martedì 21 giugno 2022

Michel PLATINI


L’avventura juventina di Michel Platini comincia il 30 aprile del 1982; è l’ultimo giorno utile per tesserare il secondo straniero e la Juventus ha già scelto Zbigniew Boniek. Boniperti, nonostante la Juventus sia a tre giornate dalla fine del campionato, decide di scaricare Liam Brady, l’irlandese prelevato dall’Arsenal due anni prima, e di puntare sull’asso francese.
L’avvocato Agnelli ha scoperto Michel due mesi prima ed è convinto che Platini è l’uomo giusto per avviare un ciclo europeo della Juventus, gran vuoto della storia bianconera. Agnelli parla della sua idea con Boniperti e con Trapattoni, e, nonostante qualche perplessità, sono tutti d’accordo.
Michel non vede l’ora di arrivare a Torino, nonostante le sirene del Real Madrid, dell’Arsenal e del Bayern Monaco. I suoi nonni lasciarono l’Italia nel 1919, erano di Agrate Conturbia, un piccolo centro del Novarese, a pochi chilometri da Barengo, la patria di Boniperti.
Platini sbarca a Torino quel pomeriggio, il suo è un vero e proprio blitz: discute il contratto, firma e rientra subito in Francia. La Juventus vorrebbe tenere segreta la notizia, nel timore di negative ripercussioni sul morale di Brady e della squadra, impegnata la domenica dopo nell’insidiosa trasferta di Udine. Ma qualcosa filtra da Parigi, Boniperti e, alle 19 e 30 di quel venerdì, è costretto a dare l’annuncio. Brady è scaricato in pochi minuti, ma offre una lezione di altissima classe e professionalità: a Udine è il migliore in campo e la Juventus conquista una nettissima vittoria per 5-1, con un goal di Paolo Rossi, che rientra proprio quel giorno, dopo la squalifica per il calcio-scommesse. Nell’ultima decisiva partita di Catanzaro, il 16 maggio, realizza il rigore che vale vittoria e scudetto.
Racconta un giornalista francese amico di Michel: «Squilla il telefono rosso e una voce ci dice che Platini sta partendo per l’Italia. L’informatore è anonimo, ma solo un tecnico dell’aeroporto di Lyon poteva darci una soffiata del genere. Così, noi siamo stati i primi a sapere del viaggio di Platini a Torino, a bordo di un Petit Cessna a quattro posti. Quando abbiamo rilanciato la notizia in Italia, nessuno voleva crederci. Per convincere un giornale di Milano, poiché nel frattempo avevamo raggiunto Michel nello studio di Boniperti, abbiamo dovuto far ascoltare la registrazione delle voci di Platini e Boniperti. Il giornalista milanese, che non voleva crederci, era addolorato, perché continuava a dire che era impossibile, perché Platini era stato acquistato dall’Inter!».
Boniperti, appena firmato il contratto, gli dice: «Adesso che è della Juventus, deve tagliarsi i capelli». Michel risponde: «Ha forse paura che mi possono cadere?».
Platini lascia il Saint-Etienne, dopo amare sconfitte: perde il campionato all’ultimo turno, a vantaggio del Monaco, e perde la Coppa di Francia in un’incredibile finale contro il Paris St.Germain. Mondiali di Spagna: la Francia di Platini è quarta, la Polonia di Boniek terza e l’Italia, con sei bianconeri titolari, è Campione del Mondo. I tifosi sono in delirio: si parla di scudetto con sessanta punti e attacco da più di cento goal! La Coppa Campioni? Una formalità.
La realtà, purtroppo sarà molto diversa: il Mondiale ha svuotato molti giocatori e Trapattoni deve subito fare i conti con un’infinità di problemi. Il più grande è l’inserimento, tecnico e ambientale, di Boniek e Platini. Il francese capisce quasi subito che la Juventus non è quella squadra perfetta che aveva immaginato.
La prima partita ufficiale è Catania-Juventus, Coppa Italia, 18 agosto del 1982. Finisce 1-1, è di Marocchino il goal del pareggio. Contro il Pescara, a Torino, il 22 agosto, Platini segna il primo goal ufficiale. La Juventus vince 2-1, il goal di Michel arriva dopo sette minuti, con un pallonetto a scavalcare i difensori abruzzesi e con un tocco volante d’esterno destro a infilare il portiere Bartolini in uscita.
L’esordio in campionato, però, è un disastro, la Juventus perde a Genova, contro la Sampdoria neopromossa, 1-0, segna Ferroni, Platini, come tutto l’ambiente bianconero, è perplesso; Brady, ceduto proprio ai blucerchiati, è il migliore in campo. Una settimana dopo, primo goal e prima vittoria, Juventus-Cesena 2-0, un sinistro che inganna Recchi.
