giovedì 3 giugno 2021

AMAURI


GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2008
8 dicembre del 2007 va in scena Palermo-Fiorentina. Al 17’ del primo tempo, Amauri è sulla tre-quarti avversaria. Di testa spizzica il pallone, che si impenna e compie una parabola morbida, destinata a scendergli sul piede. La cosa più semplice sarebbe controllare la palla o toccare all’indietro verso un compagno e far salire la squadra. Amauri però ama le cose utili e le cose utili non sempre sono semplici. Così, quando il pallone sta ancora cadendo, alza il destro e tocca al volo verso Miccoli (che segnerà l’1-0). E mentre lo fa, non guarda verso la porta ma gira la testa platealmente dalla parte opposta, indietro, mentre là davanti il suo pallone vale oro. Un gesto che comincia la sua storia. «Sono arrivato in Italia a 20 anni, completamente sconosciuto, con un unico sogno: giocare in una grande squadra. Ci ho messo otto anni, ma alla fine ce l’ho fatta».
Per arrivare alla Juventus, a, vertice del calcio italiano, Amauri ha dovuto guardarsi indietro tante volte: il talento c’è e c’è sempre stato, ma nel suo caso riuscire a farlo sbocciare è stato più difficile del previsto. E dire che la strada, all’inizio, sembrava in discesa.
Amauri ha 19 anni quando inizia a giocare a calcio sul serio. Fino a quel momento, per lui il pallone non è altro che uno svago, un hobby. Il fatto è che tirare calci gli riesce dannatamente bene anche se lo fa in spiaggia, a scuola, o per strada. Così bene che il Santa Catarina, squadra semiprofessionistica di Brumenao, cittadina nel sud del Brasile gli mette gli occhi addosso. Il Santa Caterina gioca in B e sta retrocedendo e il campionato è quasi al termine. Amauri non può fare molto per salvarlo, ma per mettersi in mostra sì: segna 8 gol in 14 partite e vola a Viareggio, per la Coppa Carnevale del 2000.
Anche in Toscana il centravanti incanta, segnando 5 reti in 3 gare. Viareggio è una vetrina importante e il talento di questo sconosciuto attaccante non passa inosservato. Così il ragazzo si guadagna il diritto di sognare una carriera da campione. E la carriera parte, ma in sordina. Non in Italia, ma in Svizzera, a Bellinzona. E per un brasiliano di 20 anni, la Svizzera non è un posto facile dove stare, specie se un infortunio ti allontana dal tuo lavoro: il calcio. «Il primo mese sono stato davvero male – ricorda Amauri –. Era la prima volta che mi allontanavo da casa e, come tutti i brasiliani, mi mancava il mio paese. In Svizzera ho visto i primi ghiacci della mia vita e ci ho messo un po’ ad ambientarmi. Superate le difficoltà, le cose sembrano andare meglio, gioco due partite e segno un gol, ma subito dopo mi faccio male. Un mese fermo: un altro periodo poco piacevole...».
Forse, a questo punto, guardando che cosa si era lasciato alle spalle – la sua terra, la sua famiglia, i suoi amici – Amauri pensa di mollare tutto e tornare a casa. Ma nei tre mesi a Bellinzona, deve aver anche assimilato un po’ del carattere tosto degli svizzeri e decide di continuare. Come contro la Fiorentina: guarda indietro, ma tocca il pallone in avanti. E il pallone della sua personalissima partita, a gennaio del 2001, inizia a rotolare. Fino a Napoli, dove si ferma giusto il tempo necessario per fargli conoscere Cinthya, sua moglie: «Anche lei è brasiliana ed era a Napoli per lavoro: è un chirurgo plastico. L’ho conosciuta a una cena, abbiamo iniziato subito a frequentarci e ci siamo innamorati. Da allora è sempre stata il mio punto di riferimento».
In quel Napoli la concorrenza è spietata e per di più arrivando a metà stagione non è facile trovare spazio: in avanti ci sono giovani promettenti come Stellone e Floro Flores, ma soprattutto campioni affermati come Amoruso, Bellucci e uno degli idoli di Amauri, Edmundo “O’ Animal”, arrivato anche lui a gennaio. «Romario è sempre stato il mio mito, ma subito dopo veniva lui. I primi tempi a Napoli non potevo fare a meno di pensare che fino a un anno e mezzo prima giocavo su qualche campetto e lì, invece, dividevo la stanza con il grande Edmundo. La sua vicinanza mi ha aiutato parecchio: era molto più tranquillo rispetto al giocatore che avete conosciuto a Firenze e poi, anche solo vederlo mentre si muoveva in campo, mi permetteva di migliorare. Credo solo che fosse capitato nella squadra sbagliata: meritava di lottare per risultati importanti, non per la salvezza».
