere qualcosa in più di quella precedente, però, intuisce sempre nel calcio la stessa possibilità di riscatto sociale: «Prendevo il dieci con mia madre e un panino per andare al campo. Stavamo ore e ore davanti ad un muro a fare tecnica con Martello Pedrale». Arrivano le prime soddisfazioni: «Vincemmo un torneo internazionale: Boniperti ci ricevette in sede e ci consegnò una medaglia: eravamo quelli del Mitico 61».
Sacrifici, privazioni, soprattutto degli svaghi dei ragazzi («ma non sono mai stato un tipo da discoteca»), il diploma arenato al quarto anno dell’istituto per geometri. Storgato avanza in carriera, arretrando nel ruolo: da attaccante a terzino. Dopo un soggiorno a Bergamo, torna per esordire (con la maglia blu) in Serie A: Ascoli-Juventus 0-0, 19 ottobre 1980. Alla fine colleziona uno scudetto e tante lezioni di calcio: «Trap era pieno di vitalità. Stava tanto tempo con Brady a spiegargli come fare ginnastica e poi, nella partitella, gli si incollava addosso per prepararlo alle marcature».
Un anno via, a Cesena, poi il ritorno alla Casa Madre, nella stagione 1982-83, quella della Coppa Italia e della Coppa Campioni perduta ad Atene con l’Amburgo: «Brio aveva la pubalgia ed io ero in pre-allarme. Trap mi fece allenare tutta la settimana per bloccare Hrubesch: avrò fatto diecimila colpi di testa. Poi mise Brio. Perse anche il derby per far giocare Brio. Ma allora un allenatore aveva molte remore a schierare un giovane». Vince anche il Mundialito, grazie anche a un suo goal, contro l’Inter: «Sono approdato in prima squadra proprio nel momento in cui la facevano da padroni diversi Campioni del Mondo, per cui non posso lamentarmi troppo per aver fatto tanta fatica a impormi: l’unico rammarico vero è quello di essere tornato nel periodo sbagliato. Sono, infatti, quasi certo che un paio di anni più tardi avrei avuto migliori possibilità di conquistarmi, in pianta stabile, il ruolo di primo rincalzo della difesa. In ogni caso, pur giocando poco, da quell’esperienza ho imparato davvero tantissimo».
Sei anni di prestiti e una fregatura nel 1984: «Avevo fatto un anno straordinario a Verona da centrocampista avanzato. Bagnoli era speciale: non ho mai sentito un giocatore escluso parlare male di lui». Bagnoli lo vuole, ma le società litigano. Si va alle buste: per mille lire Storgato perde il secondo scudetto della sua vita. Comincia a peregrinare: Lazio, Avellino («esperienza traumatizzante: facemmo sei mesi di ritiro»), Cosenza, e in mezzo tanta Udinese. «All’inizio la speranza di rientrare alla Juventus non mi abbandonava mai, poi, a venticinque anni, mi sono messo il cuore in pace. Comunque quando sono stato definitivamente venduto ai friulani ho provato un profondo dispiacere: la favolosa esperienza quasi decennale con la squadra della mia città era purtroppo giunta all’epilogo. E, a quel punto, non mi restava che cercare di sviluppare la carriera nel migliore dei modi, pur lontano da Torino».
Il torneo successivo scende di categoria con l’Alessandria, la nona squadra in dodici anni di professionismo: «A parte Torino, sicuramente a Verona e a Udine è dove sono stato meglio: lì si è apprezzati per come si gioca e non per come si cerca di apparire. Ed io, che di natura sono silenzioso e per nulla incline alla ribalta e alle interviste, ho trovato in quelle città davvero l’ambiente ideale».
Nel 1992 a trentuno anni compiuti Storgato, anche per riavvicinarsi a casa, decide quasi per gioco di accettare l’offerta della Pro Vercelli, che cercava uomini d’esperienza per tornare tra i professionisti: «Dopo una stagione d’assestamento, nel 1993-94 abbiamo vinto il torneo e così mi sono ritrovato a disputare altre due stagioni in C. Poi, spinto dall’enorme passione per il calcio, ho deciso di continuare per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l’Ivrea prima e con la Sangiustese in seguito e, in entrambe le occasioni, le mie squadre si sono classificate al primo posto».
Nel 1998, a trentasette anni e mezzo, la combattuta decisione di smettere: «Che ho preso soltanto perché il mestiere d’allenatore che avevo iniziato nel 1996 mi stava impegnando troppo». In quell’anno, infatti, la dirigenza bianconera, che non si era dimenticata di uno dei suoi figli migliori, gli affida una delle tante compagini del settore giovanile: «Lasciando da parte i luoghi comuni, devo confessare di sentirmi assai fiero di essermi nutrito per anni del vecchio stile Juventus, un mix di umiltà, spirito di sacrificio, dedizione, compostezza e correttezza di comportamento che permea tutto l’ambiente e che ti condiziona positivamente anche nella vita di tutti i giorni. E, giuro, non è poco: ve lo dice uno che, suo malgrado, con quella bellissima maglia ha fatto quasi da comparsa».

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