Sono mesi durissimi per Platini: è tormentato dalla pubalgia, discusso, talvolta contestato, viene persino considerato un lusso che la Juventus non può permettersi! La verità è che tutta la squadra è in crisi, il Mondiale ha lasciato segni profondi, ma la colpa è addossata ai due stranieri. Proprio in questo periodo, nasce la loro grande amicizia; Platini è molto amareggiato, polemizza con Trapattoni sullo schieramento, a suo parere, troppo difensivo della squadra. Boniperti lo prega di tacere, di non creare delle polemiche attorno ad una squadra largamente inferiore alle attese. A dicembre Platini si rivolge a uno specialista per curare la pubalgia; in Francia dicono che sta per lasciare la Juventus, deluso e ferito dall’esperienza compiuta. In effetti, la squadra bianconera è staccatissima e deve dare l’addio definitivo allo scudetto addirittura a gennaio.
Dopo Juventus-Sampdoria, prima di ritorno, 1-1 Brady ancora una volta è il migliore in campo. L’avvocato Agnelli (che quando Platini arrivò in Italia, fece trovare alla moglie Christelle, nella camera di albergo, un enorme mazzo di rose con un bigliettino su cui era scritto: «Benvenuta in Italia») è furioso e sbotta: «Se Furino è il regista della nuova Juventus, è inutile farsi illusioni».
È la prima svolta. Trapattoni rivoluziona il centrocampo della Juventus, Bonini sostituisce Furino e la squadra è affidata a Platini. Michel sta guarendo dalla pubalgia e sembra un altro, a febbraio inaugura una girandola di prodezze straordinarie: goal a raffica, quattordici in nove partite, diventa capocannoniere, porta la Juventus alla finale di Coppa dei Campioni. E, con lui, esplode anche Boniek. Il popolo juventino è estasiato, sogna la Coppa, ma Atene boccia senza pietà quella Juventus sbagliata. Vince l’Amburgo, davanti a 60.000 italiani. 1-0, goal di Magath al nono minuto e Platini torna sul banco degli imputati. Non è un leader e il fallimento della Juventus diventa il fallimento di Platini.
Ma dopo Atene si apre per lui e per la Juventus la serie delle grandi vittorie. Quasi da solo, conquista la Coppa Italia, ribaltando nella finale di ritorno con il Verona, la sconfitta dell’andata (0-2), firma due goal, il secondo dei quali a sessanta secondi dalla roulette dei rigori. Michel non si ferma e conduce la Juventus alla vittoria al Mundialito per club, a San Siro.
È entrato così nel cuore dei tifosi, prepara le rivincite fin dal raduno della stagione successiva. Ha finalmente capito tutto della Juventus e del calcio italiano; Boniperti gli affida una squadra rinnovata, non ci sono più Zoff, Bettega e Furino, tocca a Penzo, Vignola e Bonini. Platini parte fortissimo, un goal dopo l’altro, scudetto e secondo titolo di capocannoniere.
È l’anno che porta agli Europei, che si giocheranno proprio in Francia, Platini da spettacolo ovunque, quando la Juventus si ritrova sola, al comando della classifica, a metà dicembre, Platini confessa: «Ho inseguito per un anno la Roma, sembrava inafferrabile, ora dico che è proprio una gran bella sensazione stare in testa al campionato, non c’ero mai riuscito in Italia, ma ne valeva la pena».
A Natale, vince il primo Pallone d’oro; è premiato il giocatore, non la squadra, la Juventus ha vinto poco, ma Platini ha convinto tutti. Ha mille impegni: lavora in TV, segue la sua scuola di calcio a Saint-Cyprien, nel Sud-Ovest della Francia, cura altri affari, e a ogni partita lascia la sua impronta. A febbraio, rinnova il contratto con Boniperti. E il 26 dello stesso mese, gli regala la vittoria nel derby di ritorno con una doppietta memorabile, dopo l’iniziale vantaggio granata ottenuto da Selvaggi. Prima batte Terraneo con un’incornata degna di Charles (la frase è di Boniperti) e poi si ripete con una punizione semplicemente perfetta.
La Juventus vince lo scudetto numero ventuno. Allo stadio Olimpico, il 15 aprile, dopo Roma-Juventus 0-0, Platini può tirare un sospiro di sollievo. «È fatta, finalmente!» La Juventus raggiunge anche la finale della Coppa delle Coppe dopo una sofferta semifinale con il Manchester United. A Basilea, il 16 maggio 1984, la squadra bianconera batte il Porto, 2-1, di Vignola e Boniek i goal, Platini può farsi notare poco, è una partita molto difensiva, e poi Michel ha oramai la mente agli Europei.
In quel fantastico 1984 di Platini, gli Europei occupano un posto molto importante; in ottanta anni, la Francia, che ha inventato competizioni e premi, non ha mai vinto niente. Platini sente di essere alla vigilia dell’appuntamento più importante della carriera, sente di avere una responsabilità enorme e una convinzione: non fallirà.
In cinque partite, Platini offre tutto se stesso e offre giocate di altissima classe. Segna nove goal: uno alla Danimarca, tre al Belgio, tre alla Jugoslavia, uno al Portogallo (il goal del 3-2 in semifinale al 119’) e uno alla Spagna, nella finalissima, complice il portiere Arconada. Parigi è in delirio per Platini, è la sera del 27 giugno 1984. Platini è distrutto ma felice; il titolo di Campione d’Europa gli vale, al di là di tutto il resto, il secondo Pallone d’oro. Si sprecano i paragoni, tecnici ed esperti mettono oramai Platini tra i primissimi di tutti i tempi, davanti a Schiaffino, a Sivori e ad altri geni, in linea con Cruijff e con Di Stéfano, alle spalle del solo Pelé.