Napoli l’esperienza inizia con un gol annullato nella gara d’esordio contro il Bari. «Era fuorigioco, ma di poco». Quasi un segno premonitore che la sua avventura sul golfo non sarà idilliaca. In sei mesi il suo bottino è di 6 presenze e un gol e per Amauri, a fine stagione, dopo la retrocessione in B e i problemi economici della società, viene il momento di cambiare aria. Va a Piacenza, dove in un anno mette insieme solo 7 presenze, ma dove nasce la sua bimba Cindy. «A Piacenza non ho praticamente giocato. Sapevo di avere davanti un attaccante importante come Hubner, ma avrei voluto dimostrare il mio valore. In quel periodo ho pensato di tornare a casa. Era il gennaio 2002 e immaginavo, con l’esperienza che avevo fatto in Europa, di poter trovare una squadra importante in Brasile. Però ho tenuto duro, anche perché, con molta umiltà e serenità, vedevo giocare gli altri compagni e mi dicevo che sarebbe arrivato anche il mio momento».
A settembre 2003, l’ennesimo cambio di maglia: dopo la preparazione precampionato con l’Empoli, Amauri passa al Messina, in B. Sullo Stretto le cose iniziano a girare per il verso giusto: 23 presenze e 4 gol non sono numeri impressionanti, ma sufficienti a riportarlo in A, con il Chievo. Qui la favola inizia a prendere forma: «Il primo anno a Verona fu una bella esperienza. Sentivo fiducia di Del Neri e se persi il posto da titolare fu per colpa mia. La stagione successiva invece, fu deludente. L’allenatore era Beretta, con il quale non ho mai avuto un rapporto. Non credeva in me e quando ero nel pieno della forma non mi diede la possibilità di giocare. Il terzo anno invece trovai quello che chiamo affettuosamente “il mio allenatore”: Beppe Pillon. Tornai dalle vacanze e si parlava di un mio possibile trasferimento. Pillon lo bloccò immediatamente dicendo che per lui ero un giocatore fondamentale. Parole che mi ripeté anche in privato. Sapere che l’allenatore conta su di te è importante e quell’anno mi diede la carica».
Così nel 2005/06 arrivano 11 reti in 37 partite e la chiamata a Palermo. Ormai Amauri è il vero globetrotter del calcio italiano: «Tutto sommato girare così tanto è stata un’esperienza positiva, anche perché ho sempre cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno. Soprattutto non mi sono mai abbattuto, anzi ho sempre cercato di dimostrare le mie capacità, consapevole del fatto che se non ci fossi riuscito, sarei tornato in panchina, come gli anni precedenti».
In Sicilia Amauri deve far dimenticare Luca Toni, non uno qualunque. Un bel fardello, che il brasiliano si scrolla dalle spalle in appena tre mesi: il Palermo vola grazie ai suoi gol, si inizia a parlare di un nuovo fenomeno e le grandi squadre cominciano a guardare il ragazzo con interesse crescente. Ma nel destino di Amauri è scritto che nulla deve essere facile e prima del salto in una big deve ancora pagare un dazio pesante. Il 23 dicembre 2006, a Siena, in uno scontro con Manninger, ecco il crack: rottura parziale del legamento crociato posteriore e stiramento del collaterale mediale del ginocchio destro. Stagione finita: «Ho sofferto tanto in quel periodo. Eravamo secondi, dietro l’Inter, stavo giocando bene e segnavo tanto. Si parlava addirittura di una possibile convocazione da parte della Nazionale brasiliana... Quando mi sono fatto male tutto il castello di sogni che stavo costruendo, mi è crollato addosso. In quel periodo è stata fondamentale la nascita del mio secondo figlio. Hugo Leonardo è nato venti giorni dopo l’incidente e mi ha dato una carica pazzesca. Da quel momento ho solo cercato di riprendermi. Non pensavo ancora di arrivare in una grande squadra, ma solo a tornare più forte di prima. Ringraziando il Signore ce l’ho fatta».
Il resto è storia dei giorni nostri. Amauri torna più forte di prima e nell’ultimo campionato vive la sua stagione migliore: 15 reti (due segnate in maniera perfida alla Juventus che già lo corteggiava) e il passaggio in bianconero al termine di una trattativa lunga e in qualche momento tortuosa. «La Juve è la mia vittoria – ha detto appena arrivato a Torino per la firma e la presentazione alla stampa –. Sono sbarcato in Italia da sconosciuto e dopo otto anni mi ritrovo in una squadra che ha la vittoria nel dna. La Juve è sempre stata la regina d’Italia e d’Europa. Ora vuole tornare a esserlo e in questo ritorno ci voglio essere anch’io».