La seconda metà del 1984 riserva qualche amarezza, la Juventus non è la stessa corazzata del campionato precedente, lui neppure; il Verona è subito lontano, stavolta i goal del francese non bastano, il campionato è un calvario, resta solamente l’agognata Coppa dei Campioni. Platini si conferma capocannoniere segna diciotto goal, precedendo Altobelli e uguagliando il record di Nordahl, vincitore, ma trent’anni prima, per tre anni consecutivi della classifica dei cannonieri.
La peggiore Juventus dell’era “bonipertiana”, arriva sesta, addirittura fuori dalle Coppe Europee, trentasei punti in trenta partite, con Rossi, Boniek e Tardelli in partenza. Platini conduce la Juventus alla terza finale europea in tre anni, grazie anche a una splendida partita contro il Bordeaux. Ora sulla strada di Platini, c’è il Liverpool, battuto a Torino nella Supercoppa il 16 gennaio 1985, in mezzo alla neve: 2-0, doppio Boniek. A Bruxelles, in un clima allucinante, Platini trasforma il rigore decisivo e consegna a Boniperti il trofeo insanguinato, ma qualcosa fra lui e il calcio si spezza. Platini è avvilito, scappa in Francia, ha bisogno di riposare e di riflettere; è un uomo in crisi, avverte nausea per il calcio.
In autunno, denuncia il suo malessere. «Non ce la faccio più», esplode dopo le furibonde polemiche che seguono Juventus-Verona (2-0 a porte chiuse) di Coppa dei Campioni. Sembra stanco del calcio, ha voglia di smettere. Contrariamente alle sue abitudini, segna pochissimo, ma la Juventus vince molto e prenota lo scudetto. Il 16 novembre, la Francia batte la Jugoslavia con due suoi capolavori al Parco dei Principi, il 2-0 qualifica la squadra transalpina al terzo Mondiale consecutivo.
Platini sente scattare una molla dentro di sé; deve decidere il suo futuro, da Ginevra il Servette lo tenta con mille premure, potrebbe giocare in un campionato assai meno stressante di quello italiano. Ma Michel ha un grande dubbio: meglio chiudere con il calcio ai massimi livelli oppure continuare anche dopo il Mondiale messicano?
La Juventus vola a Tokyo, l’8 dicembre e vince la Coppa Intercontinentale, Platini firma il penalty risolutivo, chiude l’interminabile ma bellissima, sfida con l’Argentinos Juniors. Platini torna a sorridere: «Questa partita mi ha insegnato che il calcio è ancora una cosa splendida!»
Il 1985 si chiude nel segno di Platini: due goal al Lecce, uno alla Sampdoria, la Juventus è sempre più sola in testa alla classifica. Da Parigi, arriva il terzo Pallone d’oro. Mezza Europa è alla caccia di Platini; arrivano proposte da Barcellona, da Parigi, dall’Inghilterra e persino dal Napoli e dal Milan. Platini è titubante, non riesce a decidersi, ma lascia capire di essere orientato verso il terzo “sì” alla Juventus. Rinvia l’annuncio un paio di volte, ma il rinnovo arriva, per la gioia di tutto l’ambiente bianconero
Arriva lo scudetto, ma la Juventus sta per iniziare un ciclo negativo, che la vedrà senza vittorie in campionato per quasi un decennio. Trapattoni va all’Inter, arriva Marchesi; in campionato splende l’astro di Maradona e lo scudetto va a Napoli. La Juventus gioca una stagione anonima, subito eliminata dalla Coppa dei Campioni, non è quasi mai in lotta per lo scudetto. L’ultima partita del campionato 1986-87 è l’ultima di Michel: una malinconica pioggerellina scende sullo stadio Comunale a salutare Michel Platini che, per l’ultima volta, veste la maglia bianconera. Una pioggerellina che copre le lacrime di Michel e di tutti i suoi tifosi.
«Con la maglia bianconera ho vissuto i momenti più belli della mia carriera: due scudetti, una Coppa dei Campioni (in una serata tristissima), una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale in cinque stagioni. Sono successi che un calciatore può raggiungere solo se gioca in una grandissima squadra. Ma non è soltanto per i trofei conquistati che sono orgoglioso di aver coronato la mia carriera giocando nella Juventus: è anche la consapevolezza di appartenere, per tutta la vita, a uno dei pochi miti dello sport. Per me Juventus vuol dire storia del calcio. Una storia fatta da squadre indimenticabili e da giocatori che con il loro agonismo e la loro genialità hanno scritto alcune delle pagine più belle e importanti nel libro del calcio mondiale. Juventus vuol dire cultura e stile che distinguono i dirigenti, gli allenatori e i giocatori juventini. Infine, Juventus vuol dire passione e amore: la passione che unisce i milioni di tifosi in tutta Italia, in tutto il mondo; l’amore per la maglia bianconera che esplode nei momenti di trionfo e non diminuisce in periodi meno felici».

VLADIMIRO CAMINITI
Forse la perfezione non esiste, eppure è esistito Einstein, e insomma c’è stato Platini, tra i calciatori più perfetti nell’esercizio della professione. Scrivere oggi, a botti consumati, di averlo subito capito, sarebbe una falsità. Vero è invece che ne intuì il genio quell’eccentrico studioso di calcio, eternamente bambino, dell’Avvocato, che lo volle, fortissimamente, fino a sacrificare un ottimo giocatore come Brady; ma ne valeva effettivamente la pena. In realtà, Michel entrò in una squadra con sei Campioni del Mondo freschi di gloria, ansiosi di nuove esperienze, che sapevano di essere bravi, e non si impressionarono certo della fresca fama del sopraggiunto; con Platini, era stato ingaggiato un polacco cavallo dell’est, giocatore anarchico per eccellenza, ragazzo sveglissimo di mente, non meno del favoloso Michel: Boniek.
Michel visse di pubalgia e di rancore verso quel piccolo ironico Furino i primi mesi torinesi. Aveva trovato casa sulla collina, ma non trovava in campo la giusta collocazione. Non rendeva. Le cose sembravano andare meglio in Coppa dei Campioni; su tutti i campi d’Europa la Juventus dava spettacolo, segnando goal a grappoli. Ricordo la partita con l’Aston Villa, vinta per 3-1, con un Platini principesco, oramai tagliato dai giochi Furino, Bonini titolare inamovibile. Era intervenuto l’Avvocato in persona, reclamando che la regia fosse affidata al suo pupillo francese, e così fu. Trapattoni ligio obbediva. Tutti sono invaghiti, Avvocato in testa, di Platini; e Platini si scarrozza la sua gloria vincendo a ripetizione il titolo di capocannoniere (1983, 1984, 1985). Nell’Europeo, sfronda ulteriormente il suo gioco e figura da centravanti effettivo, fino a ridicolizzare lo spagnolo Arconada, portiere di razza. Segna nove goal e saranno tantissimi i suoi goal in una carriera fiammante: 141 partite nel Nancy con ottantuno goal, solo in prima divisione (diciassette in trentadue partite in seconda divisione); 107 partite e cinquantotto goal nel Saint Etienne prima, appunto, di passare alla Juventus nell’estate 1982.
Evento fondamentale per lui, da un calcio tempestato di libere prodezze a un calcio dallo spessore tattico e agonistico spesso disumano, che Platini riesce a domare, esprimendo i tesori di una classe individuale portentosa, con la sua machiavellica maniera di fare la differenza, qua nascondendosi, quasi mai sfidando l’avversario frontalmente, schivandolo, dopo abili appostamenti, per sorprenderlo con le sue irruzioni magiche. Un controllo di palla perfetto e, con il destro, quelle esecuzioni di sopraffina felicità. L’avventura bianconera di Platini era destinata a finire, com’era finita quella di Sivori. Io credo che come puro e feroce cannoniere, Sivori sia stato ancora più grande, forse il più grande di tutta la storia della Juventus; come giocatore a tutto campo, nell’ultima versione di regista, Michel ha lasciato di sé sprazzi di inimitabile seppur logica fantasia.
Un campionissimo dalla natura istrionica, anche viziata, che tenne un rapporto speciale con i cronisti di giornata e, in generale, con la stampa. Una volta lasciata l’attività, avrebbe corretto e smussato lo stesso carattere, umanizzando e archiviando quel francese spocchioso e insopportabile come a molti di noi era apparso. Certo, la Francia calcistica gli deve molto. È stato, con il suo sangue italiano nelle vene, il calciatore francese numero uno di tutti i tempi, dovendosi aggiungere che proprio la Juventus lo ha arricchito di umori e ne ha fortificato il carattere vincente, dando ali più robuste al suo gioco camaleontico.
Punta, regista, centravanti mascherato? Semplicemente un fuoriclasse.