Come a dire, uno sguardo indietro, al suo intenso passato, servendo un magnifico assist al futuro.    
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Fa il suo esordio ufficiale con la casacca numero 8, il 13 agosto 2008, nei minuti finali di Juve-Artmedia 4-0, andata del 3° turno preliminare della Coppa dei Campioni e, nella gara di ritorno, realizza la prima rete juventina, gol che fissa il risultato sul pareggio finale 1-1. La sua stagione è strepitosa. Ama segna a ripetizione: di testa, di piede, in acrobazia, di potenza. Speciale è, poi, la doppietta al Milan, nella vittoriosa partita dell’Olimpico, terminata 4-2. In Coppa Campioni, segna un gran gol al Real Madrid, che raddoppia quella altrettanto portentosa segnata da Del Piero. Nonostante un calo nel finale di stagione, totalizza 44 presenze e ben 14 realizzazioni.
«La sensazione principale è l’orgoglio di aver dimostrato di essere un giocatore che merita la maglia della Juventus. È qualcosa di gratificante per due motivi. Intanto perché non è facile raggiungere questo obiettivo e questa era la mia scommessa personale. E poi perché giocare in una squadra così ambiziosa significa misurarsi in ogni gara, non dare mai per scontato che hai toccato un certo livello».
Nella stagione successiva sceglie di indossare la maglia numero 11. «Sono molto felice di ritrovare il numero 11 perché è stata la maglia che mi ha accompagnato in carriera e ha visto la mia affermazione. In più è un grande onore rilevare il testimone da Pavel Nedved. Lui mi ha consegnato questa maglia dicendomi che è un numero che porta fortuna e che alla Juventus ha un grande significato sin dai tempi più lontani. Farò di tutto per essere degno di questa tradizione».
Purtroppo per lui e per la Juve, non sarà così. Segnerà solamente 7 reti in 40 presenze: la prima il 17 ottobre 2009, decisiva per il pareggio contro la Fiorentina. Si ripete nelle successive partite con Siena e Sampdoria (una doppietta). Il giorno di San Valentino, dopo ben 109 giorni di astinenza, ritorna al gol con un colpo di testa realizzato contro il Genoa su assist di Caceres. Il 18 febbraio realizza una doppietta in Europa League all’Amsterdam Arena, avversari i biancorossi dell’Ajax. Poi la luce si spegne.
Il 10 agosto 2010 indossa, per la prima volta la casacca della Nazionale italiana, nella partita amichevole contro la Costa d’Avorio. Amauri, infatti, grazie alle leggi italiane sulla cittadinanza, diventa convocabile per la selezione azzurra, sfruttando la naturalizzazione della moglie, in possesso del doppio passaporto. «Non ho scelto la cittadinanza italiana, dunque la vostra Nazionale, perché non sarei mai stato convocato nel Brasile. Mi avevano chiamato, ma io mi sento calcisticamente italiano. E i miei figli sono nati qui», afferma rispondendo alle polemiche.
Apre la stagione 2010-11 con una doppietta agli irlandesi dello Shamrock Rovers, in Europa League, partita terminata con una vittoria per 2-0. Va a segno anche nel match giocato in Austria vinta per 2-1 contro lo Sturm Graz. Nella gara di campionato contro il Bologna si fa male e rientra il giorno della Befana, quando sostituisce l’infortunato Quagliarella, nella netta sconfitta contro il Parma per 1-4.
Ormai, però, il feeling con i tifosi è irrimediabilmente compromesso. Uno spot di una famosa marca di crociere che lo vede protagonista, è preso come spunto dai supporter juventini che lo invitano a ritornare sulla nave. D’altronde, il suo rendimento è alquanto scadente. A digiuno di reti in campionato da quasi un anno, non riesce nemmeno a rendersi utile alla squadra. Quel giocatore devastante che segnava a ripetizione non esiste più e ad Ama non resta che emigrare altrove.
Così, il 31 gennaio 2011, nell’ultimo giorno del “mercato di riparazione”, viene ufficializzato il suo passaggio in prestito al Parma. Amauri lascia pochissimi rimpianti. Anzi, per la maggior parte dei tifosi juventini, la sua partenza è la fine di un incubo. In totale, veste la maglia bianconera per un centinaio di volte, realizzando 24 reti.

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