GIOVANNI TRAPATTONI
Platini... era Platini. Nessuna descrizione basterebbe a spiegare che razza di fenomeno fosse. Agnelli stravedeva per lui: oltre alla bellezza del suo modo di giocare, ne ammirava l’intelligenza, l’ironia, l’acutezza e la velocità di pensiero. Appena arrivato, Michel dovette affrontare sia le gelosie dei compagni (che lo chiamavano non per nome ma il Francese) sia le malignità di giornalisti e addetti ai lavori riguardo alcuni problemi fisici che si era portato dietro dal Saint-Étienne. Soffriva a una caviglia e aveva la pubalgia, lo facemmo visitare da un numero incredibile di specialisti, fece fisioterapia, pranoterapia, ionoforesi, di tutto. «Platini è rotto», era il ritornello dei quotidiani sportivi. Il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, si dichiarò soddisfatto di non aver fatto valere l’opzione per l’acquisto di Michel e di aver scelto il tedesco Hansi Müller. Negli anni credo si sia ricreduto.
La caviglia destra di Platini ci fece dannare soprattutto all’inizio, colpa di una vecchia frattura e del fatto che gli si era saldato il malleolo in maniera quasi innaturale. Per lui era una maledizione e una benedizione allo stesso tempo: maledizione per i dolori che ogni tanto si rifacevano sentire e una benedizione, perché il piede destro leggermente divaricato gli permetteva di battere le punizioni alla sua maniera. Dopo un inizio a dir poco difficile, Michel prese a giocare come sapeva e non ebbe rivali. Lanci millimetrici di settanta-ottanta metri, segnava di piede e di testa, su punizione, di potenza e di astuzia, vinse la classifica marcatori e il Pallone d’Oro per tre anni consecutivi. Portò la Francia a trionfare agli Europei del 1984 andando in goal in tutte le partite. Un giocatore come non ne ho più mai visti.
Si sapeva che era il miglior talento transalpino di quegli anni, nel 1980 era pur sempre arrivato terzo al Pallone d’Oro, ma per quelli della mia generazione i francesi non erano capaci di giocare a pallone. Quando l’amico Livio Ghioni, mio compagno nelle giovanili del Milan e grande esperto di calcio francese per motivi familiari, mi consigliò di tenere d’occhio questo Platini, io gli risposi malamente: «Figurati, Livio. In Francia non c’è mai stato un giocatore importante!» Ma lui non mollò. «Vai a vederlo e ti renderai conto. Ho assistito a una partita in cui ha giocato in tre ruoli: è partito da numero dieci, poi è passato a centravanti, ha fatto goal e si è messo a fare il libero».
Mi sembrava una cosa buttata lì, tuttavia ne parlai con Boniperti. Stessa mia reazione: «Lascia stare i francesi!» Andammo comunque a vederlo giocare e ci impressionò a tal punto che tornammo a Torino con la specifica richiesta ad Agnelli di acquistarlo per la stagione successiva. L’Avvocato si interessò e scoprì che Platini era in procinto di firmare per il Racing Club di Parigi, il cui proprietario era Jean-Luc Lagardère, padre della Matra, un collega di Agnelli. «Se ne vale ne parlo con luì», ci disse l’Avvocato. Due giorni dopo mi telefonò per darmi la buona notizia: «Ho parlato con Lagardère e mi ha detto che se lo vogliamo noi lui fa un passo indietro e ce lo lascia prendere».
A mia volta chiamai Boniperti e Platini fu nostro. Quanto spese davvero Agnelli per convincere Lagardère non l’ho mai saputo, ma succedeva spesso con lui: alzava il telefono e risolveva in dieci minuti situazioni che ad altri avrebbero richiesto settimane, se non mesi.

GIOVANNI AGNELLI
Un giorno mi dissero che Maradona si allenava centrando la porta con un tiro da centrocampo. Andai al Comunale e lo dissi alla squadra, Michel Platini non disse nulla ma chiese al magazziniere di aprire la porticina dello spogliatoio che stava al di là della pista di atletica, si fece dare un pallone e da centrocampo lo spedì negli spogliatoi. Mi guardò sorridendo e se ne andò senza dire una parola.

SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1995
Si fa presto a dire quarant’anni. Una parola sola per mezza vita, o almeno così dovrebbero andare le cose degli uomini. Quando li ho compiuti io, il 21 giugno scorso, mi hanno cercato in molti, in tanti, in troppi. Mi hanno inseguito, telefonato, spedito fax e regali, marcato a uomo come ai bei tempi.
Ecco, i bei tempi. Incomincio a invecchiare, perché mi metto a ripensare alle cose smarrite, smarrite ma non per questo perdute. Cinque anni d’Italia sono scivolati via coincidendo con le cose migliori della mia carriera di calciatore. Qui dovrei dire della Juventus e di quei cinque anni, della Francia e di Nancy, di Saint Etienne e di Buenos Aires, di Città del Messico e di Siviglia, di Bordeaux e Villar Perosa, di San Siro e di Wembley: fotogrammi di un unico film, momenti che resistono nelle fotografie, nei resoconti dei giornali, in una montagna di videocassette. Ecco di nuovo il velo del ricordo, la memoria che si fa sempre più forte perché è quella che serve agli uomini per essere più forti. Voi direte che sto facendo il romanticone, il francese cocoricò che si guarda allo specchio, gonfia il petto e canta la marsigliese. Boh, un po’ è anche così ma voi mi conoscete bene. Così ero e così sono rimasto.
Voi italiani mi avete insegnato tante cose che qui in Francia pochi conoscono e pochissimi hanno voglia di imparare. Il gioco del calcio è la cosa più importante, per voi, un po’ come il formaggio e il vino per noi. Un francese farebbe duecento chilometri per andare in una buona vigna, un italiano ne percorrerebbe il doppio per andare a vedere una partita di pallone. Quando arrivai in Italia, avevo capito che aria tirava da voi. Io ero il francesino con la puzza sotto il naso, quello voluto e desiderato dall’Avvocato.
Mi chiamo Platini con l’accento sull’ultima i, ma mi chiamo anche Platini con l’accento sulla prima i, dipende dai gusti e dai nazionalismi. Dipende dalla storia della mia famiglia, di nonno Francesco che faceva il muratore e che non poteva immaginare che suo figlio Aldo sarebbe diventato professore di matematica, buon battitore libero in campo con la squadra di Joeuf e allenatore. E poi di avere un nipote che avrebbe giocato a calcio sul serio, uno come il sottoscritto, dico.
Dunque da dove cominciamo? Io sono stato un ragazzo fortunato, avevo tutto, una famiglia esemplare, di gente onesta, di lavoratori, la strada per giocare a pallone, i clienti del bar che parlavano di calcio e giocavano alla belote che sarebbe poi la scopa in italiano, il collegio dell’Assunzione di Briey, non vivo di rimpianti perché sarebbe triste, ma non ho nulla di negativo tra le memorie di quel tempo, nulla di spiacevole, di sgradevole o sgradito. La libertà, la famiglia, il pallone, il gioco delle carte, così andava via la mia vita.
Fino a quando non spuntò Nancy, cioè il passaggio dai piccoli sogni di paese a quelli di una squadra di calcio vera. Avevo diciassette anni ed ero timido che voi non potete immaginare e credere. Incominciavo a essere conosciuto e riconosciuto, la gente in strada mi indicava, qualche ragazza mi guardava ed io arrossivo, insomma provavo quasi vergogna. Andò avanti così a lungo, anche a Saint Etienne, la popolarità non mi infastidiva, non mi metteva superbia o presunzione, ma mi creava uno strano prurito, quasi che mi sentisse osservato sempre, da tanti, da troppi.
Per esempio non ho mai messo piede in un negozio di abbigliamento, di scarpe o robe del genere. Sì, se devo essere sincero, entrai in un magazzino per il vestito da sposo, Christèle allora non poteva ancora intervenire. Ma da quel giorno in poi ha fatto e continua a fare tutto lei, si occupa delle cravatte e delle stringhe delle scarpe, lo fa perché sa che testa e che pelle ho io. Ho parlato di Christèle, cosa che non avevo mai fatto durante la mia carriera, per scelta sua e perché la mia vita è mia, anzi è nostra e la stampa, i tifosi, non possono e non debbono entrare in queste faccende.
Saint Etienne fu la crescita, l’affermazione in Francia, la grande platea, poi la Nazionale e i Mondiali in Argentina, mentre gli italiani avevano incominciato a farmi la corte. L’Inter spedì Giulio Cappelli, mi seguiva, era cotto di me, mi fecero firmare un precontratto, Mazzola era stato uno dei protagonisti della mia infanzia a Joeuf, lui era un grande dell’Inter ed io guardavo le partite alla tivvù del Bar Sport, il bar di famiglia. Dunque l’Inter di Fraizzoli per 90 milioni poteva fare l’affare. Poi Franchi tenne le frontiere chiuse, qualcuno disse che io andavo a pezzi, cinque fratture alle caviglie, ero un vaso di porcellana fragilissimo. Non se ne fece nulla.
E arrivò Francia-Italia a Parigi, prima del Mondiale del 1982 in Spagna. Come vedete mi sono messo a correre, ho tralasciato Laurent e Marine che sono i miei figli ma parleremo ancora di loro. Dunque la Francia batte l’Italia al Parco dei Principi per 2 a 0, io segno un gol e faccio diventare matto il mio marcatore che si chiama Tardelli. Non so nemmeno che quella sera un certo Gianni Agnelli sta vedendo la partita in televisione. L’avvocato telefona al direttore de l’Équipe e chiede se il numero 10, che poi sarei io, è a fine contratto, quanto costa, eccetera. Il giorno dopo spuntano a Parigi Boniperti e Barettini che era l’uomo che si occupava di tutte le faccende internazionali della Juventus. È fatta.
Trapattoni è uno che sa di football, anche se ha la testa dura. Cambia squadra, fa entrare Bonini al posto di Furino. Boniperti chiama in sede il sottoscritto e Boniek chiedendo come mai il rendimento è inferiore alle attese. Gli spieghiamo, gli spiego, che siamo noi a dover decidere il gioco, se gli altri non ci passano la palla è dura davvero. Ci passano la palla. La Juventus cresce ma perde lo scudetto e la Coppa dei Campioni, una finale che se venisse rigiocata cento volte non capiremmo ancora oggi come andava giocata.
Ma il bello deve ancora venire. E arriva. Tutto, le coppe e gli scudetti, la classifica dei cannonieri e il Campionato europeo. Arriva anche la tragedia dell’Heysel, arriva una sera di lacrime e di dolore. La gente è morta perché era venuta a vedere giocare Platini e la Juventus, sono morti per me? No, non è possibile.
La mia era una Juventus che faceva divertire e che segnava valanghe di gol, era una squadra che si divertiva in allenamento dove c’erano sfide all’ultimo tackle e all’ultimo champagne per vincere e poi quella tensione restava in campo alla domenica. Boniek ed io, Tardelli e Rossi, Scirea a Cabrini, Zoff e Gentile, Serena e Mauro, Bonini, Brio, Laudrup, io non ho la memoria per tutti ma come vedete bastano questi per dire quanto eravamo grandi e bastano questi nomi per mettere a tacere quelli che oggi parlano di spettacolo. Quella Juventus faceva spettacolo ma allora il termine non andava di moda. Prendetevi qualche videocassetta, se volete ve la presto io, e guardate in silenzio: vi accorgerete che non vi sto dicendo bugie.
Quando arrivarono i Mondiali del 1986 in Messico ero stanco, la schiena era tornata a farmi male. Dovevo fermarmi, avrei dovuto farlo ma decisi, sbagliando, di continuare ancora un anno. Non ero più lo stesso Platini di prima e mi dispiace per i tifosi, per l’allenatore Marchesi e per i compagni di squadra. Bene, chiusi senza feste, una tartina e un bicchiere di champagne nello spogliatoio del Comunale dopo la partita con il Brescia sotto la pioggia. Partii verso casa senza capire bene che cosa era accaduto e che cosa stava per accadere.
Oggi faccio il quarantenne, studio per i Mondiali dei 1998, come vedete la Francia, ancora una volta grazie al sottoscritto, è sicura di qualificarsi. Voi italiani continuate così, matti di pallone, come lo ero io a Joeuf, al bar sport.
Avrei voglia di tornare domani mattina al Combi, di cambiarmi e di mettermi a giocare...


4 commenti:

Giuliano ha detto...

Cosa aggiungere? Che, avendo visto giocare Platini (e Falcao, negli stessi anni: purtroppo non con noi...) mi viene da ridere ogni volta che sento qualcuno fare la classifica dei "giocatori più forti di tutti i tempi".
Si dimenticano sempre di Platini, e ancora di più di Falcao: io non ho mai visto nessuno cambiare faccia a una squadra come questi due.
In più, Michel Platini faceva valanghe di gol, e altri ne faceva fare a Boniek...

Enzo Saldutti ha detto...

Michel Platini
Michel Platini o meglio “le roi” fu uno dei migliori calciatori di tutti i tempi e l’unico a vincere il pallone d’oro per tre anni consecutivi. Nacque a Joeuf il 21 giugno 1955 da una famiglia di origini italiane e di Conturbia novarese. Quantunque regista ottiene il primato di cannoniere della Juve e della nazionale francese campione d’Europa. Nel club torinese perviene insieme a Boniek e mai si vide giocata spettacolare che solo a quei due riesce: allungo al bacio e scatto incontenibile. Quella prodezza memorabile detronizza il calcio inglese che domina la scena europea nelle competizioni di maggior prestigio. Platini quanto al repertorio è capace di tutto e conduce la Juve a primeggiare nel mondo. Si comincia dalla Coppa delle Coppe e dopo la Supercoppa e la Coppa dei Campioni contro il Liverpool si finisce con la vittoria intercontinentale giudicata come una delle più belle. Platini si vide annullare inspiegabilmente un goal meraviglioso (un tiro al volo in mezza rovesciata di sinistro dopo la beffa al marcatore stretto mediante aggancio e delizioso pallonetto eseguiti con il destro). Per quella decisione incredibile protesta con una scena entrata negli annali: sdraiandosi a terra a gambe incrociate con la mano sotto il mento sorride al direttore di gara e poi accenna un ironico applauso. E tale fu il garbo da impedire ogni eventuale sanzione disciplinare. Parlando di Michel Platini corre l’obbligo di esprimere qualche giudizio rigurado alla finale di Coppa Campioni dove perirono tragicamente 39 tifosi della Juventus per la violenza brutale degli inglesi. Primariamente diciamo che Boniperti non volle in alcun modo disputare quella partita ma il suo netto rifiuto non riuscì a convincere i dirigenti dell’Uefa i quali imposero di giocarla e percistesso quella coppa è un trofeo che presenta i canoni dell’ufficialità qualunque infamia si dica. Quel giro di campo avvenne perché negli spoglatoi della Juve come nella curva bianconera non fu in alcun modo conusciuta quella tragedia nella sua vera entità. Come si può immaginare che giocatori di quella professionalità e di quella intelligenza potessero riportare in campo il trofeo dopo un evento del genere? E poiché esistono i cretini è opera improba convincerli di ciò. Secondariamente i cretini ai quali mi riferisco sono appunto i cretini e i meschini ai quali poco importa quella terrificante tragedia: per loro conta lo speculare da sciacalli unicamente per denigrare la Juve. La partita fu giocata con impegno e concentrazione da entrambe le squadre ignare di quanto fosse accaduto. Va da sé che l’azione del gol fu di eccezionale bellezza con un meraviglioso allungo di Platini dalle vicinanze della propria area per lo scatto del polacco atterrato dall’ultimo uomo un metro circa fuori dell’area inglese e ciò comportava espulsione diretta come da regolamento. Ma non voglio insistere nel ricordo di questo particolare che vigliaccamente non mai è citato e per suscitare odio viscerale contro la Juve e Platini i miserrrimi sciacalli osano addirittura proferire l’espressione “rigore a centrocampo”. E l’idiota che sempre ricorda e ripete da cretino (non le vittime) ma unicamente il rigore di Boniek è un cretino. Cosa dobbiamo fare? Consegnare la Coppa dei Campioni per soddisfare la protervia dei miserabili sciacalli? Oppure annullare la storia del calcio e principiare daccapo? Cioè: trovatemi una partita ineccepibile. Cioè: una sola priva di errori arbitrali. E se la poniamo in questi puerili termini: non c’è nemmeno bisogno di rivederle tutte (una per una) perché negli annali è riposta una cineteca per eccellenza ovverosia la famigerata stagione dell’anno 2010. Quale vergogna si ricorda maggiore di quella coppetta rubacchiata e straregalata alla verginella Internazionale? E si badi: non una partita con un errore. Si trattò di favori e orrori in ogni gara (e a valanga, a ripetizione, a tamburo battente). O no?

bergamaschi ha detto...

La partita fu giocata con impegno e concentrazione da entrambe le squadre ignare di quanto fosse accaduto dice saldutti.
invece qualcosa sapevano ,non tutto certo, ma che c'era stato qualche morto sì.
ufficialmente la partita è valida, ma nella realtà il contorno della partita ne ha modificato lo svolgimento.
basta leggersi le dichiarazioni dei giocatori.
per quale motivo si tira in ballo la champions vinta da mourinho nn riesco a capirlo: l'inter nn sempre ha giocato bene ma l'ha comunque vinta.
la juve dl 1985 era una grande squadra, è innegabile, ed arrivò meritatamente in finale.

bergamaschi ha detto...

il rigore nn c'era anche se la juventus era una gran squadra